I dieci comandamenti, Decimo : «Non desiderare i beni del tuo prossimo» (Es 20,17).

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JOAN CHITTISTER  I DIECI COMANDAMENTI

Leggi del cuore

Decimo:

«Non desiderare i beni del tuo prossimo» (Es 20,17).

In principio…

Tra tutte le storie dell’ antico folklore monastico, una spicca come un commento particolare al decimo comandamento. Una volta, insegna la storia, un discepolo viaggiò per molte miglia per poter sedere ai piedi di un’ anziana monaca che aveva raggiunto una non comune fama di santità. La gente veniva da ogni parte semplicemente per osservare il suo lavoro, per sentire il suo canto, per ascoltare il suo commento alle Scritture. Là, senza dubbio, c’era una persona ricca, una personalità influente, una figura solenne.
Quanto il cercato re trovò, quando finalmente raggiunse il sito del suo eremitaggio, tuttavia, era solo una minuta piccola donna che sedeva sul pavimento di una stanza nuda, a intrecciare da sola cesti di paglia.
Scioccato, il cercatore disse: «Vecchia, dove sono i tuoi libri? Dove sono la tua sedia e il tuo poggiapiedi? Dove sono il tuo letto e il tuo materasso?».

E l’anziana donna gli rispose: «E dove sono i tuoi?».
«Ma io sono solo di passaggio», disse il cercatore.
«Anch’io», disse l’anziana donna consapevolmente.

A prima vista, la direttiva finale dei dieci comandamenti, «Tu non desidererai cose» – una traduzione alternativa della nona e della decima parola del Decalogo – sembra essere un’inserzione strana in un documento destinato a creare un nuovo tipo di comunità umana, e sembra anche inutile.
Quest’interesse per il desiderare cose è realmente il vertice, il momento culmine, l’idea più profonda, la corona di gloria, l’idea culminante a cui la legge intende condurci? La conclusione del Decalogo, regole d’ordine per il cambiamento di vita, tutta modestamente affidata a un anemico piccolo articolo come questo, richiama il commento di T.S. Eliot sulla vita, quando dice: «Questo è il modo in cui finisce il mondo, questo è il modo in cui finisce il mondo… non con un’esplosione, ma con un mugolio».
Non desidererai cose, non bramerai, difficilmente sembra l’accordo finale in un documento che doveva formare un popolo e creare un’etica che avrebbe caratterizzato l’intero mondo occidentale.
Ma l’incapacità di pensare al di là dell’ovvio, riguardo a questa parola culminante del Decalogo, può semplicemente essere il segno che noi stessi non siamo ancora arrivati a guardare al di là delle cose o a vivere per qualcosa di più di quello che vogliamo. Può significare che i comandamenti ci sono ancora necessari nel cammino per raggiungere in noi la pienezza.
Gli studiosi discutono, di generazione in generazione, sul fatto che i comandamenti siano o meno centrati più sull’ azione che sull’idea, più interessati al comportamento etico o allo sviluppo di atteggiamenti corretti. Il nono e il decimo comandamento sono particolarmente problematici. Come possono semplicemente riguardare il volere cose, sostengono i commentatori, quando tutti gli altri comandamenti – salvo il primo – indicano comportamenti particolari: assumere la responsabilità delle proprie azioni, osservare il sabato, prendersi cura dei più anziani, non uccidere persone, non violarle, non rubare, non mentire? Il problema è chiaro: a meno che questi due comandamenti riguardino anch’essi delle azioni, a meno che significhino qualcosa come «non tramare il male» piuttosto che semplicemente «non volere ciò che non puoi avere», perché ci sono? Qual è il loro uso?
La risposta emerge chiaramente in ogni antica tradizione spirituale, in ogni esperienza della ricerca umana del divino nella vita. In ognI generazione maestri spirituali di tutti i popoli, in ogni grande tradizione, riconoscono la consapevolezza che solo Dio conta. Solo Dio è realmente abbastanza. Solo quando vediamo al di là di tutte le cose nelle quali siamo immersi, solo quando impariamo a considerarle tutte con una serena padronanza, possiamo talvolta scoprire Colui in cui tutte le cose ricevono la loro esistenza.
Per gli indù il processo è chiarito nel sanyasi, il cercato re che lascia tutte le cose – vita, carriera, famiglia – per cercare Dio interiormente.
Nel buddhismo lo scopo della vita è di conseguire il nirvana, lo stato di mancanza di desiderio, in cui ogni sofferenza scompare e il cercatore s’inabissa nella corrente dell’universo senza aspettative, senza richieste.
Nell’islam è la testimonianza dei sufi a ricordarci che c’è una vita al di sopra di quella che noi chiamiamo vita, in cui creatura e creatore giungono a un cuore solo e a una mente sola, anche ora, anche qui.
In Israele, credo, la stessa convinzione è espressa nella conoscenza che proviene dalla fedele adesione al nono e al decimo comandamento, il comprendere che la consapevolezza mistica dell’unico Dio, alla quale ci conduce il primo comandamento, ci basta, è tutto quello che c’è, è ciò di cui la vita realmente si occupa. Nel cristianesimo, la tradizione mistica ha sviluppato ciò che il Decalogo implica: se metti da parte i tuoi desideri per qualunque altra cosa all’infuori di Dio, insegnano i mistici, troverai Dio. Al di là dell’accumulare e del possedere, l’Unico, colui al quale l’intero Decalogo rivolge la sua attenzione, s’impossesserà di te e ti catturerà completamente.
Per l’ebraismo, Mosè entrò nella «nube oscura in cui c’era Dio» (Es 20,21). È a questa esperienza che siamo tutti invitati vivendo il Decalogo. Ciò » che la nona e la decima parola del Decalogo ci chiedono è ciò che ogni importante tradizione religiosa identifica come un elemento essenziale della vita spirituale. È la separazione dell’io dagli aspetti puramente materiali della vita, in modo che possiamo arrivare a conoscere la dimensione spirituale.
Il distacco, il rifiuto di essere posseduti da cose particolari per fare spazio in noi all’essere posseduti da Dio, non è privazione delle cose. È il vuoto che possiede il Tutto presente in una vita il cui valore dura per sempre.
In quel momento, nel momento di un genuino distacco, ci dicono le grandi tradizioni mistiche, arriviamo al cuore della vita spirituale – un cuore che è al di là del comportamento, al di là delle leggi, al di là della semplice etica della vita spirituale, al punto in cui troviamo Dio in ogni cosa e ogni cosa in Dio.
Il primo comandamento, «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me», che il principiante nella vita spirituale lo comprenda oppure no, implica tutti gli altri comandamenti. In essi, per mezzo di essi, ci muoviamo al di là dei falsi dèi della vita che cercano di intrappolarci.
Andiamo al di là della ricerca di un Dio magico, che maledirà quelli che noi vogliamo siano maledetti. Troviamo la nostra strada attraverso i santuari che costruiamo al nostro io per esaltare la vita al di sopra di ogni altra vita. Impariamo a preoccuparci di quelli che sono prima di noi e della sapienza che portano nelle nostre vite. Arriviamo ad apprezzare e a proteggere le vite degli altri. Cominciamo a trattare con rispetto l’intimità piuttosto che denigrare il sesso. Rifiutiamo di arricchirci impoverendo altri. Impariamo a usare la verità per portare vita, non morte, a quelli che stanno attorno a noi.
Poi, alla fine, siamo pronti a rinunciare al nostro attaccamento a ciascuna di queste cose – alle persone o alla proprietà che usiamo con tanta insensibilità, ad accumulare con tanta arroganza, a cercare di possedere tanto lussuriosamente – che rafforzano il nostro narcisismo e alimentano il falso dio che è il nostro io.
Allora avremo la nuova comunità. Allora avremo un nuovo popolo. Allora avremo un segno dell’Unicità, della Grandezza, del Tutto di Dio. Allora «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me» – la vera essenza del Decalogo, il fondamento di una vita nuova e ricca – sarà completo.
Ora siamo liberi dalle pulsioni che ci guidano. Siamo nuovamente ricchi nella mente. Smettiamo di essere guidati da bisogni irrealizzabili e fasulli. Non abbiamo bisogno di essere in competizione. Smettiamo di confrontarci con gli altri. Non abbiamo più bisogno di comprare l’anello più grande, la macchina più veloce, la casa più spaziosa, i vestiti più raffinati, il vino più costoso. Possiamo semplicemente essere noi stessi – pieni di vita, pieni di pace, pieni di Dio.

Allora giunge finalmente lo shalom. Siamo in pace – con noi stessi, con il nostro prossimo, con il nostro Dio.

L’essenza del nono e del decimo comandamento è, alla fine, realmente la sostanza, l’incarnazione del primo comandamento: è l’allontanamento dagli idoli, la fusione in Dio, la consapevolezza che c’è solo una cosa che conta nella vita. Finalmente.
E poi…
Ho sentito una storia, molto tempo fa, che mi ha aiutato a capire tre cose: il giornale quotidiano, il decimo comandamento e la differenza tra la maggior parte delle vite e alcune vite.
La storia racconta di uno stremato imprenditore americano che aveva fatto un viaggio in un’isola remota per una vacanza. Ogni giorno andava in spiaggia per nuotare, e ogni giorno trovava là un nativo che puliva tranquillamente del pesce nella sua barca.
«Prendi pesce ogni giorno?», domandò il visitatore. «Oh, sì», disse il nativo, «c’è pesce in abbondanza qui». «Bene», domandò il visitatore, «quanto spesso esci a pescare?». «Vado a pescare ogni mattina», disse il nativo.
«Ma che fai dopo?», domandò l’imprenditore. «Bene», disse il nativo, «prima pulisco il pesce per il pranzo, poi faccio una piccola siesta, poi costruisco un po’ la mia casa, poi mangio con la mia famiglia e poi, per il resto della serata, suono la mia chitarra, faccio visita ai miei amici e bevo il mio vino fatto in casa».
«Ma non capisci?», domandò il visitatore. «Se tu peschi tutti i giorni, potresti vendere il tuo pesce, comprare una barca più grande, assumere aiutanti, inscatolare, imballare e vendere il tuo pesce in tutto il mondo e guadagnare molto danaro».
«Ma che me ne farei?», replicò il nativo.
«Ma come! Potresti comprare una casa, smettere di lavorare, goderti la tua famiglia, fare grandi vacanze e dare ricevimenti per i tuoi amici per tutto il resto della tua vita!».
«Signore», disse il nativo all’imprenditore, «questo è quello che già faccio ora e devo solo prendere un pesce al giorno per farlo».
«Non desiderare i beni del tuo prossimo», insegna il decimo comandamento e, come l’anziano nativo, il decimo comandamento sa che cosa dice. Ci mette in guardia contro gli effetti corrosivi, lamentosi, soffocanti della cupidigia sull’ anima umana. Parla della nostra condanna alla malattia spirituale dell »insoddisfazione perpetua’.
Ogni giorno i nostri giornali dimostrano i suoi effetti: miliardari imbrogliano per prendere più danaro. Imprenditori imbrogliano consumatori e operai, e si imbrogliano l’un l’altro per realizzare profitti maggiori. Governi sono collusi con altri governi per imbrogliare il loro popolo sui salari e i sussidi degli operai, per amore del tornaconto personale, realizzato da chi sceglie la concussione invece del giusto guadagno.
E per che cosa? Precisamente per le stesse cose che la media delle persone che lavorano duramente ottiene comunque: una casa, una macchina, una famiglia, qualche buon amico, cibo decente, un’ educazione, una vita sociale. Niente di più. Le stesse cose, tutte a un prezzo stabilito per offrire ciò che il commercio può fornire. Lenzuola di cotone o lenzuola di seta, una località di villeggiatura o una baracca nel bosco, pesce persico o aragosta, interni in pelle o in vinile. Dipende.
Quando ti adatti, alla fine del giorno non c’è poi tanta differenza nelle cose acquistabili con danaro ai due estremi della gamma finanziaria, se non prenderne di più. Un televisore che nessuno guarda in ogni stanza, una collezione di auto, gli stessi tipi di appartamento condominiale nello stesso tipo di posto, per la maggioranza dei casi vuoti. E la gente dappertutto a pagare per procurarsi queste cose.
«Quelli che hanno bestiame hanno preoccupazioni», dicono i kenyoti. Ma ricordati, Dio l’ha detto prima.
La maggior parte di noi ha tutto ciò di cui ha bisogno. La cupidigia è la pulsione a prendere di più perché rifiutiamo di godere di ciò che abbiamo.
Il mio consiglio? Ricordati del pescatore nativo.
E per te…
Uno forse tra i più grandi filantropi dei tempi moderni, John D. Rockefeller, aveva capito la differenza tra cupidigia e migliore guadagno. Egli diceva: «Non conosco niente di più spregevole e patetico di una persona che dedica tutte le ore di veglia a fare danaro per amore del danaro». Non è la ricchezza, in altre parole, in questione. A fare la differenza è il perché la produciamo e che cosa ne facciamo quando l’abbiamo.
Il bisogno compulsivo di accumulare cose può essere niente di più che un segnale del vuoto delle nostre anime.
Lavorare duramente, giocare bene, godersi la vita, dare agli altri, ed essere soddisfatti di ciò che abbiamo possono essere i soli criteri che è bene conoscere, sia che abbiamo conseguito il successo nella vita, sia che non l’abbiamo conseguito.
In questa nostra cultura l »accontentarsi’ è un segno di aberrazione mentale. Il bisogno di ‘avere di più’ è considerato normale. Che modo patetico di trascorrere la vita, sempre afferrando, sempre con avidità – sempre scontenti di sé!
L’avidità può portare alla gelosia, il che significa che non solo non avrò mai abbastanza delle cose che voglio, ma più cose vedo più amici perdo. «Ogni volta che un amico ha successo», scriveva Gore Vidal, «una piccola cosa muore in me». Penoso. Veramente penoso.
Per curare l’avidità dobbiamo imparare ad amare qualcosa tanto da voler fare a meno di qualunque cosa ma non di quella.
Se vuoi spezzare la tendenza alla cupidigia, quando prendi una cosa nuova prova a dare via la vecchia, a meno che continui a usare la prima come la seconda. Se ti ritrovi semplicemente a conservarla, fa’ attenzione.
Se l’emisfero settentrionale è eccessivamente ricco, può essere solo perché l’emisfero meridionale è eccessivamente povero. «Il commercio internazionale può condurre le sue operazioni tramite pezzi di carta», scriveva Eric Ambler, «ma l’inchiostro che usa è sangue umano». Quello che come popolo facciamo ad altri popoli del mondo ricadrà sicuramente sulle nostre teste. Se non altro, per la ragione che il diritto internazionale è interesse di tutti.
Fai attenzione a ciò che apprezzi nella vita. Tu puoi prendere esattamente ciò che stai cercando, senza averne alcuna cura. O, come disse una volta Imelda Marcos, con grande indignazione: «Io non avevo 3.000 paia di scarpe; ne avevo 1.060».
So che Imelda Marcos aveva almeno un migliaio di paia di scarpe, perché le avevo viste con i miei occhi. Ma tutto quello che potevo pensare quando le guardavo era che se ne avesse calzato un paio al giorno, ogni giorno dell’ anno, ogni paio sarebbe stato calzato, in media, non più di una volta ogni tre anni, o tra venticinque e trenta volte nell’intera vita. Fuori del palazzo, tuttavia, i bambini camminavano per le strade senza scarpe. Questo non è un hobby, questa è cupidigia. La domanda ora è: che cosa, nella mia vita, è l’equivalente delle scarpe di Imelda Marcos?
La cupidigia divora l’anima, ci distrae dall’ amicizia, ci consuma con il bisogno. «Non c’è – dice Buddha – un fuoco come la passione, non c’è uno squalo come l’odio, non c’è un laccio come la follia, non c’è un torrente come la cupidigia» .
Il fatto che la cupidigia sia un peccato contro gli altri non è il solo male. È il fatto che la cupidigia sia auto distruttiva che la rende così patetica. La cupidigia divora il centro delle nostre vite. Ci esauriamo di invidia, invece di imparare a godere di ciò che già abbiamo.
Dai via una cosa ogni giorno per un mese. È la cosiddetta lubrificazione dell’ anima, così funziona meglio.

Publié dans : LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |le 27 mars, 2012 |Pas de Commentaires »

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