In cammino verso un martirologio comune – Se l’ecumenismo riparte dai martiri (2009)

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01/03/2009  

In cammino verso un martirologio comune

Se l’ecumenismo riparte dai martiri

di Gerolamo Fazzini
Come riappropriarsi di una memoria condivisa dei testimoni della fede? Rappresentanti di tutte le Chiese ne hanno discusso insieme a Bose

«LA COMMEMORAZIONE ecumenica dei martiri? L’argomento non è mai stato approfondito. Forse l’idea stessa di un martirologio comune è troppo avanzata allo stato attuale, viste le differenze di opinione. Tuttavia esistono molte altre opportunità». In queste parole del liturgista Keith Pecklers è sintetizzato il cammino – promettente benché irto di difficoltà – che un drappello di esponenti di varie Chiese cristiane, da tempo va compiendo con l’obiettivo di valorizzare in chiave ecumenica le testimonianze dei martiri. Un cammino particolarmente significativo in un momento come l’attuale, in cui l’ecumenismo ufficiale segna il passo. Basti pensare alle controversie in seno alla Chiesa cattolica sulla scomunica revocata ai vescovi lefebvriani, alla complessa transizione che sta vivendo la Chiesa ortodossa russa, ora affidata alla guida del patriarca Kirill dopo la lunga stagione di Alessio II, alle tensioni interne alle Chiese protestanti….
«Ripartire dai martiri», dunque, come profeticamente chiese Giovanni Paolo II nella celebrazione ecumenica del 7 maggio 2000. Recuperare una memoria condivisa, «purificata». Tornare ad attingere a un patrimonio di fede vissuta genuinamente nel segno del Vangelo, al di là e prima delle distinzioni confessionali. Con questi obiettivi, una quarantina di esperti – in rappresentanza delle diverse confessioni, provenienti da tutt’Europa e non solo (Brasile, Corea, Sudafrica..) – si sono radunati a Bose, a fine ottobre-inizio novembre, su iniziativa del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e della comunità monastica guidata da Enzo Bianchi.
Il titolo dell’incontro, «Una nube di testimoni», esprime la scelta precisa degli organizzatori di concentrare l’attenzione sul martire in un significato «originario e più ampio», come colui che «semplicemente, come Cristo, testimonia la verità del Vangelo fino alla fine». In questo senso, si legge nel Messaggio finale indirizzato alle Chiese, «coloro che possono essere definiti “eroi della fede”, coloro che hanno testimoniato Cristo con la loro vita anche senza andare incontro a morte violenta sono anch’essi certamente inclusi nella “grande nube” – la comunione dei santi – sia che i loro nomi siano noti o ignoti».
L’intuizione di fondo del simposio si colloca sulla scia di una riflessione avviata a Bangalore nel lontano 1979 dalla Commissione Fede e Costituzione del Cec, volta a redigere un elenco di santi e martiri che fosse ecumenico, ossia condiviso dalle diverse Chiese. Un’idea tanto pionieristica e profetica quanto poco coltivata negli anni successivi, tanto che Mary Tanner, autorevole esponente della Chiesa anglicana, ha definito «quasi frustrante» il tentativo di tracciare un bilancio di quell’intuizione guardando ai documenti prodotti nell’arco dell’ultimo trentennio dal Cec.
Eppure oggi «cresce la consapevolezza che molti testimoni contemporanei della fede cristiana non appartengono solo a singoli gruppi confessionali ma, come nei primi secoli del cristianesimo, sono fonte di ispirazione per tutte le Chiese. E che rilevanti testimonianze di fede del passato non appartengono più in via esclusiva alla confessione nella quale si erano formate, ma costituiscono l’eredità comune dell’unica Chiesa di Cristo».
Del resto, come ha sottolineato il priore di Bose, Enzo Bianchi, il fascino dei martiri rimane intatto. Perché rimanda alla radicalità propria della scelta autenticamente evangelica: «Il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica». Già, perché il valore della testimonianza del martire non è legato alla violenza subìta («ciò che rende martiri non è il supplizio, ma la causa della morte», ha ricordato Bianchi citando Agostino), ma al dono totale di sé, sulle orme del Cristo.

ANCHE IL PRIMATE anglicano Rowan Williams, nel messaggio inviato, ha spiegato come – al di là delle diversità confessionali – si possa identificare un riferimento comune quando si parla di santità. «La persona che le Chiese riconoscono come un santo sarà colui che mostra ciò che è vero per tutti i cristiani, colui che offre una definizione particolare di ciò che la vita battesimale può significare».
Nel caso dei sei membri della Melanesian Brotherwood (una fraternità missionaria anglicana), uccisi nella primavera del 2003 nelle Isole Salomone, perseguire la «santità» ha voluto dire servire la popolazione locale e lavorare per la pace. Come ha raccontato a Bose un loro confratello, Richard Carter: «La comunità era vista molto bene; pensavamo che non ci potesse succedere nulla. La popolazione si rifugiava da noi per sfuggire alla violenza. E invece scoprimmo che tutti eravamo mortali».
Ma che significa «memoria dei santi» in una Chiesa divisa? Ancora Williams: «Se un cattolico guarda a un santo del mondo cristiano orientale, potrebbe pensare che la testimonianza di quel santo è in qualche modo indebolita o compromessa dalla sua separazione o addirittura ostilità nei confronti della comunione con la sede romana. Anglicani e protestanti non possono non rendersi conto che i santi della Chiesa cattolica successivi alla Riforma sono appartenuti a un corpo che considerava la loro testimonianza cristiana riformata come imperfetta e deviata».
C’è, dunque, una memoria da purificare, per costruirne una condivisa. Ma rileggere il passato può significare riaprire vecchie ferite, mai del tutto cicatrizzate, esplorare situazioni storiche che hanno visto i cristiani perseguitare i loro fratelli. Helmut Harder, segretario generale della Conferenza dei Mennoniti del Canada, ha ripercorso il lungo e articolato cammino di riconciliazione fra la sua Chiesa e la cattolica. Un cammino i cui protagonisti hanno dovuto misurarsi con le reciproche diffidenze e con il peso della storia. «Una ricerca condotta in ambito protestante stima che 1500 mennoniti (discendenti degli anabattisti) furono perseguitati dentro i territori cattolici». Sottolinea Harder: «Nel corso dei dialoghi, ci siamo resi conto che tanto noi quanto i nostri interlocutori dovevano entrambi impegnarci in un’autocritica: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”: entrambi siamo peccatori».
Tanto in Occidente come in Oriente – è stato ricordato – «ci sono coloro che hanno patito tormenti e la morte per mano di altri cristiani e che vengono considerati martiri. Cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti sono stati tutti coinvolti. Come si può celebrare la memoria di qualcuno che è morto per nostra stessa mano?».
E che dire quando addirittura i carnefici di preti, suore e laici si proclamano cattolici? Daniel Bruno, pastore metodista di Buenos Aires, ha lanciato la sua provocazione alla luce dell’esperienza dolorosa della Chiesa latinoamericana. «Rispetto alla maggior parte dei casi nella storia, in America latina i carnefici dei cattolici rivendicavano il loro essere veri cristiani. Era normale vedere rosari e crocefissi nelle sale di tortura». Ancora: «La persecuzione non era esercitata contro i cristiani in quanto credenti in una dottrina, ma contro la prassi da loro adottata. Come Gesù, i martiri dell’America Latina hanno dato la vita in nome del Regno, uccisi dalla forze dell’anti-Regno».
Tutti d’accordo sulla possibilità di estendere i «confini» del martirio, ai fini di una condivisione ecumenica. Fino a che punto? Se lo è chiesto William T. Cavanaugh, docente negli Usa, aggiungendo che già oggi il caso di Maria Goretti fa capire che l’odium fidei non può essere l’unico criterio. Dopo aver puntualizzato criticamente le tesi di Bravo – «Il potere ecclesiastico non deve essere opposto alla base profetica; anche all’interno del vertice ci sono stati profeti (come nel caso di Romero)» – Cavanaugh ha rilevato: «I dittatori latinoamericani sapevano benissimo che “il sangue dei martiri è seme dei cristiani”, come diceva Tertulliano. Perciò la strategia è stata quella di atomizzare la Chiesa, occultando martiri: i loro corpi avrebbero dato visibilità al corpo di Cristo».
Dal simposio di Bose i partecipanti sono ripartiti con la speranza di ridare slancio al cammino ecumenico riaffermando l’eredità comune dei testimoni della fede, donne e uomini delle Beatitudini. «Anche se durante il simposio ci si è confrontati (pure) sulle modalità per individuare santi e martiri, il nostro intento non era certo quello di “forzare” i criteri attuali o pretendere di istituire un meta-criterio», spiega Guido Dotti, della comunità di Bose e organizzatore dell’incontro. «Più semplicemente, usciamo dai lavori convinti – una volta di più – di dover rendere maggiormente consapevoli le rispettive Chiese del tesoro di fede comune. È un cammino avviato, esempi positivi non mancano, ma c’è ancora molta strada da percorrere»

Dove la memoria  è gia ecumenica
Dove già oggi si esercita una «memoria ecumenica» dei martiri? Il caso più emblematico e noto è quello della Basilica di San Bartolomeo a Roma, che ospita il memoriale dei “nuovi martiri”. Presso quella chiesa, per due anni, in preparazione al Giubileo del 2000, lavorò una commissione istituita da Papa Wojtyla per indagare sui martiri cristiani del Ventesimo secolo. Vennero raccolti circa 12.000 dossier relativi a testimoni della fede di tutto il mondo. Giovanni Paolo II volle che la memoria dei martiri del Novecento rimanesse anche oltre il Giubileo. Il 12 ottobre 2002, con una solenne celebrazione ecumenica, l’icona dei Testimoni della fede del XX secolo fu posta sull’altare maggiore della Basilica di San Bartolomeo e benedetta. Furono anche collocate croci e memorie cristiane nelle sei cappelle laterali, dedicate ai diversi contesti storici (nazismo e comunismo) e geografici in cui i testimoni della fede hanno vissuto.
In altre parti d’Europa non mancano esempi di condivisione della memoria dei «testimoni della fede». Nella cattedrale protestante di Utrecht c’è una cappella per i martiri di tutte le confessioni. Anche a Canterbury una cappella propone figure di «testimoni universali», quali il missionario Charles de Foucauld, il pastore protestante Martin Luther King, l’arcivescovo Oscar Romero e altri cristiani di tutte le confessioni.  G.F.

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