LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE (Un testo inedito di mons. Luigi Padovese 2010, in memoria)

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LA SPIRITUALITÀ DELL’INCARNAZIONE D’IRENEO DI LIONE

Un testo inedito di mons. Luigi Padovese

ROMA, venerdì, 24 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo un testo inedito dal titolo « Caro capax salutis: la spiritualità dell’Incarnazione d’Ireneo di Lione » scritto dal Vescovo Luigi Padovese, frate cappuccino, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun, in Turchia, il 3 giugno scorso.

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Con Ireneo ci troviamo nella seconda metà del secolo II, in un periodo nel quale la Chiesa reagisce contro le riduzioni e le false letture del cristianesimo operate dallo gnosticismo. L’opera del vescovo di Lione va situata e letta, perciò, entro un preciso contesto polemico. Gli interessi d’Ireneo sono di ordine prevalentemente dogmatico, eppure su questa base è possibile risalire per via analitica alla sua spiritualità che “risponde alla tradizione pubblica apostolica ereditata da Policarpo e da altri insigni presbiteri, discepoli dell’evangelista Giovanni”. Il pensiero d’Ireneo è tutto volto a recuperare o a ravvivare la convinzione che l’unico Dio fin dal principio s’è preso cura di tutto l’uomo (anche della carne), e di tutti gli uomini (non soltanto gli ‘spirituali’). […]
La storia di Dio, attraverso il Verbo e lo Spirito Santo, si rende presente all’uomo per predisporlo alla incorruttibilità. Senza questa presenza divina l’uomo cesserebbe di esistere, infatti come “la gloria di Dio è l’uomo vivente, [così] la vita dell’uomo è la manifestazione di Dio. Di questa manifestazione il punto centrale diviene l’incarnazione. Su di essa si erge tutta la speranza d’Ireneo. Infatti “nei tempi passati si diceva che l’uomo era fatto a immagine di Dio, ma ciò non appariva perché il Verbo era ancora invisibile: per questa ragione la rassomiglianza s’era facilmente perduta. Ma quando venne il Verbo egli mostrò la vera immagine e ristabilì la somiglianza in modo stabile, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile per mezzo del Verbo visibile”. È questo rapporto di similarità tra il nostro essere e quello di Cristo – rapporto preordinato da Dio – che dà significato all’incarnazione. Col farsi ‘carne’, Cristo è divenuto il modello per ogni carne che in Lui e per Lui è aperta alla salvezza e ‘si scopre’ ad immagine di Dio. Guardando Cristo l’uomo prende coscienza della propria dignità e del destino cui Dio lo chiama. In questa luce, la speranza cristiana è una ‘speranza incarnata’. Non proviene dall’alto, come una specie di ‘deus ex machina’ che vince la disperazione dell’uomo impotente. Essa, piuttosto, viene dalla terra, come la Verità: “Veritas de terra orta est” (Sal 84,12). Come è stato un uomo a privarci della speranza, così dev’essere un uomo a restituircela. La speranza dell’uomo, insomma, nasce dall’uomo. È in questa prospettiva che vanno collocati i frequenti rimandi d’Ireneo al carattere realissimo dell’umanità di Gesù.
Che salvezza avrebbe potuto sperare l’uomo se il Salvatore non avesse assunto la sua realtà? E che tipo di speranza avrebbe dovuto nutrire questo uomo se Gesù non gli avesse insegnato come sperare? Il Cristo, allora, per Ireneo diviene l’oggetto ed il maestro della speranza. Ne è l’oggetto proprio attraverso la sua carne terrena. Difatti “sulla carne del nostro Signore irrompe la luce del padre, e brillando a partire dalla sua carne, viene su di noi, e così l’uomo giunge all’incorruttibilità”. E altrove: “Se non è nato [Cristo], neanche è morto; e se non è morto, neanche è risorto dai morti. E se non è risorto dai morti, neanche ha vinto la morte, e non è stato distrutto il regno di questa; e se non è stata vinta la morte, come ci innalzeremo alla vita noi, sin dall’inizio soggetti alla morte?” Di questa speranza si mostra, poi, il maestro per tutti gli uomini avendo passato le età dell’uomo e quindi fattosi partecipe dell’esperienza d’ognuno. Questa piena condivisione, trova naturalmente delle applicazioni concrete. Nel momento delle tentazioni, ad esempio, non è il Figlio di Dio che vince il demonio, ma il Figlio dell’uomo. “Le sue armi furono, da un lato, la preghiera e la santità di vita, e dall’altro la ‘parola di Dio’ evocata nella sua vera luce per dissipare la frode e docilmente accettata. Non dovette far ricorso al miracolo: gli bastò essere docile alla parola del Creatore. Il potere del Verbo gli si lasciò sentire, più che per comunione ipostatica con lui, mediante la fede nella Parola di Dio, norma della propria vita in corpo ed anima. Per la stessa ragione, anche nella passione è l’uomo Cristo che, proprio in forza della sua umanità ci insegna a lottare e a vincere il demonio. Il carattere ‘esemplare’ dell’agire di Cristo è messo in evidenza da ireneo nel testo che segue: “Se non ha patito davvero, non gli si deve alcuna gratitudine, non essendoci stata la passione. E quando noi dovremo soffrire veramente, apparirà come un impostore esortandoci a porgere anche l’altra guancia, quando si è percossi, se non ha patito veramente egli inganna anche noi esortandoci a sopportare ciò che lui stesso non ha sopportato; e noi saremo al di sopra del maestro, patendo e sopportando ciò che il maestro non ha patito e non ha sopportato”. Resta comunque vero che se Cristo diviene causa esemplare della nostra speranza, non è soltanto in forza della sua umanità. Pertanto “quanti dicono che egli è stato generato da Giuseppe, scrive Ireneo, ed hanno speranza in lui, si escludono dal regno”. Il motivo di queste parole è evidente: il Verbo doveva essere uomo per mostrar la bontà della carne da Lui creata e perché il demonio che aveva vinto l’uomo fosse ora sconfitto da un uomo. Al tempo stesso, però, occorreva che fosse Dio a venirci incontro perché “se non fosse stato Lui a donarci la salvezza, non l’avremmo ricevuta stabilmente. E se l’uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto divenire partecipe della incorruttibilità. Queste considerazioni d’Ireneo approfondiscono quanto s’è affermato prima: la speranza dell’uomo nasce dall’uomo, ma non da uno qualsiasi bensì da chi “per il suo sovrabbondante amore s’è fatto ciò che siamo noi, per fare di noi ciò che è lui stesso”.
Alla luce di queste parole va colto il senso profondo dell’Eucaristia che è una delle ‘economie parziali’ nell’unico piano di salvezza. Per capirne i significato, Ireneo rileva il suo legame con l’incarnazione, poiché tanto in quella che in questa è lo stesso evento che si realizza: una unione salvifica con Dio operata tramite la carne di Cristo. “Poiché pieno di Spirito Santo, il Cristo è, nel senso più rigoroso del termine un uomo spirituale, e il sacramento che ci fa partecipare alla sua carne ci dà in potere, sotto apparenze terrestri, una realtà celeste: la sua umanità tutta penetrata dallo Spirito di Dio, divenuta Spirito Vivificante. Essa ci vivifica. L’uomo non può fare a meno di questo contatto con la carne di Cristo; dev’essere innestato in Lui come l’ulivo selvatico sull’ulivo domestico. Rifiutare questa unione significa condannarsi ad essere ulivo secco, infruttuoso. Ciò comporta, infatti, un discostarsi dal modello di uomo perfetto che è Cristo. Da queste considerazioni scaturisce una conseguenza che Ireneo tiene a sottolineare nei testi propriamente eucaristici del Contro le eresie. Se, cioè, l’incontro col Verbo Incarnato dà salvezza, questa abbraccerà tutto l’uomo, non esclusa la carne. Anzi, la salvezza sarà più evidente in quell’elemento dell’uomo che solo è passibile di morte e corruzione: la carne. “Il Verbo, infatti, non è venuto a santificare le menti, ma gli uomini. La sua missione non fu quella d’innalzare le sole anime alla visione del Padre, bensì gli uomini, facendo la loro carne atta ala visione di Dio”. Contro l’obiezione gnostica fondata sull’espressione di Paolo “la carne ed il sangue non possono ereditare il regno di Dio (1Cor 15,50), Ireneo risponde osservando che da soli effettivamente non lo possono, ma per il fatto che ricevono il corpo di Cristo ed il pegno dello Spirito Santo, essi vengono assimilati a Lui. In quanto membra del copro di Cristo comunicano alle qualità del medesimo, quindi anche alla sua incorruttibilità. Eppure questa comunicazione o assimilazione, ha luogo progressivamente. Non si tratta già di disprezzare la realtà creata, corpo e anima, ma di conformarsi al modello che Cristo ci offre nella sua carne ‘pneumatica’. E questo processo richiede tempo. In fondo l’Eucaristia rientra nel disegno educativo di Dio che, progressivamente, dispone l’uomo a scegliere Dio, ad obbedirgli, a conformarsi a Lui. In questo processo di graduale osmosi tra sostanza divina e umana, va accantonato l’equivoco di ritenere l’incorruttibilità come il risultato d’un processo quasi biologico più meno dipendente dall’incarnazione, una specie di divinizzazione ‘per contatto’, quasi che questo bastasse. Ireneo rimuove questa falsa interpretazione facendo presente che se “i nostri corpi ricevono l’Eucaristia e non sono più corruttibili perché hanno speranza della resurrezione, occorre che siano anche in grado di produrre frutti spirituali.
A questo punto il nostro discorso si volge allo Spirito Santo. Il senso della sua azione nell’uomo è compendiato da Ireneo in queste parole: “Dov’è lo Spirito del Padre, li è l’uomo vivente: il sangue razionale custodito da Dio per la vendetta e la carne ereditata dallo Spirito, dimentica di sé per aver acquistato la qualità dello Spirito ed essere divenuta conforme al Verbo di Dio”. È significativa l’espressione finale ‘carne conforme al Verbo di Dio’. Lo Spirito sarebbe allora presente in noi per conformarci al Verbo di Dio. Questi infatti, quale secondo Adamo, ha realizzato in sé la perfetta somiglianza con Dio che il primo Adamo aveva smarrita. Ma come l’ha realizzata? Se si tiene conto che è lo Spirito l’operatore della ‘somiglianza’, anzi, che Egli stesso è questa ‘somiglianza’ smarrita da Adamo per il peccato, si può dedurre che Cristo lo possedette in pienezza. Dal canto suo l’uomo, conformandosi a Cristo, ripristina il piano originale divenendo pienamente ‘ad immagine e somiglianza di Dio’. Soltanto così torna ad essere l’uomo perfetto, perché come Cristo, è costituito di anima, di carne e di Spirito. “Ireneo – afferma G. Joppich – non vede nella nostra unione con lo Spirito Santo il termine dello sviluppo, ma piuttosto l’opera dello Spirito Santo è da intendersi come l’ultima fase del nostro essere trasformati a somiglianza del Logos”.
È per la sua somiglianza che dobbiamo attenderci l’incorruttibilità. Lo Spirito Santo ci dispone ad essa; ne è altresì il pegno, il suggello e, in quanto tale, il principio della speranza seminato nel nostro corpo. Argomentando ‘a fortiori’, Ireneo dichiara: “Se fin d’ora, avendo ricevuto il pegno dello Spirito, gridiamo: ‘Abba, Padre’, che cosa accadrà quando, risuscitati, l vedremo faccia a faccia, quando tutte le membra faranno zampillare abbondantemente un inno di esultanza, glorificando colui che li avrà risuscitati dai morti e avrà donato loro la vitae terna? Infatti, se già il pegno abbracciando l’uomo da ogni parte in sé stesso, gli fa dire: ‘Abba, Padre’, che cosa farà la grazia intera dello Spirito, quando sarà data agli uomini da Dio? Ci renderà simili a lui e porterà a compimento la volontà del Padre, perché farà l’uomo a immagine e somiglianza di Dio”. Quest’opera di progressiva assimilazione al Figlio, ovvero questa ricomposizione della somiglianza con Dio che si compie per tappe successive, non termina neppure con la morte, ma anzi continua in quel regno messianico che, secondo Ireneo, si pone tra la resurrezione e il giudizio finale. […] Lo scopo di questo regno è quello di preparare gli uomini, gradualmente, a ricevere l’incorruttibilità che proviene dalla visione di Dio. In esso, dunque, Cristo porterà a compimento il senso dell’incarnazione, quello cioè di adattare gli uomini al Padre perché Egli comunichi ad essi la sua incorruttibilità. Essere ‘incorruttibili’ significa allora partecipare alla natura di Dio. Ma tutto ciò è opera di Dio. L’uomo deve soltanto lasciar fare, non sottrarsi. In tal caso egli sarà sempre discepolo e Dio sempre maestro. Per questa ragione, secondo Ireneo, il trinomio fede/speranza/carità, inteso come espressione di dipendenza, non cesserà mai, nemmeno nell’altra vita. Conseguentemente l’incorruttibilità che Ireneo addita come il fine del cammino umano, non va intesa come una partecipazione ‘statica’ alla vita di Dio, quasi che egli ce la conferisca ‘una tantum’. Essa, piuttosto, proprio perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Essa, piuttosto perché è vita, è partecipazione ‘dinamica’ all’essere divino. Per questa ragione la speranza in Dio non verrà mai meno perché sempre aspetteremo che Egli, attingendo alla pienezza del suo essere, cu stupisca con doni sempre più grandi. “Speriamo – scrive Ireneo – di ricevere e di imparare qualcosa di più da Dio, poiché è buono ed ha infinite ricchezze e un regno senza limiti e una sapienza immensa”. Stando dunque a quanto s’è venuto dicendo, la speranza, per Ireneo, non sfocia in un ‘compimento’ che la rende inutile. Essa è invece una virtù ‘dinamica’ perché da un lato poggia sul continuo divenire dell’uomo e dall’altro sulla realtà effusiva di Dio che mai cesserà “di distribuire al genere umano in misura sempre maggiore la sua grazia e onorare continuamente con doni sempre più grandi coloro che gli piacciono”. La spiritualità d’Ireneo si configura, dunque, come spiritualità attenta all’uomo concreto, alla sua carne. Proprio per questa ragione è una spiritualità ricca di speranza.

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