Archive pour mars, 2012

SALMO 23 – IL SIGNORE È IL MIO PASTORE

http://www.adonaj.net/old/preghiera/salmo23.htm

SALMO 23 – IL SIGNORE È IL MIO PASTORE

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Questo salmo è forse il più famoso e amato fra tutti, ed è stato composto da Davide, « il soave cantore di Israele ».
Il salmo lo abbiamo cantato tantissime volte nella liturgia delle Messe domenicali o feriali, ed esprime la gioia serena, fiduciosa di un’anima che ha trovato la pace della mente e del cuore nella sua unione contemplativa con Dio, eppure forse non lo conosciamo.
Nei molti anni in cui Davide si era preso cura delle pecore, aveva imparato che questi animali indifesi richiedevano un’attenzione particolare, continua, in una terra dove le belve selvatiche vagavano liberamente e pecore e agnelli erano facile preda anche di animali di modeste dimensioni (non scordiamo che stiamo parlando di un periodo di migliaia di anni fa): così egli ha applicato questa conoscenza al nostro rapporto con Dio.
Ecco perché il salmo 23 è chiamato il « salmo del pastore », perché parla di un pastore, anzi del Signore sorto a immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.
Non solo, dal v.5 in avanti è delineata un’altra immagine, quella dell’ospite che invita a cena: « Davanti a me tu prepari una mensa… ».
Quindi due sono i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé.Tanto da esprimere ottimamente la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del testo, riassumendo tutto con un’espressione di grande fiducia: « Tu sei con me ».
Cerchiamo ora di capire che cosa in pratica significa.
Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e l’individuo, cioè colui che parla.
* Le azioni attribuite al Signore sono nove: egli è il mio pastore; mi fa riposare; mi conduce; mi rinfranca; mi guida; è con me; mi dà sicurezza; prepara una mensa; cosparge di olio. Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l’attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come colui che si prende cura di ognuno.
* Di fronte a questo soggetto principale, c’é l’individuo che afferma di non mancare di nulla, di non temere alcun male, afferma che il calice trabocca; che sente la felicità e la grazia come compagne di vita, che vuole abitare nella casa del Signore. Come possiamo osservare si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e l’individuo: che cosa è lui, che cosa fa per ognuno, che cosa gli diciamo. E’ una preghiera semplicissima, che non chiede, in pratica nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima.
Rileggiamo ora le strofe dal punto di vista delle immagini, come se l’individuo fossimo noi stessi. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l’ospite, cioè l’immagine del pascolo e l’immagine della convivialità, dell’ospitalità a mensa.
* L’immagine del pastore, molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni 10, viene specificata: « su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce ». E’ la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille. Chi è stato in pellegrinaggio in Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quindi quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto (siete mai stati nel deserto del Negev?), può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c’é una sorgente d’acqua (oggi noi cercheremmo un bar), magari nascosta sotto le pietre.
Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti. Inoltre sa far viaggiare: c’é infatti l’immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c’é quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine (similmente come le guide turistiche che portano a visitare il deserto). In questo viaggio si può anche « camminare in una valle oscura » (pensiamo per un istante al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde e se inciampando, si cade in qualche baratro!), il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte.
Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge; il vincastro invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo e ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del suo gregge, per condurlo; ed è ciò che il Signore fa per ognuno.
*Seguono le immagini conviviali: « davanti a me tu prepari una mensa ». Figuriamoci di trovarci sotto una tenda (chi ha fatto campeggio se ne può rendere conto), su una stuoia stesa per terra, e su un tavolo basso vassoi con cibi succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena in comune, fraterna e allegra. Non solo, prima che la cena abbia inizio, l’ospite che ha invitato cosparge di profumo, « cosparge di olio il capo », proprio come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa. Sulla mensa c’é anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà brio e vivacità.
Le immagini conviviali sfociano nell’immagine della casa del Signore: « abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni »; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio (dove c’é accoglienza e amicizia, c’ é Dio), dove si è veramente a casa.
Ma potremmo soffermarci anche su altre metafore.
Per esempio, che cosa significa « acque tranquille »? Evidentemente non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso, irto di difficoltà (il mondo e l’efficienza materialistica).
E ancora, cosa significa « valle oscura, tenebrosa »? Non si tratta soltanto di un abisso dove non giunge la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio,della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall’alto a portare parole di conforto.
Passando alla meditazione, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per te, per noi tutti? Che cosa dice questa poesia religiosa oggi?
Cerchiamo ancora una volta le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

- non manco di nulla;
- tu sei con me;
- mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;
- abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio di fiducia: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa. Cari fratelli e sorelle, per potere dire sul serio queste parole, è necessario chiederci su chi cadono, e la risposta al quesito per me è ovvia: cadono oggi su cuori sofferenti, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze, sulle nostre miserie e debolezze umane che ci rendono schiavi di noi stessi.

Amen, alleluia,amen.

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi (25/06/2009)

http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDNotizia=11479&IDCategoria=0

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi (25/06/2009)

DI CARLO LAPUCCI

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo.
La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare, nella quale, a differenza di altre figure come San Pietro, San Giovanni Battista, compare solo per alcuni elementi, primo dei quali è la celebre caduta e folgorazione (Atti degli Apostoli IX, 1-9) sulla via di Damasco, per cui è patrono di coloro che usano una cavalcatura. La sua alta speculazione e la  riflessione sulla dottrina del Cristianesimo, la sua potenza speculativa, sfugge al pensiero concreto delle persone semplici. A differenza di lui San Pietro, dotato di umanità talvolta ingenua, ha inciso più decisamente nella fantasia della gente, diventando in moltissime profacole l’intermediario dell’umanità nel colloquio con Cristo.
L’uomo, incapace di guardare il divino, guarda e si ferma sulle manifestazioni secondarie della sua potenza e del suo essere, come colui che è impossibilitato di guardare il sole vede e segue gli effetti della sua luce e della sua forza riflessi sulle cose naturali e spesso si ferma su questi dimenticandone l’origine e la fonte. Di Paolo nella devozionalità, oltre alla caduta, c’è la sua spada con la quale è raffigurato, strumento del suo martirio e simbolo della forza della sua parola. Proverbiale è anche la sua calvizie con il volto severo, la persona bassa e atticciata, che lo hanno fatto ritenere un santo forte, risoluto, volitivo e quindi da trattarsi con reverenza. Protegge gli operanti dei vari mestieri manuali che ha esercitato: cordai, cestai, conciatori, tappezzieri.
È detto San Paolo dei Segni per il fatto che dai giorni precedenti alla sua festa del 25 di gennaio usava prendere i pronostici meteorologici per tutto l’anno e questo forse è dovuto al fatto che fu, come egli racconta, rapito in estasi fino al terzo cielo (Lettera ai Corinzi XII, 1-3).
Il luogo della sua decapitazione a Roma sulla Via Ostiense, è detto Tre fontane, perché la testa cadendo dal ceppo fece tre rimbalzi: là dove toccò la terra scaturirono tre fontane, ancora oggetto di culto.
L’aspetto che ha inciso di più nella cultura popolare è dovuto al naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell’Isola di Malta insieme all’equipaggio e alle guardie (Atti degli Apostoli XXVIII, 1-6), furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l’Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio.
Da qui derivarono numerose credenze che si sono moltiplicate raggiungendo una diffusione considerevole e una persistenza nel tempo altrettanto sorprendente. Tutte ruotano intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappongono anche all’antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell’isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: ne uccise due grandissimi mentre era ancora nella culla.

Il culto antico di Pitone
Fin dalle origini e per un lungo periodo nella civiltà il serpente è stato considerato il primo essere vivente, ovvero la prima creatura che ha preso forma. Non poteva che essere figlio della Terra nella quale abita e sulla quale striscia quasi ad indicare lo stretto contatto con questa. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo; animato da cieca vitalità allo stato puro ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide.
Di fronte a questa forza dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo, restando lui nella sua primitività, ma non estraneo affatto a ogni manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale modalità: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo. Per questo spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con la quale gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie.
In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Non meraviglia quindi che accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trovi la figura del serpente, in particolare è presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove si danno i responsi. In particolare Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro ed è collegato con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia, Delfi. Apollo, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura di Delfi e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume.
Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse da se stesso o dal fango della Terra essere primordiale, come del resto appare anche nella tradizione cristiana: Lucifero, identificato nel serpente, è il primo degli angeli creati prima del mondo, il primo peccatore e ribelle.
Per l’ambivalenza dei simboli il serpente è immagine di salute (caduceo), è il Serpente di rame (Numeri XXI, 9) degli Ebrei, è addirittura simbolo e prefigurazione di Cristo. Quindi questo animale non poteva non rientrare per qualche crepa nel mondo cristiano, pur rappresentando l’esecrando tentatore e causa della rovina dell’uomo. In modo negativo appare nella tradizione di Santa Verdiana a Castelfiorentino.
L’episodio di San Paolo a Malta è stata la base per l’assunzione di elementi che spesso col religioso hanno poco a che fare, ma evidentemente soddisfacevano quel sostrato di paganesimo, di religione naturale, assai vivo nel passato, ma che permane ancora.
La leggenda vuole che Paolo decise di liberare l’Isola di Malta da tutti i serpenti velenosi e stabilì che chi nasce nell’isola nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste che ricordano la morte e la conversione, sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Nascono così i sampaolari che sono discendenti della famiglia di San Paolo e possono guarire con la saliva e altri mezzi i morsi più pericolosi e anche mortali dei serpenti. Sono detti anche Gente della famiglia di San Paolo, ovvero della casa di San Paolo, anche Uomini di San Paolo, e si considerarono addirittura discendenti di San Paolo, creando un certo imbarazzo nel trovare la linea di parentela.
I sampaolari non solo sono immuni da qualunque morso o puntura di animali velenosi, ma li possono maneggiare senza che questi tentino di nuocere loro in qualche modo, entrando nel novero dei serpari, cacciatori di serpenti che sono sempre esistiti, anche per la fornitura dei veleni molto usati a scopo terapeutico e magico, e spesso ostentano ancora la loro immunità dai morsi dei serpenti velenosi, ottenuta forse con una opera di mitridatazione, ovvero lenta assuefazione al tossico.
Le leggende non si curano di difficoltà pratiche, tanto meno logiche, una delle quali non è da poco: come hanno fatto i maltesi nati nelle feste di Paolo, o discendenti dalla sua famiglia, a scoprire le loro prerogative se l’Isola di Malta era del tutto priva di serpenti velenosi avendola liberata San Paolo?
Il fatto è che la tradizione dei sampaolari si è sovrapposta col tempo ad altre numerose e più antiche, esistenti fino dai tempi preistorici e spesso collegate ai culti del serpente che nell’area mediterranea sono sempre stati diffusissimi, ma non mancano altrove come il serpente piumato in America.

Psilli, cirauli e gli storici
L’antica esistenza del popolo misterioso degli Psilli viene testimoniata da Erodoto (484-406 a. C.) che ne Le storie (IV, 173) scrive: «Vicino ai Nasamoni c’è il paese degli Psilli […] Spirando continuamente il vento Noto seccò i pozzi delle acque e la loro terra, che è all’interno della Sirte, era tutto senz’acqua. Essi allora, tenuto consiglio tra loro, decisero unanimemente e tutti insieme marciarono armati contro il vento (riferisco quello che si racconta tra i libici) e, quando furono entrati nel deserto, il Vento Noto soffiando con violenza, li seppellì tutti quanti».
Varrone e Plinio riferiscono l’esistenza di una popolazione africana, detta Psilli, che aveva la capacità di guarire qualunque morso velenoso, in particolare di serpente, con lo sputo, sopra la ferita oppure sul capo del rettile che aveva morsicato. Plinio (Storia Naturale VII, 14) riferisce: «Una simile popolazione esisteva in Africa, quella degli Psilli, chiamata così dal nome del re Psillo, la cui tomba si trova nella zona della Grande Sirte. Nel loro corpo era congenito un veleno mortale per i serpenti, che erano condizionati dal loro odore». Si diceva che chi nasceva da una famiglia degli Psilli aveva in sé questa capacità che non perdeva mai, ma svaniva nella prole allorché uno psillo si sposa con una persona che non era tale. Era facile vedere se uno fosse di sangue spurio, dal momento che qualunque serpente fuggiva in presenza di uno psillo.
Anche il popolo dei Marsi aveva una simile prerogativa. Il termine, oltre che «abitanti della Marsica» indica gl’incantatori di serpenti, i catturatori e anche coloro che annullano il veleno delle morsicature. Questo significato prende le mosse dall’antico popolo di stirpe sabellica stanziato nell’altipiano dell’Appennino centrale intorno al lago Fucino, tra i fiumi Aterno e Liri. Combatterono i Romani finché questi con il Bellum Marsicum non li soggiogarono definitivamente.
Valorosi in battaglia, godettero fama di grandi conoscitori delle erbe salutari, abbondanti nelle loro terre, e dei rimedi che ne ricavavano per la cura delle malattie e per le arti magiche.
Erano noti altresì per la loro arte di domare e incantare i serpenti. Plinio (Storia Naturale VII, 14) dice di loro: «In Italia si trova la popolazione dei Marsi. Si dice che essi discendano dal figlio di Circe e che perciò abbiano innata questa facoltà [d’incantare i serpenti]. Del resto tutti gli uomini possiedono un veleno che è un antidoto contro i serpenti. Sembra infatti che questi, toccati dalla saliva, fuggano come dall’acqua bollente».
Marso sarebbe appunto il mitico figlio di Ulisse e della maga Circe, eroe che sarebbe stato il capostipite dei Marsi. Si diceva anche che i Marsi fossero stati ammaestrati da Medea nelle arti magiche e nella scienza delle erbe. La zona della Marsica è ancora rinomata per la presenza di stregoni e guaritori, nonché d’incantatori.
I Cirauli sono una  misteriosa istituzione siciliana di guaritori, maghi, indovini presente in gran parte del Meridione, conosciuta un tempo dovunque, che costituisce il modello di famiglie o corporazioni dei guaritori. L’origine è antica e Niccolò Serpetro da Raccuia del Messinese già nel 1653, diceva: «Vivono sino al dì d’oggi in Militello di Sicilia, terra posta nella valle di Noto, alcuni d’una famiglia detta de’ Cirauli, ne’ maschi e femmine della quale per molti secoli s’è andata trasfondendo una meravigliosa virtù di guarire, non solo col tatto, con lo sputo e con le parole, ma ancora con la immaginazione, tutti i morsi velenosi d’ogni sorte, e di far morire ogni spezie di velenati quanto si voglia lontani».
Pitrè, che ha studiato ritiene che la parola Ciraulo sia d’origine greca e s’intende «suonatore di tromba, trombettiere» e tale è colui che nasce nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste di San Paolo.
Abbiamo dunque anche noi come gl’indiani l’incantatore del cobra nostrano, la vipera, che si serve del flauto e della musica.

La terra di Malta e le cosiddette terre sigillate
Sbarcato nell’isola con gli altri naufraghi secondo la tradizione Paolo fece sgorgare presso al mare una fontana per dissetare i compagni e dopo essersi asciugato al fuoco e dopo essere stato punto dalla vipera, riparò in quella che si dice la Grotta di Rabat, o la Grotta di San Paolo, dove soggiornò un certo periodo prima di ripartire per Roma.
Il luogo fu oggetto di particolare venerazione e divenne famoso per altri elementi sempre relativi ai serpenti.
Il principale di questi oggetti è la Terra di Malta che fa parte delle cosiddette terre sigillate. Queste sono preparati che stanno tra il culto delle reliquie, dei luoghi e la superstizione, la ciarlataneria, la medicina fantastica.
Vengono usati in modi diversi, ma in genere sono assunti per via orale. Le terre erano in pratica usate come talismani mascherati da reliquie, oppure come farmaci.
Si tratta di terre prelevate in posti particolari: luoghi di martirio (nella zona del Colosseo), tombe, soggiorni, grotte di santi, terre in vicinanza di santuari, oppure semplicemente terre alle quali era riconosciuta una qualità curativa.
Naturalmente la fiducia riposta in questi preparati dava largo spazio allo smercio e alle truffe dei ciarlatani che non avevano scrupolo nel raccogliere le terre in giardino o in un campo e spacciarle come originali. (Montinaro B., San Paolo dei serpenti – Analisi di una tradizione, Sellerio, Palermo 1996).
Prelevata, elaborata con aggiunte diverse, la terra era lavorata in palline, dischetti, o in forme varie: addirittura statuine devote, oggetti in miniatura.
La caratteristica particolare era il sigillo che veniva impresso nell’impasto fresco che manteneva l’impronta una volta essiccato: poteva essere un’immagine sacra come negli Agnusdei, quella di un santo, ovvero una semplice croce o un simbolo relativo al luogo d’origine. Si chiama anche Pasta di reliquie.
Insieme alla terra si trovano presso la grotta denti, ossa di animali fossilizzati che l’immaginazione popolare ha identificato nel modi più fantasiosi come se fossero gli occhi, le lingue, i denti dei serpenti impietriti dalla parola dell’Apostolo.
Sono dette comunemente pietre di San Paolo, ma anche lingue di San Paolo, grazie di San Paolo, occhi di serpe, lingue di vipera. Anche qui l’uomo piuttosto che vedere la luce di San Paolo preferisce guardare le sue ombre.

San Domenico di Cocullo
Il primo giovedì di maggio si tiene a Cocullo (Aquila) la processione dei Serpari nella quale si porta in trionfo la statua di San Domenico di Cucullo (Foligno), loro patrono. Nato probabilmente nel 951 a Colfonaro, presso Foligno e detto propriamente San Domenico di Foligno, fu monaco e abate benedettino e morì il 22 gennaio 1031. È patrono di Cocullo e riceve l’omaggio annuale dei serpari senza che si rintracci come questo possa essere giustificato da un fatto della sua vita. La processione che si svolge in suo onore raccoglie elementi disparati, mentre le pareti interne del santuario vengono nudate periodicamente dell’intonaco da parte dei devoti che portano a casa la polvere per esorcizzare i serpenti e guarire malattie. È probabile che il rito pagano dei serpari si sia combinato con la figura cristiana. Infatti i due aspetti della manifestazione sono chiaramente giustapposti, senza una fusione. Come riferisce Antonio De Nino («Tradizioni popolari abruzzesi», Japatre, L’Aquila 1970, I, pag. 250) la tradizione è assai complessa e la celebrazione inizia per tempo, quando coi primi tepori primaverili i serpari cominciano la caccia, catturando le serpi e conservandole in olle ben chiuse, con uno strato di crusca e opportunamente interrate il luoghi freschi. Sono colubridi, per nulla velenosi, ai quali i serpari comunque tolgono i denti con l’artificio di far loro mordere le falde del cappello e rompendoglieli con uno strattone. Le grosse serpi vengono allevate in particolare col latte e conservate per la festa.
Si sa che in Africa la base del culto del serpente era la presenza dell’anima dei defunti nel suo corpo. Scrivono Pozzoli, Romani e Peracchi: «…credono che le anime degli uomini, i quali hanno ben vissuto, entrino nel corpo dei serpenti. Il culto del serpente è il più celebre e il più accreditato in tutto il paese, ignorasi però qual ne sia l’origine».
I serpari quindi ricercano la forza generativa della terra a primavera, quando i serpenti-defunti escono dal buio del regno infero per perpetuare la loro specie, se ne appropriano e la diffondono ritualmente per il paese in una processione e quindi rimandano i corpi depauperati e le anime al loro luogo naturale: il regno sotterraneo dell’oltretomba.

Jacob’s ladder

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Publié dans:immagini sacre |on 21 mars, 2012 |Pas de commentaires »

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (è suddiviso in tre parti)

http://spiritoevitaeterna.blogspot.it/2009/03/206-che-cosa-significa-morire-in-cristo_11.html

(Commento ai principali Documenti del Concilio Vaticano II mediante il Catechismo della Chiesa)

lunedì 9 marzo 2009

- 206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (I parte)

(Comp 206) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1019) Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1005) Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). In questo «essere sciolto» (Fil 1,23) che è la morte, l’anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28]. (CCC 1006) «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo» (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 18). Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» (Rm 6,23; Gn 2,17). E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua risurrezione [Rm 6,3-9; Fil 3,10-11].

Per la riflessione
(CCC 1007) La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un’urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza. “Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza […] prima che ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qo 12,1.7)

- martedì 10 marzo 2009

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (II parte) (continuazione)

(Comp 206 ripetizione) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1017) “Crediamo […] nella vera risurrezione della carne che abbiamo ora” [Concilio di Lione II: DS 854]. Mentre, tuttavia, si semina nella tomba un corpo corruttibile, risuscita un corpo incorruttibile [1Cor 15,42], un “corpo spirituale” (1Cor 15,44).

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1008) La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura [Gn 2,17; 3,3.19; Sap 1,13; Rm 5,12; 6,23] e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo (Concilio di Trento, Decretum de peccato originali, can. 1: DS 1511). Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato [Sap 2,23-24]. «La morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 18], è pertanto «l’ultimo nemico» (1 Cor 15,26) dell’uomo a dover essere vinto. (CCC 1009) La morte è trasformata da Cristo. Anche Gesù, il Figlio di Dio, ha subito la morte, propria della condizione umana. Ma, malgrado la sua angoscia di fronte ad essa (Mc 14,33-34; Eb 5, 7-8), egli la assunse in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà del Padre suo. L’obbedienza di Gesù ha trasformato la maledizione della morte in benedizione (Rm 5,19-21).

Per la riflessione
(CCC 1010) Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” (2Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente “morto con Cristo”, per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo “morire con Cristo” e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore: “Per me è meglio morire per (eis) Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il parto è imminente. […] Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 6, 1-2].

- mercoledì 11 marzo 2009

206. Che cosa significa morire in Cristo Gesù? (III parte) (continuazione)

(Comp 206 ripetizione) Significa morire in grazia di Dio, senza peccato mortale. Il credente in Cristo, seguendo il suo esempio, può così trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre. «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2, 11).

“In Sintesi”
(CCC 1018) In conseguenza del peccato originale, l’uomo deve subire “la morte corporale, dalla quale sarebbe stato esentato se non avesse peccato” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 18].

Approfondimenti e spiegazioni
(CCC 1011) Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: “il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo [Lc 23,46]: “Ogni mio desiderio terreno è crocifisso; […] un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: “Vieni al Padre!” [Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 7, 2]. “Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire” [Santa Teresa di Gesù, Poesia, 7]. “Non muoio, entro nella vita” [Santa Teresa di Gesù Bambino, Lettere (9 giugno 1897)]. (CCC 1012) La visione cristiana della morte [1Ts 4,13-14] è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” [Prefazio dei defunti, I: Messale Romano].

Per la riflessione
(CCC 1013) La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è “finito l’unico corso della nostra vita terrena”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48] noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte. (CCC 1014) La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (“Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore”: antiche Litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della nostra morte” (Ave Maria) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: “In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?” [De imitatione Christi, 1, 23, 5-8]. “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali: beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte seconda nol farà male” [San Francesco d'Assisi, Cantico delle creature]. [FINE]

« Noi invece annunciamo Cristo Crocifisso » (1Cor 1,17-25)

http://www.parrocchiapersiceto.it/parrocchia/eventi/decennale-crocefisso-2011/presentazione/

« Noi invece annunciamo Cristo Crocifisso » (1Cor 1,17-25)

(Articolo tratto dal numero speciale de « La Voce che chiama » dedicato alla Decennale del Crocefisso )

Alla luce di questa espressione forte di San Paolo ci siamo incamminati verso la Decennale del Crocifisso. E’ una tradizione antica a Persiceto che negli ultimi vent’anni non abbiamo avuto l’occasione di vivere. Ora l’occasione ci si presenta e non ci manca il desiderio di onorarla, nel tentativo di viverla in pienezza, cioe` di celebrare i momenti di fede, di arte e di cultura (come leggerete nel programma) senza trascurare la contemplazione del Mistero di Cristo Crocifisso.
Contemplare Gesu` crocifisso, per riflettere sulla sapiente stoltezza della croce, come unico criterio possibile del proprio stare nel mondo, facendo affidamento solo sulla potenza di Dio. Contemplare la piu` autentica e devastante debolezza per lasciarsi abbracciare dalla potenza della vita che sconfigge la morte.
Contemplare Gesu` crocifisso per conoscere il vero volto di Dio, e il vero volto dell’uomo. Senza bellezza ne´ splendore, anche se l’arte e` eccelsa, mettersi in ginocchio davanti al Crocifisso per adorare la Verita`. La Verita` non ha ne´ bellezza ne´ splendore, la Verita` non tollera attributi. Annunciamo Cristo crocifisso perche´ non c’e` altra verita` cosi` eloquente eppure misteriosa. L’unico amore vero, difficilissimo eppure accessibile a tutti.
Noi che siamo abbagliati dalla potenza, attirati dalle infinite risorse della tecnologia, illusi dalle sconfinate possibilita` della scienza, eppure sempre piu` poveri. Sedotti dalla grandezza per tutta la vita ma abbandonati quando ne avremmo piu` bisogno, quando il sipario si chiude e lo spettacolo della nostra vita ci appare in tutta la sua poverta`, una illusione a termine, ecco che allora si rivela la debolezza di Dio come l’unica verita`, la sua piccolezza cosi` simile alla nostra da rendere la sua onnipotenza tutta per noi. E’ un gesto di verita` adorare un crocifisso perche´ significa ammettere quanto noi rifiutiamo la debolezza e quanto Dio la faccia sua, e` umano rifiutarla, ma divino assumerla. E’ inutile cercare Dio, vano tentare di conoscerlo escludendo la croce: solo essa ci rivela il volto di Dio. E solo alla luce di Cristo Crocifisso si illumina il volto dell’uomo. L’umanita` ha bellezza e splendore solo ai piedi della croce, solo sotto lo sguardo di
Dio, di quel cuore trafitto da cui sgorga perdono , misericordia, amore, vita eterna. Solo Gesu` Crocifisso dimostra che Dio e` onnipotente: non esiste infatti amore piu` grande, ne´ un Dio piu` potente nell’amare.
Contemplare il crocifisso e` un grande gesto di verita`, significa smascherare la nostra debolezza travestita da potenza e rivelare la vera potenza di Dio, cioe` la sua grandezza nell’amore, smettendo di attribuirgli i tratti di una potenza che egli non ha mai voluto manifestare. Un Dio che si consegna agli uomini. Lasciare la parola alla croce. Al silenzio che solo rivela la Verita`, chi e` Lui e chi siamo noi.
Con questi sentimenti e quant’altri ancora il Signore ci vorra` donare in questo decennale ritrovato momento di Grazia, chiediamo la Grazia di saper contemplare Cristo Crocifisso per poi trovare in lui stesso la forza di annunciarlo a chi e` Crocifisso dalla vita, ai malati nel corpo e nello spirito, a chi abbiamo vicino e porta grandi croci.
Chiediamo la Grazia di saperci incamminare dietro al Crocifisso sulla via maestra dell’Amore vero, che si adatta all’amato e non pretende, anche quando l’amato, cioe` noi con la nostra cultura vuota e mortifera, sa trasformare la croce in un accessorio da stilisti di lusso o poco piu`.
Al Signore Crocifisso, che avremo la Grazia di celebrare e contemplare in abbondanza in questa Decennale, chiediamo di saperlo contemplare con coraggio, celebrare con fede e annunciare con gioia.
Don Marco Cristofori

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 21 mars, 2012 |Pas de commentaires »

I cristiani copti dopo Shenouda (di Samir Khalil Samir)

http://www.asianews.it/notizie-it/I-cristiani-copti-dopo-Shenouda-24280.html

20/03/2012

EGITTO

I cristiani copti dopo Shenouda

di Samir Khalil Samir

Il defunto patriarca ha governato la sua Chiesa per 40 anni. Sono cresciute spiritualità, vocazioni, partecipazione ai riti, ma è stato frenato l’ecumenismo e l’impegno dei laici. Le schermaglie sui matrimoni misti con i cattolici. Nazionalista e anti-israeliano, Shenouda si è scontrato con Sadat che lo ha imprigionato. Un’alleanza con Mubarak per far costruire nuove chiese. L’urgenza della missione nella società e a difesa della donna. L’Egitto fra dittatura militare e fondamentalismo.

Beirut (AsiaNews) – La morte di Shenouda III, al governo della Chiesa copta per più di 40 anni, mi spinge a un bilancio della vita di questa Chiesa, sui suoi rapporti con le altre Chiese, con l’islam e con la politica egiziana.

Shenouda III, nato a Abnub nella provincia di Asiut il  3 agosto 1923, col nome Nazîr Gayyed Rufa’il, ha studiato storia e archeologia all’università del Cairo, e teologia alla Facoltà di Teologia fino al 1946. Poi ci ha insegnato per alcuni anni, e si è fatto monaco nel 1954 nel Monasterio dei Suryani (Dayr al-Suryan) che è nel deserto di Nitria o Scete, a circa 120 km del Cairo sulla via verso Alessandria. Questo monastero è collegato a quello di Dayr Anba Bishoy (Monastero di Abba Bishoy). Da patriarca, Shenouda sceglierà tutti i vescovi delle diocesi egiziane da questi due luoghi.
Nel 1962 è stato nominato vescovo degli Studi Ecclesiastici dal 116° patriarca Cirillo VI, e ha preso il nome di Shenouda. Infine, il 14 novembre 1971 il Sinodo lo ha eletto patriarca della Chiesa Copta Ortodossa, un anno dopo la morte di Gamal Abd el-Nasser avvenuta nel settembre del 1970.
In effetti, il patriarca nella Chiesa copta è sempre un monaco, come pure i vescovi. E quando scelgono un laico per essere vescovo, lo fanno passare per alcuni mesi in un monastero, prima di ordinarlo vescovo.
Come patriaca, Shenouda ha vissuto il suo governo con Sadat e Mubarak. Durante questi anni ha dato un impulso spirituale molto forte alla Chiesa copta attraverso le sue conferenze settimanali che durano ormai da quasi 40 anni. Ogni mercoledì c’era questa conferenza di più di un’ora insieme a domande e risposte, e dibattito con i fedeli. Ogni volta vi erano alcune migliaia ad assistervi. Più tardi, queste sue conferenze sono state trasferite in video e in cassetta e diffuse sui mass media.
Egli è anche autore di almeno 50 libri che toccano tutte le questioni religiose, sotto un angolo spirituale. Era un monaco che conosceva la tradizione e la Bibbia a memoria. Talvolta sapeva dire il capitolo e perfino il versetto di una citazione. Conosceva la letteratura spirituale monastica e la vita dei santi, attingendo in abbondanza nelle sue prediche e scritti. Non è stato un teologo, che ha fatto avanzare la ricerca in campo dogmatico, ma ha dato un grande contributo spirituale.
Ha anche contribuito a un rinnovamento delle diocesi, fondandone molte nuove e rimpicciolendo quelle esistenti. Questo ha permesso ai vescovi di avere un contatto più quotidiano con i fedeli per una pastorale più incisiva. Allo stesso tempo, qualcuno pensa che questa sia stata una mossa per eleggere e consacrare molti vescovi suoi sostenitori e per avere la maggioranza nel Sinodo copto.
La sua fama da vescovo era già grande, cresciuta poi con la sua elezione a Patriarca (« Baba Shenouda »). L’ho conosciuto quando era vescovo: lavoravamo insieme nel Consiglio ecumenico delle Chiese per il Medio oriente (MECC). Abbiamo avuto sempre una buonissima relazione, anche se non eravamo d’accordo su tutto. Sono stato anche incaricato dello « Youth Ecumenical Service » (YES) per i giovani delle diverse confessioni in tutto l’Egitto. Il patriarca amava venire a tutte le occasioni. Fino all’ultimo le nostre relazioni sono state dirette e amichevoli. Mi diceva: « Tu sei più giovane, sei come mio figlio, ascolta quello che ti devo dire… ». Aveva molta stima dei miei studi sulla storia della Chiesa, anche se – diceva – « non dobbiamo attuare tutto quello che è nella tradizione ».
I suoi punti di vista erano costruttivi, molto rispettosi della differenza che c’era fra noi. Forse questo è dovuto al fatto che io non appartenevo alla Chiesa copta ortodossa. Con i suoi, invece, era noto per le sue decisioni autoritarie.
Questa sua politica ha comunque portato a un rafforzamento della formazione dei fedeli in Egitto. Avendo consacrato vescovi molto giovani (35-40 anni) e dotti, tutti suoi discepoli, ha potuto diffondere la sua visione in tutto il Paese.
Con i laici vi è stata qualche situazione delicata. Shenouda aveva coscienza di avere la responsabilità di tutto nella Chiesa e quindi alcuni laici erano molto mortificati.
Durante il suo patriarcato si sono moltiplicate le vocazioni religiose e quelle al clero. Ha potenziato la pastorale degli studenti, domandando ai giovani di avere sempre un direttore spirituale, e di praticare la confessione. Si è anche diffusa la pratica della comunione, ma dopo la confessione. Talvolta vi erano sacerdoti che prima di dare la comunione a un giovane, gli domandava se si era confessato e con chi… Per la spiritualità e la devozione della Chiesa copta ha fatto molto, facendo aumentare anche la pratica della liturgia domenicale.
Vi sono stati pure conflitti con i laici, e divergenze di vista con altri confratelli nell’episcopato, ma tutto si è sempre risolto.

Rapporti con le altre Chiese cristiane
I rapporti con le altre Chiese hanno avuto più problemi. Verso i protestanti non è mai stato molto caloroso. Diceva che « dobbiamo imparare dai protestanti lo studio della Bibbia », ma è stato sempre lontano dalla collaborazione. Con i cattolici il rapporto era migliore.
Nel ’73 ha fatto una visita al papa Paolo VI e addirittura hanno firmato il primo documento ufficiale di accordo fra la Chiesa cattolica e una Chiesa ortodossa. Ci si è accordati soprattutto a non fare reciproco proselitismo. Il proselitismo è un’accusa che le Chiese ortodosse hanno fatto spesso contro i cattolici. L’accordo prevedeva che se vi fossero dei casi, Shenouda avrebbe chiamato Roma, la quale sarebbe intervenuta a sanare la situazione.
Una volta, nell’Alto Egitto, vicino a Dayrut, in un villaggio ortodosso a 300 km a sud del Cairo, da anni dimenticato dal vescovo ortodosso, lo hanno minacciato: « Se non venite, ci faremo musulmani ». Ma prima sono venuti alla chiesa cattolica del villaggio vicino e hanno chiesto di poter diventare cattolici. Il parroco e il vescovo della diocesi di Asyut li hanno sconsigliati, esortandoli a rimanere ortodossi. A una nuova minaccia che si sarebbero fatti musulmani, il vescovo ha ceduto e ha mandato un sacerdote cattolico nel villaggio. Questo fatto però ha suscitato problemi fra Shenouda e Roma che ha portato a un accordo: gli ortodossi avrebbero trovato una soluzione per il villaggio entro sei mesi. Passato questo periodo, niente era successo; allora i fedeli – almeno alcuni di loro – sono entrati nella Chiesa cattolica. Di per sé non c’era la voglia di proselitismo, ma solo il desiderio di curare questi cristiani, che altrimenti sarebbero divenuti musulmani.
Le cose fra cattolici e ortodossi sono peggiorate dopo qualche anno dalla sua elezione a Patriarca per le regole che lui ha imposto sui matrimoni misti. In oriente i matrimoni fra ortodossi e cattolici sono frequenti e non suscitano problemi nelle famiglie perché la fede è comune, pur nelle differenze di riti e tradizioni. L’uso tradizionale, in tutto l’Oriente, è che il matrimonio si celebri nella chiesa dello sposo; i figli seguono la tradizione del padre, ma è possibile che si trovino accordi fra loro. In ogni caso, le due parti rimangono nella loro confessione cristiana. Shenouda ha deciso che se ci fossero dei matrimoni misti, la parte cattolica doveva essere ri-battezzata nella Chiesa copta ortodossa. In pratica, la parte cattolica significa le donne cattoliche. Il suo teologo, dopo averlo sostenuto un po’, gli ha fatto notare che la tradizione patristica non prevede un nuovo battesimo, ma lui, testardo, ha mantenuto questa regola fino ad ora.
Va detto che i suoi sacerdoti si mostravano spesso più aperti di lui. Nell’ecumenismo quindi era un conservatore e non ha fatto fare molti progressi all’unità fra cattolici e ortodossi.
Nel 1984 egli ha anche criticato il patriarca siro ortodosso, Zakkha Iwas, perché questi ha firmato, il 23 giugno, un accordo con la Chiesa cattolica (con Giovanni Paolo II). La dichiarazione comune che ne era venuta, era molto avanzata: prevedeva libertà nel matrimonio, la comunione reciproca e perfino la comunanza nella formazione dei preti, tanto che ancora oggi molti sacerdoti siro-ortodossi studiano nei seminari o nelle facoltà di teologia cattolici.
Quando Shenouda ha saputo di questo accordo, ha rimproverato Zakkha, di aver osato tanto, senza interpellarlo. Va ricordato che i Siro-ortodossi, i Copti e gli Armeni sono legati fra loro perché sono Chiese pre-calcedoniane. Sua Beatitudine Zakka gli ha risposto che le loro Chiese sono sorelle, ma indipendenti. Inoltre, gli ha fatto notare che lo stesso Shenouda aveva firmato l’accordo con i cattolici nel 1973 senza interpellare le altre due Chiese.

Rapporto con l’Islam
Nel rapporto con l’islam, il patriarca Shenouda ha fatto molti incontri con l’imam di Al Azhar. Conosceva bene il Corano e  la lingua araba: ha scritto perfino dei poemi in lingua araba. Sapeva trattare con i musulmani, senza cedere sull’aspetto dogmatico; piuttosto abile anche a non provocare i musulmani.
Sebbene nel periodo del suo governo sono continuati attacchi a chiese, uccisioni di cristiani e violenze da parte dei fondamentalisti, egli è riuscito a mantenere rapporti cordiali con il mondo musulmano, senza tuttavia cedere sui punti importanti.

Rapporti con Anwar as-Sadat
Con lo Stato si è trovato sempre in una situazione molto delicata. Egli è divenuto patriarca sotto Anwar Sadat. Dal punto di vista politico, Shenouda aveva una posizione molto netta sui rapporti fra Egitto e Israele. È sempre stato contro un accordo fra i due Paesi.
Quando Sadat è andato a Gerusalemme, ha tenuto il suo discorso alla Knesset e ha varato gli accordi diplomatici, Shenouda ha condannato questa politica. Forse questa mossa aveva motivi tattici: la Chiesa copta è una minoranza (non supera il 10% della popolazione) e i musulmani considerano sempre i cristiani come gli alleati dell’occidente (e di Israele). La sua scelta gli permetteva di sfuggire a questo cliché, alleandosi con un potente movimento anti-israeliano, ancora presente in Egitto.
Ma la posizione di Shenouda ha spinto Sadat a metterlo agli arresti domiciliari nel monastero di Anba Bishoy nel deserto (Wadi an-Natroun) durante 4 anni, da settembre 1981 fino alla morte di Sadat (assassinato il 6 ottobre 1985). Sadat ha fatto imprigionare anche alcuni vescovi: era la prima volta nella storia dell’Egitto che ci si trovava in una situazione così tesa, che è durata quasi un anno.
In più, per governare, Sadat si appoggiava sui Fratelli musulmani, sempre duri con i cristiani. Per questo possiamo dire che tutto il periodo di Sadat è stato molto difficile per Shenouda.

Rapporti con Hosni Mubarak
Quando invece è venuto Mubarak, 31 anni fa, la situazione è cambiata. Il patriarca ha appoggiato il presidente e viceversa. I due hanno fatto un accordo personale che ha superato il divieto per la costruzione delle chiese. In Egitto, per legge, una chiesa può essere edificata solo se si rispettano 10 regole. Ma esse sono così  frenanti che è praticamente impossibile edificarne qualcuna. Il patto fra Shenouda e Mubarak prevedeva l’accordo anno per anno del numero di chiese da costruire. Quando è stato reso pubblico vi sono state critiche da parte dei musulmani, ma niente di più.
L’accordo però supponeva che il patriarca sostenesse tutte le decisioni di Mubarak. Quando l’anno scorso è scoppiata la primavera araba,  molti cristiani sono scesi in Piazza Tahrir. Ma il patriarca è rimasto  piuttosto restio nell’appoggiare il movimento,  perché esso ha preso sempre più una dimensione anti-Mubarak.
Il problema dei cristiani in Medio oriente è sempre questo: ci si trova fra due fuochi, fra una dittatura e il fondamentalismo.
La nostra situazione in Medio oriente è sempre stata così debole e la Chiesa copta ne è l’esempio: incapace di prospettive, di iniziative, di impegnarsi nella società e nella politica. La Chiesa copta è spesso rinchiusa su se stessa, vive in un ghetto per proteggersi e vivere con tranquillità. Non tentano di cambiare la società perché temono di non farcela, essendo una minoranza.
In passato è stato diverso, 80 o 50 anni fa era molto più viva. Poi, anche per le condizioni di libertà, ci si è rifugiati di più nei monasteri, nella preghiera, nella vita interna della Chiesa. Ora, con la Primavera araba, siamo in un momento che ha suscitato tante speranze di libertà per cristiani e musulmani, rifiutando un regime teocratico. Purtroppo sembra che andiamo proprio in questa linea.
L’altro problema dell’Egitto sono i militari. L’esercito comanda in Egitto dai tempi di Nasser, da almeno 60 anni, e non pare che voglia lasciare il potere. Ancora adesso sono loro a decidere tutto. L’Egitto si trova in un incrocio delicato: potrebbe diventare una dittatura militare o un regime fondamentalista. Proprio per questo molti cristiani hanno esitato di fronte alla rivoluzione.

Il futuro dei Copti ortodossi
Fra i vescovi copti vi sono personalità molto valide, che potrebbero prendere la leadership della Chiesa copta. Fra questi escluderei il vice di Shenouda, che è stato un esecutore delle sue decisioni, ma carente di personalità
La Chiesa copta rimane forte nella spiritualità, nella preghiera liturgica, nel digiuno. Ricordo che i copti hanno quasi 200 giorni di digiuno all’anno. E il loro digiuno significa che non si prende nulla, né bevande, né cibo dalla mezzanotte precedente fino alle 15 del giorno dopo. E i pasti che si fanno dopo sono molto leggeri. Questo digiuno, vissuto in unione con Gesù Cristo, rafforza la fede e la forza dei copti, capaci di resistere nella loro identità.
I copti non fanno vedere che digiunano, ma quando i musulmani si accorgono, rimangono meravigliati in modo positivo. Il cibo poi è vegetariano; sono escluse anche le uova, il formaggio, il latte, ecc… Va detto che in qualche modo questa testimonianza religiosa dei copti impressiona molto le persone islamiche che spesso assommano i cristiani all’occidente e all’ateismo.
Dopo la Primavera araba, siamo ad  una nuova tappa che ci richiede nuove scelte. All’interno della Chiesa copta si deve dare più libertà ai vescovi, ai sacerdoti, ai laici: occorre certo avere una voce unica, ma non dittatoriale. È necessario anche impegnarsi di più nella vita della società, per il bene comune, la politica, i diritti umani. I cristiani copti non sono contrari a questo, ma non promuovono tutto questo. E invece i cristiani avrebbero una funzione molto importante, soprattutto per ridare dignità e valore alla donna, che nell’islam è spesso umiliata.
Il rapporto con i musulmani dovrebbe essere più vivo: non si può vivere l’uno accanto all’altro, senza porsi alcuna domanda. Ad esempio: nella società egiziana si fa solo pubblicità all’islam, in autobus, in taxi. Bisogna che i cristiani chiedano ai musulmani che è tempo di costruire una società che lascia spazio a tutti.
Un’altra dimensione necessaria è la missione. In Egitto non c’è missione anche per condizioni sociologiche: l’islam non permette l’evangelizzazione. Ma è urgente la testimonianza esplicita e in questo sarebbe bene lavorare, insieme alle altre confessioni cristiane. Siamo già pochi: dividerci ci indebolisce ancora di più.
Per concludere, non possiamo che pregare per chiedere a Dio di illuminare il Santo Sinodo affinché elegga un successore forte nella fede, aperto al mondo e ai suoi bisogni e attento ai bisogni dei più deboli come della società in genere.

The crossing of the red sea & the hymn of Myriam

The crossing of the red sea & the hymn of Myriam dans immagini sacre 15%20MAITRE%20CROSSING%20THE%20RED%20SEA

http://www.artbible.net/1T/Exo1401_Redsea_myriampsong/pages/15%20MAITRE%20CROSSING%20THE%20RED%20SEA.htm

Publié dans:immagini sacre |on 19 mars, 2012 |Pas de commentaires »
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