Ef. 3,1-21 : La grande sfida della complessità (Atrio dei Gentili)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2002_03/06.htm

ATRIO DEI GENTILI
Lectio Divina 2002/03
Stella Morra – 12 aprile 2003

6. La grande sfida della complessità

Ef. 3,1-21

Si tratta di un testo dal tono positivo, rassicurante, a differenza di tutti gli altri visti fin’ora. La prima impressione è che non c’entri molto con il tema del conflitto, ma spero di mostrarvi la sua attinenza.
Ecco, per brevi punti, il percorso fin qui svolto.
I primi tre brani, Caino e Abele, Giuseppe e i primogeniti d’Egitto, descrivono in modo profondo, con una serie di passaggi molto seri, l’antropologia del conflitto, cioè come funziona la realtà, perché è così, perché noi siamo fatti così.
Il testo successivo, tratto dal Vangelo di Matteo sul regno (“Non sono venuto a portare la pace ma la spada…”) è molto duro, propone il passaggio, il salto di qualità. Di fronte alla situazione antropologica della vita, alle esperienze delle persone, sappiamo che non tutto può andare liscio, che ci sono dei passaggi di violenza, di durezza, di differenza… Di fronte a tutto questo c’è un annuncio radicale: “chi non prende la sua croce…”!
Ciò che il testo dice è: il diritto di vincere, il dovere di perdere. Ma anche viceversa: il diritto di perdere, il dovere di vincere.
Nel Vangelo di Giovanni abbiamo visto il dialogo tra Gesù e Pilato, con le questioni sulle proiezioni, sugli scherni, sullo spostare i problemi… e l’annuncio radicale: non si può sfuggire allo sbilanciamento che la radicalità di Cristo crea, ognuno di noi deve prendere posizione rispetto al modo di vivere il conflitto, prendere posizione di fronte alla croce di Cristo, cioè di fronte ad una radicalità diversa, a un modo nuovo, che non è solo quello di descrivere le cose come accadono!

Il testo
I testi delle lettere di Paolo sono sempre contorti, difficili, ma un po’ di familiarità con questo modo di scrivere rende visibile qualcosa di molto forte, e concreto.
Paolo è una persona complessa, come lo siamo noi, è una persona di doppia appartenenza, con tante radici, diviso e insieme completamente proiettato su questa nuova storia che è la sua storia con il Cristo. E’ estremamente moderno, come noi che siamo insieme divisi e desiderosi, viviamo doppie appartenenze, siamo complicati e non proprio lineari.
Tutti vorremmo che le cose, soprattutto quelle della fede, fossero semplici; vorremmo poter dire, come i bambini piccoli, “questo è giusto, buono, bello, e anche divertente; quest’altro è sbagliato, brutto, antipatico, e anche noioso: il mondo è chiaro, diviso in due parti”.
Se facciamo pace con questa nostalgia, se ci rassegniamo all’idea che la vita degli adulti è complicata, che le cose spesso sono insieme un po’ giuste e un po’ sbagliate, un po’ belle e un po’ brutte, un po’ divertenti e un po’ faticose, forse possiamo fare anche amicizia con il linguaggio complicato di Paolo, che è preoccupato di mettere davvero la vita dentro alle cose che dice; dunque comincia la frase, poi aggiunge una specificazione, poi un’altra, perché la vita è così. Anche noi cominciamo una cosa, un discorso, poi dobbiamo aggiungere una precisazione…

Conflitto tra ebrei e gentili
Lo sfondo di questo brano è un grande conflitto per la chiesa nascente: gli ebrei e i pagani, gli ebrei e i gentili. E’ un conflitto molto forte dentro l’esperienza del cristianesimo che inizia: è il conflitto tra l’accogliere la novità di Gesù dentro una strada già tracciata, o decidere che questa novità è talmente radicale da cambiare anche la strada, certo restando grati al proprio passato, ma iniziando un’altra storia.
L’antisemitismo cristiano, che ha segnato molti secoli della storia, dimostra che questo conflitto non è banale ma paradigmatico di molti conflitti, è il conflitto originale, quello da cui siamo nati: siamo nati da un conflitto e da una separazione, dal coraggio di distinguersi, di separarsi dalla tradizione ebraica.
Nell’antico testamento, e precisamente nei salmi, si dice: ‘Gerusalemme, tutti là sono nati’.
Qui, nelle lettere di Paolo, scopriamo che il mondo cristiano nasce nel conflitto in cui è in gioco il distinguersi, il separarsi dalla storia ebraica.
Nell’Apocalisse, il testo della prossima volta, vedremo la Gerusalemme celeste che scende dal cielo. Da cristiani diciamo che tutti torneremo a Gerusalemme, non che siamo nati lì: siamo nati nel conflitto, ma arriveremo a una città adorna, ‘pronta per il suo sposo’, dice il testo dell’Apocalisse.
Dietro questo testo c’è quella discussione: spesso pensiamo che sia stata importante allora, e che, una volta risolta la questione, il testo non ci riguardi. Il concilio di Gerusalemme del 50 d.C. affronta il problema della circoncisione, risponde con un no alla domanda se sia necessario passare attraverso la mediazione dell’ebraismo, dunque noi pensiamo che ormai, venti secoli dopo, sia solo un’antica questione.
Invece, ragionando sul conflitto, mi sono resa conto che non è proprio così. Questo testo funziona come il racconto del peccato originale rispetto alla globalità della scrittura.
Il conflitto originario tra gentili ed ebrei ed i criteri che Paolo dà – cosa vuol dire abitare questo conflitto e quali sono gli esiti, i risultati – funziona effettivamente come testo paradigmatico di tutti i conflitti possibili.
Nel racconto del peccato originale, la questione non è se noi oggi mangiamo il frutto dell’albero o no: il peccato originale è originale nel senso che è il primo, e tutti quelli che accadono dopo sono, in fondo, copie più o meno ben riuscite di questo originale. Qui è lo stesso: il conflitto originario tra ebrei e gentili racconta la capacità di abitare il conflitto, di vivere la separazione come identità, ma non come furto, di ricostruire, riconnettere, ma anche distinguere. E’ di grandissima attualità.
E’ interessante perché questo è un testo ‘solutore’, cioè ci dice quali sono i criteri, la logica, il modo in cui abitare in modo fecondo un conflitto per farlo diventare sorgente di vita. Quindi diventa decisivo districarsi un po’ in questo testo.

La grazia originale
“Per questo, io Paolo, il prigioniero di Cristo per voi Gentili… penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente”.
Paolo si definisce ‘Prigioniero di Cristo’ perché in questo periodo, secondo la tradizione, era in prigione.
La cosa interessante è “il ministero della grazia di Dio a me affidato a vostro beneficio”.
La parola centrale è grazia. Per continuare con il paragone di prima, c’è un peccato originale, ma c’è anche una grazia originale.
Ciò che viene prima di tutto, nella scoperta del modo in cui abitare un conflitto, è la percezione che la prima parola è una grazia, che ha la stessa radice di gratis. La prima attitudine, il primo nome interiore per vivere il conflitto è “dalla grazia in poi”: siamo dei bambini amati, certi che non mancherà loro il necessario. Da lì in poi possono fare anche capricci, e tutta una serie di cose per avviarci a scoprire il mondo.
Ci viene dato molto più di ciò che serve come punto di partenza: c’è una grazia, affidata a Paolo a nostro beneficio: Paolo ha un ruolo specifico, abita oltre il confine!
Nel racconto dei primogeniti vengono segnate le porte dei ‘nostri’ per distinguerli, perché le case non segnate vengono visitate dall’angelo della morte.
Qui è esattamente il contrario: Paolo ha passato la soglia. Era un giudeo convinto, passa dall’altra parte, diventa il ministro della grazia per i gentili, abita oltre il confine; qui l’angelo che passa è un angelo di benedizione, passa alle porte di quelli che ‘non sono i nostri’ per benedire.
Il primo versetto di questo testo è il contrario di ogni ansia, ci dice che non c’è nessun motivo per agitarsi, perché sotto questa benedizione se non si lavora contro – anche senza fare niente di positivo – il conflitto è una benedizione.
Noi sperimentiamo la conflittualità come un dato negativo perché normalmente lavoriamo contro!
Prima della settimana santa, credo, potremmo fare il proposito di riposarci, di non fare niente, di non lavorare contro, perché stiamo sotto il segno di una benedizione, e se anche noi non facciamo niente, c’è questo ministero al di là del confine che porta la grazia a tutte le diversità possibili.

Tappe della riconciliazione:
· abbattere il muro, annullare la legge
Poi Paolo dice “il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente”, dunque bisognerebbe leggere il capitolo 2, testo molto famoso sulla riconciliazione dei giudei e dei pagani tra loro e con Dio.
Paolo parte avendo già spiegato che Cristo è la nostra pace, venuto ad abbattere il muro di separazione, a fare dei due un solo popolo.
Il capitolo 2, letto da solo è bello, ma troppo facile, senza costi. E’ come ammirare in una chiesa un bel dipinto che resta lì ma, quando esco, la mia situazione è sempre quella di prima.
Il cap. 3 dice la nostra verità, è ‘fuori dalla chiesa’, non è un bellissimo dipinto su un muro, è molto più faticoso, ma è quello che succede se uno ha guardato bene la situazione di prima.
Vi faccio notare solo quattro versetti del cap. 2, decisivi per capire il seguito:
v. 14 “…abbattendo il muro di separazione, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti”; v. 16 “…riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce”; v. 17 “… a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini”, v. 19, il risultato “… Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati per diventare dimora di Dio”.
Questi quattro passaggi sono centrali.
Primo: abbattere il muro di separazione annullando la legge.
E’ fortissimo, sono parole religiose, le abbiamo tutti nelle orecchie, ci sembrano parole normali perché le abbiamo sentite tante volte.
E’ come se dicesse che, quando c’è un disaccordo, basta cancellare dal vocabolario la parola accordo, e il problema è risolto! E’ un gioco di prestigio in cui si dice una cosa impossibile. Il problema è che io e un altro siamo due e non uno, e per quanto ognuno cerchi di essere educato, di non perdere il controllo, se la pensiamo in due modi diversi, non andiamo d’accordo!
“abbattendo il muro… annullando la legge…” dice: non c’è più questa distinzione radicale! Ricordate, abbiamo cominciato con Caino e Abele dicendo: laddove ci sono due c’è un conflitto. Qui si dice: non ci sono più due, c’è uno, è stato abbattuto quello che divide e non c’è più la legge che dica chi ha ragione e chi ha torto.
Questa sarebbe la grazia di Dio, non la nostra esperienza!
· riconciliare per mezzo della croce
Secondo: riconciliare con Dio per mezzo della croce. Abbiamo già ragionato un po’ su che cos’è la croce: assumere invece di proiettare. Come dire: pago io il prezzo di quello che sarebbe il tuo costo!
Questo è ciò che Gesù ha fatto nei nostri confronti, ci ha riconciliati con Dio, ci ha messi dalla parte della ragione rispetto a Dio.
· i vicini e i lontani: formare un solo corpo
Terzo: i lontani e i vicini. Mi viene sempre in mente questo versetto quando nelle parrocchie, nei gruppi, si parla dei lontani. Sono parole che mi fanno venire i brividi: ‘lontani’ da cosa? Chi sarebbe il punto di riferimento rispetto al quale si misura la lontananza?
Nell’esperienza della fede, essendo Dio equidistante da tutti noi, chi è lontano?
Qui i lontani e i vicini sono stati riconciliati per mezzo della croce, non c’è una posizione privilegiata. L’esito è che non si è più né stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli.
· concittadini dei santi e familiari di Dio
E’ bello pensare che siamo concittadini dei santi e familiari di Dio. Noi abbiamo esperienza della famiglia, e sappiamo che essere familiari con altri esseri umani non sempre è una buona idea…
Rispetto ai santi siamo concittadini, abbiamo la stessa dignità, non siamo stranieri, siamo alla pari. Rispetto a Dio siamo familiari, sperando che essere familiari con lui sia meglio che esserlo rispetto agli altri esseri umani… ma questa è una riflessione del tutto personale!
Il senso della grazia di Dio è proprio questa radicale possibilità e radicale speranza: ‘tutto in Dio è possibile’, non c’è niente di perduto, non c’è mai una pietra tombale sufficientemente pesante da mettere sopra, non solo su Gesù Cristo, ma su nessun pezzo serio della nostra storia.
Ogni situazione di divisione è sempre una situazione riscrivibile, perché non c’è più la legge delle prescrizioni, perché siamo concittadini dei santi e familiari di Dio.

La comprensione del mistero di Cristo
“Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo.”
Chi di noi avrebbe la faccia tosta non solo di dire, ma di scrivere una cosa simile?
Forse dovremmo avere un po’ più di orgoglio, di senso della nostra dignità e dire: la mia comprensione del mistero di Cristo non vuol dire, necessariamente, la mia ‘grande’ comprensione, ma semplicemente la ‘mia’.
Io mi chiedo quanto noi siamo in grado – come credenti, come battezzati – di dire qual è la nostra comprensione del mistero di Cristo.
Quando parliamo siamo sempre umili, o falsi umili e diciamo: “non so, non capisco, sono grandi misteri della fede”. Ma nella nostra vita tutte le cose sono grandi: la vita di un figlio che cresce è una cosa grandissima, misteriosa, l’amore che ci lega agli altri, gli affetti, la collera, il dolore… sono misteri enormi, eppure sappiamo di averne una comprensione, certo non totale, ma quella che ci serve per vivere.
Forse se avessimo una misura della comprensione del mistero di Cristo, sapremmo come vivere dentro un conflitto o dentro tutte le situazioni della vita.
“Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù , a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo…”.
Sono tre dati molto importanti: partecipare alla stessa eredità, formare lo stesso corpo, essere partecipi della promessa.

Formare un solo corpo
Qui l’aggancio è quello che dicevamo prima: fare dei due un solo corpo, un solo uomo nuovo.
Non è un caso che Paolo usi tanto questa immagine del corpo.
L’immagine centrale è formare lo stesso corpo.
Ragioniamo seriamente su ciò che significa questa espressione, cancelliamo un po’ di idee che abbiamo nella testa sul formare un solo corpo, legato a tutti i temi matrimoniali più o meno melensi, eliminiamo un po’ di paccottiglia, altrettanto melensa, sull’unità, sul volersi bene perché siamo lo stesso corpo…
Per esempio: ognuno di noi impiega molti anni per avere una ‘passabile’ amicizia con il proprio corpo e poi, col passare degli anni, impieghiamo altrettanto tempo a recuperare una ‘passabile’ sopportazione del fatto che il nostro corpo cambia inesorabilmente. E’ vero che queste non sono delle grandi tragedie, ma è anche vero che il corpo è sempre quello, e a volte non sappiamo conviverci serenamente.
Quando diciamo: formare un solo corpo, diciamo più o meno una cosa così, una cosa assolutamente dinamica. Il corpo è la cosa che cambia maggiormente e più costantemente di qualsiasi altra esperienza noi abbiamo. Il nostro corpo è un cambiamento costante ed ha una dinamica interna per alcuni versi molto spietata, molto cinica, diremmo noi, in cui alcune cose servono ad altre.
Non c’è giustizia nel nostro corpo. Il problema non è unalegge, perché un corpo è una cosa viva, che, paradossalmente, ha una sua vita, comunque sia!
Quando si dice che i gentili sono chiamati in Cristo Gesù a formare lo stesso corpo, non si parla di un’unità del tipo “vogliamoci bene, trattiamoci bene”, ma si parla di un’unità inevitabile, molto dinamica, ingovernabile, in cui le cose hanno una vita autonoma.
Fino ai tredici anni siamo molto presenti a noi stessi ma, superata quell’età, noi abbiamo un’età e una faccia ‘dentro’ che non hanno quasi niente a che fare con la nostra età e la nostra faccia’fuori’. Noi sentiamo noi stessi in un modo che spesso non è quello che gli altri vedono, non è quello del nostro corpo.
Un’unità di questo tipo: formare un solo corpo! (Quando riceviamo l’eucarestia, ci viene detto che formiamo un solo corpo con Cristo). Questo è l’asse centrale: quanto allo stato delle cose, il mistero dice che noi formiamo un solo corpo.

Eredità e promessa
Poi c’è: “partecipiamo alla stessa eredità e siamo partecipi della stessa promessa”; una cosa sul futuro: l’eredità, e sul passato: la promessa. Non confondiamoci: la promessa non è il futuro, è da dove veniamo; ci siamo mossi su una promessa!
Le promesse che ci si scambia nel matrimonio si scambiano all’inizio, la promessa è un luogo fondante, non una certezza, è un luogo di partenza, il nostro passato. L’eredità è il nostro futuro.
Il grande mistero è che i gentili sono chiamati a formare un solo corpo, ad avere lo stesso passato e lo stesso futuro.
Il problema di un conflitto non è risolvere ciò di cui si sta discutendo, ma formare un solo corpo, avere un passato e un futuro in comune.
Se io discuto con una persona su un argomento, il problema della risoluzione del conflitto non sta nel risolvere il problema specifico, ma che se noi due non ragioniamo come se fossimo lo stesso corpo e avessimo lo stesso passato e lo stesso futuro, non ne verremo mai a capo!

La multiforme sapienza di Dio
“A me che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunciare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio”.
Questa espressione “la multiforme sapienza di Dio”, è molto bella.
Si potrebbe dire con una battuta: Dio è complicato, e questa è una bella notizia, perché vuol dire che in una di queste piccole anse della sua complicazione c’è un posto che mi sta a pennello.
Se Dio è una linea dritta, o tutti diventano dritti, o non ci stanno.
Siccome Dio ha una multiforme sapienza, una delle sue caratteristiche, detta in termini umani, è la creatività. Infatti si chiama Creatore. Ha un mucchio di curve, curvette, angolini, c’è un sacco di posto, perché ha una ‘multiforme sapienza’.
Non so se ci sarà un giorno in cui noi capiremo Dio, ma c’è una certezza: Dio ci capisce! Ha una multiforme sapienza!
Un mio amico dice sempre che Dio è un tipico esempio di intelligenza trasversale, che parte da genesi e arriva all’apocalisse facendo il giro di tutta la storia di tutti gli esseri umani e dunque ha angolini per tutti.
La multiforme sapienza di Dio viene manifestata ‘in cielo ai principati e alle potestà’ – due ordini angelici, secondo la cultura di Paolo -.
In cielo gli angeli vedono la multiforme sapienza di Dio e che cosa succede sulla terra?
Secondo il disegno eterno che è attuato in Cristo Gesù, Dio ha una sapienza multiforme che sta in cielo, ma poi attua una cosa: in Cristo Gesù ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio, per la fede in lui.
Quello che noi vediamo operante nella storia non è una soluzione, né la multiforme sapienza di Dio già sulla terra, ma è il coraggio di avvicinarci a Lui! Cioè la forza, l’energia, il fiato, la strada di cercare la misura di Dio.
Ho usato la parola misura due volte appositamente: avere una misura della nostra comprensione del mistero di Dio, ma avere la fiducia di poterci avvicinare alla misura di Dio, che è una misura multiforme.

La logica della croce
“Vi prego quindi di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi; sono gloria vostra”.
E’ un verso strano; c’è un bel gioco di pronomi. E’ radicalmente il contrario di quello che dicevamo la volta scorsa sulla rimozione.
Ognuno di noi direbbe: non ti preoccupare per le ‘tue’ tribolazioni, ti posso aiutare nelle tue tribolazioni a causa mia, e questo ci costituirebbe problema. Paolo dice: non vi preoccupate per le ‘mie’ tribolazioni a causa vostra perché sono gloria vostra.
Paolo applica la logica della croce, rovescia tutto!

La paternità di Dio
C’è poi questa specie di conclusione, di una modernità inquietante. “Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome…”.
Noi facciamo una confusione radicale: diciamo ‘Dio è Padre’ sottintendendo che noi sappiamo che cos’è un Padre e Dio assomiglia ai padri che conosciamo. Paolo dice l’esatto contrario: è la paternità di Dio, che noi non conosciamo, l’origine di tutte le paternità, che sono tutte brutte copie.
Dire che Dio è Padre non è un modo più facile di dire Dio, come siamo tentati di fare. Ai bambini diciamo che Dio è Padre, con l’ottimo risultato che se quelli hanno una pessima esperienza di paternità, hanno qualche problema con Dio.
Quando diciamo che in Gesù noi possiamo chiamare Dio ‘Padre’, noi diciamo che prendiamo la misura di Dio per vivere ogni possibile forma di paternità.
Le paternità sono le nostre possibilità interiori di dare leggi, norme, indicazioni, di avere un’autorità, di esercitare un riferimento, di essere il luogo di un consiglio… Tutte queste paternità dovrebbero essere a misura di Dio, cioè di ‘multiforme sapienza’, paternità ‘larghe’, con un sacco di anfratti.
Quando noi andiamo a cozzare contro la diversità di un altro, vissuta come un furto, è perché abbiamo una norma dentro di noi che è molto dritta, l’altro arriva un po’ di traverso e non ci sta. Allora la nostra ‘multiforme sapienza’ di paternità dovrebbe avere la misura di Dio.

Rafforzati dallo Spirito nell’uomo interiore
Paolo prega il Padre “…perché vi conceda (anche a noi!), secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore”.
Questa frase può voler dire: avere una potenza secondo lo Spirito nel nostro uomo interiore.
Abbiamo parlato spesso dell’interiorità, del problema del nostro ‘spazio’ interno. Tutti noi sappiamo quanto sia faticoso spostare qualcosa, anche se piccolissimo, dentro il nostro essere più profondo.
Tutte le volte che, per esempio, cominciamo una prossimità, una vicinanza con qualcuno, un amore, un’amicizia, la differenza dell’altro, per quanto gli vogliamo bene, chiede un po’ di spazio e sposta qualcosa… ci vogliono mesi nella vita quotidiana per riuscire a far sì che non faccia più male, che lì ci sia veramente uno spazio.
“…potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore”. Non c’è augurio migliore che possiamo farci tra cristiani: avere una forza potente nel nostro uomo interiore.
“Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori (è sempre ciò che Paolo chiede per noi!). Chiede che la forza potente dello Spirito rafforzi il nostro uomo interiore, faccia spazio nella nostra casa. Che in questa casa possa abitare il Cristo per la fede, cioè che l’immagine di Dio in noi, la nostra verità profonda posta in noi dalla creazione trovi corrispondenza nel Cristo che abita in noi. E così, radicati e fondati nella carità, (questa casa rinforzata dallo Spirito, abitata da Cristo, abbia le sue fondamenta nella carità!) siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.
Esito: abitare il conflitto, e forse la vita in generale, è una questione di misure: serve un uomo interiore ‘extra-large’.
La misura: l’altezza, la larghezza, la profondità dell’amore di Dio
La lunghezza, l’altezza, la profondità!
Pensate a tutti i testi che parlano del tempio e ci danno le sue misure: alla luce di questo testo noi siamo tempio dello Spirito Santo. Tutti i testi dell’antico testamento che raccontano lo splendore delle decorazioni del tempio, le pietre, le gemme, le porte… sono la descrizione del nostro uomo interiore.
La nostra anima dovrebbe avere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza incommensurabile dell’amore di Dio ed essere decorata. Anche su questo torneremo, parlando della Gerusalemme celeste.
“…perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Tanto spazio non è mai vuoto. Più spazio si ha, più questo spazio è pieno.
Qui c’è una questione che fa la differenza tra l’essere credenti o no.
Chi non ha fede in Dio teme molto il vuoto, teme che fare tanto spazio dentro di sé significhi poi avere tante esigenze e non farcela più a vivere la vita di tutti i giorni. Abbiamo paura che avere tanto spazio interiore, crei una grande fame, un grande bisogno e tendiamo ad avere uno spazio sempre più ristretto, sempre più misero, perché ‘bisogna pur accontentarsi…’.
Questo è un ragionamento ateo.
Chi è credente sa che può avere la misura di Dio e che questa misura di Dio, infinita, sarà colmata dalla sua pienezza e se uno ha tanto spazio (cioè meno bisogni ha), non sarà mai nella povertà.
Piccola conclusione: “A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni”.
La potenza che già opera in noi è la potenza che abbiamo ricevuto nel battesimo, la potenza originaria dell’immagine di Dio posta in noi nella creazione.
Ma sapere che colui che è di fronte a noi ha potere di fare molto più di quanto noi possiamo domandare o pensare, questo è atto della fede, compete a noi, nessuno può avere questa fiducia al posto nostro.
Questo testo ci offre veramente un paradigma: il conflitto radicale tra giudei e gentili viene abitato secondo la misura di Dio, ‘la multiforme sua sapienza’ e questo è un esercizio che riguarda l’uomo interiore, riguarda lo spazio che ciascuno di noi ha dentro.
Abitare la propria vita è veramente una questione di misura. Noi spesso siamo preoccupati dei contenuti: questo è buono, quello no, questo è giusto, quello è sbagliato, la carità, la speranza… Raramente ci occupiamo delle misure.
In questo testo Paolo sembra dirci che, escludendo l’essere malvagi, … ma in fondo nessuno di noi lo è, almeno intenzionalmente, … se decidiamo di essere un po’ buoni, da lì in poi il problema non è tanto di contenuti, ma di misure.
L’esercizio da fare è una misura interiore che sia la lunghezza, l’altezza, la profondità dell’amore di Dio.

(Testo non rivisto dall’autore)

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