Archive pour mars, 2012

LA PAZZIA DELLA PREDICAZIONE (I Corinzi 1:21)

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LA PAZZIA DELLA PREDICAZIONE

(Chiesa Evangelica, credo)

Di: Michele Garruto

« …… è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione ». (I Corinzi 1:21)

Dopo il discorso sull’Areopago di Atene (una delle colline ad Ovest di Atene, consacrata ad Ares dio della guerra. La collina era anche sede del tribunale supremo di Atene. Uno dei membri dell’Areopago: Dionisio « l’areopagita », si convertì proprio in seguito alla predicazione di Paolo); l’apostolo Paolo si reca nella vicina Corinto, facendo tesoro dell’insuccesso dovuto alla sua predicazione basata più su concetti filosofici della religiosità dei greci, che non sull’annuncio dell’Evangelo così come lui stesso l’aveva ricevuto.
Anche se non possiamo dire che ad Atene, sia stato un vero e proprio insuccesso, dato che vi furono alcune conversioni (Atti 17:34); notiamo tuttavia, in Corinto un annuncio totalmente diverso, fondato non su « eccellenza di parole e di sapienza », come egli afferma in I Corinzi 2:1, ma non sapendo altro « fuorchè Gesù Cristo e Lui crocifisso » (I Corinzi 2:2).
Attraverso la propria sapienza, l’umanità non è mai riuscita a conoscere Dio, e Paolo ne fa la sua amara scoperta con i « sapienti » del suo tempo ed in seguito può anche dire « Poiché, visto che nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione ». (I Corinzi 1:21). E’ per questo motivo che Paolo concentra il proprio messaggio sul Gesù crocifisso « poiché la parola della croce è pazzia per quelli che periscono; ma per noi che siamo sulla via della salvazione, è la potenza di Dio » (I Corinzi 1:18).

Ma in cosa consiste la pazzia della croce e la sua predicazione?.                                           
Il mondo culturale e religioso di quel tempo anche se a grandi linee, poteva dividersi tra « Greci » e « Giudei ». I primi erano depositari di un immenso bagaglio culturale e filosofico; basti pensare solo ad alcuni tra i loro più famosi pensatori e filosofi come Socrate, Platone, Aristotele e tanti altri ancora. Per un mondo impregnato dal pensiero di tali uomini era inconcepibile ed usciva fuori da ogni logica che il problema dell’angoscia interiore dell’uomo e lo scopo ultimo della sua stessa esistenza potessero trovare una risposta nell’annuncio di un uomo che per raggiungere il proprio obbiettivo, abbia dovuto morire inchiodato su di una croce. Ed oltre a questo, rifacendosi alla stessa mitologia greca, pur avendo sentore di dei che assumono sembianze umane, o unendosi con umani generare dei semi-dei o super-uomini, l’idea di tali super-uomini erano da associarsi alle sole straordinarie caratteristiche di forza fisica e di astuzia. Gesù non corrispondeva affatto ai canoni greci di un dio che diventa uomo e che alla forza fisica oppone la forza dell’amore e della mansuetudine e conclude la sua esistenza terrena lasciandosi appendere ad una croce senza opporre la benchè minima resistenza.                                                                  
Per i Giudei il dilemma era ancora più grande. Se i Giudei contemporanei di Gesù furono delusi da un uomo che si autoproclamava Messia e che predicava l’amore fra gli uomini ed il perdono dei torti subiti dai propri nemici, mentre essi aspettavano (ed aspettano) un Messia che con la forza li avrebbe liberati dal giogo romano; per i contemporanei di Paolo il problema era duplice, a questo si aggiungeva un passo della Parola di Dio che affermava: « Maledetto chiunque è appeso al legno » (Deuteronomio 21:33) (Galati 3:13), e si sa che i Giudei erano fin troppo scrupolosi nell’osservanza della Legge, tanto che lo stesso Gesù dovette riprenderli più volte per la loro scrupolosa ed ipocrita applicazione della Legge che li faceva trascurare principi ben più importanti e passi in cui è mostrato più l’amore di Dio, che la Sua azione punitiva per gli errori del Suo popolo.                                                           
Ma allora a chi era rivolta questa predicazione se sia i Gentili, sia i Giudei sembravano esserne esclusi?           
Paolo afferma in I Corinzi 1:23-24: « ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia; ma per quelli i quali sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio ».
Il Cristo crocifisso rende inutile ogni speculazione filosofica e religiosa sulla sua natura e sul suo messaggio; la strada del cielo è sbarrata dalla croce per costoro, mentre è spalancata per quanti accettano la semplice « pazzia della predicazione » del Cristo crocifisso e la realtà della sua resurrezione.

PAOLO A CON FRONTO CON STOICI ED EPICUREI
Ad Atene, tra coloro che ascoltavano il discorso di Paolo, vi erano anche degli stoici e degli epicurei (Atti 17:18), seguaci di due importanti correnti filosofiche elleniche.
Fondatore dello stoicismo fu Zenone di Cizico nell’isola di Cipro. Nel 314 a.C. era giunto ad Atene, naufrago e povero. Qui trovata in una libreria la vita di Socrate scritta da Senofonte, iniziò a dedicarsi alla filosofia. Dal 304 a.C. iniziò ad insegnare nel Portico Dipinto (o Stoa Pokilè). Il nome stoico fu affibbiato a questi filosofi proprio perché si riunivano nella Stoa o porticato a colonne.
Gli stoici erano panteisti, credevano che l’universo fosse permeato e governato da un dio che aveva creato ogni cosa traendola dal proprio essere. Essi credevano che l’uomo stesso (ed in particolare la sua intelligenza) fosse divino. Mar’Aurelio era convinto di poter giungere alla felicità praticando nell’intimo un culto spirituale. Lo stoico si proponeva di vivere in armonia con l’universo conformando la sua volontà alla Provvidenza; si sforzava di essere autosufficiente e di evitare le passioni. Gli stoici consideravano il suicidio la più alta manifestazione di libertà umana. Professavano agnosticismo e indifferenza riguardo all’immortalità o meno dell’uomo; inoltre credevano che l’anima individuale, alla fine del mondo, fosse destinata ad essere riassorbita nell’anima cosmica. Ciò spiega il loro atteggiamento nei confronti di Paolo di derisione e disinteresse (Atti 17:32).
L’altra tra le principali correnti filosofiche era quella degli epicurei. Epicuro un filosofo greco nativo di Samo fondò nel 310 a.C. a Militene un centro di cura per coloro che soffrivano di nervi o erano affetti da depressione. Epicuro si ispirò alla concezione di Democrito, il quale sosteneva che nel mondo ogni cosa risultava dall’incessante moto di aggregazione e di disgregazione di minuscoli atomi invisibili. Gli dei poi, secondo questo sistema di pensiero, sebbene esistenti, erano ben lungi dalla vita degli uomini della quale si disinteressavano completamente. Quanto agli uomini di conseguenza, dovevano tenersi lontani da ogni superstizione e dalla paura della morte. Epicuro pensò che gli uomini dovessero perseguire la dolcezza e la tranquillità. La vera felicità, secondo Epicuro, consiste in una vita libera dal dolore, da trascorrere in tranquilla oscurità, piena delle gioie dell’amicizia. Gli epicurei non credevano nell’immortalità e consideravano ridicola l’idea della resurrezione. Alla morte, essi credevano che gli atomi che avevano formato una persona si disintegravano semplicemente per poi tornare di nuovo ad unirsi.
In un epitaffio sepolcrale epicureo leggiamo: « io non ero, io ero, io non sono, io non me ne curo ». Alcuni epicurei giungevano piuttosto brutalmente a tale conclusione espressa in un altro epitaffio: « mangia, bevi, gioca, tanto finirai qui ». Quest’ultima frase ricorda da vicino quella citata da Paolo: « mangiamo e beviamo, poiché domani morremo » (I Corinzi 15:32).
Ciò che ci interessa considerare alla fine di queste brevi considerazioni su due delle maggiori correnti filosofiche greche, e l’atteggiamento e l’affinità con il pensiero moderno e l’atteggiamento della chiesa moderna di cui quella di Corinto è per certi versi figura. Ma soprattutto l’atteggiamento di Paolo dopo il suo viaggio ad Atene. Atti 17:16-34 è un bell’esempio di dialogo con una cultura diversa. Paolo inizia valorizzando l’attesa del mondo pagano per annunciare il Dio provvidente e spirituale, che è creatore dell’universo e signore della storia.
Filosofia storica fondata sulla dialettica di bene e di male, di virtù e vizio, di peccato e redenzione, sulla distinzione degli uomini in oppressori e oppressi, in vincitori e vinti, in potenti e umili. La ricerca di Dio non è impossibile, perché Egli è più vicino di quello che pensiamo. Alla fine dopo una lunga pre-evangelizzazione ecco l’annuncio centrale: la bella e grande notizia di Gesù risorto. Ma questo annuncio, che costringerebbe gli uditori a rivedere le loro idee ed il loro comportamento, è rifiutato come una pazzia. In quella gente sofisticata non c’era un’attesa vera e profonda.
La conclusione non può essere che unica: l’uomo non può con la filosofia (amore per la sapienza) conoscere Iddio. Egli non può fuggire dinanzi alla realtà. La morale umana non riesce a tenere il passo con la tecnologia. La corsa affannosa al successo, il discorso politico ambiguo, il condizionamento dei mass-media, il chiodo fisso del sesso, la morte, sono tutte vie che la nostra generazione percorre nel tentativo di evitare l’incontro con Gesù il Cristo e la « pazzia della predicazione della croce ».

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 29 mars, 2012 |Pas de commentaires »

esiste un rapporto speciale tra ebraismo e cristianesimo (di Giorgio Israel)

http://www.shalom.it/J/index.php?option=com_content&task=view&id=890&Itemid=107&ed=25

Il dialogo vi è sempre stato, anche in momenti di massimo conflitto  

Thursday, 31 December 2009

esiste un rapporto speciale tra ebraismo e cristianesimo: si tratta della comune visione delle scritture
come un testo rivelato ma scritto da uomini e quindi necessariamente soggetto a continua e sempre più profonda interpretazione.

GIORGIO ISRAEL

Spesso ci si chiede: è possibile sviluppare un dialogo tra le religioni nonostante il fatto che ciascuna di esse abbia come fondamento l’idea di possedere la verità, e per giunta una verità assoluta che non ammette compromessi con la verità dell’altro? Ed è vero che questa difficoltà si presenta in termini ancor più gravi nel caso delle religioni monoteiste? La risposta è che non si tratta di decidere se il dialogo sia possibile o no: esso è nei fatti, vi è stato da sempre, anche nei momenti di massimo conflitto. Ne Il rischio educativo (2005) di don Luigi Giussani si legge: «Il rabbino di Roma, Elio Toaff, ha scritto in un libro recente: “L’epoca messianica è proprio il contrario di quel che vuole il cristianesimo: noi [ebrei] vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra”. Quando l’ho letto sono saltato sulla sedia! Questa è esattamente la caratteristica del carisma con cui abbiamo percepito e sentito il cristianesimo, perché il cristianesimo è “Dio in terra” e la nostra opera, tutta la nostra vita, ha come scopo la gloria di Cristo, la gloria dell’uomo Cristo, dell’uomo- Dio Cristo.
La gloria di Cristo è una cosa temporale, del tempo, dello spazio, della storia, nella storia… ». Negli anni Settanta Gershom Scholem, nel suo L’idea messianica nell’ebraismo, proponeva una contrapposizione analoga. Egli osservava che «quel che l’ebraismo ha situato irrevocabilmente al termine della storia, come il momento in cui culmineranno gli eventi esterni, è divenuto nel cristianesimo il centro della storia, che è promossa a “storia della salvezza”». In tal modo, il cristianesimo ha ritenuto di «aver superato una nozione esteriore legata al mondo materiale, e di averle contrapposto una nuova concezione di più elevata dignità». Ma proprio questa convinzione – ovvero la reinterpretazione delle promesse profetiche come riferite a un regno dell’interiorità, una visione puramente spirituale della redenzione – è sembrata all’ebraismo tutt’altro che un progresso.
Come nel caso del rabbino Toaff e di don Giussani, questa affermazione di Scholem suscitò la risposta – però stavolta risentita – di un teologo protestante che accusò Scholem di ricorrere a clichés e semplificazioni deformanti. La controreplica fu che l’affacciarsi di visioni teologiche nuove, come quelle di Karl Barth e Albert Schweitzer, aveva modificato il quadro e reso meno comprensibile una contrapposizione che pure ha segnato drammaticamente secoli di rapporti tra ebraismo e cristianesimo perché –osservava Scholem – su questo tema si è manifestato il punto massimo di divergenza tra le due religioni. E negare che il pensiero cristiano abbia spesso enfatizzato una visione spiritualistica della redenzione, fino a considerare la vita terrena come una valle di lacrime e di peccato contrapposta all’autentica vita spirituale post-terrena, è questa sì una deformazione. Ma le due religioni non sono state immobili e un confronto continuo, anche se talora latente, ha prodotto effetti percepibili. È ancora Scholem a rilevarlo: «Se l’ebraismo non ha smesso di instillare nel cristianesimo un messianismo politico e millenarista, si può constatare che il cristianesimo, a sua volta, ha trasmesso all’ebraismo, o quantomeno ha svegliato in lui, una tendenza mistica all’interiorizzazione del messianismo». In fondo, come aveva ragione don Giussani a dire che l’idea “Dio in terra” ha sempre predisposto un terreno favorevole per sviluppare una visione terrena della redenzione, così per l’ebraismo la realtà attesa nel tempo messianico è sempre stato anche il simbolo di uno stato interiore del mondo e dell’uomo.
Di conseguenza, per quanto sia difficile «individuare le influenze storiche che hanno potuto provocare l’incontro di queste due correnti e gli scambi di idee che si sono potuti produrre tra ebraismo e cristianesimo», queste influenze reciproche hanno operato attivamente. Non proseguiamo oltre su un tema tanto complesso. Abbiamo voluto sollevarlo per mostrare come l’interazione e il reciproco influsso vi sia stato persino su un tema tanto spinoso, al centro del massimo dissidio tra ebraismo e cristianesimo, un tema di natura teologica. Per di più, queste interazioni e questi reciproci influssi si sono verificati in tempi in cui il contesto dell’antigiudaismo diffuso rendeva tutto più difficile. Perciò sbaglia chi mette in discussione la possibilità stessa del dialogo: il dialogo è un fatto, un fatto storico. Nell’attualità esso può assumere un rilievo tanto più grande e una fecondità tanto maggiore nella misura in cui venga fatto ogni sforzo per far svanire un contesto di ostilità e di diffidenza secolare. Inoltre, nel caso dei rapporti ebraico-cristiani, è importante osservare che non si tratta di dialogo ma di qualcosa di inevitabilmente e strutturalmente più profondo. Lo ha spiegato magistralmente un grande filosofo ebreo, Emmanuel Lévinas (nel suo Trascendenza e intelligibilità): «Il cristianesimo cattolico possiede una grandezza che non ho mai ignorato […] Vi è nella storia della Chiesa qualcosa che mi sembra importantissimo; la continuità, l’idea di magistero». E, pur dichiarandosi estraneo a certe letture ebraiche del Nuovo Testamento come un midrash cristologico (tale fu forse quella di André Chouraqui), Lévinas afferma che «non si può contestare che col cristianesimo odierno vi sia, non dico un dialogo – tutti abusano del dialogo – ma un contatto possibile nella coscienza di un rapporto di parentela; di parentela, in particolare di fronte a tutta quella parte del mondo, a tutta quella immensa umanità che non ha conosciuto le nostre Scritture comuni».
Questa parentela profonda non implica alcun sincretismo e alcuna confusione – ed è qui che misuriamo come l’adesione alla propria fede non sia in contraddizione con il rapporto e non lo escluda. Difatti, dice Lévinas: «non ho mai vissuto la lettura del Nuovo Testamento come vivo la lettura dell’Antico, dove non mi manca nulla». Quindi, se ciascuno vive nelle proprie Scritture come nella propria casa, inconfondibile e non intercambiabile, esiste una “comunanza” e una “parentela” che stabiliscono un contatto inevitabile. Certo, vi è una spiegazione dei motivi per cui esiste un rapporto speciale tra ebraismo e cristianesimo: si tratta della comune visione delle Scritture come un testo rivelato ma scritto da uomini e quindi necessariamente soggetto a continua e sempre più profonda interpretazione.
È caratteristica delle due religioni aver prodotto una sterminata, interminata e interminabile esegesi biblica – sia pure diversamente declinata – nella coscienza dell’inesauribilità del significato delle Scritture, da scavare e ricercare in strati sempre più profondi. E si badi che questa idea della continua e inesauribile tensione verso il significato profondo del messaggio contenuto nelle Scritture è il fondamento caratteristico della centralità della ragione nell’esperienza religiosa, perché l’esegesi è, in primo luogo, una manifestazione di pensiero razionale. Qui si manifesta la possibilità di un rapporto e di una coesistenza tra ragione e fede religiosa. Quando si parla di specificità della civiltà europea, quella stessa che ha consentito lo sviluppo del pensiero razionale accanto alla dimensione spirituale e religiosa, essa va ricercata proprio nel principio di quella coesistenza.
Di qui deriva l’importanza e la grande intuizione che ha sorretto il documento del 2001 su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana della Pontificia Commissione Biblica su ispirazione dell’allora Cardinale Ratzinger. Dopo la grande svolta che la Nostra Aetate ha prodotto nei rapporti tra ebraismo e cristianesimo cattolico, l’aver affrontato il tema dei rapporti tra le Scritture delle due religioni, prima in questo documento e poi nel libro Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, senza sincretismi e confusioni ma senza il timore di toccare anche le questioni teologiche, è stato un progresso straordinario. Come ha scritto il rabbino Jacob Neusner – autore dell’ormai celebre libro A Rabbi talks with Jesus – «negli ultimi due secoli il dialogo ebraico-cristiano è servito come mezzo per politiche di conciliazione sociale, non è stato più un’indagine religiosa sulle convinzioni dell’altro. […]
Col libro Gesù di Nazaret le dispute ebraico- cristiane entrano in una nuova era. Siamo ora in grado di incontrarci gli uni e gli altri in un promettente esercizio di ragione e di critica». L’opera straordinaria e così strettamente collegata e coerente di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ha prodotto un grande progresso rispetto alla generale dichiarazione di amicizia, rispetto e volontà di gettarsi dietro le spalle un triste passato contenuta nella Nostra Aetate, Si tratta dell’affermazione che l’Antico Testamento è fondamentale per il cristianesimo perché, ove esso se ne congedasse, decreterebbe il suo dissolvimento; che la divisione sul tema del messianismo e della divinità di Cristo deve essere depurato di tutte quelle forme di ostilità che conducono all’antigiudaismo; e della tesi che il rapporto tra le due religioni deve fondarsi su questo patrimonio comune. La visita di Benedetto XVI al Tempio Maggiore di Roma sarà un evento straordinario che suggellerà ulteriormente questo percorso di ormai mezzo secolo, la cui enorme importanza storica può misurarsi soltanto guardando indietro ai duemila anni precedenti. Deve essere un guardare indietro non per indugiarvi ma per trarre stimolo, apprezzando il cammino percorso, ad andare avanti con decisione e senza timore. Chi ha certezza nelle proprie convinzioni e nella propria fede non può nutrire timori di sorta. Occorre puntare sulla speranza che il progresso dello storico incontro tra ebraismo e cristianesimo costituisca un modello per un dialogo con altre religioni, il quale suggerisca le vie per superare anche le più grandi difficoltà. È difficile negare che la via principale consista nel porre al centro il rapporto tra ragione critica e fede che ha consentito di raggiungere così significativi risultati: perché è per tale via che l’integralismo può essere sconfitto.
GIORGIO ISRAEL

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO - STUDI |on 29 mars, 2012 |Pas de commentaires »

The Book of Daniel : Prayer of the Three Holy Children

The Book of Daniel : Prayer of the Three Holy Children dans immagini sacre Agioipaides

http://orthodoxwiki.org/Prayer_of_the_Three_Holy_Children

Publié dans:immagini sacre |on 28 mars, 2012 |Pas de commentaires »

VISITA AL SEMINARIO ROMANO MAGGIORE IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA , 15.02.2012 [commento sulla Lettera ai Romani)

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/news/28800.php?index=28800&po_date=15.02.2012&lang=it

VISITA AL SEMINARIO ROMANO MAGGIORE IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA , 15.02.2012

[commento sulla Lettera ai Romani)

VISITA AL SEMINARIO ROMANO MAGGIORE IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA
Questo pomeriggio, alle ore 18.15, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato in visita al Seminario Romano Maggiore, alla vigilia della Festa della Madonna della Fiducia, che ricorre sabato. Al Suo arrivo è stato accolto dal Cardinale Vicario Agostino Vallini e dal Rettore, don Concetto Occhipinti.
Alle 18.30, nella Cappella Maggiore del Seminario, dopo l’indirizzo di omaggio del Rettore, il Papa ha tenuto una lectio divina sul testo della Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, cap. 12, 1-2, per i Seminaristi del Seminario Romano Maggiore, del Seminario Romano Minore, dell’Almo Collegio Capranica, del Collegio diocesano « Redemptoris Mater » e del Seminario della Madonna del Divino Amore.
Pubblichiamo di seguito il testo della lectio divina del Santo Padre:

LECTIO DIVINA DEL SANTO PADRE
Eminenza,
cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Seminaristi,
cari fratelli e sorelle,

è per me sempre una grande gioia vedere, nel giorno della Madonna della Fiducia, i miei seminaristi, i seminaristi di Roma, in cammino verso il sacerdozio, e vedere così la Chiesa di domani, la Chiesa che vive sempre.
Oggi abbiamo sentito un testo – lo sentiamo e lo meditiamo – della Lettera ai Romani: Paolo parla ai Romani e quindi parla a noi, perché parla ai Romani di tutti i tempi. Questa Lettera non solo è la più grande di san Paolo, ma è anche straordinaria per il peso dottrinale e spirituale. E’ straordinaria anche perché è una lettera scritta a una comunità che non aveva fondato e neppure aveva visitato. Egli scrive per annunciare la sua visita ed esprimere il desiderio di visitare Roma, e preannuncia i contenuti essenziali del suo Kerygma; così prepara la Città alla sua visita. Scrive a questa comunità che non conosce personalmente, perché è l’Apostolo dei Pagani – del passaggio del Vangelo dagli Ebrei ai Pagani – e Roma è la capitale dei Pagani e quindi il centro, alla fine, anche del suo messaggio. Qui deve giungere il suo Vangelo, perché sia realmente arrivato nel mondo pagano. Giungerà, ma in modo diverso da come lo aveva pensato. Paolo arriverà incatenato per Cristo e proprio in catene si sentirà libero di annunciare il Vangelo.
Nel primo capitolo della Lettera ai Romani, egli dice anche: della vostra fede, della fede della Chiesa di Roma si parla in tutto il mondo (cfr 1,8). La cosa memorabile della fede di questa Chiesa è che se ne parla nel mondo intero, e possiamo riflettere come stia oggi. Anche oggi si parla molto della Chiesa di Roma, di tante cose, ma speriamo che si parli anche della nostra fede, della fede esemplare di questa Chiesa, e preghiamo il Signore perché possiamo far sì che si parli non di tante cose, ma della fede della Chiesa di Roma.
Il testo letto (Rm 12, 1-2) è l’inizio della quarta ed ultima parte della Lettera ai Romani e comincia con le parole « Vi esorto » (v. 1). Normalmente si dice che si tratti della parte morale che segue alla parte dogmatica, ma nel pensiero di san Paolo, e anche nel suo linguaggio, non si possono dividere così le cose: questa parola « esorto », in greco parakalo, porta in sé la parola paraklesis – parakletos, ha una profondità che va molto oltre la moralità; è una parola che certamente implica ammonizione, ma anche consolazione, cura per l’altro, tenerezza paterna, anzi materna; questa parola « misericordia » – in greco oiktirmon e in ebraico rachamim, grembo materno – esprime la misericordia, la bontà, la tenerezza di una madre. E se Paolo esorta, tutto questo è implicito: parla col cuore, parla con la tenerezza dell’amore di un padre e parla non solo lui. Paolo dice « per la misericordia di Dio » (v. 1): si fa strumento del parlare di Dio, si fa strumento del parlare di Cristo; Cristo parla a noi con questa tenerezza, con questo amore paterno, con questa cura per noi. E così anche non fa appello soltanto alla nostra moralità e alla nostra volontà, ma anche alla Grazia che è in noi, che lasciamo operare la Grazia. E’ quasi un atto nel quale la Grazia data nel Battesimo diventa operante in noi, dovrebbe essere operante in noi; così la Grazia, il dono di Dio, e il nostro cooperare vanno insieme.
A che cosa esorta, in questo senso, Paolo? « Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio » (v. 1). « Offrire i vostri corpi »: parla della liturgia, parla di Dio, della priorità di Dio, ma non parla di liturgia come cerimonia, parla di liturgia come vita. Noi stessi, il nostro corpo; noi nel nostro corpo e come corpo dobbiamo essere liturgia. Questa è la novità del Nuovo Testamento, e lo vedremo ancora dopo: Cristo offre se stesso e sostituisce così tutti gli altri sacrifici. E vuole « tirare » noi stessi nella comunione del suo Corpo: il nostro corpo insieme con il suo diventa gloria di Dio, diventa liturgia. Così questa parola « offrire » – in greco parastesai – non è solo un’allegoria; allegoricamente anche la nostra vita sarebbe una liturgia, ma, al contrario, la vera liturgia è quella del nostro corpo, del nostro essere nel Corpo di Cristo, come Cristo stesso ha fatto la liturgia del mondo, la liturgia cosmica, che tende ad attirare a sé tutti.
« Nel vostro corpo, offrire il corpo »: questa parola indica l’uomo nella sua totalità, indivisibile – alla fine – tra anima e corpo, spirito e corpo; nel corpo siamo noi stessi e il corpo animato dall’anima, il corpo stesso, deve essere la realizzazione della nostra adorazione. E pensiamo – forse direi che ognuno di noi poi rifletta su questa parola – che il nostro vivere quotidiano nel nostro corpo, nelle piccole cose, dovrebbe essere ispirato, profuso, immerso nella realtà divina, dovrebbe divenire azione insieme con Dio. Questo non vuol dire che dobbiamo sempre pensare a Dio, ma che dobbiamo essere realmente penetrati dalla realtà di Dio, così che tutta la nostra vita – e non solo alcuni pensieri – siano liturgia, siano adorazione. Paolo poi dice: « Offrire i vostri corpi come sacrifico vivente » (v. 1): la parola greca è logike latreia e appare poi nel Canone Romano, nella Prima Preghiera Eucaristica, « rationabile obsequium ». E’ una definizione nuova del culto, ma preparata sia nell’Antico Testamento, sia nella filosofia greca: sono due fiumi – per così dire – che guidano verso questo punto e si uniscono nella nuova liturgia dei cristiani e di Cristo. Antico Testamento: dall’inizio hanno capito che Dio non ha bisogno di tori, di arieti, di queste cose. Nel Salmo 50 [49], Dio dice: Pensate che io mangi dei tori, che io beva sangue di arieti? Io non ho bisogno di queste cose, non mi piacciono. Io non bevo e non mangio queste cose. Non sono sacrificio per me. Sacrificio è la lode di Dio, se voi venite a me è lode di Dio (cfr vv. 13-15.23). Così la strada dell’Antico Testamento va verso un punto in cui queste cose esteriori, simboli, sostituzioni, scompaiono e l’uomo stesso diventa lode di Dio.
Lo stesso avviene nel mondo della filosofia greca. Anche qui si capisce sempre più che non si può glorificare Dio con queste cose – con animali od offerte –, ma che solo il « logos » dell’uomo, la sua ragione divenuta gloria di Dio, è realmente adorazione, e l’idea è che l’uomo dovrebbe uscire da se stesso e unirsi con il « Logos », con la grande Ragione del mondo e così essere veramente adorazione. Ma qui manca qualcosa: l’uomo, secondo questa filosofia, dovrebbe lasciare – per così dire – il corpo, spiritualizzarsi; solo lo spirito sarebbe adorazione. Il Cristianesimo, invece, non è semplicemente spiritualizzazione o moralizzazione: è incarnazione, cioè Cristo è il « Logos », è la Parola incarnata, e Lui ci raccoglie tutti, cosicché in Lui e con Lui, nel suo Corpo, come membri di questo Corpo diventiamo realmente glorificazione di Dio. Teniamo presente questo: da una parte certamente uscire da queste cose materiali per un concetto più spirituale dell’adorazione di Dio, ma arrivare all’incarnazione dello spirito, arrivare al punto in cui il nostro corpo sia riassunto nel Corpo di Cristo e la nostra lode di Dio non sia pura parola, pura attività, ma sia realtà di tutta la nostra vita. Penso che dobbiamo riflettere su questo e pregare Dio, perché ci aiuti affinché lo spirito diventi carne anche in noi, e la carne diventi piena dello Spirito di Dio.
La stessa realtà la troviamo anche nel capitolo quarto del Vangelo di San Giovanni, dove il Signore dice alla samaritana: Non si adorerà in futuro su quel colle o sul quell’altro, con questi o altri riti; si adorerà in spirito e in verità (cfr Gv 4,21-23). Certamente è spiritualizzazione, uscire da questi riti carnali, ma questo spirito, questa verità non è un qualunque spirito astratto: lo spirito è lo Spirito Santo, e la verità è Cristo. Adorare in spirito e verità vuol dire realmente entrare attraverso lo Spirito Santo nel Corpo di Cristo, nella verità dell’essere. E così noi diventiamo verità e diventiamo glorificazione di Dio. Divenire verità in Cristo esige il nostro coinvolgimento totale.
E poi continuiamo: « Santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale » (Rm 12,1). Secondo versetto: dopo questa definizione fondamentale della nostra vita come liturgia di Dio, incarnazione della Parola in noi, ogni giorno, con Cristo – la Parola incarnata -, san Paolo continua: « Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare » (v. 2). « Non conformatevi a questo mondo ». C’è un non conformismo del cristiano, che non si fa conformare. Questo non vuol dire che noi vogliamo fuggire dal mondo, che a noi non interessa il mondo; al contrario vogliamo trasformare noi stessi e lasciarci trasformare, trasformando così il mondo. E dobbiamo tenere presente che nel Nuovo Testamento, soprattutto nel Vangelo di San Giovanni, la parola « mondo » ha due significati e indica quindi il problema e la realtà della quale si tratta. Da una parte il « mondo » creato da Dio, amato da Dio, fino al punto di dare se stesso e il suo Figlio per questo mondo; il mondo è creatura di Dio, Dio lo ama e vuol dare se stesso affinché esso sia realmente creazione e risposta al suo amore. Ma c’è anche l’altro concetto del « mondo », kosmos houtos: il mondo che sta nel male, che sta nel potere del male, che riflette il peccato originale. Vediamo questo potere del male oggi, per esempio, in due grandi poteri, che di per sé stessi sono utili e buoni, ma che sono facilmente abusabili: il potere della finanza e il potere dei media. Ambedue necessari, perché possono essere utili, ma talmente abusabili che spesso diventano il contrario delle loro vere intenzioni.
Vediamo come il mondo della finanza possa dominare sull’uomo, che l’avere e l’apparire dominano il mondo e lo schiavizzano. Il mondo della finanzia non rappresenta più uno strumento per favorire il benessere, per favorire la vita dell’uomo, ma diventa un potere che lo opprime, che deve essere quasi adorato: « Mammona », la vera divinità falsa che domina il mondo. Contro questo conformismo della sottomissione a questo potere, dobbiamo essere non conformisti: non conta l’avere, ma conta l’essere! Non sottomettiamoci a questo, usiamolo come mezzo, ma con la libertà dei figli di Dio.
Poi l’altro, il potere dell’opinione pubblica. Certamente abbiamo bisogno di informazioni, di conoscenza delle realtà del mondo, ma può essere poi un potere dell’apparenza; alla fine, quanto è detto conta di più che la realtà stessa. Un’apparenza si sovrappone alla realtà, diventa più importante, e l’uomo non segue più la verità del suo essere, ma vuole soprattutto apparire, essere conforme a queste realtà. E anche contro questo c’è il non conformismo cristiano: non vogliamo sempre « essere conformati », lodati, vogliamo non l’apparenza, ma la verità e questo ci dà libertà e la libertà vera cristiana: il liberarsi da questa necessità di piacere, di parlare come la massa pensa che dovrebbe essere, e avere la libertà della verità, e così ricreare il mondo in modo che non sia oppresso dall’opinione, dall’apparenza che non lascia più emergere la realtà stessa; il mondo virtuale diventa più vero, più forte e non si vede più il mondo reale della creazione di Dio. Il non conformismo del cristiano ci redime, ci restituisce alla verità. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere uomini liberi in questo non conformismo che non è contro il mondo, ma è il vero amore del mondo.
E san Paolo continua: « Trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare » (v. 2). Due parole molto importanti: « trasformare », dal greco metamorphon, e « rinnovare », in greco anakainosis. Trasformare noi stessi, lasciarsi trasformare dal Signore nella forma dell’immagine di Dio, trasformarci ogni giorno di nuovo, attraverso la sua realtà, nella verità del nostro essere. E « rinnovamento »; questa è la vera novità: che non ci sottoponiamo alle opinioni, alle apparenze, ma alla Grazia di Dio, alla sua rivelazione. Lasciamoci formare, plasmare perché appaia realmente nell’uomo l’immagine di Dio.
« Rinnovando – dice Paolo in modo sorprendente per me – il vostro modo di pensare ». Quindi questo rinnovamento, questa trasformazione comincia con il rinnovamento del pensare. San Paolo dice « o nous »: tutto il modo del nostro ragionare, la ragione stessa deve essere rinnovata. Rinnovata non secondo le categorie del consueto, ma rinnovare vuol dire realmente lasciarci illuminare dalla Verità che ci parla nella Parola di Dio. E così, finalmente, imparare il nuovo modo di pensare, che è il modo che non obbedisce al potere e all’avere, all’apparire eccetera, ma obbedisce alla verità del nostro essere che abita profondamente in noi e ci è ridonata nel Battesimo.
« Rinnovare il modo di pensare »: ogni giorno è un compito proprio nel cammino dello studio della Teologia, della preparazione per il sacerdozio. Studiare bene la Teologia, spiritualmente, pensarla fino in fondo, meditare la Scrittura ogni giorno; questo modo di studiare la Teologia con l’ascolto di Dio stesso che ci parla è il cammino di rinnovamento del pensare, di trasformazione del nostro essere e del mondo.
E, infine, « Facciamo tutto – secondo Paolo – per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto » (cfr v. 2). Discernere la volontà di Dio: possiamo imparare questo soltanto in un cammino obbediente, umile, con la Parola di Dio, con la Chiesa, con i Sacramenti, con la meditazione della Sacra Scrittura. Conoscere e discernere la volontà di Dio, quanto è buono. Questo è fondamentale nella nostra vita.
E, nel giorno della Madonna della Fiducia, vediamo nella Madonna proprio la realtà di tutto questo, la persona che è realmente nuova, che è realmente trasformata, che è realmente sacrificio vivente. La Madonna vede la volontà di Dio, vive nella volontà di Dio, dice « sì », e questo « sì » della Madonna è tutto il suo essere, e così ci mostra la strada, ci aiuta.
Quindi, in questo giorno, preghiamo la Madonna, che è l’icona vivente dell’uomo nuovo. Ci aiuti a trasformare, a lasciar trasformare il nostro essere, ad essere realmente uomini nuovi, ad essere anche poi, se Dio vuole, Pastori della sua Chiesa. Grazie.

Al termine il Santo Padre si è fermato al Seminario per la cena. Quindi è rientrato in Vaticano.

Cattolici di Colombo (Sri Lanka) : Quaresima per i bambini non nati

http://www.asianews.it/notizie-it/Cattolici-di-Colombo:-Quaresima-per-i-bambini-non-nati-24366.html

 28/03/2012

SRI LANKA

Cattolici di Colombo: Quaresima per i bambini non nati

di Melani Manel Perera

È l’iniziativa dell’arcidiocesi per opporsi alla proposta del governo di legalizzare l’aborto. I dati ufficiali del ministero della Salute parlano di 300mila interruzioni di gravidanza solo nel 2011. Card. Malcolm Ranjith: “Per proteggere i bambini bisogna aiutare le madri. La vita umana deve essere rispettata sin dal concepimento”.
Colombo (AsiaNews) – « Gli aborti sono in aumento in tutto lo Sri Lanka. Per proteggere i bambini e metterli al mondo, è necessario aiutare le madri in ogni modo possibile ». Così il card. Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, annuncia la decisione di destinare le collette della Quaresima per un fondo dedicato ai bambini non ancora nati. Lanciata il 25 marzo scorso, la quinta domenica di Quaresima, l’iniziativa è promossa dall’arcidiocesi e dalla Caritas di Colombo. Il progetto si intitola « Tutela della vita, per garantire il diritto dei bambini alla vita » e fa parte di una campagna della Conferenza episcopale dello Sri Lanka contro la proposta del governo di legalizzare l’aborto.
I cattolici dell’arcidiocesi si sono detti molto contenti di questa iniziativa: « Usare le offerte quaresimali è un’ottima idea. Proteggere la vita è un bisogno della nostra epoca. Come cristiani, sappiamo che la vita è un dono di Dio e dobbiamo salvaguardarla sempre, senza alcuna accezione ».
Tissa Karaliyadda, ministro per lo Sviluppo del bambino e della donna, ha deciso di rendere legale l’aborto « solo » per le minorenni vittime di stupro; per i concepimenti frutto di un incesto; per feti con deformazioni fisiche.
« La Chiesa cattolica – sottolinea ad AsiaNews l’arcivescovo – è categorica: la vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto, dal suo concepimento alla sua fine naturale. Dal primo momento della sua esistenza, il feto è un essere umano e come tale gode del diritto inviolabile alla vita. Con la sua proposta, il governo tenta di legalizzare un omicidio ».
P. Jude Raaj, direttore di Seth Sarana, spiega: « La nostra missione e di sensibilizzare le persone sul valore dell’essere umano. Per questo, conduciamo seminari per maestri e insegnanti sui temi dell’aborto, come proteggere la vita e come salvare la vita ».
Nonostante l’aborto sia illegale nel Paese, negli ultimi anni lo Sri Lanka Family Health Bureau (un organismo creato dal ministero della Salute, ndr) ha registrato un aumento dei casi: nel 2008 vi erano circa 700 casi al giorno, per 250mila l’anno; nel 2011 sono saliti a mille, per un totale di 300mila interruzioni di gravidanza l’anno. Le stesse cifre del ministero della Salute parlano addirittura di 500 aborti al giorno solo a Colombo, capitale dello Stato. La popolazione totale dell’isola è di circa 20 milioni.

Secondo attivisti e membri di ong laiche e religiose, le cifre ufficiali sono gonfiate ad arte per sostenere la proposta di legge del governo.

Publié dans:ABORTO |on 28 mars, 2012 |Pas de commentaires »

The ark of Noah and the cosmic covenant

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http://www.artbible.net/1T/Gen0601_Noah_flood/index_4.htm

Publié dans:immagini sacre |on 27 mars, 2012 |Pas de commentaires »

I dieci comandamenti, Decimo : «Non desiderare i beni del tuo prossimo» (Es 20,17).

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/chittister_comandamenti4.htm

JOAN CHITTISTER  I DIECI COMANDAMENTI

Leggi del cuore

Decimo:

«Non desiderare i beni del tuo prossimo» (Es 20,17).

In principio…

Tra tutte le storie dell’ antico folklore monastico, una spicca come un commento particolare al decimo comandamento. Una volta, insegna la storia, un discepolo viaggiò per molte miglia per poter sedere ai piedi di un’ anziana monaca che aveva raggiunto una non comune fama di santità. La gente veniva da ogni parte semplicemente per osservare il suo lavoro, per sentire il suo canto, per ascoltare il suo commento alle Scritture. Là, senza dubbio, c’era una persona ricca, una personalità influente, una figura solenne.
Quanto il cercato re trovò, quando finalmente raggiunse il sito del suo eremitaggio, tuttavia, era solo una minuta piccola donna che sedeva sul pavimento di una stanza nuda, a intrecciare da sola cesti di paglia.
Scioccato, il cercatore disse: «Vecchia, dove sono i tuoi libri? Dove sono la tua sedia e il tuo poggiapiedi? Dove sono il tuo letto e il tuo materasso?».

E l’anziana donna gli rispose: «E dove sono i tuoi?».
«Ma io sono solo di passaggio», disse il cercatore.
«Anch’io», disse l’anziana donna consapevolmente.

A prima vista, la direttiva finale dei dieci comandamenti, «Tu non desidererai cose» – una traduzione alternativa della nona e della decima parola del Decalogo – sembra essere un’inserzione strana in un documento destinato a creare un nuovo tipo di comunità umana, e sembra anche inutile.
Quest’interesse per il desiderare cose è realmente il vertice, il momento culmine, l’idea più profonda, la corona di gloria, l’idea culminante a cui la legge intende condurci? La conclusione del Decalogo, regole d’ordine per il cambiamento di vita, tutta modestamente affidata a un anemico piccolo articolo come questo, richiama il commento di T.S. Eliot sulla vita, quando dice: «Questo è il modo in cui finisce il mondo, questo è il modo in cui finisce il mondo… non con un’esplosione, ma con un mugolio».
Non desidererai cose, non bramerai, difficilmente sembra l’accordo finale in un documento che doveva formare un popolo e creare un’etica che avrebbe caratterizzato l’intero mondo occidentale.
Ma l’incapacità di pensare al di là dell’ovvio, riguardo a questa parola culminante del Decalogo, può semplicemente essere il segno che noi stessi non siamo ancora arrivati a guardare al di là delle cose o a vivere per qualcosa di più di quello che vogliamo. Può significare che i comandamenti ci sono ancora necessari nel cammino per raggiungere in noi la pienezza.
Gli studiosi discutono, di generazione in generazione, sul fatto che i comandamenti siano o meno centrati più sull’ azione che sull’idea, più interessati al comportamento etico o allo sviluppo di atteggiamenti corretti. Il nono e il decimo comandamento sono particolarmente problematici. Come possono semplicemente riguardare il volere cose, sostengono i commentatori, quando tutti gli altri comandamenti – salvo il primo – indicano comportamenti particolari: assumere la responsabilità delle proprie azioni, osservare il sabato, prendersi cura dei più anziani, non uccidere persone, non violarle, non rubare, non mentire? Il problema è chiaro: a meno che questi due comandamenti riguardino anch’essi delle azioni, a meno che significhino qualcosa come «non tramare il male» piuttosto che semplicemente «non volere ciò che non puoi avere», perché ci sono? Qual è il loro uso?
La risposta emerge chiaramente in ogni antica tradizione spirituale, in ogni esperienza della ricerca umana del divino nella vita. In ognI generazione maestri spirituali di tutti i popoli, in ogni grande tradizione, riconoscono la consapevolezza che solo Dio conta. Solo Dio è realmente abbastanza. Solo quando vediamo al di là di tutte le cose nelle quali siamo immersi, solo quando impariamo a considerarle tutte con una serena padronanza, possiamo talvolta scoprire Colui in cui tutte le cose ricevono la loro esistenza.
Per gli indù il processo è chiarito nel sanyasi, il cercato re che lascia tutte le cose – vita, carriera, famiglia – per cercare Dio interiormente.
Nel buddhismo lo scopo della vita è di conseguire il nirvana, lo stato di mancanza di desiderio, in cui ogni sofferenza scompare e il cercatore s’inabissa nella corrente dell’universo senza aspettative, senza richieste.
Nell’islam è la testimonianza dei sufi a ricordarci che c’è una vita al di sopra di quella che noi chiamiamo vita, in cui creatura e creatore giungono a un cuore solo e a una mente sola, anche ora, anche qui.
In Israele, credo, la stessa convinzione è espressa nella conoscenza che proviene dalla fedele adesione al nono e al decimo comandamento, il comprendere che la consapevolezza mistica dell’unico Dio, alla quale ci conduce il primo comandamento, ci basta, è tutto quello che c’è, è ciò di cui la vita realmente si occupa. Nel cristianesimo, la tradizione mistica ha sviluppato ciò che il Decalogo implica: se metti da parte i tuoi desideri per qualunque altra cosa all’infuori di Dio, insegnano i mistici, troverai Dio. Al di là dell’accumulare e del possedere, l’Unico, colui al quale l’intero Decalogo rivolge la sua attenzione, s’impossesserà di te e ti catturerà completamente.
Per l’ebraismo, Mosè entrò nella «nube oscura in cui c’era Dio» (Es 20,21). È a questa esperienza che siamo tutti invitati vivendo il Decalogo. Ciò » che la nona e la decima parola del Decalogo ci chiedono è ciò che ogni importante tradizione religiosa identifica come un elemento essenziale della vita spirituale. È la separazione dell’io dagli aspetti puramente materiali della vita, in modo che possiamo arrivare a conoscere la dimensione spirituale.
Il distacco, il rifiuto di essere posseduti da cose particolari per fare spazio in noi all’essere posseduti da Dio, non è privazione delle cose. È il vuoto che possiede il Tutto presente in una vita il cui valore dura per sempre.
In quel momento, nel momento di un genuino distacco, ci dicono le grandi tradizioni mistiche, arriviamo al cuore della vita spirituale – un cuore che è al di là del comportamento, al di là delle leggi, al di là della semplice etica della vita spirituale, al punto in cui troviamo Dio in ogni cosa e ogni cosa in Dio.
Il primo comandamento, «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me», che il principiante nella vita spirituale lo comprenda oppure no, implica tutti gli altri comandamenti. In essi, per mezzo di essi, ci muoviamo al di là dei falsi dèi della vita che cercano di intrappolarci.
Andiamo al di là della ricerca di un Dio magico, che maledirà quelli che noi vogliamo siano maledetti. Troviamo la nostra strada attraverso i santuari che costruiamo al nostro io per esaltare la vita al di sopra di ogni altra vita. Impariamo a preoccuparci di quelli che sono prima di noi e della sapienza che portano nelle nostre vite. Arriviamo ad apprezzare e a proteggere le vite degli altri. Cominciamo a trattare con rispetto l’intimità piuttosto che denigrare il sesso. Rifiutiamo di arricchirci impoverendo altri. Impariamo a usare la verità per portare vita, non morte, a quelli che stanno attorno a noi.
Poi, alla fine, siamo pronti a rinunciare al nostro attaccamento a ciascuna di queste cose – alle persone o alla proprietà che usiamo con tanta insensibilità, ad accumulare con tanta arroganza, a cercare di possedere tanto lussuriosamente – che rafforzano il nostro narcisismo e alimentano il falso dio che è il nostro io.
Allora avremo la nuova comunità. Allora avremo un nuovo popolo. Allora avremo un segno dell’Unicità, della Grandezza, del Tutto di Dio. Allora «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me» – la vera essenza del Decalogo, il fondamento di una vita nuova e ricca – sarà completo.
Ora siamo liberi dalle pulsioni che ci guidano. Siamo nuovamente ricchi nella mente. Smettiamo di essere guidati da bisogni irrealizzabili e fasulli. Non abbiamo bisogno di essere in competizione. Smettiamo di confrontarci con gli altri. Non abbiamo più bisogno di comprare l’anello più grande, la macchina più veloce, la casa più spaziosa, i vestiti più raffinati, il vino più costoso. Possiamo semplicemente essere noi stessi – pieni di vita, pieni di pace, pieni di Dio.

Allora giunge finalmente lo shalom. Siamo in pace – con noi stessi, con il nostro prossimo, con il nostro Dio.

L’essenza del nono e del decimo comandamento è, alla fine, realmente la sostanza, l’incarnazione del primo comandamento: è l’allontanamento dagli idoli, la fusione in Dio, la consapevolezza che c’è solo una cosa che conta nella vita. Finalmente.
E poi…
Ho sentito una storia, molto tempo fa, che mi ha aiutato a capire tre cose: il giornale quotidiano, il decimo comandamento e la differenza tra la maggior parte delle vite e alcune vite.
La storia racconta di uno stremato imprenditore americano che aveva fatto un viaggio in un’isola remota per una vacanza. Ogni giorno andava in spiaggia per nuotare, e ogni giorno trovava là un nativo che puliva tranquillamente del pesce nella sua barca.
«Prendi pesce ogni giorno?», domandò il visitatore. «Oh, sì», disse il nativo, «c’è pesce in abbondanza qui». «Bene», domandò il visitatore, «quanto spesso esci a pescare?». «Vado a pescare ogni mattina», disse il nativo.
«Ma che fai dopo?», domandò l’imprenditore. «Bene», disse il nativo, «prima pulisco il pesce per il pranzo, poi faccio una piccola siesta, poi costruisco un po’ la mia casa, poi mangio con la mia famiglia e poi, per il resto della serata, suono la mia chitarra, faccio visita ai miei amici e bevo il mio vino fatto in casa».
«Ma non capisci?», domandò il visitatore. «Se tu peschi tutti i giorni, potresti vendere il tuo pesce, comprare una barca più grande, assumere aiutanti, inscatolare, imballare e vendere il tuo pesce in tutto il mondo e guadagnare molto danaro».
«Ma che me ne farei?», replicò il nativo.
«Ma come! Potresti comprare una casa, smettere di lavorare, goderti la tua famiglia, fare grandi vacanze e dare ricevimenti per i tuoi amici per tutto il resto della tua vita!».
«Signore», disse il nativo all’imprenditore, «questo è quello che già faccio ora e devo solo prendere un pesce al giorno per farlo».
«Non desiderare i beni del tuo prossimo», insegna il decimo comandamento e, come l’anziano nativo, il decimo comandamento sa che cosa dice. Ci mette in guardia contro gli effetti corrosivi, lamentosi, soffocanti della cupidigia sull’ anima umana. Parla della nostra condanna alla malattia spirituale dell »insoddisfazione perpetua’.
Ogni giorno i nostri giornali dimostrano i suoi effetti: miliardari imbrogliano per prendere più danaro. Imprenditori imbrogliano consumatori e operai, e si imbrogliano l’un l’altro per realizzare profitti maggiori. Governi sono collusi con altri governi per imbrogliare il loro popolo sui salari e i sussidi degli operai, per amore del tornaconto personale, realizzato da chi sceglie la concussione invece del giusto guadagno.
E per che cosa? Precisamente per le stesse cose che la media delle persone che lavorano duramente ottiene comunque: una casa, una macchina, una famiglia, qualche buon amico, cibo decente, un’ educazione, una vita sociale. Niente di più. Le stesse cose, tutte a un prezzo stabilito per offrire ciò che il commercio può fornire. Lenzuola di cotone o lenzuola di seta, una località di villeggiatura o una baracca nel bosco, pesce persico o aragosta, interni in pelle o in vinile. Dipende.
Quando ti adatti, alla fine del giorno non c’è poi tanta differenza nelle cose acquistabili con danaro ai due estremi della gamma finanziaria, se non prenderne di più. Un televisore che nessuno guarda in ogni stanza, una collezione di auto, gli stessi tipi di appartamento condominiale nello stesso tipo di posto, per la maggioranza dei casi vuoti. E la gente dappertutto a pagare per procurarsi queste cose.
«Quelli che hanno bestiame hanno preoccupazioni», dicono i kenyoti. Ma ricordati, Dio l’ha detto prima.
La maggior parte di noi ha tutto ciò di cui ha bisogno. La cupidigia è la pulsione a prendere di più perché rifiutiamo di godere di ciò che abbiamo.
Il mio consiglio? Ricordati del pescatore nativo.
E per te…
Uno forse tra i più grandi filantropi dei tempi moderni, John D. Rockefeller, aveva capito la differenza tra cupidigia e migliore guadagno. Egli diceva: «Non conosco niente di più spregevole e patetico di una persona che dedica tutte le ore di veglia a fare danaro per amore del danaro». Non è la ricchezza, in altre parole, in questione. A fare la differenza è il perché la produciamo e che cosa ne facciamo quando l’abbiamo.
Il bisogno compulsivo di accumulare cose può essere niente di più che un segnale del vuoto delle nostre anime.
Lavorare duramente, giocare bene, godersi la vita, dare agli altri, ed essere soddisfatti di ciò che abbiamo possono essere i soli criteri che è bene conoscere, sia che abbiamo conseguito il successo nella vita, sia che non l’abbiamo conseguito.
In questa nostra cultura l »accontentarsi’ è un segno di aberrazione mentale. Il bisogno di ‘avere di più’ è considerato normale. Che modo patetico di trascorrere la vita, sempre afferrando, sempre con avidità – sempre scontenti di sé!
L’avidità può portare alla gelosia, il che significa che non solo non avrò mai abbastanza delle cose che voglio, ma più cose vedo più amici perdo. «Ogni volta che un amico ha successo», scriveva Gore Vidal, «una piccola cosa muore in me». Penoso. Veramente penoso.
Per curare l’avidità dobbiamo imparare ad amare qualcosa tanto da voler fare a meno di qualunque cosa ma non di quella.
Se vuoi spezzare la tendenza alla cupidigia, quando prendi una cosa nuova prova a dare via la vecchia, a meno che continui a usare la prima come la seconda. Se ti ritrovi semplicemente a conservarla, fa’ attenzione.
Se l’emisfero settentrionale è eccessivamente ricco, può essere solo perché l’emisfero meridionale è eccessivamente povero. «Il commercio internazionale può condurre le sue operazioni tramite pezzi di carta», scriveva Eric Ambler, «ma l’inchiostro che usa è sangue umano». Quello che come popolo facciamo ad altri popoli del mondo ricadrà sicuramente sulle nostre teste. Se non altro, per la ragione che il diritto internazionale è interesse di tutti.
Fai attenzione a ciò che apprezzi nella vita. Tu puoi prendere esattamente ciò che stai cercando, senza averne alcuna cura. O, come disse una volta Imelda Marcos, con grande indignazione: «Io non avevo 3.000 paia di scarpe; ne avevo 1.060».
So che Imelda Marcos aveva almeno un migliaio di paia di scarpe, perché le avevo viste con i miei occhi. Ma tutto quello che potevo pensare quando le guardavo era che se ne avesse calzato un paio al giorno, ogni giorno dell’ anno, ogni paio sarebbe stato calzato, in media, non più di una volta ogni tre anni, o tra venticinque e trenta volte nell’intera vita. Fuori del palazzo, tuttavia, i bambini camminavano per le strade senza scarpe. Questo non è un hobby, questa è cupidigia. La domanda ora è: che cosa, nella mia vita, è l’equivalente delle scarpe di Imelda Marcos?
La cupidigia divora l’anima, ci distrae dall’ amicizia, ci consuma con il bisogno. «Non c’è – dice Buddha – un fuoco come la passione, non c’è uno squalo come l’odio, non c’è un laccio come la follia, non c’è un torrente come la cupidigia» .
Il fatto che la cupidigia sia un peccato contro gli altri non è il solo male. È il fatto che la cupidigia sia auto distruttiva che la rende così patetica. La cupidigia divora il centro delle nostre vite. Ci esauriamo di invidia, invece di imparare a godere di ciò che già abbiamo.
Dai via una cosa ogni giorno per un mese. È la cosiddetta lubrificazione dell’ anima, così funziona meglio.

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