Archive pour mars, 2012

Omelia seconda lettura (Ef 2,10)

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Omelia seconda lettura

Dalla Parola del giorno
Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo. (Ef 2,10)

Come vivere questa Parola?
Ci permettiamo di seguire la lettura continua della meravigliosa lettera di Paolo agli Efesini, anche in questa festa dell’evangelista Luca. L’apostolo delle genti evidenzia con lucido argomentare che Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo. Ciò che conta è lasciarsi persuadere di quanto siamo oggetto personalmente, dell’infinito amore di Dio. Siamo dunque salvati non a causa di chissà quale sforzo volontaristico. « Per grazia infatti ? dice inequivocabilmente Paolo ? siete stati salvati ». È una « straordinaria ricchezza » sottolinea ancora l’apostolo. Così straordinaria che ? in speranza ? noi siamo già dei conrisorti con Cristo, e la gioia di lassù è per noi. Attenzione però! Se è così, quel che deve crescere in noi è la fede. Il « fiotto » di vita e salvezza viene di lì, non dalle nostre opere buone di cui sarebbe dunque ben stolto vantarsi. Però ? ecco la meraviglia! ? non siamo creati da un Dio che non ci salva come fossimo automi, ma come figli a cui offre da praticare liberamente opere di bene. E se, con una fede che opera e si realizza amando, noi per amore le compiamo, ecco che realizziamo il disegno di Dio: salvezza per noi, ma anche per quelli a cui ci dedichiamo nel nostro quotidiano.

Oggi, nel mio ritorno al cuore, sosto un momento in quiete contemplativa a stupirmi del meraviglioso disegno di Dio. No, non sono mai così bravo da salvarmi da solo. Però, dentro il suo piano, il Signore mi indica tutto quel bene che, con la sua grazia, io posso compiere per amore, io personalmente!

Signore, accresci in me la fede e dammi un cuore umile e riconoscente. Aprimi alle opere di bene che tu vuoi che io compia. E poi dammi grazia perché io, amandoti, le realizzi.

La voce di un Padre Apostolico
Tutti sono stati esaltati e glorificati, non in grazia dei loro meriti, né per le loro opere o per la pratica della virtù, ma per il volere di Dio. Anche noi non possiamo giustificarci da noi stessi, per mezzo della nostra sapienza o intelligenza, della nostra pietà o delle opere che abbiamo compiuto con purezza di cuore, ma veniamo giustificati invece dalla fede. Allora smetteremo di operare il bene? Non permetta il Signore che questo ci accada! Adoperiamoci invece con tutto il nostro impegno e il nostro ardore a realizzare ogni opera buona.
Clemente di Roma

Omelia prima lettura domenica 18 marzo 2012

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Omelia prima lettura domenica 18 marzo 2012

don Marco Pratesi

L’ultima parola

I due libri delle Cronache raccontano la storia di Israele fino alla fine dell’esilio. La presente lettura ne è la conclusione, che si lega direttamente all’inizio del libro di Esdra (cf. Esd 1,1-3; ma quale rapporto intercorra tra le due opere rimane controverso). Il brano, che risente molto del linguaggio dei due grandi profeti della crisi esilica, Geremia e Ezechiele, traccia un itinerario che è una duplice « salita ». La prima è il crescere dell’ira del Signore. Di fronte all’idolatria e alle resistenze di Israele, che imita gli abomini degli altri popoli (è il linguaggio di Ezechiele, cf. 5,9-11; 7,3-9 etc.), Dio risponde con una cura sollecita e costante (il v. 15 riprende un’espressione di Geremia, cf. 7,13.25; 11,7; 25,3-4; 26,5; 29,19; 32,33; 35,14-15; 44,4). La storia del Cronista evidenzia spesso la presenza dei profeti, inviati ai re e alle guide del popolo, da Samuele, Gad e Natan al tempo di David, a Geremia al tempo di Sedecia e dell’esilio (cf. 1Cr 17,1ss; 25,1; 29,29; 2Cr 9,29; 12,5.15; 13,22; 15,8; 18,6ss; 19,2; 21,12; 25,15-16; 26,22; 28,9; 29,25; 32,20.32; 34,22ss; 36,12), spesso inascoltati e talora, come Geremia (cf. Ger 20,7), derisi. Il disprezzo, ossia il rifiuto, delle premure divine vede un progressivo montare dell’ira divina, che a un dato momento non può essere contenuta, determinando la rovina e l’esilio. A questo punto la terra promessa entra in un riposo sabbatico forzato. Quel riposo che gli Israeliti non avevano rispettato (cf. Ger 17,19-27, Ez 22,8.26; 23,38) viene imposto da Dio stesso, che così mostra di voler rimanere comunque in alleanza col popolo. Tale fedeltà si manifesta poi in chiaro con la conquista di Babilonia da parte di Ciro e il conseguente editto, che apre la possibilità di un’altra « salita »: la salita a Gerusalemme per la ricostruzione del tempio, vero centro gravitazionale nella storia delle Cronache. Con ciò si conclude l’itinerario, che risulta dunque scandito in tre tempi: salita dell’ira, riposo sabbatico, salita a Gerusalemme.
Ira di Dio. Idea scomoda, che molti vorrebbero un relitto da dimenticare. Risposta di Dio all’idolatria umana, nasce dall’amore e non è finalizzata alla vendetta ma alla correzione. Nella misura in cui i vari richiami e segnali che la cura divina dissemina sulle strade dell’uomo sono insufficienti, Dio non rinunzia a indurre una presa di coscienza, lasciando assaggiare il sapore delle scelte idolatriche. Possiamo anche dire: abbandonando nelle « mani dei nemici » (cf. v. 17, non letto; Ger 12,7; 20,4-5; 34,20-21; Ez 39,23). Vuoi servire gli idoli? Allora sperimenta che cosa significa. Forse essi ti hanno donato la terra e il resto? Ecco il senso di questo sabato forzato: devi prendere nuovamente coscienza dell’alleanza, di te stesso, di Dio. Se il sabato è un segno di Dio e del suo primato (si veda il c. 20 di Ezechiele), il tempo dell’ira è il tempo del recupero di quel primato assoluto dimenticato. Recuperata questa consapevolezza si può di nuovo salire a Gerusalemme, abitare la terra, ricostruire il tempio, luogo del ritrovato incontro con Dio. Israele torna dall’esilio profondamente cambiato: ha perso in presunzione e acquistato in umile fiducia, con quel vivissimo senso dell’unicità di Dio, della sua « santità », che sarà proprio di tutta la sua storia seguente.
In ogni tempo d’ira, quando siamo consegnati nelle mani dei nostri nemici, che sono i nostri idoli, e sperimentiamo in qualunque modo la lontananza da Dio, siamo chiamati a mantenere ferma la fiducia che anche in questo tempo Dio mira comunque al bene, vuole dirci e darci qualcosa di buono. Negargli fiducia significa vivere questa situazione nella sterilità, come semplice maledizione. Quando consentiamo a fidarci, tutto diviene fecondità e benedizione. L’ira non è l’ultima parola che Dio ha da dirci. « Il Signore, suo Dio, sia con lui e salga! »: è l’ultima frase della Bibbia ebraica.

Omelia (18-03-2012) : Una folle storia d’amore

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Omelia (18-03-2012)

don Alberto Brignoli

Una folle storia d’amore

Nel nostro comune modo di pensare e di vivere la fede, siamo abituati a considerare l’amore nei confronti di Dio come un’iniziativa « nostra »: l’uomo di ogni epoca, nella sua vita piena di incertezze, di difficoltà e anche di situazioni drammatiche, sente il bisogno di un riferimento a qualcosa di più grande di lui che lo possa salvare da questa situazione. E quando questo « qualcosa » diventa un « Qualcuno », ovvero quando l’uomo giunge a dare il nome « Dio » a questa realtà soprannaturale di cui ha bisogno, ecco che, quasi di conseguenza, non solo ne avverte il bisogno, ma vuole entrare in contatto con lui, lo desidera (come dice la parola stessa, « de-sidera », « dal cielo »), lo vuole; lo ama, appunto.
Ma la storia della Salvezza così come la leggiamo nell’Antico Testamento, e soprattutto la vicenda di Gesù Cristo, ci dimostrano l’esatto contrario: l’amore dell’uomo per Dio non è iniziativa puramente umana, ma è la conseguenza, la risposta a un previo amore di Dio per l’uomo. La Sacra Scrittura, in più occasioni, ci mostra un Dio talmente dedito all’uomo da apparire lui stesso come colui che « desidera » l’uomo, che « ha bisogno » di lui, che vuole « entrare in contatto » con lui, che lo vuole, lo cerca, lo ama. E lo ama a tal punto da essere disposto a fare di tutto per lui, a fare qualsiasi cosa purché l’uomo ricambi questa follia d’amore che prova per lui. Sembra di trovarci di fronte all’eterna vicenda di un innamorato non corrisposto, che fa di tutto (a volte addirittura pazzie) purché l’altro o l’altra lo noti.
Le letture di oggi ci mettono di fronte proprio alle follie dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo, realizzatesi, secondo quanto la nostra fede giudeo – cristiana ci insegna, lungo i secoli della storia della Salvezza. In maniera un po’ parafrasata, il libro delle Cronache rilegge la storia del popolo d’Israele come una vicenda di continue premure di Dio nei confronti di un popolo che puntualmente rifiuta le attenzioni di Dio su di lui: dalla bellezza della Creazione mandata a rotoli dalla disobbedienza dell’Eden, alla Nuova Creazione del « dopo – Diluvio » rifiutata dalla costruzione della torre di Babele con cui l’uomo sfida il primato di Dio; dalla prodigiosa vicenda di liberazione attuata con Mosè e smentita dall’adorazione del vitello d’oro nel deserto, al continuo invio da parte di Dio di uomini di governo, di fede e di profezia profondamente appassionati alle vicende storiche del popolo d’Israele, ma puntualmente rifiutati, disprezzati e spesso pure martirizzati in nome di una volontà di autosufficienza dell’uomo nei confronti di Dio.
Poi, però, ci sono momenti in cui questo « amor ch’a nullo amato amar perdona », questa folle tempesta di Dio nei confronti dell’uomo si placa un po’; e allora permette che al popolo d’Israele capitino sventure (come quella della distruzione del tempio di Gerusalemme e dell’esilio in Babilonia) che facciano capire all’uomo quale opportunità ha gettato al vento rifiutando l’amore di Dio.
Sì, perché l’amore di Dio non tradisce mai; mentre l’uomo che pone la sua fiducia nell’uomo non può andare molto lontano.
E comunque, l’imprevedibilità dei disegni d’amore di Dio sull’uomo non si ferma qui. Anche in situazioni di totale sfacelo, come quella del popolo d’Israele che perde la libertà politica, religiosa e territoriale, la Provvidenza di Dio suscita vicende storiche che permettono al popolo di ricostruirsi e di ricominciare da capo. Nel momento in cui la distanza del popolo d’Israele dall’amore di Dio diventa talmente grande che il suo Figlio Unigenito, invece di essere ascoltato e amato, viene inchiodato alla croce come un malfattore, anche da quella vicenda Dio è capace di trarne un beneficio per l’uomo, dandogli l’opportunità, attraverso un gesto di conversione e di fede, di comprendere che ciò che ha fatto con Gesù Cristo è causa non di morte, ma – paradossalmente – di vita eterna.
Le analogie tra la vicenda di Ciro, re di Persia che libera dall’esilio gli Israeliti, e Gesù Cristo che libera l’uomo dall’esilio del peccato e della morte, sono abbastanza evidenti. Da due uomini che storicamente non godevano di nessun credito di fronte ai benpensanti della fede – uno per la sua origine pagana, l’altro per essere un falegname che porta al mondo l’annuncio « scandaloso » di un Dio che non è giudice ma è Padre – Dio fa sorgere due strumenti di salvezza per il suo popolo. E se il primo, Ciro, rappresenta solo una salvezza « storica », riguardo al secondo, Cristo, non c’è necessità di ulteriori spiegazioni al riguardo.
Rimane, comunque, una questione di fede. È vero che è Dio ad amare per primo l’uomo, e ad amarlo al punto di fare addirittura la follia di consegnargli il suo Unico Figlio perché venga messo in croce; ma il secondo atto di questa « storia d’amore » lo deve recitare l’uomo. Dipende dalla sua fede accettare che quell’uomo della croce sia un malfattore o sia il Figlio di Dio, che sia uno scandalo o che rappresenti uno scopo di vita. Non dipende da Dio, che alla fine lascia l’uomo libero di amarlo o no.
E non dipende nemmeno dalle suppliche, spesso interessate, che rivolgiamo a Dio purché ci liberi dai mali che stiamo vivendo, come fece il popolo d’Israele guardando al serpente di bronzo innalzato nel deserto da Mosè; e neppure dalle buone opere che uno compie, come ci ricorda Paolo nella seconda lettura. Non sono le nostre buone opere che ci aprono le porte al Paradiso, ma la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, da cui, come naturale conseguenza, devono scaturire buone opere di amore e di misericordia, capaci di mostrare ad ogni uomo che Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per condannare nessuno, ma perché tutti abbiano in lui la vita, e la vita in abbondanza.
Vita in abbondanza non solo nell’eternità, ma già da qui, da ora. Ogni volta che difendiamo la vita e che facciamo tutto il possibile perché ogni uomo abbia una vita degna di essere chiamata « vita », operiamo « in piena luce » quella « verità » che manifesta dentro di noi la presenza dell’amore eterno e decisamente folle di Dio per l’uomo.

The book of the Song of songs, Chagall,

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http://www.artbible.net/1T/Son0101_6songs_love/pages/20%20CHAGALL%20LE%20CANTIQUE%20DES%20CANTIQUES%203B%20NICE.htm

Publié dans:immagini sacre |on 15 mars, 2012 |Pas de commentaires »

Preghiera Ecumenica (2000) +Michael Saggah

http://www.lpj.org/Nonviolence/Patriarch/Preghiera.html

PREGHIERA ECUMENICA 

12 OTTOBRE 2000

+Michel Sabbah
Patriarca Latino di Gerusalemme

(molto su Paolo)

Saint-Etienne (Dominicains)

1 -Vi saluto in Gesù Cristo Signore nostro e a nome dei miei fratelli, il Patriarca Diodoros I, il Patriarca Torkom II, e tutti i capi delle Chiese Cristiane di Gerusalemme, qui presenti o rappresentate. Insieme innalziamo le nostre preghiere a Dio per la Pace a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa.
Siamo qui riuniti per pregare, per metterci alla presenza di Dio, nel suo Amore e nella sua Giustizia rivolta a tutti i suoi figli, quelli che vivono nei conflitti e quelli che vivono nella pace. Siamo riuniti qui per chiedere a Dio di darci la Sua Pace, la Pace che è frutto del Suo Amore e della Sua Giustizia nel conflitto che stiamo vivendo in questi giorni tra i nostri due popoli, Palestinese e Israeliano.
2 –Abbiamo iniziato la nostra preghiera ascoltando la parola di Dio, nella prima lettura abbiamo ascoltato il Profeta Michea biasimare l’oppressione dei suoi giorni. Il Profeta ha detto
“Guai a coloro che meditano l’iniquità…sono avidi di campi e li usurpano, di case, e se le prendono…coloro che costruiscono Sion con il sangue, Gerusalemme con l’ingiustizia”:(2,1-3: 3,9-11)
Udendo questi versetti, non possiamo che stare in silenzio di fronte al mistero dell’iniquità che ha colmato e colma ancora oggi la santa città di Gerusalemme.
3 – Nella terza lettura, abbiamo ascoltato la lettera di san Paolo ai Romani (12,9-21) parlare dell’amore che dovrebbe regolare e guidare le relazioni tra i singoli e la gente. Parlare dell’amore potrebbe essere strano per noi in questi giorni, mentre proviamo sentimenti assai agitati ed esacerbati in una situazione di spargimento di sangue. San Paolo dice : 
“La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera…”
Voi potreste dire: queste sono parole accettabili, in effetti; speranza, perseveranza, preghiera sono cose necessarie nel nostro tempo, come pure l’amore sincero e fraterno..
Ma continuiamo ad ascoltare attentamente i seguenti versetti, che sono ugualmente parola di Dio.
“Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri…. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti…se il tuo nemico è affamato dagli da mangiare, se è assetato, dagli da bere: facendo questo infatti ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.”
A questo tipo di discorso uno potrebbe dire: come possiamo viverlo oggi nelle attuali circostanze?
Questa è la parola di Dio, questa parola ci dice che noi oggi non ci siamo riuniti qui in questa chiesa solo per manifestare e dire che esprimiamo la nostra solidarietà alle sofferenze di dei nostri fratelli e sorelle. Questa parola ci ricorda che siamo riuniti qui per stare innanzi a Dio, non innanzi agli uomini. E nel nostro stare davanti a Dio Onnipotente, abbiamo ascoltato la Sua parola che, umanamente parlando, ci sfida con un comportamento impossibile. Si, oggi, nelle attuali circostanze, mentre Israele richiama i suoi soldati e i suoi sofisticati armamenti a combattere contro una popolazione quasi disarmata, e a ferire ed uccidere, noi siamo venuti a pregare ed ascoltare la parola di Dio che ci dice: 
“Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri…. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti…se il tuo nemico è affamato dagli da mangiare, se è assetato, dagli da bere: facendo questo infatti ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.”
4 –La nostra vita di tutti i giorni è ricca di varie forme di oppressione. L’occupazione da parte Israeliana della terra di Palestina impedisce la nostra libertà e lo sviluppo di una normale società Palestinese. Pone limiti alla nostra libertà quotidiana, nutre l’odio reciproco e la violenza. Questo è vero. Ma è vero anche che abbiamo creduto e ancora crediamo in Dio, Padre comune di tutti noi, Palestinesi e Israeliani. Sebbene noi crediamo che la nostra terra sia stata in passato e sia ancora terra di odio e di sangue versato, crediamo anche che sia stata e debba essere oggi pure una terra di perdono e Redenzione. La violenza, per quanto a lungo duri o sia imposta da spiriti che rifiutano di ascoltare le lacrime del povero e la voce delle vittime e di vedere il cuore del problema: in altre parole un popolo Palestinese oppresso e privato della sua libertà, ne consegue che tale libertà dovrebbe necessariamente essergli restituita. Per quanto a lungo per questi motivi duri la violenza, essa violenza NON E’ IL NOSTRO OBIETTIVO NE’ IL NOSTRO DESTINO.
IL NOSTRO DESTINO E’ LA LIBERTA’ NELLA NOSTRA TERRA E DI QUI LA TRANQUILLITA’ E LA SICUREZZA DENTRO DI ESSA PER TUTTI, IN UGUALE MODO PER PALESTINESI ED EBREI. Prima di quello, in mezzo all’odio e al sangue versato, la parola di Dio dovrebbe dimorare nei nostri cuori; dobbiamo ascoltarla, meditarla, anche se ferisce i nostri sentimenti:
“Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri…. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti…se il tuo nemico è affamato dagli da mangiare, se è assetato, dagli da bere: facendo questo infatti ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.”
5 – Coloro che hanno scelto queste letture per la nostra preghiera hanno fatto bene. In circostanze difficilissime essi ci pongono davanti al testo più difficile che sfida la nostra comprensione umana e le norme di comportamento. Se siamo veri credenti in Dio , meditiamo sulla nostra libertà, la nostra libertà politica, in relazione alla parola di Dio, che dice che l’Amore deve essere guida all’uomo nelle peggiori e più buie situazioni, come quelle in cui stiamo vivendo noi oggi. Impariamo come attuare il legame tra quelle azioni che rivendicano, la libertà e tutti i nostri diritti, e l’ascolto permanente della voce di Dio che echeggia nel profondo delle nostre coscienze.
“La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda…”
6 – Abbiamo anche ascoltato la parola di Dio nel vangelo di Luca (19,37-42.44b)
“Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma oramai è stata nascosta ai tuoi occhi…perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”
Quella che era la via per la pace non era stata riconosciuta dalla gente di questa città santa al tempo di Gesù? Era sordità alla sua voce e al suo messaggio. Era mancato ascolto della voce di Dio e mancata comprensione del vero significato della fede in Dio. Era sminuire Dio e limitarlo nelle istituzioni umane e nella considerazione degli uomini, cose che deformavano la vera immagine di Dio. Il medesimo pericolo ci minaccia oggi; non siamo migliori dei nostri predecessori nel servire questa città santa. Questi versetti non giudicano soltanto coloro che vissero nel passato, essi giudicano anche ciascuno di noi, quando noi ci allontaniamo dalla essenza del nostro credere in Dio, e quando sottomettiamo la nostra fede ai sentimenti, alle reazioni, agli interessi e alle ambizioni umane.
7 – Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti oggi per pregare: per vedere al cospetto di Dio perché sono avvenute tutte queste tribolazioni, e che cosa dobbiamo fare? Perché i Palestinesi hanno attuato la rivolta? Per dire basta con le promesse, basta col rimandare le promesse, basta con le esitazioni. Oggi il problema non è semplice questione di problemi, o di ordine pubblico che dovrebbe essere placato, Questa visione renderà solo permanente la violenza nella Terra Santa. La vera questione è quella di un popolo tenuto in ostaggio e che reclama la propria libertà. Questo è il modo di iniziare una nuova era che corrisponda alla vocazione di questa terra santa.
8 – Noi preghiamo e chiediamo la misericordia di Dio, per tutti coloro che hanno sacrificato le loro vite per la libertà della loro gente e per le loro famiglie. Noi preghiamo per gli ebrei, nostri compagni in questa terra nel portare giustizia e sicurezza ugualmente a Palestinesi e Israeliani. Preghiamo per i capi politici, israeliani e palestinesi. Possa Dio ispirarli con la luce, per vedere il cuore del problema e i giusti modi per trattarlo. Possa Egli dar loro coraggio e forza per realizzare ciò che Dio ispira loro.
Questa è una terra santa, di fede e preghiera, da nessuna parte è scritto che debba restare una terra di odio e sangue. Al contrario, nella misericordia divina, questa terra è determinata ad essere una terra di redenzione ed amore.
Questo è il motivo per cui siamo venuti a pregare: non per avere maggiore odio o sofferenze, ma per avere più giustizia e più amore, nella munificenza di Dio Onnipotente. AMEN

Publié dans:PATRIARCHI |on 15 mars, 2012 |Pas de commentaires »

San Paolo nella letteratura moderna

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=123985

San Paolo nella letteratura moderna

Attenta com’è all’ascolto delle voci profonde, la letteratura non può non ascoltare quella di san Paolo. Dai primi secoli del cristianesimo ai nostri giorni, poeti, romanzieri e letterati gli si sono accostati, lo hanno ascoltato, interpellato, esaltato, contestato…

L’articolo è una carrellata, agile e sintetica, ma sintomatica, sulla letteratura moderna — saggistica, narrativa, opere drammatiche, biografie — per rintracciare e presentare i vari atteggiamenti assunti nei riguardi di san Paolo. La carrellata prende l’avvio da Nietzsche e inquadra autori di diverse estrazioni: Gibran, Gide, Merejkowski, Papini, I. Giordani, Luzi, Citati, Taylor Caldwell, Dobraczynski, Mészoly, G. Manacorda, Fabbri, Pasolini, E. Baumann, Daniel-Rops. Le varie inquadrature mostrano l’interesse della letteratura per una personalità così densa di storia, di pensiero, di anima e di mistero come quella dell’apostolo Paolo. Il suo posto fu tale che non possiamo comprendere Gesù e la sua Parola senza riferirci al messaggio e all’azione del genio di Tarso.
Attenta com’è all’ascolto delle voci profonde, la letteratura non può non ascoltare quella di san Paolo. Dai primi secoli del cristianesimo ai nostri giorni, poeti, romanzieri e letterati gli si sono accostati, lo hanno ascoltato, interpellato, esaltato, contestato. L’articolo analizza l’incontro di 17 autori moderni con san Paolo. La carrellata, agile e sintetica, ma sintomatica, vuole presentare i vari atteggiamenti della letteratura nei riguardi dell’Apostolo, percorrendo saggistica, narrativa, opere drammatiche e biografie, oltre che il film mancato di Pasolini.

San Paolo nella saggistica
In Ecce homo Nietzsche (1844-1900) si è autodefinito: «Io non sono un uomo, sono dinamite» (1). Dinamite perché, novello messia, avrebbe scosso dalle fondamenta il vecchio mondo per costruirne uno nuovo. A frantumarsi per primo sarebbe stato il cristianesimo, fondato non da Gesù ma da Paolo di Tarso. Contro di lui egli si scaglia con violenza e disgusto, soprattutto nel capitolo 42 dell’Anticristo. «In Paolo — scrive — s’incarna il tipo opposto al “buon nunzio”, il genio in fatto di odio, di inesorabile logica dell’odio! Che cosa non ha sacrificato all’odio questo disangelista?» (2). Innanzitutto ha sacrificato Gesù: «Lo ha inchiodato alla sua croce». Paolo ha cancellato quanto non serviva al suo odio. Non gli serviva «il significato e il diritto dell’intero Vangelo», ma la sua contraffazione; «Non la realtà, non la verità storica [...]. E ancora una volta l’istinto sacerdotale degli Ebrei commise un identico, grande crimine contro la storia [...], si inventò una storia del primo cristianesimo». Non soltanto: falsificò la storia d’Israele, asservendo tutto ai suoi scopi.
La menzogna più deleteria di Paolo riguarderebbe la risurrezione di Gesù. A lui non serviva un redentore morto in croce, serviva un redentore risorto. «Paolo voleva il fine, quindi volle anche i mezzi [...]. Ciò che egli stesso non credeva, credettero gli idioti, tra i quali aveva diffuso la sua dottrina. — La potenza era il suo bisogno: con Paolo ancora una volta il prete mirò alla potenza — egli poteva utilizzare soltanto idee, teorie, simboli, con cui si tiranneggiano masse, si formano greggi». A tale scopo serviva soprattutto la credenza nell’immortalità, vale a dire la dottrina del “giudizio”». È doveroso pertanto definire Paolo uno spaventoso impostore, negatore della vita, nemico dell’umanità. Se il cristianesimo «è stato la più grande sciagura dell’umanità» lo si deve a Paolo di Tarso.
Sulla scia di Nietzsche si è avventurato anche Kahlil Gibran (1883-1931) in Gesù figlio dell’uomo (3). La presentazione di san Paolo ha un sapore selvatico: «A volte sembra quasi un animale nella foresta, braccato, ferito, in cerca di un antro dove celare al mondo la sua sofferenza» (p. 57). «Uomo strano», dai lineamenti disarmonici; quando parla non riferisce le parole di Gesù, ma predica il Messia annunciato dai profeti dell’antichità. È un giudeo colto, gode di «poteri nascosti», è capace di ammaliare l’uditorio. Si potrebbe definire un anticristo perché la sua dottrina è antitetica a quella di Gesù. Un personaggio che ha ascoltato entrambi così afferma: «Noi che conoscemmo Gesù e udimmo i suoi discorsi possiamo affermare che ci insegnava a rompere le catene della schiavitù per liberarci dal nostro ieri. Ma Paolo sta forgiando catene per l’uomo di domani. Col suo martello intende percuotere l’incudine nel nome di uno che neppure conosce» (p. 57). L’antitesi Gesù-Paolo continua spietata e approda alla seguente conclusione: Gesù vuole armonizzare l’umanità con quanto la natura ha di bello e di vivo, è portatore di gioia terrestre, liberatore da leggi e tradizioni, pura espressione del divino che è in noi; Paolo è nemico della vita e della gioia, schiavo di leggi e prescrizioni, annunziatore di un Gesù-Messia da lui pensato per compensare le proprie frustrazioni. Come il Gesù di Gibran è espressione poetica del suo romanticismo, così il suo Saulo di Tarso rivela l’insofferenza per quanto sa di Chiesa, cioè di dogmatico e di proibito.
Meno chiassosa ma più sottile e insidiosa delle precedenti è l’accusa che André Gide (1869-1951) ha formulato nei riguardi di san Paolo. Il perché va ricercato in uno degli aspetti portanti della sua opera. Scrive nei Nuovi nutrimenti: «Ho ammirato, non ho finito di ammirare, nel Vangelo, un sovrumano sforzo verso la gioia. La prima parola che ci è riferita del Cristo è “Beati…”. Il suo primo miracolo, la metamorfosi dell’acqua in vino [...]. C’è voluta la stolta interpretazione degli uomini, per fondare sul Vangelo un culto, una santificazione della tristezza e della pena» (4). Autore di questa stoltezza interpretativa è soprattutto san Paolo; la teologia della croce, recepita dalla Chiesa e presentata come verità rivelata, è sua invenzione. Spiegare questo tradimento del Vangelo («Anche il Vangelo secondo Marco, il più antico, avrebbe già subito l’influsso di Paolo») «è di suprema importanza». In merito, il testo gidiano più esplicito si trova nel Diario. Lo sintetizziamo.
Agli occhi del mondo la vita di Gesù è stata un fallimento. In realtà, Cristo, recandosi a Gerusalemme con gli Apostoli, pensava di andare verso il trionfo, non verso la morte in croce. Bisognava pertanto fornire una giustificazione della croce e dimostrare che la fine ignominiosa era stata prevista, dunque necessaria al compimento delle Scritture e alla salvezza degli uomini. Per questo motivo l’espressione «morto a causa dei peccatori» fu sostituita con l’altra: «morto per i peccatori». La sfumatura risultò «una felice confusione in favore della predicazione di san Paolo. Il Cristo non fu più veduto che sulla croce, e questa divenne il simbolo indispensabile. Era necessario gloriarsi soprattutto del segno dell’ignominia: solo così poteva apparire, ad onta di tutto, trionfatrice l’opera di colui che si era detto figlio di Dio. Ciò era indispensabile all’inizio per legittimare e propagare la dottrina» (5).
Gide ristabilisce la verità. La croce è una contraffazione del Vangelo; Cristo ha predicato la santità dei «nutrimenti terrestri» e degli istinti naturali; la «vita eterna», da lui proposta, non ha nulla di futuro, è l’immersione nell’«ebbrezza mistica» dei sensi che dà l’esperienza dell’éternité vécue dès maintenant. I divieti, le condanne e le minacce si cercano invano nel Vangelo: Tout cela n’est que de Saint Paul. Divenuta «padrona degli spiriti e dei cuori», la dottrina paolina ha reso impossibile il recupero della gioia evangelica: «La croce aveva trionfato del Cristo stesso, il Cristo crocifisso, questo si continuava a vedere, a insegnare. Ed è così che questa religione pervenne a oscurare il mondo (enténébrer le monde)» (6). La battuta è di sapore nietzschiano, ma Gide non vuole offendere Cristo: l’«oscuramento del mondo» si deve alla «follia della croce», escogitata dagli animi malati degli Apostoli e soprattutto da san Paolo.
«Riusciamo a scorgere il volto di Paolo, ma il suo cuore ci resta celato» (7). Così inizia la presentazione di Paolo lo scrittore russo Dimitri Merejkowski (1865-1941) nel volume Tre santi in cui, analizzando l’esperienza religiosa di Paolo, Agostino e Francesco d’Assisi, presenta la sua concezione cristiana. Di Paolo è un estimatore convinto. Lo ha frequentato leggendo le sue Lettere e gli Atti degli Apostoli, ha interrogato i suoi esegeti e i suoi storici, ne ha avvertito la presenza nel proprio spirito. Conseguenza? Un sentimento di stupore e di smarrimento perché nell’Apostolo egli ha avvertito la presenza di una realtà sconcertante: la santità. Con Paolo «s’inizia una via lungo la quale, simili a segni misteriosi o a segnali di fuoco, sorgono mille altri santi» (p. 12). Il mistero della santità ci resta sconosciuto.
Osservando il volto dell’Apostolo, Merejkowski riesce a cogliere il segreto del suo cuore: l’amore. «Nessuno, dopo Cristo, ha mai amato più di Paolo gli uomini di maggiore amore. Ecco dove si deve ricercare e dove si trova il segreto della vittoria di Paolo, che ha vinto il mondo» (p. 41). Tale amore è, in lui, fusione della sua volontà con quella del Salvatore; in essa «sta il mistero della Predestinazione, la gioia di tutte le gioie» (p. 31). Alla forza dell’amore si accompagna, in Paolo, la passione per la libertà. È «il più libero degli uomini» perché «sempre prigioniero dello Spirito» (p. 70). Questi due elementi hanno fatto di lui — come del resto anche di Gesù — un ribelle e un perturbatore: «Il primo ribelle è Gesù, il secondo Paolo» (p. 72), «il primo tra tutti i perturbatori è Gesù, il secondo è Paolo» (p. 85).
Uno degli aspetti più significativi di san Paolo è, a parere di Merejkowski, il suo contrasto con Pietro: contrasto da lui enfatizzato fino alla contraffazione, allo scopo di far credere che «la Chiesa non proviene da Cristo» (p. 220). Pietro e la Chiesa sarebbero la legge, la schiavitù, la religiosità statica; Paolo il propulsore di una religiosità dinamica, ispirata allo spirito di libertà. «L’eterna opposizione, l’antinomia tra la legge e la libertà, lacera il cuore di Paolo e lacera il cuore di tutta la Chiesa» (p. 63). Il cristianesimo di Paolo è più genuino di quello della Chiesa perché «appreso da Cristo stesso, suo unico Maestro» (p. 45).
Questo atteggiamento anticattolico dello Scrittore russo gli deriva non soltanto dalla sua dipendenza da studiosi razionalisti e positivisti, ma soprattutto dal fatto che egli «trasfonde nella maggioranza dei suoi scritti la sua strana filosofia della religione, affettatamente profonda, ma in realtà superficiale e isterica» (8). A ciò si deve se il volto del suo san Paolo ha taluni tratti gradevoli e convincenti, altri ambigui e inaccettabili.
Di san Paolo Giovanni Papini (1881-1956) è un cultore entusiasta. Lo cita con frequenza, ne ammira la dedizione, l’energia, la passione. Nel volume Santi e poeti (9) ricerca «quel che di romano vi fu nel suo pensiero e nella sua opera»; nello stesso tempo delinea i tratti specifici della sua personalità. Partendo dall’assioma che «ogni genio ha più d’una patria», all’Apostolo assegna la Giudea come patria etnica, la Cilicia come patria carnale, Roma come patria per diritto e per desiderio.
Alla domanda: quali sono gli elementi che permettono di considerare «romani» il pensiero e l’opera di san Paolo, Papini così risponde: «L’aspirazione all’unità del genere umano, sotto una sola legge e un solo dominatore, la tendenza alla conquista dei popoli, il riconoscimento dell’autorità terrestre ai fini della giustizia e del bene, la diffidenza verso le speculazioni filosofiche che non esclude l’uso della ragione come ausiliaria per la ricerca della verità sono i punti nei quali la prassi di Roma e l’anima di Paolo si accordano» (p. 50). Naturalmente — nota lo scrittore — l’opera di Paolo fu la trasposizione a un ordine indicibilmente più elevato — spirituale e mistico invece che temporale e civico — degli elementi «romani» sopra accennati. Ma ciò non impedisce di scorgere quelle analogie e concordanze che permettono di considerare Paolo «non soltanto cittadino ma santo romano».
Igino Giordani (1894-1980), saggista e narratore, oltre a un’agile biografia di san Paolo (Paolo, apostolo martire, 1929), ha scritto su di lui un profilo preciso ed entusiasta in cui sintetizza gli aspetti che maggiormente lo caratterizzano. «C’è in lui — scrive — il genio del conquistatore, per cui ricorda Alessandro ai greci e Cesare ai romani; c’era nella sua speculazione una profondità che ricordava Platone; e c’era nel suo tratto una tenerezza e una fantasia innamorata, che l’avvicinavano a Virgilio. Ma le loro qualità le fondeva in una sintesi, la quale traeva luce e faceva da candelabro a sette braccia a una fede soprannaturale unica» (10).
In un primo tempo, influenzato da Gide e da certa letteratura nordica, Mario Luzi (1914-2005) confessa di aver visto san Paolo «con occhi distorti», considerandolo «una sorte di custode, autoritario e severo, dell’ortodossia». In seguito ha capito che questo aspetto talvolta c’è, ma in un contesto particolare. San Paolo è tutt’altro: «È una figura mirabile per l’empito e il titanismo, in un certo modo, che egli sprigiona. Veramente quando leggi le sue Lettere ti accorgi della sua estrema consapevolezza e della sua centralità: su di lui grava la decisione di un grande evento, che può finire nel nulla oppure divampare a segnacolo mondiale» (11). Luzi lo ama e lo ammira perché vede in lui «un uomo di grande umanità e di fraternità», consapevole di inaugurare una nuova èra, sovvertendo un modo di vivere e di pensare.
L’elemento che maggiormente colpisce Luzi è il «fuoco di profezia» che fa vibrare l’anima dell’Apostolo. «Mentre parla per istruire gli adepti delle comunità si illumina egli stesso di nuovo sapere, è abbagliato e scosso dalla forza di ciò che sul momento gli si presenta come nuovo argomento di rivelazione. Non cessa dunque di essere in atto profeta neppure quando amministra o governa: e si deve a questa esuberanza di profezia se egli può assumere vertiginosamente sopra di sé l’autorità esclusiva di dettare e di interpretare il vero Vangelo» (p. 156 s). Tale «fuoco di profezia» si sprigiona «da alcune rocciose certezze» che lo alimentano e conferiscono alla sua parola energia e novità. «È il primo a far sentire la fede come sublime non-senso», follia e scandalo. «Paolo esaspera ed enfatizza questa differenza per aumentare lo scandalo della rottura, per mettere in chiaro una volta per sempre la natura sconvolgente della fede» (p. 16). Centro della fede è Gesù Cristo, il Vivente, il Risorto. «Il nucleo della sua [di Paolo] forza sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio» (p. 161). Paolo emerge dal «caos dell’errore e dell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza» (p. 163).
Pietro Citati (1930) in un capitolo del volume La luce della notte (12) immagina che un oscuro letterato platonico, vissuto tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo d. C., legga la prima Lettera ai Corinzi e la Lettera ai Romani e ne resti sconvolto. «Aveva un’altissima immagine di Dio: come di un Essere purissimo e invisibile, senza forma e colore, completamente diverso dall’uomo, e sempre uguale a se stesso». Le Lettere di Paolo capovolgono questa sua immagine, soprattutto le affermazioni: che Dio si era fatto uomo e amava l’uomo di carne; che Dio si manifesta nella storia degli uomini come scandalo, follia e stoltezza; che il male non sta nella creazione, fuori di noi, ma nel nostro animo. Paolo inoltre derideva ogni sapienza umana e respingeva quanto era stato affermato su Dio, sull’uomo, sul tempo, sul futuro, sull’amore.
Che cosa conclude Citati? «Malgrado tanto tempo trascorso, e tante migrazioni e fusioni, malgrado la furia di Paolo si sia ammorbidita e il suo stile abbia trovato una forma, il cristianesimo è ancora lo scandalo: la follia della croce, la ferita di Dio, la lacerazione dell’universo. Il contrasto non è conciliato: né forse può esserlo mai. A noi spetta soltanto di conservarlo puro nella nostra mente: di percorrere entrambe le strade sino all’estremo, senza attendere una soluzione» (p. 107). In verità, «dentro di noi c’è un platonico che commenta Paolo; e un cristiano paolino che commenta Platone» (ivi).

San Paolo nella narrativa
A san Paolo la scrittrice anglo-americana Taylor Caldwell (1900-85) ha dedicato un fluviale romanzo — Il leone di Dio (13) — dopo «uno studio approfondito durato diversi anni». È da crederle perché, a lettura finita, bisogna riconoscerle larghe conoscenze dell’ambiente geografico, storico, etnico, politico, religioso. Carente è invece la preparazione biblica e la personale sensibilità religiosa nel trattare episodi e documenti.
Nell’Apostolo l’Autrice ha «voluto vedere l’uomo così come egli era, un uomo simile a noi, con gli stessi dolori, dubbi, ansie e collere, e intolleranze, e “debolezze della carne” che affliggono noi tutti» (p. 12). Aveva un geloso e tenace attaccamento alla corrente dei farisei, un’intelligenza acuta, ma intollerante e polemica, una psicologia alterata: era osservante scrupoloso della Legge, dominato da un timore di Dio fino all’ossessione e talvolta alla disperazione; soprattutto era un uomo dominato dal confuso presentimento di una grande missione da compiere senza sapere né come né dove.
Le prime due parti del romanzo si leggono con gusto e interesse, data la capacità dell’Autrice di costruire la figura del protagonista con una straordinaria forza di lineamenti, in una prosa piacevole e duttile. Nell’ultima parte — la terza — il romanzo perde mordente: ci si sofferma su descrizioni, belle ma superflue, la fantasia corre senza controllo, la figura di san Paolo sbiadisce e perde di autenticità. Il leone di Dio è un romanzo per alcuni aspetti pregevole, per altri debole e mal sicuro.
Convincente per solidità di struttura e per validità letteraria è il romanzo La spada santa di Jan Dobraczynski (14), tra i più noti, fecondi e discussi scrittori polacchi del Novecento. La storia di san Paolo è il sottotitolo del romanzo. In esso l’elemento storico è solido, il fantastico è dilatazione della storia, suo completamento e spiegazione, l’insieme risulta armonico e compatto. Il romanzo si presenta come un mosaico sul quale è ritratta la storia della primitiva comunità cristiana. Grazie a un continuo flashback, il lettore si muove sull’itinerario di Paolo, ne rivive gli incontri, le peripezie, i dilemmi, ne approfondisce il messaggio, ne intuisce il mistero che in lui si compie.
Le idee di fondo del romanzo sono quattro. Innanzitutto, la presenza di Cristo nella vita dell’Apostolo. Essa conferisce significato al suo agire, chiarezza alle sue scelte, coraggio e fiducia alle sue imprese. In secondo luogo, la consapevolezza dell’universalità della redenzione. Idea, questa, che per un ebreo come Paolo, legato a Gerusalemme e al Tempio con tutte le fibre dell’essere, costituiva un continuo martirio. La terza idea è la novità cristiana che rivoluziona pratiche secolari e proclama il loro superamento. Infine, la consapevolezza della propria nullità. Dopo aver riferito alla comunità di Gerusalemme la diffusione del Vangelo in molte regioni pagane e perfino in città ritenute dissolute (Corinto), arroganti (Atene), «impestate da mostruose superstizioni» (Efeso), dichiara: «Non io le ho conquistate, fratelli, perché io sono una nullità, e quando arriva il momento di predicare, sto davanti alla gente, debole e spaventato, e non trovo le parole, e nella testa ho una grande confusione. Ma il Signore si compiace di mostrare la Sua potenza attraverso la mia miseria. Chi sono io? Mi conoscete. Ero un criminale, figlio dell’ira, che agiva male anche se non lo sapeva. Non conquisterei nessuno, se non fosse per il Signore. Il Signore è tutto» (p. 61).
Nel presentare san Paolo, Dobraczynski ne fa vedere anche l’attualità e l’urgenza: la pace e la giustizia non vanno ricercate con la spada ma con la comprensione e la fratellanza. Cioè con l’amore. E l’amore per il Risorto abbraccia e trasfigura ogni realtà: «Ma alla fine capii — afferma Paolo —. Capii che amare Gesù significa amare tutto e che in questo amore nulla perisce. Perché quando tutto sprofonderà in esso, in esso tutto si potrà ritrovare» (p. 272).
Miklós Mészöly (1921-2001), noto scrittore ungherese, nel romanzo Saulo (15) descrive l’antitesi tra il mondo intransigente della Legge, simboleggiato da Abiatar, amico di Saulo, e quello del nuovo Verbo, fondato sull’amore e sul perdono, simboleggiato da Stefano. Saulo è impegnato a fondo nella difesa della Legge e nel punire quanti la misconoscono. Un dialogo notturno con Stefano, prima che questi venga arrestato, gli rivela la superiorità di una legge fondata sull’amore e sulla libertà. Partecipa alla lapidazione di Stefano, ma si sente braccato da una misteriosa presenza che lo sospinge verso coloro che perseguita. Andando verso Damasco, calzando i sandali che Stefano gli ha lasciato in eredità, resta accecato. Dove lo condurrà la misteriosa presenza?

San Paolo in tre opere drammatiche
Guido Manacorda (1879-1965), letterato di vasta cultura, è autore di Paolo di Tarso (16), dramma sacro in tre atti e un intermezzo, costruito con intelligenza storica, denso di contenuto, un po’ debole nella struttura drammatica.
Il primo atto si svolge a Gerusalemme, nella spianata del Tempio, a pochi giorni dalla crocifissione di Gesù. In un incalzare di voci si distinguono quelle degli Apostoli, frastornati dagli eventi. Sulla scena interviene Saulo, osserva con disgusto la gente che acclama Barabba, dichiara il suo odio per i mercanti e i sacerdoti che tradiscono la Legge. Poi, rivolto a Giovanni, incalza: «Ma più di tutti odio voi, Nazareni, perché con le vostre parole di perdono e di pace snervate le ultime forze d’Israele, e volendo tutti fratelli, ci date in balia del nemico» (p. 29).
L’intermezzo ha come sfondo la strada per Damasco. Quando Saulo incontra la Samaritana, che crede in Gesù, e un pastore che a Betlemme ha visto il Bambino e ascoltato la voce degli angeli che lo hanno proclamato «Cristo, il Salvatore del mondo», furente, punta la spada contro di loro, ma una luce violenta lo abbatte. Lo sguardo velato, le braccia aperte, «Fratelli miei in Cristo, Signore nostro…» comincia a dire, ma vacilla, come sopraffatto, è sorretto e condotto a Damasco.
Il secondo atto si svolge nell’areopago di Atene. Paolo parla ai filosofi che lo ascoltano con interesse ma ne respingono le idee: «Manca di scuola!» e «quell’accento giudaico, che peccato!». Soltanto Dionigi e Damaride, povera peccatrice convertita, lo seguono. Nel terzo atto siamo a Roma, presso un coemeterium dove i cristiani si sono radunati per la santa Cena. Presiede Pietro, partecipano Paolo e Giovanni. Si legge il Libro, si canta, si prega, si consuma l’agape, ci si esorta alla fedeltà a Cristo, in un’atmosfera di gioia ma anche di ansia per il presentimento del martirio di Pietro e Paolo.
Nel dramma Manacorda ha inteso puntualizzare lo scontro tra l’ebraismo religioso del tempo, svuotato d’interiorità, e l’adorazione «in spirito e verità», chiesta da Gesù; tra la filosofia greca e la verità della Rivelazione. In particolare il dramma mette in risalto la rivoluzione dell’amore cristiano che non conosce barriere, illumina la vita, vince il peccato e la morte. Paolo si congeda con un invito alla gioia: «Pantote chairete… Siate sempre gioiosi».
Altre due opere drammatiche hanno san Paolo come protagonista. In Al Dio ignoto Diego Fabbri (1911-80) porta sulla scena un gruppo di attori, stanchi di finzioni e di parole vuote, e assetati di verità e di consistenza. È possibile credere nella risurrezione e sperare in un traguardo trascendente e appagante? Si ribellano all’eclissi di Dio e allo scetticismo, e si impegnano ad approfondire «il punto fondamentale» della fede cristiana, la risurrezione. Così decidono di riviverla per verificarne la veridicità. L’azione drammatica si fa viva e intensa per l’intervento dei vari testimoni e la disarmante semplicità dei testi evangelici. Dopo l’apparizione di Cristo sotto forma di luce, avanza verso il gruppo degli attori Paolo, fa un gesto di tacere, e rivolge un discorso esaltante. Sì, Cristo è realmente risorto, è apparso agli Apostoli, a molti fratelli ancora vivi, infine anche a lui. Dichiara che per testimoniare la risurrezione si affrontano persecuzioni di ogni genere, e conclude: «Non si soffre, fratelli miei, come abbiamo sofferto noi, non si è imprigionati e flagellati come è accaduto a noi, non si versa il proprio sangue per delle visioni: noi abbiamo avuto e abbiamo la certezza della risurrezione. La nostra è una moltitudine pacifica ma travolgente che ha per condottiero un Risorto» (17).
Paolo fra gli Ebrei di Franz Werfel (1890-1945) (18), più che un vero dramma, è una «leggenda drammatica», fondata su due tradizioni, al cui centro sta lo scontro tra il Rabbi Gamaliele e il suo discepolo Saulo di Tarso, convertito a Cristo. L’amato Rabbi si dichiara disposto a riconoscere in Gesù un Maestro giusto, ma non il Messia, come crede Saulo. Congedandosi da Gamaliele morente, Paolo ha la rivelazione del suo drammatico destino: «Andare, andare, perché Cristo è un cacciatore infaticabile».

Il film mancato di P. P. Pasolini
Nel «progetto per un film su san Paolo» (19) Pasolini intendeva mostrare l’attualità dell’Apostolo. Più chiaramente, intendeva trasportare l’intera vicenda di san Paolo ai nostri giorni, in modo che lo spettatore percepisse che «san Paolo è qui, oggi, tra noi e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia». Conseguentemente l’itinerario paolino si sarebbe spostato dal bacino del Mediterraneo all’Atlantico; così al posto di Gerusalemme, Antiochia, Tarso, Atene, avremmo avuto Parigi, Roma, Londra, Monaco, New York, Barcellona, Napoli. La sostituzione delle località avrebbe comportato la sostituzione del conformismo del tempo di Paolo col conformismo contemporaneo, più precisamente con quello degli Anni Sessanta del Novecento. Vicende personali e difficoltà produttive impedirono la realizzazione del film; di esso abbiamo un abbozzo di sceneggiatura — San Paolo — che consente una conoscenza della concezione pasoliniana sull’apostolo Paolo.
L’idea portante del film fu espressa dallo stesso Pasolini in una lettera a don Emilio Cordero, che reca la data 9 giugno 1966: «Sono certo che sia lei che Don Lamera sarete, come si dice, choccati, da questo abbozzo. Infatti qui si narra la storia di due Paoli: il santo e il prete. E c’è una contraddizione, evidentemente, in questo; io sono tutto per il santo, mentre non sono certo molto tenero con il prete». Tale distinzione permette a Pasolini di identificare la Chiesa col potere, con una istituzione umana, con una necessità («L’istituzione della Chiesa è stata solamente una necessità», p. 56). Tale istituzione è opera diabolica, suggerita e raccontata da Luca, autore degli Atti degli Apostoli, «invaso dal Demonio» (p. 66); «in lui si è incarnato il mandante di Satana» (p. 49).
Paolo vive il dramma di un’anima scissa tra santità — che è libertà, interiorità, gioia — e sacerdozio, che è potere, schiavitù, moralismo. Pasolini insiste nella presentazione di un Paolo spiritualmente dilacerato perché privo di unità interiore. Nel salone di rappresentanza dell’ambasciata italiana «appare in veste di organizzatore, di ex-fariseo, duro, invasato, diplomatico, insomma non santo, ma prete» (p. 130). E il prete, in lui, è autoritario, «il suo volto spira forza, sicurezza, salute e, in qualche modo, una forma di violenza» (p. 140). Il «prete» arriva anche a pronunciare queste parole: «Il nostro è un movimento organizzato… Partito, Chiesa… chiamalo come vuoi [...]. Dobbiamo difendere questo futuro bene di tutti, accettando, sì, anche di essere diplomatici, abili, ufficiali. Accettando di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, di fare cose che non si dovrebbero fare» (p. 114).
L’anima del «santo» è soprattutto libertà. Dopo il battesimo, un misterioso sorriso illumina la sua «faccia distorta di fanatico, e dice a bassa voce, ma come si dicono le prime parole di un inno, guardandosi umilmente intorno: “Per la libertà Cristo ci ha liberati”» (p. 33). Libertà da quanto è istituzione, legalismo, convenienza, non importa se ciò comporta scandalo ed emarginazione. Infatti sarà emarginato e respinto sia dai fautori dell’organizzazione sia dagli intellettuali; trascorrerà i suoi giorni in balia di malanni, di rimorsi e di ossessioni che lo ridurranno a uno straccio. L’ultima inquadratura lo presenta «con la faccia del malato, del reietto, ben diverso dal grande organizzatore e teologo, potente e sicuro di sé, in una povera stanza di albergo, ispirato e doloroso», intento a scrivere la lettera di commiato a Timoteo: «Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento che io debba sciogliere le vele. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede» (p. 164).
In San Paolo Pasolini riferisce — trasfigurandoli poeticamente — vari episodi della vita dell’Apostolo e riporta correttamente molti suoi testi; tutto però avviene in un contesto «pasoliniano», abitato da complessi psicologici, da rimorsi mai sopiti, da arbitrarie riduzioni teologiche. Nell’Apostolo egli ha trasferito le proprie ossessioni e prospettive.

Due biografie
Emile Baumann (1868-1941), narratore dagli sfondi psicologici, talvolta aspri e audaci, è l’autore di una biografia di san Paolo, notevole per validità letteraria, storica e strutturale. Dopo aver percorso gli itinerari dell’Apostolo, ne ha raccontato la «sublime e terribile avventura» con il preciso scopo di «raggiungere l’anima». Grazie alla sua capacità di scavo psicologico, di resa letteraria, di fedeltà ai testi storici, raggiunge lo scopo e offre al lettore un’immagine viva di Paolo che definisce «una delle anime più ardenti di passione, che abbiano sconvolto la terra» (20).
Suggestiva e ben definita è la biografia dell’Apostolo scritta da Henri Daniel-Rops (1901-65), noto storico della Chiesa e robusto autore di romanzi. Nella sua ottica san Paolo «è un ebreo, figlio di una cittadina ellenistica e di un cittadino romano. Ciò vuol dire che egli partecipa di tre forme di civiltà, che egli è attraversato da tre correnti differenti» (21). Il tutto in lui si fonde, si nobilita e si trasfigura nella redenzione operata da Cristo. Sotto l’aspetto psicologico, Paolo «è un essere pieno di contrasti, esigente e tenero, violento e sensibile e, nello stesso tempo, energico e meditativo» (p. 89). In particolare «la potenza della sua personalità è una potenza d’amore; non è l’umanità intera, considerata astrattamente che egli ama e vuol condurre alla salvezza; è ogni uomo in quanto persona, poiché l’amore non conosce che persone» (p. 90 s).
In Paolo — nota Daniel-Rops — si trovano quelle note, intellettuali e spirituali, che fanno di lui «un essere senza pari», diciamo pure «un genio»: «la lunga pazienza, la solidità, l’accanimento nello sforzo [...], la conoscenza lucida dello scopo da raggiungere, l’energia paziente nel tendervi [...], lo spirito di entusiasmo, la fede» (p. 92 s). È anche un «grande scrittore [...] perché possiede il dono delle formule che colpiscono», di dare alle parole un senso nuovo «con ravvicinamenti abbaglianti». Possiede inoltre la potenza di evocazione, l’arte di condensare in brevi battute concetti profondi, la varietà di toni e di formule, il balzo poetico che gli consente voli sublimi «come un grande uccello al di sopra di abissi vertiginosi». Con felice intuizione, così lo Scrittore conclude l’argomento: «Se san Paolo è un grandissimo scrittore, è perché prima è un uomo, e poi uno scrittore» (p. 175).
Chi è san Paolo? «Vien detto di lui “che egli fu il primo dopo l’unico”; il suo posto fu tale che non possiamo comprendere Gesù e la sua Parola senza riferirci al santo genio di Tarso, al suo messaggio, alla sua azione» (p. 235).
«Assume sul suo cuore la passione del Dio eterno»
Paolo, come Gesù, segno di contraddizione: accolto e respinto, amato e odiato. Non ci si accosta a lui impunemente: la sua parola colpisce, rivela, interpella, esalta, inquieta. La sua visione dell’uomo e della storia riceve luce dall’Alto. Paul Claudel ne descrive alcuni tratti in solenni ritmi poetici: «Vedendo Dio, [Paolo] vede con Dio questo mondo ingrato e crudele, e assume sul suo cuore umano la passione del Dio eterno. / E poiché Dio non ha voce, egli è la voce che parla per lui. / [...] Egli va dove il vento lo porta, senza fine né sosta, da un capo all’altro del mondo, come un fuoco che il vento strappa e trascina oltre il mare! [...] E vedendo quei figli ciechi e quei popoli che muoiono senza battesimo, / piange, si torce le mani e chiede di essere anatema per essi» (22).
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Note

1 F. NIETZSCHE, «Ecce homo», in Opere 1882-1895, Roma, Newton, 1993, 894.
10 I. GIORDANI, «San Paolo», in G. BARRA (ed.), Santi per oggi, Torino, Borla, 1955, 127.
11 M. LUZI, La porta del cielo, a cura di S. VERDINO, Casale Monferrato (Al), Piemme, 1997, 73.
12 Cfr P. CITATI, La luce della notte, Milano, Mondadori, 1996.
13 Cfr T. CALDWELL, Il leone di Dio, ivi, 1972.
14 Cfr J. DOBRACZYNSKI, La spada santa. La storia di san Paolo, Torino, Gribaudi, 2002.
15 Cfr M. MÉSZÖLY, Saulo, Roma, E/O, 2001.
16 Cfr G. MANACORDA, Paolo di Tarso, Firenze, Vallecchi, 1927.
17 D. FABBRI, Tutto il teatro, vol. II, Milano, Rusconi, 1984, 2.341.
18 Il dramma — Paulus unter den Juden (1926) — non è stato tradotto in italiano.
19 Cfr P. P. PASOLINI, San Paolo, Torino, Einaudi, 1977. Per una puntuale esegesi del testo pasoliniano cfr I. QUIRINO, Pasolini sulla strada di Paolo, Lungro (Cs), Marco, 1999.
2 ID., L’Anticristo, ivi, 797.
20 E. BAUMANN, San Paolo, Brescia, Gatti, 1952, 340.
21 H. DANIEL-ROPS, San Paolo, Alba (Cn), Ed. Paoline, 1952, 104. Il titolo originale è Saint Paul, conquérant du Christ.
22 P. CLAUDEL, Corona benignitatis anni Dei, Parigi, Gallimard, 1920, 169.
3 Cfr K. GIBRAN, Gesù figlio dell’uomo, Milano, SE, 1987.
4 A. GIDE, «I nuovi nutrimenti», in ID., I nutrimenti terrestri, Milano, Mondadori, 1948, 169.
5 ID., Diario, vol. III, Milano, Bompiani, 1954, 44.
6 Ivi.
7 D. MEREJKOWSKI, Tre santi: Paolo, Agostino, Francesco d’Assisi, Milano, Mondadori, 1936.
8 N. VON ARSENJEV, Die russische Literatur der Neuzeit und Gegenwart, Mainz, 1929, 360. Il testo è riportato da B. SCHULTZE, Pensatori russi di fronte a Cristo, voll. II e III, Firenze, Mazza, 1949, 57.
9 G. PAPINI, Santi e poeti, Firenze, Lef, 1948.

Publié dans:LETTERATURA E SAN PAOLO |on 15 mars, 2012 |Pas de commentaires »

San Giuseppe con il bambino Gesù

San Giuseppe con il bambino Gesù dans immagini sacre 2085-1266423590iwuf

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Publié dans:immagini sacre |on 14 mars, 2012 |Pas de commentaires »
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