Archive pour mars, 2012

I. La Parabola anticotestamentaria dell’insegnare (di Mons. Gianfranco Ravasi)

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/ravasi/itarav02.htm

di Mons. Gianfranco Ravasi

I. La Parabola anticotestamentaria dell’insegnare

Parliamo di « parabola » perché si tratta di descrivere una specie di percorso, che comprende due tappe:

1ª Primato della teofania, cioè il Signore che è Maestro;
2ª L’uomo che a sua volta diventa maestro, dopo avere ascoltato Dio Maestro. (torna al sommario)
1. Primato della teofania

In assoluto, il punto di partenza è sempre la grazia. In principio c’è l’epifania di Dio. In principio c’è la Parola divina che infrange il silenzio del nulla e dell’ignoranza dell’uomo. «Dio disse: « Sia la luce ». E la luce fu». All’inizio c’è questa Parola, radicale e fondamentale, senza la quale ci sarebbe il vuoto, il nulla. Nessuna altra parola risuonerebbe. All’inizio c’è questa presenza assoluta dell’unico Signore e Maestro che è Dio.
San Paolo (in Rm 10,20) si sorprende per una bellissima frase di Isaia: «Il profeta osa dire: Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano». L’uomo se ne va per le sue strade, se ne andrebbe all’infinito lontano, se a un crocevia non si presentasse l’epifania di Dio, la sua Parola. In principio quindi c’è la Sapienza di Dio. Nella Genesi (1,3) c’è proprio questa frase: «Dio disse». O nel Nuovo Testamento: «En archè èn ho logos, in principio c’era la Parola (per eccellenza)», la grande teofania iniziale, senza la quale non c’è nessun insegnamento. Senza la grazia non esiste la parola nostra; senza la Parola di Dio non esistono le nostre parole. (torna al sommario)

I (tre) luoghi della teofania.
Dove e come si manifesta Dio? Ricordiamo tre luoghi nei quali si offre la « lezione » di Dio, la prima « lezione » assoluta.

1º. La Parola o lezione di Dio si manifesta innanzitutto nella Torah (nome derivato da una radice ebraica, jrh, che significa « insegnare »). È l’insegnamento per eccellenza, la « dottrina » per eccellenza di Dio. Perciò noi dobbiamo ascoltare la prima lezione divina attraverso l’ascolto della Legge. Tutto il Salmo 119 (118 della Volgata) è un inno grandioso, monumentale alla Parola di Dio più che alla Legge (Torah). Pascal lo recitava tutte le mattine; una volta, almeno nel breviario del rito ambrosiano, lo si recitava tutti i giorni, tutto intero, durante le ore della giornata. È una lode continua, una specie di moto perpetuo: non soltanto la costruzione è in 22 strofe, con un gioco alfabetico, ma ogni versetto deve avere almeno una delle otto parole con cui si definisce la Parola di Dio. Ebbene, questo canto continuo della Parola di Dio è la celebrazione della prima, fondamentale lezione che dobbiamo ascoltare, una lezione di vita, (è anche legge), non solo una lezione di conoscenza del mistero di Dio.
Nel Salmo 25 (versetti 4, 5, 8, 9, 10 e 12) continuamente si chiede a Dio che, rivelandoci la sua Parola, ci indichi la via. «Io sono la via, la verità e la vita», dirà Cristo. Con un piccolo particolare: in ebraico, il termine via, derek, ha alla base probabilmente una radice di origine cananea che significa la vigoria sessuale, l’energia vitale. Allora, dire: «Io sono la via e la vita» si può quasi esprimere con una parola sola: «Io sono la via». Indicare la via vuol dire anche indicare la via della vita. D’altronde, la via in tutte le culture è un grande simbolo della esistenza stessa. In questo senso la celebrazione della via che la Torah ci offre è la celebrazione, come dice il Salmo 119, della lampada che illumina i passi della nostra esistenza (v. 105).
Ancora, nel Salmo 143,10 chiediamo: «Insegnami (è il verbo del maestro, rivolto a Dio!), insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana». Troviamo qui le due immagini, le due componenti: «Insegnami il tuo volere», la tua volontà, non solo il tuo mistero, ma un mistero efficace, che agisce in me. E poi mi guiderai «sulla terra piana», nel sentiero dell’esistenza.

2º. L’epifania del Signore-Maestro si presenta nelle sue opere salvifiche, nelle sue azioni di salvezza, come leggiamo nel Salmo 103 (versetto 7): «Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere». Per la legge del parallelismo, qui vengono descritte non più « la mia via », ma « le vie di Dio ». E qual è la via di Dio? Sono le sue opere, le sue opere di salvezza, inserite nell’interno della storia. La Bibbia è la storia di Dio ed è la celebrazione del Dio della storia, la Bibbia è una storia della salvezza.
Di qui alcune conseguenze di questa tesi fondamentale. Gli Ebrei hanno chiamato lungamente Mosè con un appellativo: morenu, che vuol dire « il nostro maestro ». E come viene rappresentato questo « nostro maestro »? «Io sarò con la tua bocca», dice il Signore a Mosè, «ti istruirò in quello che dovrai dire» (Es 4,12; cf 24,12). E che cosa farà poi Mosè? Parlerà e salverà. Dio usa perciò anche dei maestri concreti. Per la sua storia della salvezza passa attraverso di noi, che pur siamo fragili. Mosè sarebbe stato l’ultimo da scegliere, come maestro: era balbuziente, era incapace di parlare, aveva in sé una debolezza costituzionale: «Manda un altro» (si scusa in Es 4,13; come succede in altri racconti di « vocazione con obiezione »).
Una seconda considerazione. Che cosa dobbiamo dunque trasmettere, che cosa narrare nella nostra catechesi? Che cosa insegnare? La risposta si trova nel Salmo 78 (il secondo più lungo della Bibbia, dopo il 119), che possiamo intitolare come fa la Bible de Jérusalem: «Le lezioni della storia della salvezza». Ciò che noi dobbiamo trasmettere ed annunciare è non il Dio remoto e astratto, non «il Dio dei filosofi» (per usare ancora la famosa espressione del Memoriale di Pascal), non il Dio dei sapienti, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio salvatore.

3º. Dopo l’epifania di Dio nella Torah e nella storia, l’epifania di Dio si manifesta anche nell’oscurità della prova, nella tenebra, nel suo silenzio. A questo riguardo, due libri dell’Antico Testamento sono particolarmente interessanti e significativi: Qoèlet e Giobbe. In essi si riesce a vedere la rivelazione di Dio nell’interno del silenzio.
Essi, però, non ci danno la manifestazione del Dio-Maestro, che invece troviamo esplicitamente in un versetto del Deuteronomio (8,5): «Come un padre corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, ti corregge». È bellissima questa immagine del maestro-padre (questi due aspetti anche nei Proverbi coincidono: il maestro è pure il padre, il discepolo è anche il figlio). Questo maestro conosce, tra l’altro, la strada della durezza, una via che il discepolo non riesce a comprendere. «Le mie vie non sono le vostre vie» (Is 55,8).
C’è, quindi, una paidèia, se vogliamo usare l’espressione greca, una pedagogia divina purificatrice. C’è una parola divina che sconcerta, nel bene e nel male. In Geremia (23,29) la Parola di Dio viene rappresentata come un martello che spacca la roccia, come una fiamma ardente che brucia, e consuma. Spessissimo, nell’Antico Testamento, la Parola di Dio si autorappresenta con immagini « offensive ». Questo avviene anche nel Nuovo: la lettera agli Ebrei (4,12) evoca la Parola di Dio come spada che taglia la superficie, la pelle, e penetra fino alle giunture, fino alle ossa, al midollo. C’è dunque una paidèia che si sviluppa nell’oscurità (un tema molto bello e suggestivo). C’è da ringraziare Dio, invece di sentirsi imbarazzati, che nell’Antico Testamento esista un libro come Qoèlet, un libro della crisi, della crisi della Sapienza: un maestro che non crede più in quello che insegna, e che non attende forse più nulla, ma che comunque riflette – e anch’esso è parola di Dio! – su questo misterioso parlare-insegnare di Dio attraverso il suo silenzio, attraverso il vuoto. Oppure, è significativo che nell’Antico Testamento ci siano delle pagine come quelle del libro di Giobbe, dove il protagonista bestemmia. In quel momento, Dio passa attraverso quasi la negazione di se stesso. Come diceva Bonhoeffer: Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza – come Signore e Maestro, come Padrone –; Dio ci salva in virtù della sua debolezza, diventando fratello dell’uomo in Cristo, attraverso la sua impotenza, la sua sofferenza. Parlando tuttavia dell’insegnamento del Maestro divino attraverso il suo silenzio e la prova, occorre ricordare che, pure in quel momento, Dio non cessa di essere il Maestro che serve, anzi forse in quel momento è vicino all’uomo molto di più di prima.
Osea (11,3-4) esprime la tenerezza paterna anche nella severità: «Io ho insegnato i primi passi a Efraim. Me li prendevo sulle braccia, con legami pieni di umanità, li attiravo a me, con vincoli d’amore». Efraim rimane ribelle; però questo padre, pure se il figlio non capisce, ha sempre vincoli d’amore, perfino quando punisce, come un padre corregge il figlio. A questo riguardo c’è una bellissima immagine del grande pensatore danese Soeren Kierkegaard, nel suo libro Timore e tremore, dedicato nella sua maggior parte a Gen 22 (il sacrificio di Isacco). Soeren Kierkegaard usa questa immagine, che tra l’altro è vera in Oriente: la madre, quando deve svezzare suo figlio, si tinge di nero il seno, perché il figlio non abbia più a desiderarlo, e cominci a nutrirsi da solo. In quel momento il bambino odia sua madre, perché gli toglie la fonte del suo sostentamento e anche del suo piacere (pensiamo a quel che ha detto la psicanalisi a questo riguardo); eppure egli non sa che in quel momento la madre, mentre lo distacca da sé e sembra crudele, mai l’ha amato così tanto, perché lo fa diventare uomo capace di vivere da solo nel mondo, lo fa creatura libera (e quante madri non hanno staccato il figlio dal seno, anche se non materialmente, e lo fanno ancora succube!). Ecco: anche nel momento della prova, non dobbiamo mai dimenticare il mistero del Dio Padre e Madre.

2. L’uomo maestro
L’uomo istruito da Dio diventa a sua volta maestro, viene inviato come maestro. Tre brevi considerazioni al riguardo.

a) Il padre al figlio
Il magistero fondamentale è quello che passa attraverso la comunicazione interpersonale, la catechesi familiare, una relazione d’amore. Abbiamo esempi molto illuminanti a questo riguardo. Nei Proverbi, il padre continuamente dice: «Figlio mio…», e al figlio dona la sua sapienza. In questo caso il maestro, che è padre, non può che desiderare che il discepolo cresca; cosa che invece il maestro-padrone non vuole, perché è geloso della sua supremazia intellettuale. Il padre pensa: « Bisogna che lui cresca e che io diminuisca », come il Battista (cf Gv 3,30). E il capitolo 31 (sempre dei Proverbi), con quella strana finale, la celebrazione della donna sapiente, è probabilmente anche la conclusione di un itinerario didattico. Dopo aver svolto la sua lezione, il maestro-padre saluta il figlio che ha trovato la sua sposa. Questa sposa è una donna ideale, perfetta, ma è anche la Sapienza: il giovane è diventato a sua volta maestro, sapiente. Tale dovrebbe essere il nostro scopo. Dobbiamo sparire, insegnando agli altri. Dobbiamo far sì che l’altro sia capace di crescere nella fede e nella conoscenza, e poi ritirarci.
In Esodo 12, con la descrizione del rito pasquale, troviamo ciò che viene fatto dagli Ebrei attraverso l’haggadah. Quest’ultima è una narrazione che comprende un dialogo tra il padre e il figlio sul significato dei riti, per giungere alla scoperta dell’azione di liberazione di Dio. Qui vediamo quale sia la funzione del maestro nella famiglia, nella relazione d’amore: è quella d’insegnare la libertà, di far conoscere un Dio che è liberatore, non colui che t’impone la cappa di piombo delle sue norme, ma che ti indica la strada gioiosa della sua volontà, che è libertà e salvezza.
Da ultimo, il Salmo 78 nella sua prima diecina di versetti ci offre una suggestiva rappresentazione della catechesi. Che cos’è la vera catechesi ecclesiale? È un continuo comunicare, di padre in figlio, di generazione in generazione, le grandi opere di Dio, la grande linea dinamica di salvezza entro cui noi siamo immersi. (torna al sommario)

b) I sacerdoti-profeti-sapienti
Tra i maestri ci sono anche i sacerdoti, i sapienti, i profeti. Potremmo offrire molti dati su questo tipo di insegnamento. Basti citare come esempio 1Sm 3. Il sacerdote di nome Eli, il maestro di Samuele, è il direttore spirituale per eccellenza, che non si sostituisce al discepolo, ma gli insegna come deve scoprire la sua vocazione, di chi sia quella voce che nella notte lo chiama.
Un altro modello, molto interessante per il problema dell’inculturazione, sarebbe quel maestro che ha scritto attorno all’anno 30 a.C. il libro della Sapienza. Egli si presenta come Salomone, il supremo sapiente. Il libro della Sapienza è il tentativo di riscrivere la grande lezione di Israele con le categorie filosofiche del mondo greco, in un altro orizzonte culturale. Paolo è l’esempio più alto di questa operazione di mediazione culturale, di inculturazione, di ritrascrizione del messaggio semitico di Cristo in nuove coordinate, in modalità nuove.
In Neemia 8, il personaggio che domina è Esdra, il sacerdote, che fa la sua lezione sulla Parola di Dio. È un maestro significativo perché ci rivela come possiamo diventare noi stessi maestri della Parola di Dio. Nell’episodio potremmo individuare sette « stelle », cioè una costellazione di sette componenti che sono la rappresentazione di questo magistero della parola:
Leggere la Parola di Dio, «per brani distinti», si dice. Sul leggere ci sarebbe già tutta una lezione da fare, ai nostri giorni, quando la lettura diventa sempre più difficile, sempre meno praticata. I nostri ragazzi vedono, ma non leggono, ascoltano caso mai. Gli Ebrei non chiamano la Bibbia « scrittura » come noi; la chiamano migra’, che vuol dire « la lettura »; è la stessa radice della parola quran, il Corano è la « lettura » generosa.
Spiegare. Comporta l’esegesi. «Senza la penetrazione nelle parole, nel senso delle parole, come posso capire la Parola?». Questa è una frase di Massimo il Confessore, un mistico palestinese, nato sulle alture del Golàn, da un padre samaritano e da una madre che era una schiava persiana; nato nella terra di Gesù, poi farà una fine che è emblematica anche per il maestro: gli taglieranno la lingua e la mano destra, i due elementi della parola e dell’azione, per punire lui annunciatore della verità del vangelo. Massimo il Confessore, che è forse l’ultimo dei Padri greci, diceva dunque: «Se tu non conosci le parole, come puoi conoscere la Parola?». Spiegare! Spezziamo una lancia a favore dello studio serio della Parola, contro le tentazioni pentecostal-misticheggianti, contro certe forme carismatiche (quel dire: « Prendi la Parola e come risuona leggi e pratica », può portare al fondamentalismo).
Comprendere. Il « comprendere » biblico, come diceva giustamente Maritain, è una «connaissance savoureuse», una conoscenza saporosa. Il conoscere biblico, come anche l’ »amare », è appunto una conoscenza circolare, simbolica. Dunque, tre parole-stelle nella prima linea: leggere, spiegare, comprendere; le altre quattro sono invece nella linea esistenziale.
Ascoltare. «Essi ascoltavano, porgevano l’orecchio». Nella Bibbia lo stesso verbo shama’ indica sia « ascoltare » che « obbedire ». Quindi shema’ Israel non è soltanto « ascolta, Israele! », ma anche « aderisci! ». «Adonài elohénu adonài ehàd» (il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo) è non soltanto una conoscenza di tipo intellettivo, ma è la scoperta di una relazione (cf Dt 6,4ss). È per questo che «lo amerai con tutto il cuore…». Amerai viene subito dopo ascoltare. Per questo nel Salmo 40 si dice letteralmente (versetto 7): «Tu mi hai forato l’orecchio», come si fa allo schiavo; io sono il tuo schiavo, ho l’orecchio forato, nel senso che aderisco completamente a te.
Gli occhi si colmano di lacrime: gli ascoltatori si mettono a piangere, cioè si convertono. La parola di Dio ti fa piangere i tuoi peccati. Ecco un altro elemento prodotto da una vera lezione: essa inquieta le coscienze; la Parola di Dio artiglia l’anima, altrimenti è una semplice informazione. Lo scrittore ultra-novantenne Julien Green affermava: «Se io dovessi riassumere tutto quello che ho scritto, lo esprimerei con questa frase: « Finché si è inquieti, si può stare tranquilli »». Finché c’è questa inquietudine, che è quella agostiniana (« inquietum est cor nostrum »), allora si può stare in pace.
Le mani portano delle porzioni di cibo ai poveri. La lezione che ricevo dalla Parola di Dio mi costringe ad andare verso i miseri, ad offrire il pane della Parola e anche il pane reale.
La festa, la liturgia delle Capanne, la terza festa ebraica. Cioè il grande, ultimo insegnamento lo si ha nella liturgia.
Dunque, sette parole: leggere, spiegare, comprendere; ascoltare, piangere, donare, celebrare. Tale è la traiettoria all’insegnamento compiuto nell’interno della comunità ecclesiale attraverso i vari ministeri dell’annunzio. (torna al sommario)

c) Pedagogia globale
La pedagogia biblica è una pedagogia globale. Non è un processo solo intellettuale. Facciamo una breve annotazione filologica. Lamàd, insegnare, è il verbo fondamentale del maestro. O meglio, lamàd non vuol dire insegnare, ma « imparare ». Però, curiosamente, nella forma intensiva, limmed, diventa « insegnare ». La stessa radice non distingue tra imparare e insegnare. E questo stabilisce un circuito. Il vero maestro è uno che impara anche, e il vero discepolo alla fine è capace di insegnare. Se il circuito non si chiude, non si ha un vero magistero. Il maestro, che non è attento al discepolo, è di sua natura condannato alla solitudine, alla torre d’avorio della sua elaborazione, ma non lascerà traccia. Per chi è abituato a parlare spesso in pubblico, una delle componenti fondamentali, anche tecniche, è di vedere e capire se l’ambiente è colmo di risonanza, se è in ascolto. Altrimenti si va avanti nel parlare, ma l’altro non dialoga. Insegnare è dialogare. Anche se l’altro tace. Ci si deve accorgere di entrare nell’interno della comunicazione, grazie anche alle domande presentate dall’altro. Oscar Wilde diceva: «A dare le risposte sono capaci tutti; per fare le vere domande ci vuole un genio». Ed è verissimo. Le grandi domande, che fanno andare avanti nella conoscenza, le pongono soltanto i geni. E di fatto la domanda, anche graficamente, noi la esprimiamo non con l’esclamazione, che è una linea retta, ma con qualcosa che si aggroviglia in sé, che quindi lacera, che artiglia, che fa sanguinare.
Un altro verbo ricorrente nella pedagogia biblica è jaràh; jaràh-torah, il quale indica un insegnamento che è « via e vita », come abbiamo già visto.
Ancora: jasàr, donde deriva il sostantivo musàr, significa la « disciplina », cioè l’impegno severo, ascetico del conoscere. Per essere veramente maestri bisogna avere la pazienza di stare ore e ore nello studio, nella fatica.
E da ultimo il verbo jada’ che vuol dire « conoscere » e implica tutte le dimensioni, la globalità simbolica dell’insegnamento biblico. Comprende l’aspetto intellettivo, l’aspetto affettivo (sentimento), l’aspetto volitivo (volere), l’aspetto effettivo. « Conoscere » indica persino l’atto sessuale. Perché si conosce anche con la passione e l’azione, con la comunione dei corpi, si conosce con la convivenza, si conosce con l’azione, costruendo insieme un progetto.
Concludendo la parabola anticotestamentaria dell’insegnare, occorre dire una cosa un po’ paradossale: scopo del maestro è rendersi inutile. L’abbiamo già visto, ma ora va detto in maniera più forte, ricorrendo alla dimensione escatologica. Negli ultimi tempi il maestro non ci sarà più, perché ci sarà un Maestro interiore. Vi è una intensa frase nel vangelo di Giovanni (6,45), che cita Isaia 54,13: «Sta scritto nei profeti: « E tutti saranno theodidàktoi, ammaestrati da Dio ». Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me». Non ci sono più i mediatori. « È il Padre che ti parla e tu vieni a me », dice il Signore. Il testo di Isaia in ebraico (Giovanni cita il greco nella traduzione dei LXX) dice esattamente: «Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore». Bella definizione della comunità escatologica: tutti saranno « discepoli » del Signore.
Più rilevante ancora è l’oracolo di Geremia (31,31-34) sulla « nuova alleanza », il più celebre di tutti gli oracoli profetici, che costituisce anche la citazione più lunga dell’Antico Testamento nel Nuovo, in Ebrei 8,8-12. Come sarà la grande, perfetta alleanza del nuovo Sinai? Come sarà il momento in cui noi avremo una comunità che sarà completamente in comunione con Dio? Ecco la risposta di Geremia: «Porrò io la mia torah nel loro animo; la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri»: non ci sarà più il maestro, il sacerdote, il profeta, il sapiente che dovrà dire all’altro: « Riconoscete il Signore ». «Perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande»

Publié dans:Card. Gianfranco Ravasi |on 24 mars, 2012 |Pas de commentaires »

LA LITURGIA SACRAMENTALE, ANTICIPAZIONE ATTUALE DI QUELLA CELESTE

http://www.zenit.org/article-30041?l=italian

LA LITURGIA SACRAMENTALE, ANTICIPAZIONE ATTUALE DI QUELLA CELESTE

Una riflessione sulla Liturgia ecclesiale, firmata da Don Natale Scarpitta

di don Natale Scarpitta
ROMA, sabato, 24 marzo 2012 (ZENIT.org).- La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium mirabilmente insegna che «nella Liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla Liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme» (n. 8; CCC n. 1090). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo questa consapevolezza squisitamente teologica, ribadisce che «coloro che celebrano il culto liturgico, vivono già in qualche modo, al di là dei segni, nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa» (n. 1136). Ed aggiunge: «è a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza» (n. 1139). La chiarezza espositiva dei testi magisteriali riguardanti l’indole della cosiddetta ‘Liturgia cosmica’ non necessita di delucidazioni ulteriori. Desideriamo comunque soffermarci su questo dato di fede perché, nonostante la sua indubbia pregnanza dottrinale, raramente trova eco escatologica nella predicazione pastorale.
Il carattere meramente storico dell’azione liturgica non esaurisce infatti l’identità del culto liturgico. La Liturgia che nel nostro pellegrinaggio terreno celebriamo è un frammento visibile che si incastona nella perenne Liturgia celeste. Ed è proprio nella trascendenza di Dio che l’azione liturgica, attuata dalla Chiesa nel fluire della sua quotidianità, trova la sua origine. La Liturgia terrena si innesta infatti in ciò che già preesiste, in ciò che è infinitamente più grande e le dà senso.
Volendo richiamare alcune immagini usate dai Sommi Pontefici, potremmo dire che la Liturgia ecclesiale è un assaggio (cfr. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 28 giugno 2000), un riflesso reale seppur pallido (cfr. Benedetto XVI, Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, 12 settembre 2008), di quella che incessantemente si celebra nell’alto dei cieli.
L’ineffabile unità tra la Liturgia terrena e quella celeste è peculiarmente significata nell’anafora romana quando il sacerdote, interpretando i sentimenti dell’assemblea tutta, nell’orazione del Canone supplica Dio onnipotente e Gli chiede che un Angelo santo consegni l’offerta terrena sul sublime altare del cielo (cfr. Ap 8,3).
Una delle pagine bibliche che stanno a fondamento di questa sublime verità teologica la propone il Libro dell’Apocalisse. La solenne e gloriosa visione contenuta nei capitoli 4 e 5 delinea i tratti chiari della Liturgia celeste alla quale il popolo di Dio, pur nella diversità dei suoi ministeri, misticamente si associa nelle celebrazioni ecclesiali. L’inno si conclude con la luminosa immagine della gloria celeste: «miriadi di miriadi e migliaia di migliaia» di angeli (cfr. Ap. 5,11) elevano un’acclamazione attribuendo all’Agnello immolato potenza, ricchezza, sapienza, forza, lode, onore, gloria ebenedizione (cfr. Ap 5, 12-13).
La Liturgia terrena è poi espressione autentica della communio sanctorum. In essa avviene una mistica fusione di voci tra la lode che i fedeli, con fraterna esultanza, unanimamente elevano al Signore ed il canto che gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, con la moltitudine dei Cori celesti, insieme alle schiere dei Santi, rivolgono ininterrottamente a Dio. Queste espressioni che ascoltiamo all’interno della Preghiera Eucaristica non rappresentano i versi di una prosa pervasa di devoto sentimentalismo. Descrivono piuttosto la realtà concreta della straordinaria ricchezza di cui siamo resi partecipi nel culto liturgico. In questa armonia sinfonica il Signore ci introduce al cospetto della bellezza indefettibile e ci ammette alla comunione con Lui nella gioia imperitura.
Nel culto terreno, allora, ciò che è umano è ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale il popolo di Dio, viandante nelle strade della storia, è incamminato (cfr. Sacrosanctum Concilium n. 2).
La Liturgia ecclesiale, dunque, non costituisce una imitazione più o meno fedele della Liturgia celeste, né tantomeno una celebrazione parallela o alternativa. Essa, piuttosto, significa e rappresenta una concreta epifania sacramentale della Liturgia eterna. Il cielo si squarcia, l’eterno irrompe nel tempo dilatando gli angusti confini della storia e l’umano si immerge per grazia nell’infinito di Dio. È così che nel suo esilio terreno l’uomo pregusta già la gloria della sua Patria eterna. L’intera creazione è così assunta e integrata nella redenzione.
L’umano intelletto può solo timidamente penetrare questa realtà. Senza mai comprenderla nella sua interezza, l’uomo, con un atto sincero di fede, può accoglierla in dono e da essa lasciarsi trasformare. «La liturgia ci porta, così, in un altro mondo, quello della grazia e della gloria, che solo ha senso per la fede. Ogni celebrazione appare così il vertice della professione di fede» (I. Biffi, L’Osservatore Romano, 18-19/10/2010).
* Don Natale Scarpitta, presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno – Campagna – Acerno, è Dottorando in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Holy Mary of Egypt. 18th century icon, Kuopio Orthodox Church Museum.

Holy Mary of Egypt. 18th century icon, Kuopio Orthodox Church Museum.  dans immagini sacre mary.egypt

http://www.ocf.org/OrthodoxPage/icons/saints_in.html

Publié dans:immagini sacre |on 23 mars, 2012 |Pas de commentaires »

LETTERA AGLI EBREI: GESÙ È SOMMO SACERDOTE MISERICORDIOSO (4,15-5,10) (II lettura)

http://www.gliscritti.it/approf/2006/saggi/epistolario/epistolario9.htm#mozTocId507192

LETTERA AGLI EBREI

SECONDA PARTE (B) GESÙ È SOMMO SACERDOTE MISERICORDIOSO (4,15-5,10)

DIVISIONE

i. Invito ad accostarsi al trono di grazia di Gesù Sommo Sacerdote (4,14-16)

4,14-16: L’invito è motivato con il fatto che egli è capace di com-patire (… συμ-παθησαι)

ii. Definizione teorica di ‘sacerdote’ (5,1-4)

5,1: Estrazione, ruolo, e finalità di ogni sacerdote (tratto dagli uomini, per loro).
5,2-3: Requisiti (capacità di compatire) del sacerdote, e sua condizione di peccatore.
5,4: Chiamata al sacerdozio, e non usurpazione.

iii. Applicazione della definizione al Cristo (5,5-10)

5,5-6: Il Cristo non usurpò il sacerdozio, ma ad esso fu chiamato nel Sal 110,4.
5,7-8: Avendo offerto suppliche fra grida e lacrime, imparò l’obbedienza.
5,9 Divenuto perfetto per quell’obbedienza, divenne causa di salvezza eterna…
5,10: … lui, che Dio aveva proclamato Sommo Sacerdote secondo Melchisedec.

PARAFRASI E ANNOTAZIONI

Gesù è sacerdote misericordioso (ελεημων, 2,17) e capace di compatire (… δυναμενον συμπαθησαι), perché,essendo stato messo alla prova in ogni cosa come noi – escluso il peccato -, sa compatire le nostre infermità (4,15) [Il verbo greco συμ-πασχω significa “soffrire con”, “avere eguali sentimenti”, “esperimentare la stessa sofferenza”]. Tutto ciò realizza in qualche modo la definizione astratta di ‘sacerdote’ di 5,1-4. Ogni sacerdote è mediatore: preso dagli uomini, li deve mettere in relazione con Dio. Se gli uomini hanno peccato, li deve riconciliare a Dio offrendo doni e sacrifici (5,1). Il sacerdote deve saper capire e scusare (μετριοπασχειν = “essere moderato / ragionevole”) coloro che sbagliano a partire dal fatto che anche lui è vittima di debolezza e di peccato. Su questo punto però Gesù si differenzia dagli altri sacerdoti: egli ha imparato a compatire gli uomini, non perché come loro ha esperimentato il peccato, ma perché come loro è stato soggetto alla debolezza e alla prova: «Infatti non abbiamo un Sommo Sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato» (4,15). Se il contributo umano al sacerdozio è il sentire il bisogno della purificazione dal peccato, l’iniziativa è di Dio: un uomo non può arrogarsi quel ruolo, ma è Dio che deve prendere di tra gli uomini il sacerdote (5,1), chiamandolo (5,4). Persone cresciute nel giudaismo avrebbero obiettato che Gesù non era stato sacerdote, e che secondo le Scritture solo Aronne lo era, per esplicita volontà di Dio, come diceva Es 28,1: «Tu (= Mosè) fa avvicinare a te,  tra gli Israeliti, Aronne tuo fratello e i suoi figli come lui, perché siano miei sacerdoti». Per potere affermare che Gesù invece era sacerdote, e di un sacerdozio superiore a quello aronitico, l’Autore valorizza allora il Sal 110,4 in cui il Messia è definito sacerdote di un misterioso sacerdozio “secondo Melchisedec”. *** Le frasi principali (= non dipendenti) dei vv. 5,5-10 contengono l’annuncio della terza parte:  - «… imparò l’obbedienza in mezzo alle sofferenze e alle lacrime» (5,8, preceduto da tre frasi participiali che parlano della passione = annuncio della sezione III.C)
- «… è divenuto causa di salvezza eterna …» (5,9, dopo che la sofferenza lo ha reso perfetto = annuncio della sezione III.B)  - «… lui che fu proclamato sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec» (le due frasi principali di 5,5-6, e quella participiale di 5,10 = annuncio della sezione III.A).

PORRÒ LA MIA LEGGE NEL LORO ANIMO E LA SCRIVERÒ SUL LORO CUORE » (Gr 31, 33) (I lettura)

http://www.collevalenza.it/riviste/2007/Riv1107/Riv1107_03.htm

PORRÒ LA MIA LEGGE NEL LORO ANIMO E LA SCRIVERÒ SUL LORO CUORE » (Gr 31, 33).

GEREMIA E LA NUOVA ALLEANZA

Geremia è tra i profeti biblici quello di cui si hanno maggiori notizie biografiche. Secondo quanto dice la Bibbia è un uomo che deve eseguire una difficile missione: quella di sradicare e demolire, di distruggere e abbattere, per poi costruire ed edificare1. Deve predicare il ritorno a Dio e l’abbandono di tutti i sogni e le speranze vane. Deve essere colui che spezza le illusioni umane su mandato di Dio. Una missione tremenda, disumana.
Questo è il messaggio profetico di Geremia: non c’è futuro in un presente in cui è assente la misericordia di Dio. Non ha fondamento una speranza che ignori la verità e i disegni di Dio. Non c’è salvezza nei sogni rassicuranti di libertà creati secondo la convenienza dell’uomo. Dio si serve di Babilonia per fare piazza pulita. Senza pietà. Senza misericordia delle vanità, dei sogni e dei desideri umani lontani dal suo volere.
Geremia è un giovanotto quando, nell’anno 627 a.C., il Signore irrompe nella sua vita. « Non so parlare, sono un ragazzo! », risponde Geremia. « Non dire che sei un ragazzo: dove ti manderò, tu andrai…! ».
La missione di Geremia implica sacrifici. Deve rinunciare all’amore di Giuditta per fare il volere di Dio. Il suo compito conosce allora un secondo momento: edificare e piantare. Bisogna cioè cercare di sostituire le proprie attese umane con quelle che si basano sul volere di Dio. Questa capacità si chiama Fede. Dio prepara all’uomo un futuro di pace e salvezza. Ma per comprenderlo l’uomo deve essere capace di rinunciare ad una pace e ad una salvezza ingannatrici.
Gli interventi di Geremia sono generalmente un ammonimento al popolo, per il loro comportamento scorretto, soprattutto su due temi fondamentali: la pratica di culti idolatrici e l’ingiustizia sociale. Il profeta ammonisce senza ritegno, invita al pentimento e annuncia – in questo prevedendo il futuro -, quali saranno le tristi conseguenze per coloro che non si allontaneranno dalla strada del male.
Solo una condotta retta è la garanzia e la speranza di salvezza, davanti alle minacce imminenti di distruzione: « giustizia tra l’uno e l’altro, non opprimere orfani e vedove, non versare sangue innocente in questo luogo, non andare appresso altri dei » (7,5-6).
Dio prepara all’uomo un futuro di pace e salvezza. Ma per comprenderlo l’uomo deve essere capace di rinunciare ad una pace e ad una salvezza ingannatrici
Il problema religioso del rifiuto di Dio e della sua misericordia è, nella grande intuizione di Geremia, un problema importante da affrontare: « Maledetto l’uomo che pone fiducia negli esseri umani, e che ritiene che la carne possa essere la sua forza, allontanando il cuore da Dio… Benedetto invece l’uomo che ha fiducia in Dio, perché Dio sarà la sua sicurezza; egli sarà come un albero piantato sull’acqua, che estende le radici sul torrente, che non teme l’arrivo del caldo, con le foglie sempre fresche, che non dovrà temere in anni di carestia, e non smetterà mai di fare frutti » (16,5-8). Vivissimo presupposto di questa idea è la coscienza della fragilità dell’uomo rispetto a Dio « come la creta in mano al vasaio » (18,6) che la plasma a suo piacimento. La condanna del peccato e le sue profezie di sventura, sono però sempre legate a un messaggio di speranza, alla prospettiva di una rinascita, del ritorno dall’esilio babilonese: anche Cristo, d’altronde, per affermare la vittoria sulla morte, dovrà prima passare attraverso la Croce.
Ma soprattutto Geremia è l’annunciatore della speranza, della ricostruzione, del futuro luminoso di Israele, della nuova alleanza che deve essere scritta nel cuore del popolo di Israele. Vi sarà una distruzione, ma non sarà mai totale, e dal resto sopravvissuto la nazione verrà ricostituita, e le dispersioni verranno raccolte; e il nuovo miracolo sarà maggiore di quello antico dell’uscita dall’Egitto.
Il discorso diventa più articolato e ricco nei capitoli dal 30 al 33, che insistono sul ritorno degli esuli e la ripresa della vita, sotto il segno della fedeltà irrevocabile di Dio al suo popolo.
Geremia, l’uomo del lamento e del tormento, è stato anche capace di esprimere la tenera visione di un Padre che pensa al suo popolo come a un figlio piccolo: « Efraim è per me assai caro, un bambino di cui mi delizio. Appena ne parlo, lo ricordo con affetto. Per questo le mie viscere fremono per lui; ne avrò misericordia, dice il Signore! » (31,19).
Nella misericordia di YHWH (Ger 31,3) quindi il popolo sperimenterà l’alleanza nuova, mediante una legge scritta nel cuore (Ger 31,31-34).
C’era già una alleanza: sul Sinai Dio consegnò a Mosè le tavole della Legge. L’alleanza esigeva l’adesione esclusiva al Signore, e questo si realizzava nel compimento della legge e dei comandamenti. Per questo la legge era formulata con chiarezza e coronata da una duplice serie di benedizioni e maledizioni. La legge era una realtà esterna, che l’uomo riceveva da Dio, scolpita su una pietra, tramite un mediatore, Mosè. Essa era una serie di comandamenti e di proibizioni, ma l’uomo, nella storia non fu capace di essere fedele a questa legge. Ora Dio ne dona una nuova. Guardiamo cosa fa Dio. Quattro sono le caratteristiche della nuova alleanza:
Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.
Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande
Io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato.
È l’esperienza dell’alleanza definitiva, promessa di misericordia e perdono. Geremia preannuncia una conoscenza di Dio non più attraverso la mediazione della Legge, ma attraverso l’esperienza interiore: la conoscenza di Dio entra nel cuore dell’uomo. Questo non esclude l’importanza di seguire le indicazioni di una disciplina, ma ci ricorda che innanzitutto c’è il nostro rapporto personale con Dio. Questa è la grande soluzione di Dio: entrare nel cuore dell’uomo, nell’interno della sua vita, di tutto il suo essere, affinché l’uomo non possa più rifiutarlo, respingerlo, abbandonarlo, allontanarlo. Dio entra nel cuore dell’uomo perché questi si apra a Lui suscitando nell’uomo il desiderio di adesione e della fede.
Non più dunque su tavole di pietra, ma sui cuori; non più una legge esterna, ma una legge interiore. La nuova legge è lo « spirito nuovo », lo Spirito Santo. S. Paolo allude chiaramente alla realizzazione di queste profezie, quando chiama la comunità della nuova alleanza una « lettera di Cristo, composta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori » (2 Cor 3,3).
Dio entra nel cuore dell’uomo perché questi si apra a Lui suscitando nell’uomo il desiderio di
adesione e della fede.
Essa coincide, infatti, con il passaggio dalla vecchia alla nuova alleanza, dalla legge alla grazia. Il peccato, a cominciare da quello di Adamo, è consistito nell’aver voluto essere come Dio, nell’aver desiderato e pensato di poter esistere senza di lui. Il peccato originale si situa prima della stessa trasgressione del precetto divino: consiste nell’essersi disamorati di Dio e nell’essersi messi interiormente in contrasto con lui. La disobbedienza alla legge di non mangiare dall’albero è la manifestazione e l’effetto di questo contrasto interiore, come, fino a quel momento, l’osservanza della stessa legge era stata l’effetto, non la causa, dell’interiore amicizia con Dio. Ecco perché il peccato di fondo che è l’egoismo, l’amore di sé contro Dio, non può essere tolto dalla legge, ma solo dal ristabilimento in quello stato di amicizia che c’era all’origine e che il serpente, per invidia, ha indotto l’uomo a distruggere.
Finché l’uomo vuole essere come Dio e vive in regime di peccato, Dio gli appare inevitabilmente come l’avversario, come l’ostacolo. C’è tra lui e Dio una sorda inimicizia che la « legge » non fa che mettere in evidenza. L’uomo egoista « concupisce », vuole determinate cose e Dio è colui che, attraverso i suoi comandamenti, gli sbarra la strada, opponendosi a tali desideri con i suoi « Tu devi… Tu non devi! ».
Dio cessa di essere l’altro, l’ostacolo. Non perché l’uomo cambia la sua tendenza innata, ma perché Dio viene verso di lui e annulla, di sua iniziativa, l’inimicizia.
« I desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge » (Rm 8,7). Nella grazia, nella nuova alleanza, Dio cessa di essere l’altro, l’ostacolo. Non perché l’uomo cambia la sua tendenza innata, ma perché Dio viene verso di lui e annulla, di sua iniziativa, l’inimicizia. Ecco allora la novità della nuova alleanza annunciata dal Profeta Geremia: mentre prima l’uomo portava conficcato nel fondo del cuore un sordo rancore contro Dio, ora viene in lui una parte di Dio, suscita in lui un altro uomo che ama Dio e fa volentieri le cose che egli gli comanda. Dio gli è favorevole, è suo alleato, non nemico; gli mette sotto gli occhi tutto ciò che Dio Padre è stato capace di fare per lui, conquista, insomma, il suo cuore, sicché faccia volentieri ciò che egli gli comanda.
La legge nuova è la vita nuova. Per questo molto più spesso che legge nuova è detta semplicemente grazia: « Non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia » (Rm 6,14; Gv 1, 17). Dall’uomo vecchio all’uomo nuovo: ecco quello che Dio ha voluto dire attraverso Geremia, un passaggio necessario da compiere.

Omelia V domenica di quaresima B: Dio compromesso per l’uomo

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25030.html

Omelia (25-03-2012)

Gaetano Salvati

Dio compromesso per l’uomo

Le parole di Davide: « crea in me, o Dio, un cuore puro » (Sal 50,12), predispongono il credente ad accogliere la salvezza realizzata con la morte di Gesù, e, parimenti, gettano luce sul comportamento « nuovo » che la creatura redenta è chiamata a realizzare nella vita.
San Giovanni narra del sacrificio di Cristo quale « ora » (momento) della sua gloria e manifestazione delle intenzioni di Dio per l’uomo: rimanere coinvolto nelle vicende umane per salvare e per rendere partecipe la creatura della stessa vita divina. L’amore incondizionato per noi viene annunciato da Gesù nella piccola parabola contenuta nel Vangelo: « il chicco di grano caduto in terra » (Gv 12,24), è il Figlio di Dio divenuto carne umana per rendersi prossimo a noi; è il Maestro che, per raddrizzare i cuori deviati dal peccato, non ha esitato (non esita) ad insegnare la verità; è il Salvatore che, per ridare la dignità persa con il peccato, ha guarito (guarisce) i sofferenti nel corpo e nello spirito. Questo chicco di grano, il Signore della vita, morto per noi e che « produce molto frutto », non ha rifiutato di abbandonarsi alla volontà del Padre; in questo modo, Egli rivela fino a che punto la nostra salvezza, cioè l’inizio di un’esistenza nuova in Dio, comprometta la vita divina con « grida e lacrime » (Eb 5,7).
La novità dell’alleanza stipulata con il sangue dell’Innocente esige da noi la sua piena interiorizzazione. Infatti, dopo aver parlato del Suo sacrificio a favore dell’uomo, il Maestro si rivolge direttamente al discepolo (a tutti i discepoli): « chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita la conserverà per la vita eterna » (Gv 12,25), cioè chi libera il cuore dagli egoismi per aprirsi all’amore totale, non mancherà all’appuntamento con la sua « ora », momento in cui l’uomo accetta di ricominciare a vivere quale seme di Dio nella storia del mondo, testimone del Totalmente Altro. Solo quando si ama Dio e, in Lui, amati come creature nuove, è possibile stare dietro Gesù: « se uno mi vuole servire, mi segua » (v.26). In questa dolce intimità con il Signore, senso della sequela, l’uomo riuscirà ad operare le scelte d’amore: gioirà per la felicità dei fratelli, consolerà le sofferenze dei bisognosi; proclamerà con la sua « nuova » vita che l’amore di Dio è l’unica certezza nell’oceano del dubbio. Amen.

eloi eloi lama sabachthani

eloi eloi lama sabachthani  dans immagini sacre Kim_Crucifixion_500

http://christhum.wordpress.com/2010/03/29/my-god-my-god-why-have-you-forsaken-me/

Publié dans:immagini sacre |on 22 mars, 2012 |Pas de commentaires »
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