Archive pour avril, 2012

23 Aprile: SAN GIORGIO, martire: NEL NOME DI CRISTO TI AIUTERO’

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/04-Aprile/San_Giorgio_Martire.html

23 Aprile: SAN GIORGIO, martire

NEL NOME DI CRISTO TI AIUTERO’

Nella vastissima galleria dei santi e della santità cristiana (nelle sue componenti occidentale e orientale) ci imbattiamo in tanti personaggi, uomini e donne, che possiamo definire originali o, se preferite, “strani”, perché possono destare in noi discepoli e discepole di Cristo del III Millennio ammirazione per le loro grandi azioni, invidia per la loro vita santa, desiderio di imitazione nel nostro quotidianamente faticoso cammino spirituale. Tutto questo sì, ma non solo. Può sorgere in noi anche qualche perplessità per certi loro aspetti di santità che consideriamo non “moderni” (e nemmeno post moderni) o comunque non esaltanti per la nostra sensibilità.
Ci può anche essere, davanti a certe narrazioni agiografiche oltre il limite del buon senso, un certo fastidio e talvolta una qualche forma di repulsione. Dobbiamo allora condannare tutto alla rottamazione? Penso di no. O viceversa, accettare tutto? Nemmeno. L’invito è quello di restare liberi e criticamente vigili, sempre. Perché la nostra fede cristiana non si basa su queste narrazioni che talvolta sono leggendarie o che contengono elementi spuri o fantasiosi, ma su Gesù Cristo, storicamente esistito, come viene descritto nei Vangeli, studiati, soppesati anche nelle virgole, criticati, vagliati, confrontati incessantemente e sempre, oggi come nei secoli passati. Il fin qui detto è per inquadrare il santo di questo mese: San Giorgio, martire. Popolarissimo e famosissimo per quanto riguarda il culto ma poverissimo di riscontri e fondamenti storici.
Sono milioni le persone che, nelle varie lingue, ne portano il nome (anche nella versione femminile Giorgia o Giorgina), sono tantissime le chiese a lui dedicate, innumerevoli le persone che lo invocano o che comunque lo annoverano come patrono: come, per esempio, i militari, i fabbricanti di armi, i cavalieri, gli schermidori, gli alabardieri, i Giovani Esploratori, gli Scout, i contadini e, sì, anche … i mariti in difficoltà (categoria sociale notevolmente in crescita). Può essere invocato inoltre dagli ammalati di lebbra, di peste o di malattie veneree. Anche se non è molto studiato nella agiografia (studio della vita dei santi) in compenso è presentissimo nella iconografia (cioè nell’arte). Sotto questo aspetto San Giorgio (con l’episodio del drago, caratterizzante la sua figura e fama) è una vera “super star”, ha cioè pochi eguali, escludendo naturalmente il Cristo, Maria di Nazaret e i principali Apostoli.

Celebrato nell’iconografia…
Scrive A. Butler, nella voluminosa Vita dei Santi, che data la popolarità e l’argomento principe della leggenda (uccisione del drago), non sorprende che Giorgio compaia molto frequentemente in varie forme d’arte. La più antica rappresentazione conosciuta è un affresco del VI secolo in Egitto, ora andato perduto. Una statua del santo si trova sulla facciata della cattedrale di Chartres ed un’altra, molto bella, ad opera di Donatello, si può ammirare nel Bargello di Firenze: questa lo rappresenta come un giovin soldato armato, e sulla base è incisa la battaglia contro il drago.
C’è anche un famoso dipinto, opera di Paolo Uccello, conservato nella National Gallery di Londra: questo contiene un enorme drago con ali molto ampie e una fanciulla mentre Giorgio è rappresentato come un guerriero giovane: due elementi (soldato e giovinezza) molto comuni nelle rappresentazioni artistiche (così anche nel quadro di Andrea Mantegna all’Accademia di Venezia).
Ad opera dello stesso artista ne esiste un atro conservato al Louvre di Parigi dal titolo La Madonna della Vittoria con i Santi Giorgio e Michele. Di nuovo in coppia con San Michele, Giorgio compare anche in un dipinto del grande Raffaello, anch’esso nel Museo parigino. Una seconda opera dell’urbinate si può ammirare alla National Gallery di Washington: qui San Giorgio viene rappresentato mentre uccide il dragone, soggetto questo sviluppato anche da un dipinto di Rubens conservato al Prado di Madrid.
Infine nell’Abbazia di Westminster (Londra) nella grata della cappella di Enrico VII, il santo viene raffigurato con l’armatura completa e con l’immancabile drago naturalmente vinto e ai suoi piedi.
Ma c’è anche da ricordare un ruolo politico e militare di San Giorgio. Nella Leggenda Aurea si narra anche che i crociati nel 1099, giunti davanti a Gerusalemme, “ebbero una visione di San Giorgio vestito di una bianca armatura, che impugnava una croce rossa e faceva loro cenno perché lo seguissero e conquistassero la città. Essi allora si fecero coraggio, presero la città e sconfissero i saraceni” musulmani.
Il nostro santo poi è stato preso come patrono non solo dai Crociati, ma anche dopo di loro, dagli eserciti schierati in difesa dell’ortodossia cattolica. Carlo V infatti, nel secolo XVI, lanciò il suo esercito contro i principi protestanti riuniti contro di lui al grido: “San Giorgio”. È patrono di singole città come Genova, Venezia, e anche protettore di varie nazioni come l’Inghilterra (Riccardo Cuor di Leone), il Portogallo, la Svezia, l’Ungheria, la Grecia, la Catalogna, la Georgia. Il suo culto si diffuse anche in Russia e in Etiopia. In Inghilterra poi furono fondati anche i Cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera: questo viene considerato il primo ordine nobiliare laico che si autodefinì “Ordine aristocratico di San Giorgio”.

… retrocesso nella liturgia
Come se non bastasse tutto questo, San Giorgio fu uno dei Quattordici Santi Ausiliatori o Protettori, che, dal XVI secolo, si ritennero avessero poteri di intercessione di speciale efficacia. Da ultimo un particolare non trascurabile proprio oggi: Giorgio è un santo così famoso e potente che gli è stato riservato anche un posto nella agiografia islamica, dove addirittura gli viene conferito il titolo onorevole di “profeta”. Come si vede un santo non solo transnazionale ma anche transreligioso.
Pochi santi possono vantare un curriculum vitae così vario, articolato, lungo e impegnativo. Ma, ahimè, nonostante tutto questo, proprio per l’assenza di fondamenti storici sicuri (nella qualità) e sufficienti (nella quantità), la Sacra Congregazione dei Riti, nel 1960, declassò impietosamente la festa di San Giorgio a semplice memoria liturgica, a carattere solo… locale, da ricordare cioè solo nelle chiese particolari. Una retrocessione, certo, ma non una cancellazione. Prova questa che gli elementi che si hanno sulla sua figura sono pochi ma sufficienti.
L’episodio dell’uccisione del drago viene considerato da Jean Darche nella sua grande Vita di San Giorgio come provato storicamente, mentre in genere si parla di pura leggenda (ma con un grande valore simbolico). Non entriamo nella discussione, non è questa la sede.
“Storia o leggenda, l’episodio del dragone caratterizza in ogni caso San Giorgio. Significhi la vittoria riportata sul drago con la liberazione della fanciulla, oppure la vittoria riportata sull’idolatria e la liberazione dell’anima, è sempre una vittoria sul nemico con l’annientamento del forte e la liberazione del debole. Indica il carattere di San Giorgio e l’impressione lasciata sulla terra che ha attraversato” (E. Hello).
Sono invece molti gli studiosi che addirittura dubitano della sua esistenza storica, argomentando che nell’alone leggendario che circonda la sua figura potrebbero essere confluiti tratti, notizie, caratteristiche relativi ad altri santi venerati nel mondo bizantino come Teodoro Tirone e Teodoro Strafilate: ambedue soldati e associati al tema del drago da sconfiggere. Un ruolo grande quindi è stato giocato dalla fantasia e dalla volontà di arricchire il santo in questione.
Da un punto di vista storico sembra che si possa affermare soltanto che Giorgio fu un soldato o un ufficiale dell’esercito romano, proveniente dalla Cappadocia, e che fu convertito al cristianesimo dalla madre. Affrontò con fermezza il martirio (verso il 303, poco prima quindi dell’Editto di Costantino del 313 che dava libertà al Cristianesimo), sotto l’imperatore romano Diocleziano a Lidda, (l’attuale Lod, in Israele) per avere invocato giustizia per i Cristiani perseguitati e perché lui stesso si era coraggiosamente dichiarato seguace della stessa fede.
Nei racconti della morte di San Giorgio (chiamate Passioni) si narrano innumerevoli e orripilanti supplizi cui fu sottoposto per ben sette anni, finché cioè i suoi torturatori, stanchi, decisero di… tagliargli la testa, e chiudere così la pratica del martirio. Ad essi venne aggiunto l’episodio dell’uccisione del drago. Questo racconto comparve, sia in Oriente sia in Occidente, nel secolo XI, e venne incluso verso il 1260, nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (1230-1298), fatto questo che gli diede popolarità dovunque.

… arricchito dalla fantasia
Narra la Legenda che durante una delle sue trasferte di lavoro, come soldato, arrivò a Silene, in Libia. Qui in un lago viveva un terribile drago, che era il terrore della città, perché con il suo soffio avvelenava la popolazione. Per pacificare il suo furore, gli abitanti decisero di offrirgli ogni giorno due pecore. Ma quando questi umili animali cominciarono a scarseggiare, si sacrificò al mostro una pecora ed una creatura umana, un fanciullo o una fanciulla, tirati a sorte.
Proprio il giorno dell’arrivo nella città del soldato Giorgio, la sorte aveva designato come vittima sacrificale la figlia del re. Questi voleva rifiutare la malasorte, ma il popolo (che aveva perso i propri figli e figlie) lo costrinse ad accettare. Il re, così racconta la Legenda, pianse per il dolore gridando:
“Oh, se fossi morto prima di vedere questo orribile giorno. La giovinetta cadde ai piedi del padre, per riceverne la benedizione, poi, uscendo dalla città, si incamminò verso il lago in cui stava il mostro.
San Giorgio la vide, in pianto, e le chiese che cosa avesse. La fanciulla rispose: “Buon giovane, sbrigati a salir di nuovo in groppa al tuo cavallo, e fuggi per non morire come dovrò morire io”.
San Giorgio insistette: “Non temere. Ma dimmi: perché piangi così, sotto gli occhi di questa folla che sta in piedi sulle mura?”. “A quanto vedo, buon giovane hai un cuore generoso: tu vuoi morire con me. No, ti supplico, scappa più in fretta che puoi”. “Non me ne andrò di qui prima che tu mi abbia detto ciò che ti turba”. Allora la fanciulla gli raccontò tutto: “Non temere – le rispose San Giorgio – in nome di Cristo io ti porterò aiuto”. “Prode cavaliere, pensa a prestar aiuto a te stesso, perché non ti capiti di morire con me. Già basta che io, da sola, muoia”. Mentre essi parlavano, il drago tirò fuori la testa dal lago.
La fanciulla, tutta tremante, disse “Fuggi, mio buon signore, fuggi al più presto”. San Giorgio montò in sella, si fece il segno della croce, brandì la lancia ed inferse al mostro una ferita che lo abbatté al suolo e disse alla fanciulla: “Non temere, avvolgi la tua cintura attorno al collo del drago”. La fanciulla obbedì, il dragone si rialzò e prese a seguirla come un cagnolino al guinzaglio. Vedendolo venire verso di loro, i cittadini, spaventati, fuggirono di corsa.
San Giorgio li richiamò: “Non temete, perché il Signore mi ha permesso di liberarvi da questo mostro. Credete, ricevete il battesimo ed io ucciderò il vostro persecutore”. Il re ed il popolo prontamente accettarono la proposta e così uccise il drago.
Prosegue la Legenda: “Il re fece costruire una grande chiesa in onore della Vergine e di San Giorgio. Da essa scaturisce ancor oggi una sorgente d’acqua viva, che guarisce tutte le malattie di languidezza. Il re poi offrì a San Giorgio una grossa somma di denaro, che il santo fece distribuire ai poveri, senza nulla trattenere per sé”. Più edificante di così!
Come si vede nella narrazione ci sono tutti gli ingredienti da usare in una eventuale catechesi al popolo buono e semplice. Troviamo soprattutto, in questo come in altri racconti carichi di elementi simbolici, la risposta al bisogno dell’uomo di nutrire il proprio immaginario di storie buone, positive, trascinanti al bene, di eroi che sanno sacrificare se stessi, sull’esempio di Cristo, per il bene del popolo.
Ogni uomo di ogni età e di ogni cultura, consciamente o inconsciamente per vincere la propria insicurezza ha bisogno di sapere, anche attraverso questo racconto edificante, che il male sarà vinto da Cristo o da qualcun altro nel suo nome (cioè i vari santi, come fa San Giorgio), che la morte non avrà l’ultima parola definitiva sulla storia umana, che il drago di turno (già descritto ampiamente nell’Apocalisse) sarà sconfitto. E il drago del tempo, potente e prepotente, violento e persecutore dei Cristiani era l’Impero Romano, specialmente sotto Diocleziano. Ma possiamo affermare che in ogni secolo (pensiamo a quello XX popolato di orrendi draghi sanguinari…) la Chiesa ha avuto il suo “drago persecutore” da vincere, con fede e con coraggio, armati proprio come il soldato Giorgio: del nome di Cristo.

 MARIO SCUDU SdB

IL POPOLO, L’ESILIO, IL CAMMINO (Carlo Maria Martini)

http://www.nostreradici.it/popolo_esilio_cammino.htm

IL POPOLO, L’ESILIO, IL CAMMINO

di Carlo Maria Martini

Premessa
Il popolo
L’esilio
Il cammino
Conclusione

Elemento unificatore di queste tre tematiche bibliche – popolo, esilio, cammino – può essere considerato l’annuncio profetico di Isaia 48, canto di trionfo che annuncia la fine dell’esilio:

Uscite da Babilonia, fuggite dai Caldei;
annunziatelo con voci di gioia, diffondetelo,
fatelo giungere fino all’estremità della terra.
Dite:
« Il Signore ha riscattato il suo servo Giacobbe »
(Is 48, 20).

E un altro oracolo proclama:

Svegliati, svegliati,
rivestiti della tua magnificenza, Sion,
indossa le vesti più belle, Gerusalemme
(Is 52, 1).

E ancora:

Fuori, fuori, uscite di là!…
voi non dovete uscire in fretta, ne andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore,
il Dio d’Israele chiude la vostra carovana
(Is 52,11-12).

Si potrebbe ancora citare Ez 36:

Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra
e vi condurrò sul vostro suolo
(Ez 36,24).

Il popolo a cui sono rivolte queste e altre simili parole non è un popolo qualunque, ma il popolo per eccellenza, il popolo di Dio. L’esilio, perciò, non è un castigo senza speranza, una rimozione dalla storia, ma tempo di prova in vista della salvezza. Il cammino diventa così un ritorno pieno di fiducia, come una strada di luce sulla quale tutti i popoli sono invitati a seguire Israele:

Alzati, rivestiti di luce,
perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla su di te
[...] cammineranno i popoli alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere
(ls 60, 1.3).
Così questa promessa del ritorno dall’esilio tocca tutti i popoli:
lo verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue,
essi verranno e vedranno la mia gloria
(ls 66, 18).

In questo cammino, guidati dalla stella della redenzione, anche i lontani diventano vicini al popolo di Israele, i popoli dispersi si radunano in un solo popolo, per adorare un solo Dio, e costruire insieme la pace, lo shalom biblico.

Pace e unità sono dunque un solo grido profetico, una sola speranza, una preghiera accorata, e questo ce lo diciamo ancora oggi, mentre ascoltiamo il grido delle folle dei poveri che bussano alla nostra porta, dei popoli martiri in tante parti del mondo.

Il popolo ebraico, ancora ai nostri giorni, nella sua costante tensione fra una diaspora dalle mille voci e una rinascita nazionale nello stato d’Israele, testimonia del cammino continuo dal particolare all’universale e viceversa, proteso nella ricerca di creare un popolo nuovo e un uomo nuovo, l’antico Adamo rinnovato.

Per i credenti in Gesù Cristo questa tensione può ben esse- re espressa con le parole di san Paolo agli Efesini:

In Cristo Gesù,
voi [popoli pagani] che un tempo eravate lontani,
siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione
che era frammezzo, cioè l’inimicizia
[...] per creare in se stesso, dei due,
un solo uomo nuovo facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio
in un solo corpo, per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia.
Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani
e pace a coloro che erano vicini
(Ef2,13-17).

Alla luce di questi testi rifletteremo dunque sui legami fra i tre termini il popolo, l’esilio e il cammino e ci porremo tre domande.
Può ancora oggi il popolo ebraico essere posto da un cristiano sotto la categoria teologica di « popolo di Dio », cioè ricevere lo stesso appellativo che la chiesa cristiana dà a se stessa? È noto infatti che la categoria di « popolo di Dio » è una di quelle che il Concilio Vaticano II ha privilegiato per descrivere la chiesa. Dopo avere, nel primo capitolo della Lumen Gentium, richiamato molti termini e immagini per descrivere la Chiesa, come ovile o campo di Dio, edificio di Dio, tempio, sposa, corpo di Cristo, la costituzione conciliare sviluppa nel secondo capitolo il tema del « popolo di Dio », popolo che « ha per capo Cristo [...] ha per condizione la libertà e la dignità dei figli di Dio  [...] ha per fine il Regno di Dio ».(1)

In che senso può dunque la stessa espressione designare, nel linguaggio teologico cristiano, anche gli ebrei di oggi?
Una risposta precisa a questa domanda è importante per definire in maniera positiva e con rigore teologico il ruolo provvidenziale e salvifico di quel popolo di Dio che è oggi Israele in una visione cristiana della storia del mondo, come pure per definire il rapporto di comprensione e collaborazione che è possibile sviluppare tra la chiesa e Israele, al di là della mutua accettazione e tolleranza, nel quadro del disegno di Dio sul cammino umano.

Di fatto la designazione del popolo ebraico odierno come « popolo di Dio » insieme con la chiesa di Cristo appare per esempio nel documento del Segretariato per l’unione dei cristiani del 4 giugno 1985 dal titolo Ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Sussidi per una corretta presentazione. In esso si afferma che l’quando il popolo di Dio dell’antica e della nuova alleanza considera l’avvenire, esso tende, anche se partendo da due punti di vista diversi, verso fini analoghi: la venuta o il ritorno del Messia ».(2)

E continua dicendo: la persona del Messia, sulla quale il popolo di Dio è diviso, costituisce per questo popolo anche un punto di convergenza. Si può pertanto dire che ebrei e cristiani si incontrano in un’esperienza simile, fondata sulla stessa promessa fatta ad Abramo (cfr. Gen 12, 1.,3; Eb 6, 13-18) ».(3)

Dunque in questo documento si parla per tre volte di un unico popolo di Dio, intendendo gli ebrei e i cristiani di oggi. Quale significato preciso può avere un tale modo di esprimersi, a cui forse non siamo abituati, e quali conseguenze esso comporta per il nostro agire di cristiani?
Che senso può avere l’esilio per il popolo di Dio? Quale in particolare il senso dell’esilio per il popolo ebraico biblico e quale il senso per le chiese cristiane? C’è un significato particolare dell’esperienza dell’esilio per la chiesa cattolica nel suo insieme o comunque per le diverse realtà o aggregazioni che la compongono?
Il cammino dell’esilio verso la patria può essere fatto in qualche modo insieme da ebrei e cristiani? Come esso tocca anche gli altri popoli della terra?

Il popolo 

Veniamo anzitutto a considerare attentamente, in spirito di fede, il mistero del popolo ebraico, con il quale la chiesa ha in comune un grande patrimonio spirituale (richiamato ampiamente dal Concilio Vaticano n nel decreto Nostra Aetate, 4).(4)

Se è vero, infatti, che esistono differenze sostanziali tra cristiani ed ebrei a motivo della fede in Gesù Cristo redentore e della corrispondente dottrina cristologica (evidenti in specie nelle categorie teologiche oggi più correnti, e meno nelle formulazioni giudeo-cristiane originarie), è però altrettanto vero che i figli d’Israele restano « carissimi propter patres » (Rrn 11, 28), partecipi, in quanto figli primogeniti, dei tesori spirituali dell’alleanza di Dio con Abramo e con Mosè. Essi sono, pertanto, nostri « fratelli maggiori nella fede di Abramo » (Giovanni Paolo II, 31 dicembre 1986), in quanto « possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli » (Rm 9,4-5).
Tra questi tesori di fede del popolo ebraico si trovano in particolare le Sacre Scritture ebraiche; la Torah, i Nevi’im (i Profeti), i Ketuvim (Scritti), entrati a far parte del canone cri- stiano. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riassumendo una bimillenaria tradizione, afferma: « L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne, poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata ».(5)

Il filosofo ebreo Franz Rosenzweig nel suo libro La stella della redenzione (pubblicato nel 1921) scrive: « Come mostra quella lotta sempre attuale contro gli Gnostici, è l’ Antico Testamento che rende possibile la resistenza del Cristianesimo contro i suoi stessi pericoli interni ».(6)

E sant’Ambrogio diceva: « Bevi per prima cosa l’Antico Testamento, per bere poi anche il Nuovo Testamento. Se non berrai il primo, non potrai bere il secondo ».(7)

Tesori comuni a ebrei e cristiani sono pure la rivelazione del Dio unico, creatore e padre, ma anche tenero e materno; il dono dei comandamenti che hanno dimensione etica universale, di perenne valore per l’umanità; l’intera Torah e lo studio (Talmud) della Parola rivelata.
Tra i segni particolari della fede del popolo di Israele va ricordata la circoncisione. Di essa così parla il Catechismo della Chiesa cattolica: « La circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita, è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell’Alleanza, della sua sottomissione alla Legge, della sua abilitazione al culto d’Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della ‘circoncisione di Cristo’ che è il battesimo ».(8)

Si può comprendere, quindi, che san Tommaso abbia lungamente studiato questo evento dell’infanzia di Gesù, e al termine della Summa sia giunto alla conclusione che la circoncisione « dava la grazia », in quanto « segno di fede nella passione di Cristo futura »: « Et ideo dicendum quod in circumcisione conferebatur gratia quantum ad omnes gratiae effectus [...] in quantum erat signum passionis Christi futurae ». E in una risposta a un’obiezione aggiunge: « Sed et circumcisio, si haberet locum post passionem Christi, introduceret in regnum ».(9)

Molte e varie possono essere le modalità di accesso al popolo di Israele e al suo mistero. Il Catechismo della Chiesa cattolica ce ne ricorda diverse, tra cui l’epifania di Cristo, con queste parole: « L’Epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d’Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo; insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, essa celebra l’adorazione di Gesù da parte dei magi venuti dall’Oriente ». La venuta dei magi, che « rappresentano le nazioni pagane circostanti [...] sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei e ricevendo da loro la promessa messianica quale è contenuta nell’Antico Testamento. L’Epifania manifesta che ‘la grande massa delle nazioni’ entra nella ‘famiglia dei Patriarchi’ (san Leone Magno, Sermones, 23) e ottiene la ‘dignità israelitica’ (Messale Romano, orazione dopo la seconda lettura della veglia pasquale) ».(10)

A proposito del popolo ebraico e della sua missione attuale si possono ancora ricordare alcune autorevoli affermazioni pontificie: « Dio agisce per amore gratuito. Questo amore lega Israele con Dio Signore in modo particolare ed eccezionale. Per esso Israele è divenuto proprietà di Dio [...]. Così nell’Alleanza [del Sinai] nasce un nuovo popolo, che è il popolo di Dio [...]. Israele è chiamato ad essere un popolo di sacerdoti ».(11)

« Israele fa l’esperienza di un Dio personale e salvatore (cfr.Dt 4,37; 7,6-8; Is 43, 1-7), del quale diventa il testimone e il portavoce in mezzo alle nazioni. Nel corso della sua storia Israele prende coscienza che la sua missione ha un significato universale (cfr., ad esempio, Is 2,2-5; 25,6-8; 60, 1-6; Ger 3, 17; 16, 19) ».(12)

Con questi brevi cenni possiamo forse meglio entrare nelle profondità del mistero di quel popolo che è il popolo ebraico e della conseguente comunione che ci lega a esso fin dalle radici della Chiesa, popolo dell’alleanza rinnovata ed eterna. Papa Giovanni Paolo Il riassumeva così (6 dicembre 1990) gli elementi fondamentali su cui sviluppare oggi le relazioni religiose tra queste due parti del popolo di Dio: « Quando noi consideriamo la tradizione ebraica, osserviamo quanto profondamente voi venerate la sacra Scrittura, la Miqrah e in particolare la Torah. Voi vivete una relazione speciale con la Torah, insegnamento vivo di Dio vivo. Voi la studiate con amore, nel Talmud Torah, per praticarla nella gioia. n suo insegnamento dell’amore, della giustizia, del diritto, è ripetuto nei profeti – Nevi’im – e nei Ketuvim.

Dio, la sua santa Torah, la liturgia sinagogale e le tradizioni familiari, sono certamente elementi caratteristici del vostro popolo, dal punto di vista religioso. E questi elementi costituiscono il fondamento del nostro dialogo e della nostra cooperazione ».

A queste relazioni tutte particolari fra chiesa e popolo ebraico fa chiaro riferimento anche il recente Accordo fondamentale fra Santa Sede e Stato di Israele (30 dicembre 1993).

L’esilio 

L’esperienza dell’esilio, della lontananza dalla patria, è presente fin dalle origini del racconto biblico: Adamo ed Eva sono esiliati dal paradiso, Caino fugge ramingo dopo il fratricidio, i popoli si disperdono lontano da Babele. L’esilio e la prigionia toccano poi più direttamente il popolo ebraico: Giuseppe è venduto come schiavo agli egiziani, Israele – il popolo del Nord – è sottomesso agli assiri nel 722 a.C., Giuda e Gerusalemme sono infine distrutte dai babilonesi nel 586 a.C. Viene poi l’ultimo esilio, apparentemente interminabile, dal 70 d.C. al 1948, anno hj della rinascita di uno Stato d’Israele nella terra dei padri.

Come già abbiamo visto a proposito del popolo di Dio, anche nell’esperienza dell’esilio ritornano alcune dimensioni fondamentali della vita di Israele: il suo rapporto con il Dio dell’alleanza, con la terra di santità, con gli altri popoli in mezzo ai quali è disperso. Infine, quasi al limite di ogni esperienza vissuta e possibile, si colloca un abisso di orrore indicibile che ha portato oltre l’esilio, in una notte oscura, il popolo ebraico in Europa sotto il dominio nazista: lo sterminio sistematico, la Shoah.

Mentre dall’esilio ci si poteva attendere che « un resto ritornerà », germoglio santo della redenzione, dalla Shoah questa speranza viene negata in linea di principio.
Possiamo dire che con la Shoah appare possibile un duplice esito dell’esilio: sia come redenzione (l’esito tradizionale annunciato dai profeti), sia come antiredenzione (l’esito diabolico dell’annichilimento del popolo ebraico).

L’esilio di per sé non distrugge il rapporto fra Dio e il suo popolo, anzi, mentre ne rende più acuta l’esigenza, lo fa maturare, predisponendo alla conversione e alla redenzione. Costringendo a lasciare Gerusalemme, l’esilio fa comprendere, nel dolore, tutta la profondità e il valore spirituale del Santo dei santi e dei sacrifici, cessati con la distruzione del tempio. La Shekinah, la Gloria di Dio, non lascia per questo il popolo, ma va con lui in esilio in mezzo alle nazioni pagane, continuando a preparare così la diffusione universale del messaggio della salvezza rivolto in principio a un solo popolo particolare. Il profeta Ezechiele vede la gloria di Dio presso i deportati in Babilonia, e l’annuncia con queste parole: « Giunsi dai deportati di Tel Aviv, che abitano lungo il canale di Chebar, dove hanno preso dimora [...] ed ecco, la gloria del Signore era là » (Ez 3, 15.23); il profeta descrive anche l’esilio della Shekinah: « La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio » (Ez 10, 18).

E un testo della tradizione successiva aggiunge, come sentenza di R. Shimon ben Jochaj: « Vieni e guarda quanto è caro Israele al Santo, benedetto sia: in ogni luogo in cui essi vennero esiliati la presenza di Dio era con loro » (Meghillot 29a).

Nell’esilio millenario si alzano più struggenti le lamentazioni attribuite a Geremia e le elegie, dense di commozione e di pianto per il tempio distrutto. L’esilio è un costante appello alla conversione dal peccato e alla missione di Israele tra le nazioni pagane.

In questo senso l’esilio di Israele è un caso tipico per ogni fatto simile della storia. L’esilio infatti è una situazione dolorosa e spesso drammatica, che, in vario modo, tocca tante persone e tanti gruppi sociali. Anche ai nostri giorni i fenomeni dell’emigrazione, delle guerre, delle fughe di intere popolazioni ci coinvolgono tutti. « 

La risposta esemplare offerta dal popolo ebraico può pertanto essere considerata paradigmatica: nelle situazioni d’esilio scaturisce più intensa la preghiera, matura la coscienza della fraternità, si creano nuovi vincoli e strutture di solidarietà.

Ben diversa è la situazione di quell’aldilà dell’esilio che può rifarsi alla Shoah. L’immensità del martirio del popolo ebraico sembra qui invitarci a un infinito silenzio, dal quale possa scaturire un proposito, un gesto, un grido di perdono a causa del male compiuto. La conversione, dopo la Shoah, è un appello urgente e necessario non per il popolo ebraico in esilio, ma per coloro che hanno concepito e predisposto l’annientamento di questo popolo, e con esso, per assurdo, l’annientamento di Dio stesso, se fosse stato possibile.

Il paganesimo assoluto e mostruoso è apparso nel centro dell’Europa del ventesimo secolo, dopo duemila anni di annuncio del Vangelo.

Spesso, purtroppo, dobbiamo riconoscere che la dottrina cristiana aveva proposto un « insegnamento del disprezzo » nei confronti dei nostri fratelli ebrei. Dopo la Shoah, dobbiamo sostituirlo con « l’insegnamento del rispetto », della conoscenza, della stima, dell’amore fraterno.

Dobbiamo anche vigilare attentamente perché i sentimenti del passato non ritornino mai più, né nella chiesa, né nei giovani, ne nella società. Abbiamo bisogno anche noi della conversione, la teshuvah, per riprendere insieme il cammino della salvezza. Preghiamo il Signore che ci dia occhi nuovi ed energie rinnovate per questo pellegrinaggio.

Infatti il popolo ebraico, aiutandoci a comprendere il senso di ogni sofferta lontananza dalla patria, ci invita a riflettere su forme particolari di esilio che toccano da vicino il popolo dei cristiani, il popolo di tutti i credenti in Cristo (cattolici, ortodossi, protestanti) e anche il senso di esperienze di esilio per i cattolici, nella loro totalità o in gruppi e aggregazioni diverse.

Vi sono tante vicende storiche che possono essere interpretate come l’ esilio da una patria, da una cultura, da un contesto culturale, sociale e anche politico al quale ci si era abituati e anche un po’ come adattati. In questo senso ogni privazione di un radicamento precedente, di una terra sicura sotto i piedi,di un terreno su cui contare, di un palazzo o di una casa spirituale da abitare con tranquillità è una prova, una sofferenza, spesso anche uno strappo doloroso, un trauma.
A esso si può reagire con la rabbia, oppure con una nostalgia rassegnata e passiva, o addirittura con il chiudere gli occhi all’evidenza e non volere che ci sia stato ciò che c’è stato, o volere a tutti i costi il ritorno a ciò che fu.

È possibile invece reagire come i profeti hanno insegnato a Israele: riconoscendo la mano di Dio, lasciandosi purificare dalla prova, cercandone il senso.

Una particolare forma di esilio, di privazione della patria, è quella dell’esilio culturale, dello sfocarsi di evidenze ideologiche che costituivano la tela di fondo su cui esprimere i nostri pensieri, del venir meno di abitudini che sembravano ovvie. Vi sono, sia chiaro, alcune certezze che non verranno mai meno: sono quelle che riguardano l’amore di Dio che è stato diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo, l’amore con cui Cristo ci ha amato fino alla morte. Su questo non può esserci dubbio. Qui, come dice san Paolo, « la speranza non delude » (Rm 5, 5). Ma vi sono al contrario giudizi categoriali, abitudini mentali, processi ideologici su cui contavamo, che è bene che talora vengano messi in questione, per cogliere ciò che è essenziale. L’esilio diventa allora uno stimolo per il cammino.

Il cammino 

La chiesa crede di essere il popolo di Dio pellegrino nel mondo, popolo bisognoso di conversione e chiamato in Cristo a essere servo di pace tra gli uomini e i popoli.

Nello stesso tempo, con eguale forza, la chiesa riconosce egualmente nel popolo ebraico un popolo chiamato esso pure a una missione particolare di santità e di pace nel mondo.
Pensatori, teologi ed esegeti hanno il dovere di riflettere sui vari aspetti di questo popolo di Dio che si presenta in due diverse comunità di fede.

Ma il fatto che abbiamo ripreso, dopo duemila anni di estraneità, incomprensioni, persecuzioni, a parlarci e a camminare insieme, lavorando insieme per la pace e la giustizia, è una prova forse maggiore delle dimostrazioni teologiche, di cui pure abbiamo urgente bisogno.

È quanto affermava il 2 febbraio 1994 il cardinale Ratzinger a Gerusalemme durante un convegno interreligioso: « Penso che il nostro compito principale è diventato più chiaro [...] Ebrei e cristiani dovrebbero accettarsi reciprocamente in profondo spirito di riconciliazione interiore, non disprezzando o negando la propria o altrui fede, ma a motivo delle radici della loro fede. Nella loro mutua riconciliazione dovrebbero divenire una forza di pace nel mondo e per il mondo. Con la loro testimonianza dell’unico Dio, che non può essere adorato senza un amore unico per Dio e per il prossimo, essi dovrebbero aprire per Dio la porta nel mondo, così che la sua volontà ‘sia fatta in terra così come è fatta in cielo’, perché ‘venga il Suo Regno’ « .

Il nostro camminare insieme è un peregrinare operoso e orante verso la città di Dio, la celeste Gerusalemme, verso quella che possiamo chiamare tutti la « nostra terra », il « nostro paese ».
Possiamo ascoltare in proposito una delle grandi preghiere : che nutrono la fede del popolo ebraico in cammino, la Ahavà . rabbà:

Di un grande amore ci hai amati, Signore, nostro Dio; di una grande, infinita pietà ci hai fatto oggetto. Nostro Padre, nostro Re, in , grazia dei nostri progenitori che hanno avuto fede in te e ai quali hai insegnato le tue leggi di vita, sii propizio anche con noi e istruiscici. Padre nostro, Padre misericordioso, clemente, abbi pietà di noi e dà al nostro cuore la facoltà di discernere e di comprendere, di ascoltare, di imparare e di insegnare, di osservare e di praticare con amore tutte le parole che studiamo nella tua Torah. Illumina i nostri cuori con la luce della tua Legge, avvinci il nostro cuore ai tuoi comandamenti e disponi il nostro animo all’amore e i al timore del tuo Nome, sì che non abbiamo mai da arrossire. Noi fidiamo nel tuo Nome santo, grande e venerabile e perciò noi giubileremo e gioiremo per il tuo soccorso. Riuniscici in pace dai i quattro angoli della terra e riconducici a testa alta nel nostro paese, poiché tu sei Dio, autore di salvezza, e noi hai scelto fra tutti i popoli e tutte le lingue e ci hai avvicinati al tuo Nome grande perché ti lodiamo e proclamiamo la tua unità con ardore. Benedetto tu, Signore, che nel tuo amore eleggesti il tuo popolo Israele.

La meta e il centro di questo cammino dei popoli è Gerusalemme. Verso di essa leviamo i nostri occhi, per la sua pace prega il nostro cuore. Ma non per questo dimenticheremo l’immensa e urgente sofferenza del mondo. Lavoreremo insieme, qui, ovunque.

Tra gli impegni comuni vorrei ricordare anche quello contenuto negli accordi tra Santa Sede e Stato d’Israele, per combattere ogni forma di antisemitismo e tutti i tipi di razzismo e di intolleranza religiosa. Tale impegno va sempre mantenuto alto, in tutti i campi.
Altre aree e modalità di collaborazione sono state definite dal Comitato internazionale cattolico-ebraico, che fu istituito ne1 1970.

Si è discusso dei temi della famiglia, ecologia e diritti umani. Per la prima volta, forse dal 49 d.C., cioè dal Concilio di Gerusalemme, temi religiosi e precetti esplicitamente elaborati dalla comunità e dalla tradizione ebraica e dalla comunità cristiana (in questo caso in materia di famiglia) sono stati affermati come tali, e come tali sono entrati in un documento comune sulla famiglia. In questa dichiarazione comune si afferma « il valore sacro del matrimonio stabile e della famiglia [...] La famiglia è la risorsa più preziosa dell’umanità. Per ebrei e cristiani è una comunità stabile di amore e solidarietà fondata sull’alleanza di Dio ».

Camminando insieme stiamo cominciando a sperimentare e a capire che l’identità cristiana non ha bisogno, per affermarsi, di negare l’identità ebraica e la Torah, né, viceversa, l’identità ebraica si afferma negando il valore della chiesa, popolo dell’alleanza rinnovata nel sangue di Cristo.

Ancor più fortemente e in modo asimmetrico, noi cristiani abbiamo invece bisogno, per comprendere la chiesa, di affermare l’identità ebraica e la Torah. Franz Rosenzweig lo esprime in maniera efficace: « Se il cristiano non avesse alle sue spalle l’ebreo, si perderebbe, dovunque si trovi ». (13)

Conclusione 

Vedo un grande monito e una grande missione.
Occorre affermare la propria identità non nella contrapposizione ma nella apertura e nella comprensione.

Potremo capire sempre meglio noi stessi quanto più ci sforzeremo di capire, amare, apprezzare tanti altri, anche molto diversi, cercando le radici dell’impegno comune.
A proposito dell’impegno comune per la famiglia, il documento ebraico-cristiano sulla famiglia sopra citato dice ancora:

« La società è chiamata a sostenere i diritti della famiglia e dei membri della famiglia, specialmente donne e bambini, il povero e il malato, il giovanissimo e l’anziano, a una sicurezza fisica, sociale, politica ed economica. I diritti, doveri e opportunità delle donne sia in casa come nella più ampia società devono essere rispettati e promossi. Nell’affermare la famiglia, noi vogliamo raggiungere nello stesso tempo anche altre persone come le persone non sposate, i genitori singoli, i vedovi e le vedove e coloro che non hanno bambini, nelle nostre società e nelle nostre sinagoghe. In vista della dimensione mondiale della questione sociale oggi, il ruolo della famiglia è stato esteso così da coinvolgere una cooperazione per un nuovo senso di solidarietà internazionale ».

La nostra reciproca estraniazione di ebrei e cristiani è durata venti secoli, ci siamo inflitti reciprocamente un esilio ingiusto che ha privato noi e il mondo di immense ricchezze spirituali. Si è trattato, insieme, di un esilio dalla Terra di Dio e dalla casa del fratello. Ecco ora il tempo propizio, il momento favorevole: lavoriamo da fratelli perché altri fratelli, altri popoli, passino dall’esilio al cammino comune, al santo pellegrinaggio verso la Gerusalemme che è nostra madre, città di pace e di giustizia.

_________________________
1. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 9: Enchiridion Vaticanum 1/309.
2. N. 10: Enchiridion Vaticanum 9/1634.
3. Ibidem.
4. Cfr. Enchiridion Vaticanum 1/86155.
5. Catechismo della Chiesa cattolica, D. 121.
6. La stella della redenzione, Marietti, Genova 1985, p. 443.
7. Commento ai dodici salmi, Sal 1, 33.
8. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 527.
9. Summa Theologiae, IIIa, q. LXX, art. IV, corpus et ad 4.um.
10 Catechismo della Chiesa cattolica, n. 528.
11 Giovanni Paolo II, Catechesi del mercoledl, 16 agosto 1989.
12 Giovanni Paolo Il, Redemptoris Missio, 12: Enchiridion Vaticanum 12/574.
13 La stella della redenzione, cit., p. 442.

[Relazione al meeting di Rimini, 20 agosto 1994, in Guardando al futuro, EDB, Bologna 1995]

Jesus Eats Breakfast with His Disciples

Jesus Eats Breakfast with His Disciples dans immagini sacre tissot-meal-of-our-lord-and-the-apostles-747x481

http://www.joyfulheart.com/holy-week/jesus_eats_breakfast_with_his_disciples.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 avril, 2012 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO – COMMENTO ALLA LETTERA DI SAN GIOVANNI (inizio)

http://www.augustinus.it/italiano/commento_lsg/index2.htm

SANT’AGOSTINO – COMMENTO ALLA LETTERA DI SAN GIOVANNI

(ho messo la prima parte, naturalmente segue)

OMELIA 1

Quello che era da principio…

Attraverso la fede possiamo pervenire al Verbo incarnato, esserne illuminati ed averne la vita, se confesseremo umilmente i nostri peccati ed obbediremo al comandamento nuovo della carità fraterna.

[Il Signore si è reso visibile per vivificare i nostri cuori.]

1. Quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e le nostre mani hanno toccato del Verbo di vita (1 Gv 1, 1). Quegli che colle sue mani tocca il Verbo, può farlo unicamente perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi (Gv 1, 14). Questo Verbo fatto carne fino a potersi toccare con le mani, incominciò ad essere carne nel seno della Vergine Maria. Non fu invece a quel tempo che egli incominciò ad essere Verbo, perché Giovanni dice che il Verbo era fin dall’inizio. Dal momento che avete appena sentito ripetere le parole: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio (Gv 1, 1), potete confrontare se Giovanni, nella sua Epistola, sia in perfetta armonia col suo Vangelo. Qualcuno potrebbe riferire l’espressione Verbo di vita a qualche particolare modo di parlare del Cristo e non allo stesso suo corpo che fu toccato con le mani. Ma osservate le parole che seguono: La vita stessa si è manifestata (1 Gv 1, 2). Dunque Cristo è il Verbo di vita. Ma come si è manifestata? Essa era fin dall’inizio, ma ancora non si era manifestata agli uomini; s’era invece manifestata agli angeli che la contemplavano e se ne cibavano come del loro pane. Ma che cosa afferma la Scrittura? L’uomo mangiò il pane degli angeli (Sal 77, 25). Dunque la vita stessa si è manifestata nella carne; perché si è manifestata affinché fosse visto anche dagli occhi ciò che solo il cuore può vedere e così i cuori avessero a guarire. Solo col cuore si vede il Verbo; cogli occhi del corpo invece si vede anche la carne. Noi potevamo vedere la carne, ma per vedere il Verbo non avevamo i mezzi. Allora il Verbo si è fatto carne e questa la potemmo vedere, onde ottenere la guarigione di quella vista interiore che sola ci può far vedere il Verbo.

[Sposalizio tra il Verbo e la carne.]

2. Noi l’abbiamo veduto e ne siamo testimoni (1 Gv 1, 2). Forse alcuni di voi, fratelli, ignari di greco, non sanno quale significato ha in greco il termine testimonio, termine comunissimo del vocabolario religioso. Il greco chiama martiri quelli che il latino chiama testimoni. E chi mai non sentì parlare di martirio? su quali labbra di cristiano non risuona ogni giorno il nome dei martiri? Potesse quel nome stabilirsi anche nel cuore, tanto da farci imitare le sofferenze dei martiri e non metterle invece sotto i piedi. Per questo Giovanni ci ha detto: Noi abbiamo visto e ne siamo testimoni: noi abbiamo visto e siamo i suoi martiri. Questi, dando testimonianza sia di quanto videro, come di quanto udirono da testimoni oculari, sopportarono tutte le sofferenze del martirio perché quella testimonianza spiacque agli uomini contro i quali era diretta. I martiri sono i testimoni di Dio. Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini affinché a sua volta gli uomini abbiano come loro testimone Dio stesso. Abbiamo visto – dice Giovanni – e siamo suoi testimoni. Dove videro? nella rivelazione; ma dire rivelazione è come dire sole; essi perciò videro in questa nostra luce. Ma colui che fece il sole, come poté essere visto, se non perché egli ha posto nel sole la sua tenda e, quale sposo che esce dal talamo, balzò innanzi, come un gigante, verso la sua meta (Sal 18, 6)? Chi fece il sole è prima del sole, prima della stella del mattino, prima degli astri tutti, prima di tutti gli angeli. Egli è il vero creatore poiché: tutto per mezzo di lui fu creato e senza di lui niente fu fatto (Gv 1, 3); ma perché anche con quegli occhi della carne che vedono il sole egli fosse visto, pose la sua dimora nel sole stesso, fece cioè vedere a noi la sua carne nel chiarore di questa luce terrena. L’utero della Vergine fu la sua stanza nuziale, poiché è là che si sono uniti lo sposo e la sposa, il Verbo e la carne. Poiché sta scritto: E saranno i due una sola carne (Gn 2, 24); ed anche il Signore dice nel Vangelo: Dunque non sono due ma una sola carne (Mt 19, 6). Molto opportunamente Isaia ricorda che quei due sono un solo essere; parlando in persona di Cristo dice: Egli pose sul mio capo una mitra come al suo sposo e mi arricchì di un ornamento come la sua sposa (Is 61, 10). Qui, come si vede, è uno solo che parla e si dichiara insieme sposo e sposa, poiché non sono due ma una sola carne. E ciò avviene perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi. La Chiesa si unisce a quella carne ed abbiamo il Cristo totale, capo e membra.

[Conosciamo il Verbo incarnato con gli occhi della fede.]

Omelia (22-04-2012): Non sono un fanta­sma!

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25292.html

Omelia (22-04-2012)

padre Ermes Ronchi

Quel tocco del Risorto che trasfigura

Non sono un fanta­sma!

Mi colpisce il la­mento di Gesù, una tristezza nelle sue parole, ma ancor più il suo desiderio di essere toccato, stretto, ab­bracciato come un amico che torna: Toccatemi. E pronun­cia, per sciogliere le paure e i dubbi, i verbi più semplici e più familiari: Guardate, toc­cate, mangiamo! Non a visio­ni d’angeli, non a una teofa­nia gloriosa, gli apostoli si ar­rendono ad una porzione di pesce arrostito, al più fami­liare dei segni, al più umano dei bisogni. Gesù vuole en­trare nella vita concreta dei suoi, esserne riconosciuto co­me parte vitale. Perché anche il Vangelo non sia un fanta­sma, un fumoso ragionare, un rito settimanale, ma roccia su cui costruire, sorgente alla quale bere. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, ha carne e sangue come noi. Questo piccolo segno del pe­sce, gli apostoli lo daranno come prova: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At 10,41). Perché mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comu­nione ritrovata, che lega in­sieme e custodisce e accresce le vite, figlio delle nostre pau­re o delle nostre speranze.
Il Risorto non avanza richie­ste, non detta ordini. La sua prima offerta è «stare in mez­zo» ai suoi, riannodare la co­munione di vita. Viene e con­divide pane, sguardi, amici­zia, parola. Non chiede, rega­la. Non chiede di digiunare per lui, ma di mangiare con lui. Vuole partecipare alla mia vita e che io condivida la sua. Ma in un sentimento di sere­nità, di distensione.
Infatti la sua prima parola è: pace a voi! Pace, che è il rias­sunto dei doni di Dio. È la se­renità dello spirito che ci per­mette di capirci, di fare luce nei nostri rapporti, di vedere il sole più che le ombre, di di­stinguere tra un fantasma e il Signore. Solo il cuore in pace capisce. Infatti, il Vangelo an­nota: Aprì loro la mente per comprendere le Scritture. Per­ché finora avevano capito so­lo ciò che faceva comodo, so­lo ciò che li confermava nel­le loro idee. C’è bisogno di pa­ce per cogliere il senso delle cose. Quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fer­marci, fare silenzio, non par­lare.
Mi consola la fatica dei disce­poli a credere, il loro oscillare tra paura e gioia. È la garan­zia che la risurrezione di Ge­sù non è una loro invenzione, ma un evento che li ha spiaz­zati. Lo conoscevano bene, il Maestro, dopo tre anni di stra­de, di olivi, di pesci, di villag­gi, di occhi negli occhi, eppu­re non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. Per­ché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è andare avan­ti, è trasformazione, è il tocco di Dio che entra nella carne e la trasfigura.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 avril, 2012 |Pas de commentaires »

DOMENICA 22 APRILE – III DI PASQUA

DOMENICA 22 APRILE – III DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/pasqB/PasqB3Page.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni, apostolo 6, 1-17

L’Agnello apre il libro di Dio
Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.
Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.
Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati».
Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce:
«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?».
Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.
Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

Responsorio    Cfr. Ap 6, 9. 10. 11
R. Vidi sotto l’altare di Dio le anime di coloro che furono immolati. Gridarono a gran voce: Fino a quando non vendicherai il nostro sangue? * E fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro fratelli, alleluia.
V. Venne data a ciascuno di essi una veste candida.
R. E fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro fratelli, alleluia.

Seconda Lettura
Dalla «Prima Apologia e favore dei cristiani» di san Giustino, martire
(Cap. 66-67; PG 6, 427-431)

La celebrazione dell’Eucaristia
A nessun altro è lecito partecipare all’Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.
Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l’intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.
Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro.
Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell’universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.
E nel giorno, detto del Sole, si fà l’adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.
Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.
Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.
Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.
Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l’indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.

San Giuseppe

San Giuseppe dans immagini sacre st-joseph-prayer-card
http://catholicconvert.wordpress.com/2008/01/30/novena-to-st-joseph/

Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2012 |Pas de commentaires »
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