Archive pour mai, 2012

Papa Giovanni Paolo II: (sullo Spirito Santo negli scritti paolini)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19901010_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 ottobre 1990

(sullo Spirito Santo negli scritti paolini)

1. Abbiamo visto nella catechesi precedente che la rivelazione dello Spirito Santo come Persona nell’unità trinitaria col Padre e col Figlio trova negli scritti paolini espressioni molto belle e suggestive. Continuiamo oggi ad attingere dalle Lettere di san Paolo altre variazioni su quest’unico motivo fondamentale. Esso ritorna spesso nei testi dell’apostolo, permeati di una fede viva e vivificante nell’azione dello Spirito Santo e nelle proprietà della sua Persona che, mediante l’azione, si rendono manifeste.
2. Una delle espressioni più elevate e più attraenti di questa fede, che sotto la penna di Paolo diventa comunicazione alla Chiesa di una verità rivelata, è quella della “inabitazione” dello Spirito Santo nei credenti, che sono il suo tempio. “Non sapete – egli apostrofa i Corinzi – che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3, 16). “Abitare” si dice normalmente di persone. Qui si tratta dell’“inabitazione” di una persona divina in persone umane. È un fatto di natura spirituale, un mistero di grazia e di amore eterno, che proprio per questo viene attribuito allo Spirito Santo. Tale inabitazione interiore influenza l’uomo intero, così com’è nella concretezza e nella totalità del suo essere, che l’apostolo più volte denomina “corpo”. Difatti anche in questo scritto, poco più oltre il passo citato, sembra incalzare i destinatari della sua Lettera con la stessa domanda: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6, 19). In questo testo il riferimento al “corpo” è quanto mai significativo circa il concetto paolino dell’azione dello Spirito Santo in tutto l’uomo!
Si spiega così e si capisce meglio l’altro testo della Lettera ai Romani sulla “vita secondo lo Spirito”. Leggiamo infatti: “Non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”. “E se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 9. 11).
Dunque l’irradiazione dell’inabitazione divina nell’uomo è estesa a tutto il suo essere, a tutta la sua vita, che si colloca in tutti i suoi elementi costitutivi e in tutte le sue esplicazioni operative sotto l’azione dello Spirito Santo: dello Spirito del Padre e del Figlio, e quindi anche di Cristo, Verbo incarnato. Questo Spirito, vivente nella Trinità, è presente in virtù della redenzione operata da Cristo in tutto l’uomo che si lascia “abitare” da lui, in tutta l’umanità che lo riconosce e lo accoglie.
3. Un’altra proprietà attribuita da san Paolo alla persona dello Spirito Santo è lo “scrutare” tutto, come scrive ai Corinzi: “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” (1 Cor 2, 10. 11).
Questo “scrutare” significa l’acutezza e la profondità della conoscenza che è propria della Divinità, nella quale lo Spirito Santo vive col Verbo-Figlio nell’unità della Trinità. Per questo è uno Spirito di luce, che è per l’uomo maestro di verità, come l’ha promesso Gesù Cristo (cf. Gv 14, 26).
4. Il suo “insegnamento” riguarda prima di tutto la realtà divina, il mistero di Dio in se stesso, ma anche le sue parole e i suoi doni all’uomo. Come scrive san Paolo: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2, 12). È una visione divina del mondo, della vita, della storia, quella che lo Spirito Santo dà ai credenti; un’“intelligenza di fede” che fa innalzare lo sguardo interiore ben al di sopra della dimensione umana e cosmica della realtà, per scoprire in tutto la proiezione dell’azione divina, l’attuazione del disegno della Provvidenza, il riflesso della gloria della Trinità.
Per questo la liturgia nell’antica sequenza della Messa per la festa della Pentecoste ci fa invocare: “Veni, Sancte Spiritus, et emitte coelitus lucis tuae radium . . . Vieni, Spirito Santo, e donaci un raggio della tua luce di cielo. Vieni, padre dei poveri, elargitore di doni, vieni, luce dei cuori . . .”.
5. Questo Spirito di luce dà anche agli uomini – specialmente agli apostoli e alla Chiesa – la capacità di insegnare le cose di Dio, come per un’espansione della sua stessa luce. “Di queste cose noi parliamo, – scrive Paolo – non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali”. È il discorso dell’apostolo, il discorso della Chiesa primitiva e della Chiesa di tutti i tempi, il discorso dei veri teologi e catechisti, che parlano di una sapienza che non è di questo mondo, di “una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 13. 6-7).
Una tale sapienza è un dono dello Spirito Santo, che occorre invocare per i maestri e predicatori di tutti i tempi: il dono di cui parla san Paolo nella stessa Lettera ai Corinzi: “A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza” (1 Cor 12, 8). Scienza, sapienza, forza della parola che penetra nelle intelligenze e nelle coscienze, luce interiore che mediante l’annuncio della verità divina irradia nell’uomo docile e attento la gloria della Trinità: tutto è dono dello Spirito Santo.
6. Lo Spirito, che “scruta anche le profondità di Dio” e “insegna” la sapienza divina, è anche Colui che “guida”. Leggiamo nella Lettera ai Romani: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”. Qui si tratta della “guida” interiore, che va alle radici stesse della “nuova creazione”: lo Spirito Santo fa sì che gli uomini vivano la vita dei figli della divina adozione. Per vivere in questo modo, lo spirito umano ha bisogno della consapevolezza della divina figliolanza. Ed ecco, “lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8, 14. 16). La testimonianza personale dello Spirito Santo è indispensabile perché l’uomo possa personalizzare nella sua vita il mistero innestato in lui da Dio stesso.
7. In questo modo lo Spirito Santo “viene in aiuto” alla nostra debolezza. Secondo l’apostolo, ciò avviene in modo particolare nella preghiera. Egli scrive infatti: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). Per Paolo, dunque, lo Spirito è l’artefice interiore dell’autentica preghiera. Egli, mediante il suo divino influsso, penetra dall’interno la preghiera umana, e la introduce nelle profondità di Dio.
Un’ultima espressione paolina in un certo modo comprende e sintetizza tutto ciò che abbiamo attinto finora da lui su questo tema. Eccola: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm 5, 5). Lo Spirito Santo è dunque Colui che “riversa” l’amore di Dio nei cuori umani in modo sovrabbondante, e fa sì che possiamo prendere parte a questo amore.
Da tutte queste espressioni, così frequenti e coerenti col linguaggio dell’apostolo delle Genti, ci è dato di conoscere meglio l’azione dello Spirito Santo e la persona stessa di Colui che agisce nell’uomo in modo divino. 

Murillo, Vision to St. Francis

Murillo, Vision to St. Francis dans immagini sacre vision-to-st-francis-1646

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SAN PAOLO E SAN FRANCESCO, GIOVANI PER I SECOLI

http://www.zenit.org/article-17087?l=italian

SAN PAOLO E SAN FRANCESCO, GIOVANI PER I SECOLI

Gli otto secoli di vita di un movimento perennemente giovane

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di padre Franco Careglio apparso sull’ottavo numero della rivista « Paulus » (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

* * *
di Franco Careglio OFM-Conv

L’anno 2009 segna una scadenza di rilievo per l’Ordine Francescano: la ricorrenza dei suoi otto secoli di vita. Non è poco per il movimento religioso iniziato dal giovane umbro Francesco, figlio di Pietro, il quale, intorno ai 25 anni, iniziò un deciso cammino di conversione che lo condusse a divenire perfetto seguace di Cristo. La sua conversione non fu improvvisa e folgorante come quella di Paolo undici secoli prima, ma in pochi anni andò delineandosi e attuandosi nella sua mente e nella sua vita. Entrambi questi personaggi hanno, pur dopo tanti secoli, una loro straordinaria propositività: Paolo per l’ineguagliabile capacità di comunicazione, che gli permise di annunciare la salvezza di Cristo nonostante le distanze, i pericoli, le diversità culturali, le persecuzioni; Francesco per la pace e la gioia profonda dell’anima, illuminata dalla consapevolezza di avere Dio per Padre e Cristo per fratello. Due mondi diversi, lontani cronologicamente e geograficamente, che tuttavia si accordano perfettamente, perché uniti dalla stessa divorante passione: Dio. Ne consegue che entrambi amarono con altrettanta forza ciò che Dio ama più di tutto, l’uomo. Sia l’uno che l’altro diedero prova di coraggio estremo, confidando sempre, senza cedimenti, nell’amore di Dio. Entrambi fecero esperienza di Dio in giovane età. Da questo i giovani potrebbero trarre non pochi spunti per una proficua riflessione.
Secondo la cronologia più attendibile, la conversione di Paolo avvenne verso i trent’anni; Francesco conobbe Cristo qualche anno prima, tra i 23 e i 25. Nel 1209, appunto ottocento anni fa,  si recò a Roma e venne ricevuto dal potentissimo Innocenzo III, che approvò la forma di vita sua e dei suoi compagni; ed è davvero un merito da accreditare a questo pontefice l’aver accolto il giovane umbro, dall’aspetto certo poco gradevole.
Innocenzo diede l’approvazione orale, e Francesco poté quindi vivere la sua Regula vitae, detta poi “non bollata” perché non approvata mediante un documento; sarà poi papa Onorio III, quattordici anni dopo, ad approvare con la lettera apostolica Solet annuere (29.11.1223) una Regula redatta sempre dal Santo, però più breve e meno densa di citazioni bibliche e detta quindi Regola “bollata”.
  Fu lo Spirito di Dio, dal quale Innocenzo si lasciò guidare, a infondere nella sua mente fiducia in quello strano individuo; così come si lasciò guidare Ananìa (At 9,10-19), che si fidò dello Spirito e accolse il feroce persecutore dei cristiani, Saulo. A quelle età della vita, chiaramente, l’entusiasmo non manca; ma sia l’uno che l’altro non fecero caso al trascorrere degli anni, e continuarono l’energico lavoro di conversione propria e di apostolato fino a che le forze lo permisero loro. Queste caratteristiche, certamente, accomunano i due personaggi: il coraggio, la volontà di proseguire sempre, la tenacia indomabile.  Paolo incontrò ogni sorta di prove, durissime, come lui stesso narra nella Seconda lettera ai Corinti (2Cor 11,26), vero gioiello del Nuovo Testamento. Francesco incontrò incomprensioni terribili, avversioni, tribolazioni di ogni genere; eppure si recò in Palestina (1219), fu il primo cristiano, nella storia, a parlare con un esponente di altra fede non con il linguaggio della spada ma con quello della bontà; volle pure recarsi a Santiago ma non vi riuscì, per l’incurabile male agli occhi. Da dove dunque è venuta tanta forza a questi due uomini? Probabilmente, dal saper vedere il mondo con gli occhi di un bambino, il mondo cioè «fatto di giocattoli» (Mons. Tonino Bello), senza nascondersi i gravi problemi del loro tempo. Considerando brevemente due scritti dell’uno e dell’altro, si può forse evidenziare l’eterna giovinezza di questi uomini, che non sono uomini da ore devote o santi che reggono il giglio, ma cristiani che si sono innestati nei flutti della storia, vivendo appieno l’invito di Cristo (Mt 28,19) e fidandosi ciecamente della sua incontrovertibile promessa (Mt 28,20).
Il titolo con cui Paolo si presenta ai suoi cristiani e che difende con fermezza nei confronti degli avversari è quello di “apostolo di Gesù Cristo”. Egli però non fu discepolo di Gesù durante la sua vita terrena, anzi certo non lo conobbe neppure di persona: il suo apostolato deriva dal fatto che sulla via di Damasco il Risorto apparve anche a lui, «come a un aborto» (1Cor 15,8), cioè fuori tempo, quando ormai era chiuso il ciclo delle apparizioni ufficiali. Nella Seconda lettera ai Corinti, documento d’inestimabile ricchezza spirituale e umana, e anche uno degli scritti più lunghi e densi dell’Apostolo, si trova una frase che è ben significativa della sua ansia per Dio e per gli uomini: «L’amore del Cristo ci spinge» (5,14) che la nuova versione della Bibbia (2008) traduce con «l’amore del Cristo ci possiede»: espressione più efficace di un amore che non ammette deroghe o compromessi, tanto che «se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (5,17). L’Apostolo insegna qui che il credente è fin d’ora una nuova creatura, ma deve camminare con estrema serietà verso la riconciliazione piena, eliminando i vizi che ancora minacciano il suo rapporto con Cristo. Il credente sarà perciò vero creatore di novità, sarà, per così dire, escavatore di umanità, portando alla superficie i tesori vecchi e nuovi come lo scriba di cui parla il vangelo (Mt 13,52). Il futuro sarà affidato non tanto agli uomini politici, che si aggirano dentro una strettoia terribile, quella della ragion di Stato, e nemmeno alle masse intese come forza d’urto, ma a questa rivoluzione sapienziale dell’amore di Cristo, unico centro creativo che informa la coscienza dell’uomo. Il regno di Dio, di cui spesso si parla, è il povero che abbiamo incontrato, è la giornata che abbiamo vissuto, è lo spettacolo di bellezza che abbiamo osservato, è la notizia tragica che ci ha colpito: eventi vissuti e sofferti nell’amore totale del Cristo, dal quale siamo avvolti e spronati.
Da notare poi che, se si confronta il nucleo centrale del messaggio di Gesù con quello di Paolo, appaiono senza dubbio innegabili somiglianze, che possono essere riassunte nell’iniziativa gratuita di Dio in favore del suo popolo e di tutta l’umanità. Non meno chiare sono però le differenze: mentre Gesù pone al centro del suo annuncio il regno di Dio, compiendo le opere che ne manifestano la venuta, Paolo concentra la sua attenzione sull’evento della morte e della risurrezione di Cristo, nel quale Dio stesso è all’opera per la giustificazione dell’uomo peccatore. Pur rivendicando un ruolo di primo piano nel disegno di Dio, Gesù non si attribuisce espressamente i titoli di Messia, Signore e Figlio di Dio; Paolo invece incentra su di essi tutta la sua cristologia. Sia Gesù che Paolo si schierano contro la legge mosaica: ma mentre il primo ne relativizza le disposizioni subordinandole alla pratica dell’amore verso Dio e il prossimo, il secondo squalifica la legge opponendo ad essa la fede, quale unica via per ottenere la giustificazione.
Nel “Testamento” redatto (o meglio dettato) da Francesco, si trova una frase che pare essere la chiave di comprensione della vita di questo giovane: «Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e con essi usai misericordia». Si veda il volume delle Fonti Francescane, Padova 2004, al n. 110.
«E ciò che mi sembrava amaro – continua il testo – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo». Ciò che fece scattare la conversione di Francesco fu dunque la vista dei lebbrosi. Egli si lasciò condurre dal Signore, e ciò che prima gli appariva ripugnante gli si cambiò in dolcezza. Da questa storia emerge un’altra immagine di Dio che è un’altra immagine dell’uomo. Quando è in crisi l’immagine di Dio è in crisi l’uomo, e viceversa. Dobbiamo dunque alimentare la nostra fede sposando la causa degli ultimi, come fece otto secoli fa Francesco, e non per semplice carità cristiana e nemmeno soltanto per un senso di giustizia. La nostra unica giustizia non è altro che Cristo, che ci sprona e ci possiede. Il nostro senso di giustizia, infatti, è sempre storicamente determinato e, quando l’avessimo realizzato, ci troveremmo magari a essere oppressori degli ultimi (ieri lebbrosi soltanto, oggi lebbrosi ammalati di AIDS). La nostra immagine di giustizia è una nostra via, ma le vie della giustizia di Dio non sono le nostre vie. La nostra via, e qui è sempre Paolo a ricordarlo, è il Cristo «crocifisso per la sua debolezza» (2Cor 13,4), perciò io devo compiacermi «nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Restituire a Dio la sua santità, abolendo le immagini letterarie o scientifiche che presumono di tradurlo, non vuol dire cadere in un fideismo cieco. Chi parla di Dio con sicurezza da professore è potenzialmente un uomo iniquo. Solo se c’è adorazione, tremore, incapacità a volte di dire chi è Dio se non vedendolo nell’aspetto repellente del lebbroso, allora c’è anche rispetto per l’uomo. Francesco trovò la fede, e quindi la verità, sotto la santità e la durezza della croce, nel volto sfigurato dei malati. Ritrovare la fede, dunque, significa, sul piano storico, farsi garanti della libertà e della vita della persona; abolire tutte le barriere, tutte le discriminazioni consumate sulla stessa vita umana nello sterile e misero dibattito su ciò che è vita e ciò che vita non è; riconoscere che vita è sinonimo di giovinezza perenne dello spirito, indipendentemente dagli anni o dalla condizione fisica o sociale, respingendo le catalogazioni che rendono ancora così disumana la nostra società postmoderna.
Da persone come Paolo e Francesco inizia un discorso che va lasciato al silenzio di ognuno, ma che non può risolversi se non in un rinnovato impegno ad adoperarsi perché cambi questa società e sia non un luogo di divisioni e di conflitti, ma di unione nel Cristo, segno di unità tra tutti gli uomini. Non di competizione e conflittualità parlano Paolo e Francesco, ma di animazione cristiana interna al cammino storico fino alle prospettive che superano miti e dualismi e si identificano con l’eterna comunione con quel Dio che sarà un giorno Tutto in tutti.
Se qualcuno volesse conoscere più approfonditamente il messaggio francescano, può rivolgersi al sottoscritto presso la direzione di Paulus.

Negli inni di sant’Efrem di Nisibi (Manuel Nin) (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2012/051q01b1.html

OSSERVATORE ROMANO – 1 MARZO 2012

Negli inni di sant’Efrem di Nisibi

Oggi digiunano bocca e cuore

di MANUEL NIN

Gli Inni sul digiuno di Efrem di Nisibi sono una decina di testi poetici con una chiara unità tematica che ne fa quasi un unicum: il loro nucleo ispiratore comune è costituito infatti dal digiuno considerato sotto angolature diverse. Anzitutto si mette in luce il modello osservato in Cristo per quaranta giorni nel deserto: « Questo è il digiuno del Primogenito, l’inizio dei suoi trionfi. Rallegriamoci della sua venuta! Con il digiuno, infatti, egli ottenne la vittoria, sebbene in ogni modo potesse ottenerla. A noi mostrò la forza che è celata nel digiuno, che vince tutto. Con esso, infatti, si sconfigge colui che, con il frutto, sconfisse Adamo: pure con avidità l’inghiottì! Benedetto sia il Primogenito, che eresse il muro del suo grande digiuno attorno alla nostra debolezza ».
Come esempi di digiunanti molti personaggi dell’Antico Testamento sono presentati sia come modelli per i cristiani sia come figure e precursori di Cristo stesso. Nello stesso tempo, per esaltare il digiuno come un « frutto bello » – che può tuttavia diventare guasto se non è praticato con la più sincera ispirazione – l’autore si serve anche di immagini tratte da ciò che lo circonda: « Osserva la natura, nel caso in cui siano stati contaminati frutti allettanti in qualcosa infetto! Il nostro senso ne prova disgusto, una volta che siano stati ben lavati ». Oppure si avvale di immagini della quotidianità: « Benedetto colui che ci donò un’immagine, in cui, se ben guardiamo, si trova lo specchio per la nostra invisibile unità. Vediamola, miei fratelli, nei simboli delle cose visibili. Osserviamo il caglio: se è immesso nel latte liquido, non cola più la sua liquidità, poiché si rapprende insieme alla forza coagulante ».
Nei testi di Efrem scorrono dunque una serie di bellissime immagini che mostrano la sua capacità di guardare e penetrare a fondo il mondo creato, di vederne i simboli in esso celati e di cui servirsi come saggi ammaestramenti: « Esaminate gli effetti della carne su un volatile! Se ne mangia una grande quantità essa fiacca la sua ala appesantendola, ed esso non può volare, come in precedenza. Se l’aquila che vola più in alto di tutti è stata troppo vorace, non può più librarsi nell’aria nel modo di prima. Poiché un organismo leggero con la carne aumenta il suo peso, quanto più uno pesante, che ne mangia, sarà appesantito ».
Efrem presenta il digiuno come vittoria di Cristo su colui che vinse a sua volta Adamo col frutto dell’albero. Il digiuno di Cristo stesso nel deserto precederà la sua vittoria contro il nemico, e quindi è l’arma con cui il Signore ottenne la vittoria. La vittoria ottenuta col digiuno deve rendere l’uomo attento a non cadere di nuovo nelle mani del nemico che, con astuzia, getta le sue trappole e tende a sua volta le sue armi: « Non date credito, o semplici, all’Ingannatore, che deruba i digiunanti! Infatti, chi vede astenersi dal pane, l’ingannatore lo riempie di collera; a chi vede in preghiera insinua un pensiero dopo l’altro e, furtivamente, gli sottrae dal cuore la preghiera della sua bocca. Nostro Signore, donaci l’occhio in grado di vedere come quegli derubi la verità con frode ».
Il digiuno ancora è presentato come vittoria che porta il cristiano alla purificazione e alla visione di Dio; qui troviamo un tema caro a Efrem e agli autori siriaci posteriori, quello della purezza di cuore che conduce, quale culmine d’un cammino di elevazione spirituale, alla visione di Dio. Questo è il gradino più alto che l’uomo può attingere: « Questo è il digiuno che eleva in alto: sorse dal Primogenito per elevare in alto i piccoli. Per chi è accorto il digiuno è motivo di gioia, vedendo quanto sia stato elevato in alto. Il digiuno purifica invisibilmente l’anima, perché possa contemplare Dio ed elevarsi alla sua visione ».
Nello stesso tempo Efrem non esita a biasimare il digiuno compiuto nell’ignoranza, perché non porta alla « visione » ma alla « cecità » chi lo pratica, fino ad uccidere il vero Agnello pasquale: « Venite, ricordiamo, digiunando, cosa fecero gli stolti durante i loro digiuni! A Pasqua uccisero il Signore della Pasqua. Nella festa immolarono il Signore delle feste. Leggevano senza capire e spiegavano senza percepirne il senso! Lessero nelle Scritture; lo appesero sul legno. Le figure nei libri; la verità sul legno. Crocifissero l’Agnello di verità e lo appesero. Lo avevano crocifisso i ciechi, che si accesero d’invidia e, disorientati, errarono. In mezzo ai crocifissori visibili stava una comunità spirituale, invisibilmente ».
Inoltre Efrem offre una lettura simbolica dei fatti anticotestamentari alla luce del Nuovo Testamento: « Mosè stava là con le sue braccia stese e il suo bastone sul petto. Stupore sulla cima del monte: steso il braccio e il bastone innalzato, come sul Golgota. Un loro testimone esclamò a loro riguardo: questo simbolo ha vinto Amalek. L’alleanza di Mosè, infatti, era come uno specchio: essa rifletteva nostro Signore. O verità che, anche ai ciechi, gridò: Qui sono io! I ciechi, avendola toccata, videro la luce; i vedenti, avendola scrutata, divennero ciechi, poiché crocifissero la luce ».
Il digiuno è maestro, oppure allenatore nella lotta: « Questo è il digiuno istruttore, che insegna all’atleta le mosse della lotta. Accostatelo, praticatelo, apprendete il combattimento accorto. Ecco, egli ci ordinò che la nostra bocca digiunasse e digiunasse anche il nostro cuore. Non digiuniamo dal pane se nutriamo pensieri ». Diverse volte Efrem mette in guardia dal falso digiuno, dall’ipocrisia di chi ostenta esteriormente di digiunare, mentre il suo cuore è attaccato al male che non si vede: « L’Isaia eloquente si fece predicatore per biasimare i digiunanti: Grida e proclama! L’orecchio chiuso non si apre che al suono dell’argento! Non digiunare, mentre divori i beni dell’orfano! Non vestire l’abito di sacco, mentre spogli la vedova! Non piegare il tuo collo, mentre soggioghi degli esseri nati liberi! Un digiuno, che fa gemere e opprime, rende manifesti gli idoli che si celano in una tale prepotenza ».

Mat-27,45_Entombment,freedom

Mat-27,45_Entombment,freedom dans immagini sacre 15%20ENTOMBMENT%20BB

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Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2012 |Pas de commentaires »

III. «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil 1,27; 2,11)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/de_virgilio_filippesi3.htm

PER ME IL VIVERE È CRISTO! 

Giuseppe De Virgilio

Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18 

III.  «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil 1,27; 2,11) 

III. 1 LECTIO

27 Comportatevi dunque da cittadini degni del vangelo di Cristo, perché sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo, 28 senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. 29 Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in Lui, ma anche di soffrire per Lui, 30 sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.

2,1 Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con un medesimo sentire e con la stessa carità. 3 Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. 4 Ciascuno non cerchi il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù:
6 egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio l’essere come Dio,
7 ma svuotò se stesso,
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
9 Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

La seconda parte della nostra Lectio comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2, 1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1- 11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte (31). 
Nel v. 27 l ‘avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede (32). Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo.
L’interpretazione del verbo (33) può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure il verbo può essere interpretato alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranon), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità(essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo (34).
Nel v. 28 l ‘allusione agli avversari (antikeime­non) indica la situazione di prova in cui versa la Chiesa filippense. Si tratta di coloro che si oppongono al messaggio della salvezza e che perseguitano i credenti. Paolo esorta tutti i credenti a «lottare insieme», mettendosi dalla parte di Dio. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agona echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana.
In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è intro­dotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è.. .»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklesis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito (koinonia tes pneumatos) e le viscere e compassione (splagchna kai oiktirmoi) sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede ai Filippesi di ravvivare.
La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni.
L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerosate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou ten charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phroneters, a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’ eritheian) né «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità.
Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’ interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4: me ta eauton eka­stos skopountes), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro» (ta eteron ekastoi). Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacitàdi saper perdere se stessi e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente»proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni (36).
Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui « configurare » (syn­morphizo: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti37. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori al notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1.
La composizione cristologica (38) si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò» (ouch egesato), «svuotò se stesso» (ekenosen heauton), «umiliò se stesso» (etapeinosen heauton) e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò» (auton hyperypsosen), «gli donò» (echarisato auto). Si tratta di un testo narrativo assai complesso (39), che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa (40), per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e alla preesistenza del Cristo (41).
Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Barbaglio sottolinea la libera scelta di Cristo di rinunciare alla sua condizione divina, di svuotarsi volontariamente e di abbassarsi nella completa obbedienza: tutto questo per amore e per ottenere la salvezza dell’umanità (42).
Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione « kenotica » del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha « superesaltato » il Cristo donando gli il « nome » più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia.
Consideriamo più da vicino i singoli versetti. Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphe theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphe doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile (43). La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere») (44) ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare) (45), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità.
L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12.
Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso» (tapei­noun heauton), che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. È l’azione del farsi po­veri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9: eptokeusen). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla «morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre. Rileva Fabris: «Al centro di questa scelta sta la sua radicale ed assoluta fedeltà. Questo elemento contraddistingue il suo essere uomo tra gli uomini, esposto alla miseria della morte crudele ed ignominiosa della condanna alla croce» (46).
    Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale, di fronte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen)(47). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio (48).
Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» (pan gony kampsen) e «ogni lingua proclami» (pasa glossa exomologesethai) (49). In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. 1s 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).
Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio (50). Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo. 

III.2 MEDITATIO 
La seconda unità contiene il cuore del messaggio cristologico della lettera. Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. L’avventura vocazionale a cui è destinata la comunità filippense dipende dall’unione con il Figlio obbediente ed esaltato da Dio Padre. Questa dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace. Il cristiano deve poter contribuire alla crescita della «città» attraverso la sua personale e comunitaria testimonianza di «unità» .
In collegamento con il precedente brano paolino, un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è vocazione che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1 ,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhe) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portate per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani.
Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1- 4 l ‘Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1 Pt 2,21). È utile meditare ed attualizzare i termini che l’Apostolo impiega per parlare al cuore dei credenti: la consolazione, il conforto, la comunione, le viscere e i sentimenti che albergano nell’uomo. Tutto l’uomo deve essere per «tutti i credenti» in un solo spirito, senza interessi e prestigi personali. La comunità cristiana può ben definirsi nell’ accoglienza reciproca, soprattutto nel segno dell’ Eucaristia.
Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzato attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini. Non poteva esserci strada più significativa e tangibile per rivelare la vicinanza di Dio all’umanità. E di questa umanità il Figlio non condivide solo la vicenda dolorosa e la debolezza sofferente, ma Egli si immerge nell’«ultima solitudine» che è la nemica morte. Lo scandalo della morte e della terrificante disfatta sulla croce si consegna agli occhi del mondo come contrassegno di un amore senza limiti e senza compromessi.
Tuttavia la missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si sono tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita, Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Pertanto i Filippesi devono guardare al Figlio di Dio, conformando la loro esistenza e le loro scelte con la forza di quello stesso amore che ha mutato la morte in vita, la debolezza in forza, lo scandalo della croce in vanto di gloria.
Emerge dalla nostra essenziale analisi la ricchezza spirituale di questa splendida pagina paolina. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la no­stra esistenza vocazionale al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. Allo stesso modo ogni scelta vocazionale non potrà che ispirarsi allo schema cristo logico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per la fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso, nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse. 

III. 3 ORATIO
     «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo» 
A voi pellegrini che solcate le strade della vita,
mentre questo tempo scorre inesorabilmente,
cercando nell’uomo e nelle sue innumerevoli risorse,
una risposta alla domanda di felicità,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».
A voi ragazzi e ragazze,
speranza di un futuro migliore,
costretti spesso ad inseguire
l’affetto dei vostri cari,
distratti dalle mode e confusi
dai luccichii dei desideri,
desiderosi di capire
e di sedervi alla festa della vita,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo». 
A voi giovani,
coraggiosi interpreti
delle ansie del mondo,
spesso feriti o delusi
dall’atteggiamento degli adulti,
mentre cercate di dare un senso
alla vostra presenza in questa storia,
gridando l’insopprimibile bisogno di amore
e di comprensione,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».
A voi padri e madri,
cittadini di una società stanca ed opulenta,
che nella famiglia e
nel lavoro inseguite sicurezze sfuggenti,
carichi di troppe stanchezze,
logori di insofferenze e di oblii,
volete con tutto il cuore un futuro sereno
per la vostra discendenza,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».
A voi adulti, attenti giudici
delle regole della convivenza,
che muovete le leve della produzione
e della ricchezza,
tra fragili equilibri,
nuove sfide e grandi aspirazioni,
nella ricerca dell’unità e della pace,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».
A voi anziani,
testimoni della sapienza degli anni,
che avete imparato a riassumere
un passato senza rimpianti,
costretti talvolta all’inerzia
e relegati nella solitudine dei giorni,
memori delle fatiche e bisognosi
di nuove rassicuranti presenze,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo».
A voi che oggi scorrerete queste pagine,
comunque sia il vostro vivere,
tra incroci e labirinti che segneranno
le vostre giornate,
forse nel servizio appassionato
al Vangelo per l’uomo,
o mossi da una flebile domanda
su Dio e sull’amore,
«Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo». 

III.4 CONTEMPLATIO
     «Il Figlio, servo obbediente della missione»
La focalizzazione cristologica caratterizza questo ulteriore momento della nostra lettura vocazionale. Infatti la missione del Padre si realizza nell’obbedienza del Figlio amato, Gesù Cristo. L’Apostolo tratteggia con una impareggiabile riflessione la vicenda di Cristo. In Fil 2,6-11 siamo chiamati a contemplare Gesù in tutti i momenti del suo donarsi per la salvezza del mondo.
In primo luogo ci soffermiamo sulla dimensione del Cristo come «Figlio» (houios). Scrivendo ai Romani Paolo afferma che il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi»(Rm 8,32; cf. Gal 4,4). La missione che Dio ha voluto nel Figlio ha una sua chiara finalità: «affinché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). La vocazione a cui Gesù ha risposto nasce dall’amore «filiale», mediante il quale Dio ci ha riconciliati a sé (Rm 5,10).
Una seconda dimensione è significativa nella qualifica di «servo» (doulos). Pur essendo nella prerogativa filiale e nella piena » condizione divina, Cristo ha liberamente deciso di «farsi servo» per amore. Il servo non è colui che esercita un servizio (ministero) rimanendo libero, ma rimane per tutta la vita legato al suo padrone come schiavo. La forma della schiavitù (a cui si collegano alcune metafore paoline quali il «sigillo») è la strada che Cristo ha scelto per amare l’uomo ed annunciare la salvezza. Paolo stesso assume questa metafora per parlare del suo apostolato in favore del Vangelo, come «schiavo per il Vangelo» (cf. Rm 1,1; 1 Cor 9,19; Tt 1,1).
Una terza condizione è data dall’ obbedienza (hypakoe), prerogativa centrale nella riflessione paolina. Dall’ etimologia del termine «obbedienza» (ob-audire) ricaviamo il valore dell’ ascolto della Parola, che un Altro, al di sopra di noi, ci rivolge. Come per Cristo, così anche per noi, l’obbedienza significa anzitutto disponibilità nell’ascolto e capacità di lasciarci colmare nel cuore. In Ef 1,11-14 si registra la dinamica dell’ascolto che produce l’obbedienza della fede e il dono dello Spirito: 
«In lui [Cristo] siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria».
Secondo questa prospettiva, la missione del Figlio può realizzarsi unicamente nell’obbedienza totale alla volontà del Padre. Contempliamo Cristo che si consegna eternamente e perdutamente nella volontà e nella libertà a Dio suo Padre. Anche l’autore della Lettera agli Ebrei riassume il senso dell’obbedienza di Cristo nell’affermazione: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). Per la Sua obbedienza noi siamo stati redenti ed è stata distrutta la disobbedienza del peccato. Conclude Paolo: «come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19).
Per vivere questo momento di preghiera e di contemplazione, ti invito a riflettere su un passaggio della lettera enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi (2007): 
«La vera grande speranza dell’uomo, che esiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora « sino alla fine », « fino al pieno compimento » (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia ad intuire che cosa propriamente sarebbe « vita ». Comincia ad intuire che cosa vuoi dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la « vita eterna » – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr. Gv 10,10), ci ha anche spiegato cosa significhi « vita »: « Questa è la vita eter­na: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Co­lui che è la sorgente della vita» (51). 

III.5 ACTIO
     «L’obbedienza alla Parola» 
L’analisi dei messaggi emersi dalla pericope paolina ci induce a proporre come Actio una riflessione sul senso e sull’importanza dell’ «obbedienza alla Parola». Abbiamo sottolineato come nella stes­sa accezione di obbedienza si collochi la dimensione della Parola. Se la decisione di obbedire è il frutto della nostra personale risposta all’appello divino, la forza di esservi fedele proviene dalla grazia divina e dalla sua misericordia. L’obbedienza alla Parola implica tre relazioni costitutive: a) obbedienza al progetto di Dio; b) obbedienza alla verità nella storia; c) obbedienza al servizio dell’uomo.
In primo luogo nell’ascolto e nell’accoglienza della Parola si compie l’obbedienza al progetto di Dio. Tale «progetto» segnala il «mistero» dell’amore misericordioso (cf. Ef 1,9) che Dio ha voluto rivelare all’umanità. Obbedire alla sua Parola significa accogliere il mistero che penetra la storia umana e realizza la redenzione, mediante la ricapitolazione di ogni cosa in Cristo (Ef 1,10).
L’accoglienza della Parola permette di conoscere la verità e di interpretarla nella storia. Questa dinamica ci aiuta a comprendere come la Parola costituisce la «strada» che Dio ha scelto per comunicare la verità di se stesso e del suo amore agli uomini. La conoscenza della verità non implica un’operazione unicamente mentale, ma un’adesione esistenziale e vocazionale che coinvolge l’intera persona. Allo stesso modo la «storia» dice la concretezza delle relazioni e delle situazioni vissute nel tempo. Chi vive l’obbedienza alla Parola vive allo stesso tempo pienamente la verità di Dio e il realismo della vita umana.
Infine l’ascolto obbediente della Parola spinge il credente ad impegnarsi per il servizio a favore degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Ad immagine di Cristo-servo, la Parola che penetra nel cuore dei credenti si trasforma in una dinamica di servizio e di amore. Servizio nel dono di sé e della propria vita per un progetto più grande, non pensato secondo una visione umana e limitata, ma aperto alla missione che Dio ha affidato al Cristo e a coloro che ne sono divenuti discepoli.

SANT’AGOSTINO: DISCORSO 155: DALLE PAROLE DELL’APOSTOLO (ROM 8, 1-11):

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_200_testo.htm

SANT’AGOSTINO: DISCORSO 155

(come sapete è una traduzione dal Latino, varrebbe la pena leggere l’originale le traduzioni hanno sempre dei limiti, ma non è facile almeo per me, pazienza, è utile anche così)

DALLE PAROLE DELL’APOSTOLO (ROM 8, 1-11):
 » NON C’È DUNQUE NESSUNA CONDANNA ORA PER QUELLI CHE SONO IN CRISTO GESÙ « 
CONTRO I PELAGIANI
TENUTO NELLA BASILICA DEI SS. MARTIRI SCILLITANI

Perché la concupiscenza debba chiamarsi peccato. Com’è che il peccato perde il regno.
1. 1. La lettura di ieri del santo Apostolo ha avuto termine là dove è stato scritto: Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio; con la carne, invece, la legge del peccato. Così concludendo, l’Apostolo ha fatto conoscere a che scopo aveva detto quelle parole pronunziate in precedenza: Ora non faccio quello che voglio, ma quello che abita in me, il peccato 1; perché non agiva con l’assenso della mente, ma con la concupiscenza della carne. Con la denominazione di peccato indica infatti questa, da cui hanno origine tutti i peccati, cioè dalla concupiscenza della carne. Quali che siano infatti i peccati in parole, in opere, in pensieri, hanno origine soltanto da perverso desiderio, non hanno altra origine che il piacere illecito. Quindi, se opponiamo resistenza a questo piacere illecito, se non l’assecondiamo, se non offriamo, come armi, le membra, nel nostro corpo mortale non regna il peccato. Il peccato, infatti, perde prima il potere, quindi scompare. Per quanto riguarda i giusti, ne segue che in questa vita perde il dominio e nell’altra vita scompare. Quando non andiamo dietro ai nostri desideri perversi, quaggiù perde effettivamente il potere; ma è là che scompare, quando si dirà: Dov’è, o morte, la tua vittoria? 2

In che modo non c’è, ora, condanna alcuna per i santi.
2. 2. Pertanto, avendo detto l’Apostolo: Con la mente servo la legge di Dio, con la carne, invece, la legge del peccato, non cedendo le membra a commettere il male, ma soltanto avvertendo la presenza delle passioni, e senza tuttavia favorire un illecito desiderare… così, dopo aver detto: Con la mente servo la legge di Dio, con la carne, invece, la legge del peccato, ha aggiunto con l’affermare: Non c’è dunque nessuna condanna, ora, per quelli che sono in Cristo Gesù 3. C’è condanna per quelli che sono nella carne, per quelli che sono in Cristo Gesù non c’è condanna alcuna. Perché tu non ritenessi che questo riguarda il futuro ha detto pertanto: Ora. Attendilo poi quello, cioè che non si trovi in te concupiscenza, contro la quale debba lottare, con la quale essere in urto, che non debba assecondare, che debba tenere a freno e domare; attendilo più tardi, quando di per sé non esisterà più. Poiché, se a causa del corpo mortale, ciò che lotta con noi esisterà anche dopo, sarà falsa [l'affermazione]: Dov’è, o morte, la tua vittoria? Noi infatti sappiamo che cosa ci sarà dopo. Allora, infatti, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata assorbita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è, infatti, il peccato; ma la forza del peccato è la legge 4. Perché a causa del divieto, il desiderio si è acuito, non si è spento. La legge ha dato forza al peccato solo attraverso il comando mediante la lettera, non provvedendo ad aiutare per mezzo dello spirito. Questo, dunque, non sarà allora, ma che dire del presente? Vuoi sapere di che tratta ora? Di ciò che poco prima ha detto: Ma ora non sono più io a farlo 5; anche qui ora. Che vuol dire: Non sono io a farlo? Non consento, non approvo, non accordo, ne sono sempre assai contrariato; tengo a freno le mie membra. E’ una gran cosa questa – poiché la concupiscenza deriva dalla carne, ed alla carne appartengono le membra del corpo -, quando non predomina il peccato, cioè la concupiscenza della carne, ha maggior potere la mente, al fine di tener soggette le membra carnali, perché non si diano come strumenti al peccato, che non la stessa concupiscenza della carne a stimolare le membra carnali. Pertanto, la concupiscenza è propria della carne, e le membra della carne; tuttavia, poiché la mente ha il potere, almeno, se è aiutata dall’alto, non concediamole molto in contrapposizione alla grazia di Dio, così da fare di essa non un re, ma un tiranno. Quindi, è tale il suo potere e, come è governata, così governa, che quanto alle membra della sua carne, in opposizione ai desideri perversi della sua carne, possa fare come afferma l’Apostolo: Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per sottomissione ai suoi desideri; né offrite le vostre membra come strumenti d’ingiustizia al peccato 6.

Dalla legge del peccato nessuno è libero se non per grazia.
3. 3. Non c’è condanna alcuna, ora, per quelli che sono in Cristo Gesù 7. Non si allarmino se vengono eccitati da desideri illeciti; non siano inquieti per il fatto che sembra ancora presente nelle membra la legge che si oppone alla legge della mente. Non c’è condanna alcuna, infatti. Ma per chi? Per chi anche ora? Per quelli che sono in Cristo Gesù. E dov’è quell’affermazione di cui parlava poco prima: Vedo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge della mia mente e rende schiavo me della legge del peccato che è nelle mie membra 8? Ma diceva me in riferimento alla carne, non allo spirito; dov’è allora quella legge se non c’è condanna alcuna per quelli che sono in Cristo Gesù? La legge infatti è Spirito che da vita in Cristo Gesù. La legge infatti, non quella sul monte Sinai secondo la lettera<D> 9. La legge infatti, non quella della vetustà della lettera, ma la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Da che ti verrebbe che tu possa compiacerti della legge di Dio secondo l’uomo interiore, se la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù non ti liberasse dalla legge del peccato e della morte? Non attribuirlo a te, però, o mente umana, ad evitare una grande superbia; anzi, affinché tu, o mente umana, assolutamente non insuperbisca per il fatto che non consenti ai desideri della carne, per il fatto che la legge del peccato non ti lascia cadere dalla roccaforte: La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Non ti ha liberato quella legge, di cui è stato detto innanzi, per servire nella novità dello Spirito, e non nella vetustà della lettera 10. Per quale ragione non è stata quella a liberare? Non è stata forse scritta anch’essa dal dito di Dio? Non s’intende forse  » dito di Dio  » lo Spirito Santo? Leggi il Vangelo e osserva come, del Signore che stava parlando, un evangelista riferisce: Se io scaccio i dèmoni nello Spirito di Dio 11; un altro riporta: Se io scaccio i dèmoni con il dito di Dio 12. Consegue che se anche quella legge è stata scritta con il dito di Dio, cioè con lo Spirito di Dio – per lo Spirito di Dio i maghi del Faraone, vinti, dissero: Qui c’è il dito di Dio 13 – allora, se anch’essa, o meglio, poiché anch’essa è stata scritta con lo Spirito di Dio, cioè con il dito di Dio, perché di essa non è detto: La legge infatti dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù?

Quale la legge del peccato e della morte? Perché a Mosè fu data la Legge?
4. 4. Legge della morte infatti non è detta quella stessa; non è detta legge del peccato e della morte quella che fu data sul monte Sinai. Legge del peccato e della morte è detta [invece] quella di cui si parla tra i gemiti: Vedo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge della mia mente 14. Ma quella legge è appunto la stessa che viene definita: Così la legge è veramente santa, e santo e giusto e buono il comandamento. E soggiunge: Ciò che è bene, è diventato morte per me? No davvero. Ma il peccato, per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene perché appaia oltre misura peccatore, oppure: peccato servendosi del comandamento 15. Che vuol dire: oltre misura? In modo che si aggiunga la trasgressione. Quella legge è stata data infatti perché si scoprisse la condizione di debolezza. Questo è poco: non solo perché si scoprisse, ma perché venisse aggravata, e così almeno si cercasse il medico. Infatti se la malattia fosse senza gravità, non se ne terrebbe conto; se la malattia si ritenesse trascurabile, non si cercherebbe il medico; se non si cercasse il medico, la malattia non scomparirebbe. Perciò, dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia 16. La grazia ha cancellato tutti i peccati che ha trovato, inoltre ha sostenuto con il suo aiuto la nostra volontà impegnata nello sforzo di evitare il peccato, così che la nostra volontà non si vantasse appunto in se stessa, ma in Dio. Poiché in Dio ci glorieremo tutto il giorno 17, e: l’anima mia si glorierà nel Signore; ascoltino gli umili e si rallegrino 18. Ascoltino gli umili: giacché i superbi e i contestatori non ascoltano. Per quale ragione allora non è la stessa legge scritta con il dito di Dio a dare questo aiuto della grazia di cui parliamo? Perché? Perché è stata scritta su tavole di pietra, non sulle tavole di carne del cuore 19.

L’antica e la nuova Legge sono concordi.
5. 5. Infine, fratelli miei, in un gran mistero notate la concordanza, notate la diversità; la concordanza della legge, la diversità del popolo. Come sapete, nell’antico popolo la Pasqua è celebrata con l’immolazione di un agnello e con gli azzimi, dove l’immolazione dell’agnello sta a significare Cristo, gli azzimi, invece, la novità della vita, cioè, senza il vecchio lievito. A questo proposito ci dice l’Apostolo: Eliminate il vecchio lievito per essere pasta nuova così come siete azzimi; infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato 20. Così, presso quell’antico popolo, è stata celebrata la Pasqua non ancora in luce sfolgorante, ma è stata celebrata in un’ombra carica di significato; e dopo cinquanta giorni dalla celebrazione della Pasqua – così come troverà chi avrà voluto, facendo il calcolo – fu data la legge sul monte Sinai, scritta dal dito di Dio. Viene la vera Pasqua, il Cristo viene immolato; compie il passaggio dalla morte alla vita. Infatti, in ebraico, Pasqua traduce  » passaggio « , che l’Evangelista ha reso, dicendo: Ma poiché era giunta l’ora che Gesù passasse da questo mondo al Padre 21. Infatti la Pasqua è celebrata, il Signore risorge, compie il passaggio dalla morte alla vita, in cui consiste la Pasqua; e si contano cinquanta giorni e viene lo Spirito Santo, il dito di Dio.

La differenza delle medesime Leggi.
6. 6. Ma notate la differenza nell’una e nell’altra circostanza. Là il popolo si teneva a distanza: era timore, non era amore. Ebbero infatti timore a tal punto che dissero a Mosè: Parla tu a noi, non ci parli il Signore, così che non moriamo 22. Dio discese, quindi, così come è stato scritto, sul Sinai, in mezzo al fuoco, ma terrorizzando il popolo che si teneva a distanza, e scrivendo con il suo dito sulla pietra 23, non nel cuore. Qua, invece, quando venne lo Spirito Santo, i fedeli si trovavano raccolti nell’unità; né suscitò terrore sul monte, ma entrò nella casa. Venne tuttavia all’improvviso, dal cielo, un rombo, quasi vi fosse sospinto un vento impetuoso, ebbe grande risonanza, ma nessuno si spaventò. Hai sentito dire del rombo, tieni presente anche il fuoco, perché anche l’uno e l’altro erano sul monte e il fuoco e il fragore; mentre là c’era anche fumo, qua veramente era puro. Riporta infatti la Scrittura: Apparvero loro, distinte, lingue come di fuoco. Forse che stava destando terrore in lontananza? No certamente! Infatti [il fuoco] si posò su ciascuno di loro e cominciarono a parlare lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi 24. Ascolta la lingua che parla, e intendi lo Spirito che scrive non sulla pietra, ma nel cuore. Dunque la legge dello Spirito che dà vita, scritta nel cuore, non sulla pietra, in Cristo Gesù, nel quale fu celebrata la Pasqua assolutamente vera, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte 25. E appunto perché tu sappia che proprio questa è la differenza che emerge con la massima chiarezza tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento, ecco che ne dice l’Apostolo: Non nelle tavole di pietra, ma nelle tavole di carne del cuore 26. Il Signore fa dire al Profeta: Ecco, verranno giorni, dice il Signore, e riguardo alla casa di Giacobbe concluderò una nuova alleanza, non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, nel giorno in cui li ho presi per mano e li ho fatti uscire dalla terra di Egitto. Quindi, mostrando chiaramente proprio la differenza: Ponendo – dice – le mie leggi nel loro animo; le scriverò – insiste – sopra i loro cuori 27. Perciò, se scriveva la legge di Dio nel tuo cuore, non era per atterrire all’esterno, ma per apportare dolcezza nell’intimo; allora la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte 28.

L’impotenza della Legge a causa del peccato. Cristo a somiglianza della carne del peccatore.
7. 7. Infatti ciò che era impossibile alla legge 29. Nella lettura dell’Apostolo, dopo, viene infatti questo: Ciò che era impossibile alla legge. E perché questa non venisse incolpata, che cosa ha soggiunto? In cui era resa impotente dalla carne. Effettivamente la legge comandava, ma non portava a compimento, perché la carne, dove non era presente la grazia, si opponeva irriducibilmente. E la legge era resa impotente a causa della carne; perché la legge è spirituale, io invece sono carnale 30. Come mi potrebbe aiutare allora la legge che comanda attraverso la lettera e non concede la grazia? Era resa impotente a causa della carne. Poiché questo era impossibile alla legge che era resa impotente dalla carne, Dio che fece? Dio mandò il proprio Figlio. Che cosa poneva nell’impotenza della legge? E perché alla legge era impossibile questo? Era resa impotente dalla carne. Dio che fece allora? Mandò la carne contro la carne? Al contrario, mandò la carne a favore della carne. Fece morire infatti il peccato della carne, liberò l’essenza della carne. Dio mandò il proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato 31. In una carne propriamente vera, ma non nella carne del peccato. Ma perché: a somiglianza della carne del peccato? Perché, cioè, fosse carne, vera carne. E da che la somiglianza della carne del peccato? Perché dal peccato la morte: la morte è certamente in ogni carne del peccato; di essa dice l’Apostolo: Perché fosse distrutto il corpo del peccato 32. Perché appunto la morte è presente in ogni carne del peccato; ma è là, presente in ogni carne, l’una e l’altro, la morte e il peccato. Nella carne del peccato è presente e la morte e il peccato; nella somiglianza della carne del peccato era presente la morte, non era presente il peccato. Infatti se fosse stata la carne del peccato e avesse scontato la pena della morte per la colpa del peccato, il Signore stesso non avrebbe detto: Ecco, viene il principe di questo mondo, ma in me non troverà nulla 33. Perché allora mi ha ucciso? Perché allora restituivo quanto non ho rubato 34. Proprio ciò che fece rispetto al tributo, lo fece riguardo alla morte. Si riscuoteva la tassa di una doppia dramma. Per quale ragione – gli si domandò – tu e i tuoi discepoli non pagate il tributo? Chiamò a sé Pietro e gli disse: I re della terra da chi riscuotono la tassa? Dai figli propri oppure dagli altri? Gli fu risposto: Dagli estranei. Dunque – riprese – i figli sono esenti. Tuttavia, per non scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo, e al primo pesce che verrà su – il primo dei morti – aprigli la bocca e vi troverai uno statere, cioè due doppie dramme, quattro dramme; infatti si esigeva una doppia dramma, cioè due dramme a testa. Vi troverai uno statere – cioè quattro dramme – consegnalo per me e per te 35. Che vuol dire: per me e per te? Cristo stesso, Pietro, la Chiesa di Cristo, i quattro Vangeli della Chiesa. Vi era celato un mistero: Cristo tuttavia pagava un tributo non dovuto. Allo stesso modo pagò il tributo della morte: non doveva e pagava. Se egli non avesse pagato un tributo cui non era soggetto, non ci avrebbe mai liberati dal nostro debito.

Cristo fatto peccato.
8. 8. Il che, dunque, era impossibile alla legge, che faceva trasgressore l’uomo, perché la mente, pur convinta di peccato, non cercava ancora il Salvatore; in ciò era resa impotente dalla carne; Dio mandò il proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato, e con il peccato condannò il peccato nella carne 36. Come, allora, non aveva peccato se con il peccato condannò il peccato? Già una volta ve l’ho spiegato 37. Ora quelli che lo ricordano, vi tornino con il pensiero, quelli che non hanno ascoltato, ascoltino; quelli che l’hanno dimenticato lo richiamino alla memoria. Nella legge veniva chiamato peccato il sacrificio per il peccato. La legge lo cita ripetutamente: non una volta, non due, ma spessissimo venivano chiamati peccati i sacrifici per i peccati. Tale peccato era Cristo. Che dobbiamo dire allora? Che aveva peccato? Certamente no! Non aveva peccato, ma era peccato. Era peccato, ho detto, secondo quel modo d’intendere, perché sacrificio per il peccato. Ascolta perché era peccato in tal senso, ascolta lo stesso Apostolo. Parlando di lui afferma: Colui che non conosceva peccato. Vi spiegavo questa affermazione nel parlarvi di tali cose: Colui – dice – che non conosceva peccato, cioè il Signore nostro Gesù Cristo; Dio Padre fece peccato in nostro favore colui che non conosceva peccato. Colui, Cristo stesso, che non conosceva peccato, Dio Padre fece peccato in nostro favore per fare di noi, in lui, giustizia di Dio 38. Considerate due cose: la giustizia di Dio, non la nostra; in lui, non in noi. Da ciò quei grandi santi, dei quali dice il Salmo: La tua giustizia quasi come i monti di Dio. E come se nello stesso Salmo, in cui è stato detto: La tua giustizia, si dicesse: non la loro giustizia infatti ma: La tua giustizia quasi come i monti di Dio. Ho sollevato, infatti, i miei occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto, ma non dai monti; infatti: Il mio aiuto dal Signore che ha fatto il cielo e la terra 39; perciò, dopo aver detto: La tua giustizia come i monti di Dio, quasi chiedendo: Com’è allora che nascono alcuni che non appartengono alla giustizia di Dio? Soggiunse: I tuoi giudizi come i grandi abissi 40. Che vuol dire: come i grandi abissi? [Il giudizio di Dio] è profondo, è impenetrabile, è inaccessibile all’intelletto dell’uomo. Le ricchezze di Dio sono imperscrutabili; inafferrabili i suoi giudizi, inattingibili le sue vie 41. Perciò anche qui: Dio mandò il proprio Figlio a motivo dei preveduti e dei predestinati, di coloro che dovevano essere chiamati, giustificati, glorificati, affinché i monti di Dio dicano: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 42 Dio mandò il proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato e, con il peccato, condannò il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi 43. Non si adempiva di per sé, ha avuto compimento da parte di Cristo. [Egli] non è venuto infatti ad abolire la legge, ma a darle compimento 44.

Camminare secondo la carne e secondo lo Spirito. Come si adempie ora la giustizia della legge.
9. 9. Ma come poteva adempiersi in noi la giustizia della legge, o come si adempie con noi, o con quali di noi? Vuoi sapere in quali di noi? Quelli che non camminano secondo la carne, ma secondo lo spirito 45. Che vuol dire:  » camminare secondo la carne « ? Assecondare i desideri carnali. Che vuol dire:  » camminare secondo lo spirito « ? Essere sostenuti dallo spirito nella mente e non lasciarsi dominare dai desideri della carne. In modo che così in noi si adempia la legge, in noi si adempia la giustizia di Dio. Ora frattanto si adempie: Non andare dietro ai tuoi desideri 46. Quando senti dire: dietro ai tuoi desideri, intendi quelli illeciti. Il: Non andare dietro ai tuoi desideri illeciti, dev’essere adempiuto dalla nostra volontà, aiutata dalla grazia di Dio; dev’essere adempiuto il: Non andare dietro ai tuoi desideri illeciti. Infatti tutto ciò che quella concupiscenza della carne ha operato in noi dei peccati passati, sia in azioni, sia in parole, sia in pensieri, tutto è stato distrutto nel sacro Battesimo; un solo perdono ha cancellato tutti i debiti. Resta pertanto la lotta con la carne, poiché la colpevolezza è stata annullata e resta la debolezza. Dentro l’uomo è presente, è provocante il diletto della passione illecita; combatti, resisti, non assecondare ed allora si compie il: Non andare dietro ai tuoi desideri illeciti. Poiché anche nel caso che alcuna volta si introducano ed occupino la vista, l’udito, la lingua, la fantasia, non disperiamo tuttavia della salvezza. Perciò diciamo ogni giorno: Rimetti a noi i nostri debiti 47. Perché la giustizia della legge – dice – si adempisse in noi.

La prudenza della carne e dello Spirito.
10. 10. Ma in quali di noi? Quelli che non camminano secondo la carne, ma secondo lo spirito. Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano le cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo spirito, le cose dello spirito. La prudenza della carne è infatti morte; invece la prudenza dello spirito è vita e pace. La prudenza della carne va contro Dio. Non si sottomette infatti alla legge di Dio: né può farlo evidentemente 48. Che vuol dire: né può farlo evidentemente? Non è l’uomo che non può, non è l’anima che non può farlo, non è perfino la stessa carne che non può farlo, perché è creatura di Dio; ma non può farlo la prudenza della carne, non può farlo il vizio, non la natura. Come se tu dicessi: Lo zoppicare non è soggetto ad un passo regolare, né infatti lo può. Il piede può farlo, ma l’andare viziato non può. Elimina lo zoppicare, e noterai un passo normale. Ma non è possibile finché resta lo zoppicare. Così fin quando è presente la prudenza della carne, non è possibile. Non ci sia la prudenza della carne, e l’uomo può farlo. La prudenza dello spirito è vita e pace. Pertanto, ciò che afferma: La prudenza della carne è contro Dio, non prenderlo nel senso che questa nemica quasi possa far danno a Dio. Si comporta da nemica opponendo resistenza, non con l’uccidere. La prudenza della carne nuoce a colui nel quale si trova; perché il vizio nuoce alla natura nella quale è presente. La medicina, invece, è stata trovata appunto perché sia espulso il vizio e risanata la natura. Venne perciò il Salvatore al genere umano, non trovò sano alcuno, per questo venne quale medico onnipotente.

L’errore dei Manichei.
10. 11. Perciò ho detto questo, per la ragione che i Manichei, volendo addurre contro Dio l’altra natura del male, ritengono che il loro errore sia abbastanza sostenuto da questa testimonianza dell’Apostolo, e credono come detto della natura ciò che è stato affermato: Non può, prende posizione contro Dio; infatti non si sottomette alla legge di Dio, né può farlo evidentemente 49. Ma hanno mancato di attenzione perché non della carne è stato detto: non può; non dell’uomo è stato detto: non può; non dell’anima è stato detto: non può, ma della prudenza della carne. Tale prudenza costituisce il vizio.
11. 11. Vuoi sapere che vuol dire: Pensare secondo la carne? E’ la morte 50. Ma quello stesso unico uomo, la medesima natura creata dal Signore Dio vero e buono ieri pensava secondo la carne, oggi pensa secondo lo spirito; il vizio è stato espulso, la natura è stata risanata. Poiché, per tutto il tempo che esisteva la prudenza della carne, assolutamente non poteva essere sottoposta alla legge di Dio. Infatti per tutto il tempo che persiste lo zoppicare a causa del vizio, l’andatura non può essere regolare in alcun modo. Curato invece il vizio, la natura è stata risanata. Se un tempo siete stati tenebre, ora siete luce nel Signore 51.

Non vivere nella carne.
11. 12. Notate pertanto quello che segue: Ma quelli che vivono nella carne, cioè coloro che confidano nella carne, coloro che vanno dietro le loro passioni, coloro che vivono in esse, coloro che si dilettano dei piaceri di esse, coloro che fanno consistere la vita beata e felice nelle delizie che comportano, questi appunto vivono nella carne: Non possono piacere a Dio. Infatti: Ma quelli che vivono nella carne non possono piacere a Dio 52, non è stato affermato in modo come per dire: In questa vita mentre sono uomini, non possono piacere a Dio. Non piacquero allora i santi Patriarchi? Allora non piacquero i santi Profeti? Allora non piacquero i santi Apostoli? Non piacquero i santi Martiri, i quali, prima di lasciare il corpo in mezzo ai tormenti, nel confessare Cristo, non solo disprezzavano il piacere, ma tolleravano anche i dolori con invitta pazienza? Piacquero, ma non vissero nella carne. La portavano, la carne, ma non si lasciavano condurre dalla carne. Al paralitico già era stato detto: Prendi il tuo lettuccio 53. Perciò quelli che vivono nella carne, secondo come ho detto, nel modo come l’ho già spiegato, non in quanto vivono in questo mondo, ma in quanto assecondano i desideri perversi della carne, non possono piacere a Dio.

Vivere non nella carne ma nello Spirito.
12. 13. Infine ascoltate lui stesso [san Paolo], il quale risolve senza alcun dubbio la questione. Parlava certamente da vivo in questo corpo, eppure aggiunse: Voi però non siete nella carne. Tu pensi: C’è alcuno qui tra noi, al quale è stato detto? Ecco: ha parlato al popolo di Dio, ha parlato alla Chiesa; è vero che scriveva ai Romani, ma ha parlato alla Chiesa cattolica di Cristo; ha parlato però al frumento, non alla paglia; ha parlato alla massa non visibile, non alla stoppia in evidenza. Ciascuno lo constati nel proprio cuore. Noi giungiamo agli orecchi con la parola, non vediamo le coscienze; tuttavia, anche in base a quelle cose di cui abbiamo parlato più sopra, ritengo nel nome di Cristo che nel popolo di Cristo vi siano di quelli ai quali è stato detto: Voi però non siete nella carne, ma nello spirito, se è pur vero che lo Spirito di Dio abita in voi 54. Non siete nella carne, perché non fate le opere della carne, assecondando i desideri perversi della carne; ma siete nello spirito, perché vi dilettate della legge di Dio secondo l’uomo interiore, cioè: Se è pur vero che lo Spirito di Dio abita in voi. Infatti, se presumete del vostro spirito, siete ancora nella carne. Ne segue che se non siete nella carne per essere nello Spirito di Dio, allora appunto non siete nella carne. Giacché, se lo Spirito di Dio si sottrae, lo spirito dell’uomo con il suo peso ripiomba nella carne, torna ad agire secondo la carne, torna alle passioni mondane e le condizioni ultime di quell’uomo saranno peggiori delle precedenti 55. Quindi, in tali circostanze, fate servire il libero arbitrio a rivolgere implorazioni di aiuto. Non siete nella carne, ma questo dipende dalle vostre forze? Certamente no! Da chi allora?
13. 13. Se è pur vero che lo Spirito di Dio abita in voi, se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, costui non gli appartiene 56. Pertanto non si faccia grande, non si vanti; la natura bisognosa e viziata non si attribuisca una sua propria forza. O natura umana! O Adamo, quando eri sano, non sei rimasto in piedi, e poi ti sei rialzato con le tue forze? Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo. Lo Spirito di Cristo è infatti lo stesso Spirito di Dio; è infatti lo Spirito del Padre e del Figlio: Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo. Non s’inganni, costui non gli appartiene.

Che si deve sperare del corpo.

13. 14. Ecco, abbiamo lo Spirito di Cristo, aiutandoci la misericordia di lui; sappiamo che lo Spirito di Dio abita in noi in base all’amore della giustizia nella fede immutabile, nella pace cattolica. Ma che dire di quella carne mortale? Che cosa della legge nelle nostre membra che si oppone alla legge della mente? Che cosa di quel gemere: Sono uno sventurato 57? Sta’ a sentire: Ma se Cristo è in voi, il corpo è, sì, morto a causa del peccato, lo spirito però è vita a causa della giustizia 58. Si deve disperare allora del corpo che è morto a causa del peccato? Non rimane alcuna speranza? E’ così abbattuto che non ha risorse per rialzarsi 59? Lungi da noi! Il corpo è, sì, morto a causa del peccato, lo spirito però è vita a causa della giustizia. Rimase la tristezza per il nostro corpo. Nessuno ebbe mai in odio il proprio corpo 60. Vediamo con quanta cura si provveda alla sepoltura dei morti. Il corpo è, sì, morto a causa del peccato, lo spirito però è vita a causa della giustizia. A modo di consolazione, già dicevi: Vorrei veramente che anche il mio corpo fosse in vita; ma dal momento che non può essere, sia almeno in vita il mio spirito, sia almeno in vita l’anima mia. Aspetta, non preoccuparti.
Ai fedeli è promessa la reintegrazione e l’immortalità della carne.
14. 15. Se infatti lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali 61. Di che avete timore? Perché siete ancora preoccupati per il vostro corpo? Non un capello del vostro capo andrà perduto 62. Adamo, peccando, ha condannato a morte i vostri corpi; ma Gesù, se il suo Spirito abita in voi, darà la vita anche ai vostri corpi mortali, perché ha dato il suo sangue per la vostra salvezza. Metti in dubbio che si compia la promessa, tu che hai un tale pegno? In tal modo pertanto, o uomo, non si verificherà quella lotta della morte; in tal modo si compirà quel che è detto: Sono uno sventurato, chi mi libererà dal corpo di questa morte? 63 Perché Cristo Gesù, se il suo Spirito abita in voi, darà la vita anche ai vostri corpi mortali. Così sarai liberato dal corpo di questa morte non con il restare privo del corpo, o avendone un altro, ma non morendo più. Infatti, se non dicesse: di questa morte, ma dicesse: Chi mi libererà dal corpo? si darebbe forse occasione di errore alla mente dell’uomo che potrebbe dire: Vedi che Dio non vuole che noi abbiamo un corpo? dal corpo – dice – di questa morte. Elimina la morte e il corpo è un bene. Si sottragga la morte, ultima nemica, e per l’eternità mi sarà amica la mia carne. Nessuno ha mai avuto in odio la propria carne. Sebbene lo spirito abbia desideri contrari alla carne, e la carne abbia desideri contrari allo spirito 64, sebbene ora sia in atto un litigio in questa casa; litigando, il marito non cerca la rovina, ma l’accordo della moglie. Lungi da noi, fratelli miei, lungi da noi l’idea che lo spirito, avendo desideri contrari ai desideri della carne, abbia in odio la carne. Odia i vizi della carne, odia la prudenza della carne, odia l’opposizione della morte. Questo corpo corruttibile rivesta l’incorruttibilità, e questo corpo mortale rivesta l’immortalità; si semini un corpo animale, risorga un corpo spirituale 65; e vedrai la piena e perfetta concordia, vedrai la creatura lodare il Creatore. Pertanto, se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo del suo Spirito che abita in voi 66; non a motivo dei vostri meriti, ma a motivo dei suoi doni. Rivolti al Signore

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