SAN GIUSEPPE? Santo sì, ma lavoratore!

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SAN GIUSEPPE? Santo sì, ma lavoratore!

L’aspetto sociale del lavoro con l’apporto della sua concretezza derivante dalla spiritualità vissuta nella casa di Nazareth.

Il cammino profetico dei fondatori è sempre segnato da « intuizioni », piccole luci interiori emerse nella preghiera, nella riflessione personale e sperimentate nel loro accrescersi passando da piccole fiammelle a grandi fari accesi nella notte nel percorso umano e sociale vissuto da questi « uomini di Dio » che solcano la storia come « maestri », desiderosi di procedere nascostamente nel loro impegno indipendentemente dall’essere più o meno compresi o più o meno acclamati. Così anche il Beato Giacomo Alberione, il nostro Primo Maestro, definito qualche anno prima della sua morte da Paolo VI « umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile e raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera » ci sprona col suo stile « volutamente nascosto » a farci riflettere e interrogarci sulle note che risuonano dalla sua spiritualità pienamente accordata sulla vita ecclesiale ed apostolica del suo tempo. Sicuramente fu così anche per la « devozione a S. Giuseppe » che egli visse personalmente e trasmise ai suoi fin dai primi anni di fondazione dell’opera paolina. Il 5 ottobre del 1921 lui stesso scelse per sé il nome di Giuseppe, emettendo in quel di Alba la professione religiosa con i suoi primi discepoli. Nella coroncina dedicata al Santo, di vetusta tradizione, e che egli fece propria leggendo uno scritto di Giovanni Bosco, emergono svariati aspetti che, estrapolati dalla vita del santo patrono della Chiesa universale, egli seppe applicare al proprio ministero e promuovere col proprio apostolato a servizio ed in unità al Magistero dell’epoca.

I Papi ispiratori: Pio IX, Leone XIII, Pio XIIi
L’aspetto cristologico di familiare intimità vissuta da S Giuseppe nella Casa di Nazareth, il suo intervento continuo a protezione della stessa, e ben descritta da Papa Leone XIII nell’enciclica del 15 agosto 1889 Quamquam pluries, crearono l’humus, il terreno favorevole, per un rilancio della figura di S. Giuseppe come difensore della cristianità. Rilancio al quale il Primo Maestro non rimase indifferente negli anni a venire e che segnarono alcuni importanti cardini nella spiritualità paolina. Papa Leone XIII riprese e sviluppò quanto già avviato dal suo predecessore, Pio IX, con il decreto della S. Congregazione dei Riti Quemadmodum Deus dell’ 8 dicembre 1870.
Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, proponendo ai fedeli di ricorrere a lui riconoscendogli un potere di preghiera d’intercessione inferiore solo a quella di Maria. Verso la fine dell’800 Leone XIII, introducendo la sua lettera sostennne di « ritenere sommamente conveniente » che il popolo cristiano oltre a rivolgersi alla Madre di Dio « si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso il suo castissimo sposo San Giuseppe » ed auspicava che la devozione al padre putativo di Gesù mettesse  » profonde radici nelle istituzioni e nelle abitudini cattoliche ». Forse sarà utile sapere, pensando noi paolini al nostro Istituto Santa Famiglia, che già allora lo stesso Pontefice, nella lettera apostolica Neminem fugit del 14 giugno 1892, istituirà canonicamente la Pia Associazione Universale delle Famiglie consacrate alla Sacra Famiglia di Nazareth, sottolineando la partecipazione intima di Giuseppe alla suprema dignità della santa Famiglia. Tornando alla Quamquam pluries, la preghiera che conclude l’enciclica di Leone XIII, « A te beato Giuseppe… » verrà ripresa in più edizioni successive, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, nei libri di preghiera ad uso della Società San Paolo e di alcune delle istituzioni paoline, accompagnando i punti della « Coroncina a San Giuseppe » fin dai primi anni della sua stampa e diffusione. Del resto, cresciuto nella devozione popolare a questo santo, il nostro Fondatore insegnò a coltivarne una considerazione sempre più convinta e apostolicamente motivata; per questo fine introdusse negli istituti da lui fondati l’uso di dedicare il mese di marzo ed il primo mercoledì di ogni mese al Patrono della Chiesa universale.
Nello sviluppo e nella crescita della spiritualità alberioniana in riferimento a S.Giuseppe di non poco conto sono pure le suggestioni mediate dagli scritti di Papa Pio XII. È il pontefice che nel ’45 indica S. Giuseppe come patrono e modello degli operai e che dieci anni dopo il 1° maggio 1955, istituisce la festa liturgica di san Giuseppe operaio; tra gli altri scritti che portano la sua firma è pure il caso di menzionare l’enciclica Sacra Virginitas (25 marzo 1954), sulla verginità consacrata, nella quale trattando del celibato sacerdotale viene ripreso un pensiero di S. Pier Damiani, « il nostro Redentore amò tanto l’integrità del pudore, che non solo nacque da un utero verginale, ma volle essere trattato da un nutrizio vergine ». Don Alberione, già nel manuale di preghiera del 13 marzo 1952, aveva fatto aggiungere alla fine della recita della coroncina a S Giuseppe l’invocazione « O S Giuseppe custode e padre dei vergini » con chiaro riferimento ai consacrati paolini. Perciò si troverà a proprio agio nell’utilizzare, a due mesi di distanza dall’uscita dell’enciclica, la stessa terminologia in una meditazione tenuta alla Famiglia Paolina radunata in Roma nella cripta del Santuario della Regina degli Apostoli, il 2 giugno dello stesso anno a commento proprio del primo punto della coroncina. « S. Giuseppe è fedele cooperatore della nostra redenzione. Ha cooperato, in che cosa? – chiede alle comunità Don Alberione – Sappiamo dal Vangelo come egli ha disposto, ha cercato un rifugio per la nascita di Gesù a Betlemme, come salvò la vita insidiata di Gesù con la fuga in Egitto, come accompagnò il Bambino nel ritorno in Terra santa. Si stabilì a Nazareth e lì fu il nutrizio, il padre putativo di Gesù: insegnò a Gesù stesso il lavoro e lo accompagnava a Gerusalemme per le grandi funzioni. Perciò noi domandiamo al Signore, per intercessione di san Giuseppe, la grazia di essere anche noi strumenti nelle mani di Dio per la cristianizzazione del mondo, la diffusione del Vangelo, l’apostolato ».

Intercessione sicura per l’apostolato
Dato che la preghiera del beato Alberione non poteva che tradursi in azione apostolica, anche il riferimento a Giuseppe di Nazareth non poteva che seguire la stessa traiettoria, assumendo una valenza operativa. Così il Primo Maestro pur rifacendosi fino agli anni ’50 alla coroncina  » I sette dolori e le sette allegrezze di san Giuseppe » attribuita ad uno dei primi discepoli di sant’Alfonso de Liguori, il beato Gennaro Sarnelli (+ 1744) e ampiamente diffusa nei libri di devozione, sentì che occorreva guardare in modo nuovo la figura di S.Giuseppe, lasciando quel profilo devozionale, ormai non più convincente. Detto, fatto: siamo al 15 febbraio 1953. Ne è testimone il suo segretario personale, Don Antonio Speciale, che annota nel suo diario che dopo aver celebrato in cripta alle ore 4 ed essersi lì fermato a pregare ascoltando altre SS. Messe fino alle 6.30, per dettare la meditazione alle comunità paoline sul XIII capitolo della lettera ai Corinti, il Primo Maestro cambia l’ordine del giorno precedentemente stabilito. « Il Primo Maestro- scrive Don Speciale – pensava partire dopo la meditazione, come era inteso con D. Cordero, che avrebbe dovuto accompagnarlo in macchina fino a Pescara; ma forse per il tempo cattivo, o per altro motivo, non parte. .. Alle 7 è chiuso in camera e lavora. Ha composto una nuova coroncina su S. Giuseppe per il libro delle nostre « Preghiere ». Alcune parti o punti sono stati rifatti distruggendo lui stesso gli originali. E pare abbia terminato di scrivere l’articolo per il « San Paolo » composto di undici foglietti del suo notes. Nella coroncina verranno messi in rilievo i vari aspetti inerenti alla vita del Santo e del suo operare a favore della Santa Famiglia e dell’intera umanità: dall’aspetto pedagogico a quello sociale, dall’ambito familiare a quello ecclesiale ed escatologico Quali potevano essere però le novità riportate se non quelle che ne attualizzassero i contenuti in vista della missione paolina? I titoli tradizionali venivano ad essere accostati ad aspetti e funzioni più dinamiche quali la cooperazione in un progetto di redenzione che investe l’umanità, o il recepire che l’essere S. Giuseppe « maestro di lavoro allo stesso Figlio di Dio »; sfociava nel suo essere modello di impegno per tutti i lavoratori nella società o di operosità silenziosa nelle Case paoline. Specialmente lo diventava per tutti i « maestri »e « maestre » d’apostolato, esperti in un’antropologia apostolica appresa dall’unico testo che era la vita paolina vissuta ora per ora, giorno dopo giorno, nelle comunità in Italia e nel mondo; non più come nella casa di Nazareth dietro la pialla del falegname, ma dietro le macchine da stampa e le risme di carta pronte a ricevere l’inchiostro ed i caratteri allineati preparati da esperti linotipisti.

Paternità formativa
Dare corpo e forma alle idee utili per evangelizzare, trasferire su supporti cartacei la Parola di Dio ed il pensiero cristiano, redatto in Casa in unità col Magistero e diffuso con tutti i mezzi, era l’entusiasmante carica che impegnava tutti, piccoli e grandi, a crescere insieme lavorando. Ecco perché alla figura di S. Giuseppe, Don Alberione associava sempre la « paternità formativa » guardando all’aspetto umanistico del lavoro che è attività creativa che aiuta le persone a crescere, le opere di Dio a realizzarsi, le potenzialità ricevute – nelle opere e nelle persone stesse – ad essere valorizzate per tradursi in feconda profezia paolina. È sempre degli anni ’50 il Catechismo sociale di Don Alberione e del ’54 l’opuscolo Il lavoro nelle Famiglie paoline: in entrambe integrava l’aspetto sociale del lavoro con l’apporto della sua concretezza e della sua spiritualità ispirata alla vita nella Casa di Nazareth, formulando una sorta di teologia del lavoro i cui tratti vide confermarsi ed arricchirsi di nuove motivazioni e approfondimenti partecipando alle Sessioni del Concilio Vaticano II. La vita di S. Giuseppe e quella del Beato Alberione sembrano compararsi e descriversi in uno dei brani più originali della spiritualità alberioniana nelle parole che nel 1960 il fondatore ebbe a dire in una meditazione sul lavoro, fatta alla luce della Casa di Nazareth, nella prima settimana del Corso di Esercizi in Ariccia: « I Santi sono tutti lavoratori. In proporzione degli anni vissuti, quanto hanno operato ed in quante direzioni…Tutti! Diedero il primo posto al lavoro interiore; poi questo fruttò l’operosità esterna, così meravigliosa, fruttuosa, umanitaria, che desta in tutti grande ammirazione ». È questa ammirazione che sperimentiamo guardando la dedizione di Giuseppe: lo sposo di Maria nella casa di Nazareth, ma anche Giuseppe Giacomo Alberione nella Famiglia Paolina. Santi, sì, ma lavoratori!

Vittorio Stesuri, ssp

Publié dans : Santi: San Giuseppe |le 30 avril, 2012 |Pas de Commentaires »

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