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Il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012: « Non bisogna tacere di fronte al male) (tema e citazioni da Paolo)

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« NON BISOGNA TACERE DI FRONTE AL MALE »

Il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012

(tema e citazioni da Paolo)

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 7 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo di seguito il testo integrale del messaggio di Papa Benedetto XVI per la Quaresima 2012, reso pubblico oggi. La Quaresima inizia il 22 febbraio prossimo, Mercoledì delle Ceneri.
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«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»

(Eb 10,24)

Fratelli e sorelle,
la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E’ un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.
1. « Prestiamo attenzione »: la responsabilità verso il fratello.
Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).
L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna – elenchein – è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.
2. « Gli uni agli altri »: il dono della reciprocità.
Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l’elemosina – tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno – si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).
3. « Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone »: camminare insieme nella santità.
Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e delle buone opere.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011

BENEDICTUS PP XVI

Giovanni Paolo II : 1. Scrive San Paolo agli Efesini: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19911218_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 dicembre 1991

1. Scrive San Paolo agli Efesini: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

Come si vede, l’analogia dell’amore sponsale, ereditata dai profeti dell’Antica Alleanza, riapparsa nella predicazione di Giovanni Battista, ripresa da Gesù e passata nei vangeli, è riproposta dall’apostolo Paolo. Il Battista e i Vangeli presentano il Cristo come Sposo: lo abbiamo visto nella catechesi precedente. Sposo del nuovo Popolo di Dio, che è la Chiesa. Sulla bocca di Gesù e del suo Precursore l’analogia ricevuta dall’Antica Alleanza era usata per annunciare che era venuto il tempo della sua reale attuazione. Furono gli eventi pasquali a darle pienezza di significato. Proprio in riferimento a tali eventi l’Apostolo può scrivere nella lettera egli Efesini che “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. In queste parole vi è l’eco dei profeti che nell’Antica Alleanza avevano usato l’analogia per parlare dell’amore sponsale di Dio per il popolo eletto, Israele; vi è almeno implicitamente il riferimento all’applicazione che Gesù ne aveva fatto a se stesso, presentandosi quale Sposo, come doveva essere stato detto dagli Apostoli alle prime comunità, nelle quali nacquero i Vangeli; vi è un approfondimento della dimensione salvifica dell’amore di Cristo Gesù, che è nello stesso tempo sponsale e redentivo: “Cristo ha dato se stesso per la Chiesa”, ricorda l’Apostolo.

2. Ciò risulta con evidenza anche maggiore se si considera che la lettera agli Efesini mette in diretta relazione l’amore sponsale di Cristo per la Chiesa e il sacramento che unisce come sposi l’uomo e la donna, consacrandone l’amore. Leggiamo infatti: “E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola [riferimento al Battesimo], al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5, 25-27). Poco più oltre nella lettera, l’Apostolo stesso sottolinea il grande mistero dell’unione sponsale perché la mette “in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 32). Il significato essenziale del suo discorso è che nel matrimonio e nell’amore sponsale cristiano si riflette l’amore sponsale del Redentore per la sua Chiesa: amore redentivo, carico di potenza salvifica, operante nel mistero della grazia con cui il Cristo partecipa la vita nuova alle membra del suo Corpo.

3. È per questo che nello svolgimento del suo discorso l’Apostolo ricorre al passo del Genesi che, parlando dell’unione dell’uomo con la donna, dice: “I due formeranno una carne sola” (Ef 5, 31; Gen 2, 24). Ispirandosi a questa affermazione, l’Apostolo scrive: “I mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; ma al contrario (ognuno) la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa” (Ef 5, 28-29).

Si può dire che nel pensiero di Paolo l’amore sponsale rientra in una legge di uguaglianza che l’uomo e la donna attuano in Gesù Cristo (cf. 1 Cor 7, 4). Tuttavia quando l’Apostolo constata: “Il marito . . . è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo Corpo” (Ef 5, 23), l’uguaglianza, la parità interumana viene superata, perché c’è un ordine nell’amore. L’amore del marito per la moglie è partecipazione dell’amore di Cristo per la Chiesa. Orbene Cristo, Sposo della Chiesa, è stato primo nell’amore, perché ha attuato la salvezza (cf. Rm 5, 6; 1 Gv 4, 19). Quindi egli è allo stesso tempo “Capo” della Chiesa, suo “Corpo”, che egli salva, nutre e cura con ineffabile amore.

Questo rapporto tra Capo e Corpo non annulla la reciprocità sponsale, ma la rafforza. È proprio la precedenza del Redentore nei riguardi dei redenti (e dunque della Chiesa) che rende possibile tale reciprocità sponsale, in forza della grazia che il Cristo stesso elargisce. Questa è l’essenza del mistero della Chiesa come Sposa di Cristo-Redentore, verità ripetutamente testimoniata e insegnata da San Paolo.

4. L’Apostolo non è un testimone distaccato e disinteressato, come se parlasse o scrivesse a titolo accademico o notarile. Nelle sue lettere si rivela profondamente coinvolto nell’impegno di inculcare questa verità. Come scrive ai Corinzi: “Io provo… per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2 Cor 11, 2). In questo testo Paolo presenta se stesso come l’amico dello Sposo, la cui ardente preoccupazione è di favorire la perfetta fedeltà della sposa all’unione coniugale. Difatti prosegue: “Temo . . . che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo” (2 Cor 11, 3). Questa è la gelosia dell’Apostolo!

5. Anche nella prima lettera ai Corinzi leggiamo la stessa verità della lettera agli Efesini e della seconda lettera ai Corinzi stessi, su citate. Scrive infatti l’Apostolo: “Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta: Non sia mai!” (1 Cor 6, 15). Anche qui è facile avvertire quasi un’eco dei profeti dell’Antica Alleanza che accusavano il popolo di prostituzione, specialmente per le sue cadute nell’idolatria. A differenza dei profeti che parlavano di “prostituzione” in senso metaforico, per stigmatizzare qualsiasi grave colpa d’infedeltà alla legge di Dio, Paolo parla effettivamente di rapporti sessuali con prostitute e li dichiara assolutamente incompatibili con l’essere cristiani. Non è pensabile prendere membra di Cristo e farne membra di una prostituta. Paolo precisa poi un punto importante: mentre la relazione di un uomo con una prostituta si attua solo al livello della carne e provoca quindi un divorzio tra carne e spirito, l’unione con Cristo si attua al livello dello spirito e corrisponde quindi a tutte le esigenze dell’amore autentico: “O non sapete, scrive l’Apostolo, che chi si unisce alla prostituta forma con essa un solo corpo? I due saranno, è detto, una sola carne. Invece chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6, 16-17). Come si vede l’analogia usata dai profeti per condannare con tanta passione la profanazione, il tradimento dell’amore sponsale di Israele col suo Dio, serve qui all’Apostolo per mettere in risalto l’unione con Cristo, che è l’essenza della Nuova Alleanza, e per precisarne le esigenze per la condotta cristiana: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito”.
6. Occorreva l’“esperienza” della Pasqua di Cristo, occorreva l’“esperienza” della Pentecoste, per attribuire un tale significato all’analogia dell’amore sponsale, ereditata dai profeti. Paolo conosceva quella duplice esperienza della comunità primitiva, che aveva ricevuto dai discepoli non solo l’istruzione, ma la comunicazione viva di quel mistero. Egli aveva rivissuto e approfondito quella esperienza, e ora, a sua volta, se ne faceva apostolo con i fedeli di Corinto, di Efeso e di tutte le Chiese a cui scriveva. Era una traduzione sublime della sua esperienza della sponsalità di Cristo e della Chiesa: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6,19).
7. Concludiamo anche noi con questa constatazione di fede, che ci fa desiderare la bella esperienza: la Chiesa è la Sposa di Cristo. Come Sposa appartiene a Lui in virtù dello Spirito Santo che, attingendo “alle sorgenti della salvezza” (Is 12, 3), santifica la Chiesa e le permette di rispondere con l’amore all’amore.

Theotokos

 Theotokos dans immagini sacre Theotokos_by_Deacon_Ioasaf_Athonites

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Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2012 |Pas de commentaires »

Lectio: Leggiamo dal cap. 8 della lettera i versetti 14-17 e 31-39

http://www.adonaj.net/old/preghiera/lectio5.htm

LECTIO DIVINA 5

CHI CI SEPARERA’ DALL’AMORE?

Dalla lettera ai Romani

Introductio:

Invocazione dello Spirito Santo
“Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e accendi
in essi il fuoco del Tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
in noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande: quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”. Amen.

Lectio: Leggiamo dal cap. 8 della lettera i versetti 14-17 e 31-39

Paolo, dopo aver compiuto tre lunghi viaggi, diffondendo il messaggio cristiano e fondando Chiese nelle province orientali dell’impero romano, si sentiva libero di rivolgersi all’Occidente, avendo come meta finale la Spagna. Prima di intraprendere il viaggio, doveva recarsi a Gerusalemme per consegnare la colletta per i poveri. Solo in seguito poteva rivolgere la sua attenzione alla meta prefissata, ed era intenzionato sostare a Roma, dove poteva finalmente soddisfare il sogno coltivato da qualche tempo e incontrare i cristiani dell’Urbe. Purtroppo non sapeva che tra la lettera e la visita sarebbero trascorsi tre lunghi anni e che quando, alla fine, sarebbe giunto nella città eterna, vi sarebbe giunto prigioniero (Atti 28).

La lettera, scritta a Corinto verso il 57 d.C., occupa un posto privilegiato tra le lettere apostoliche. Cronologicamente viene dopo Tessalonicesi, Corinzi e Galati e precede Colossesi ed Efesini. Essa riprende alcuni temi di quelle precedenti e ci dà l’approfondimento più completo e rigorosamente ragionato che abbiamo delle verità cristiane fondamentali, il manifesto del vangelo di Paolo. Non sappiamo che cosa abbia spinto Paolo a scrivere questo documento unico. Forse egli presentiva già di rischiare la vita andando a Gerusalemme, e temeva che non avrebbe mai potuto comunicare di persona il proprio messaggio ai cristiani di Roma.
Il tema centrale è la fede in Cristo quale unico motivo dell’accettazione da parte di Dio, che tratta tutti gli uomini in modo uguale, ebrei e gentili. Paolo descrive con realismo la condizione del mondo (1,18-32). Ci troviamo tutti in stato di condanna davanti a Dio, anche gli ebrei, che possiedono il privilegio unico di conoscere la legge divina (2,3-20). Dio però ci offre gratuitamente il perdono e una nuova vita. Gesù ha scontato la sentenza per noi (cap.5). Siamo liberi di cominciare da capo, avendo questa volta la potenza di Dio a nostra disposizione (cap. 6-8). Perché allora i gentili rispondono all’offerta salvifica di Dio, mentre gli ebrei la rigettano? Questi agiscono così, perché vedono la salvezza come frutto delle opere meritorie, ma alla fine anch’essi capiranno (cap. 9-11). Il perdono e l’amore divino ci spingono a vivere in conformità alla nostra nuova vocazione, a trasformare tutto il nostro modo di pensare e di vivere. La buona novella di Dio non è fine a se stessa, ma mira a trasformare le relazioni umane – rendendo possibile ad ebrei e gentili di trattarsi come eguali nella Chiesa – e a permeare ogni aspetto della vita quotidiana (cap.12-15). L’influsso esercitato da questa epistola è stato enorme. Essa ha infiammato grandi uomini (S.Agostino, Lutero…) e attraverso essi ha modellato la storia della Chiesa, così come ha influito sulla vita d’innumerevoli individui anonimi, uomini e donne ordinari che l’hanno letta, hanno creduto al suo messaggio e hanno agito di conseguenza.

Meditatio:
Il capitolo 8 della lettera costituisce il punto culminante della lettera. In modo specifico i versetti in oggetto, 14-17, rispondono alla domanda: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio”. Il liberatore è lo Spirito Santo, che altro non è che la potenza e la forza di Gesù risuscitato, presente sulla terra. I credenti vengono a contatto con questa forza vivendo in unione a Cristo Gesù, un’unione già iniziata col battesimo. “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nelle paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per il quale gridiamo. Abbà, Padre!”. Questo Spirito porta una vitalità che la legge mosaica non può dare. C’è da tenere presenti anche il contrasto Spirito-carne, sviluppato nei vari versetti del capitolo. I termini rappresentano campi di forza o sfere di potere in competizione tra loro. La carne descrive la persona legata alla terra, abbandonata alla capacità individuale, senza assistenza. Lo Spirito descrive la persona legata alla terra, guidata dalla forza vivificante dello Spirito di Gesù. La persona rinchiusa in se stessa e che si basa sulle proprie forze conduce una vita che può portare solo alla morte, cioè alla separazione definitiva da Dio. Una tale persona non ha bisogno di Dio, non si sottomette alla legge di Dio in generale, non può obbedire e non può piacere a Dio. Al contrario, la persona guidata dallo Spirito vivificante trova la vita e la pace. Infatti: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”. “E se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se partecipiamo alle sue sofferenze per condividere anche la sua gloria”. Paolo designa lo Spirito in vari modi: Spirito di Dio, Spirito di Cristo, Cristo: espressioni che manifestano tutta la realtà pluriforme dell’esperienza cristiana della partecipazione alla vita divina e alla figliolanza. In definitiva, lo Spirito di Dio, che dimora in noi e che risuscitò Gesù, farà sorgere anche noi nella risurrezione. Così l’inevitabile conclusione è che noi siamo indebitati con lo Spirito Santo. Siamo obbligati a mettere a morte le opere, le azioni, le occupazioni di una persona dominata dalla carne (le passioni del mondo) per vivere invece grazie allo Spirito. Una diretta conseguenza molto importante proviene dall’essere soggetto allo Spirito è che si diventa veri figli di Dio, come abbiamo visto. Lo Spirito che abbiamo ricevuto non ci ricaccerà nel timore, neppure nel timore reverenziale. Questo Spirito dice, anzi, che noi siamo cari a Dio, che siamo i suoi propri figli. Di più: lo Spirito non solo rende possibile questa relazione filiale con Dio, ma dà anche a ciascuno di noi la capacità di riconoscerlo, vale a dire, di esclamare: “Abbà, Padre!”. Tuttavia, perché non si lascino sviare da tutte queste buone notizie, Paolo ricorda ai lettori, con due verbi composti dal significato particolare, che noi dobbiamo soffrire con Cristo per esser glorificati con lui. I versetti conclusivi, 31-39, “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”; “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”…”Cristo Gesù…sta alla destra di Dio e intercede per noi”…”Chi ci separerà da Cristo…la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?…”Noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati”….”né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né profondità, né altezze, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore”, sono una celebrazione, in forma di inno, della realtà della vittoria, la realtà dell’essere nello Spirito. Il messaggio principale è che Dio è per noi, e i versetti descrivono che cosa significhi “Dio-per-noi”. Con una serie di cinque domande, Paolo fa un esame approfondito per vedere in che grado siamo realmente sicuri, in che grado dobbiamo essere certi. Questo, beninteso, non significa che la vita è un letto di rose. Abbiamo notato la lista di sette pericoli o difficoltà che ci possono separare dall’amore che Cristo ha per noi. La lista non è puramente immaginaria; essa riassume gli svariati e potenzialmente fatali attacchi ai quali i discepoli di Cristo sono comunemente esposti. Tuttavia la linea fondamentale è positiva, solida e fiduciosamente certa. Nessun altra forza o potenza, neppure il potere personificato delle stelle (altezza..profondità), ci potranno separare dall’amore di Dio che viene a noi in Cristo Gesù nostro Signore.

Contemplatio:
Ti ringraziamo o Dio, perché Gesù, tuo Figlio unigenito, ci ha salvato e redenti, e in virtù del battesimo ricevuto, ci hai donato il tuo Santo Spirito, confermato nel sacramento della Cresima. Ti siamo grati per la grazia che ci hai riservato. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio”. Tu, Signore Gesù, ci hai trasformato (parola composta di due parti: trans e forma, e significa passare, transitare da una forma ad un’altra), e noi abbiamo acquisito i tuoi stessi sentimenti. Prima che ti conoscessimo realmente e ci convertissimo avevamo le nostre idee su qualsiasi cosa. Anche su Dio stesso e le nostre idee regolavano tutte le scelte e decisioni. Avevamo sentimenti ed emozioni che c’influenzavano, ciò che “sentivamo” era vero e importante, ciò che non “sentivamo” era trascurato ed evitato. Questo era l’uomo vecchio, l’uomo che viveva di se stesso, che se anche credeva in Dio viveva, in realtà, come se Dio non esistesse, senza avere un riferimento a lui. Dal Libro della Genesi sappiamo che Dio Onnipotente, nostro Padre, creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli diede una forma simile alla sua (Gn.1,26) e quando l’uomo si è allontanato da Dio con il peccato, questa forma originale, meravigliosa e perfetta, è stata inquinata, contaminata, deformata. Tu Padre celeste hai voluto ricreare in noi la tua immagine, hai voluto riscattarci, rendendoci perfetti secondo il modello di tuo Figlio Gesù Cristo. La Bibbia ci dice che l’uomo creato ad immagine di Dio è formato di tre parti: spirito, anima e corpo (1 Ts. 5,23), ognuna delle quali ha delle funzioni ben precise. Le tre funzioni principali dello spirito sono la conoscenza, la coscienza e la comunione con Dio; quelle dell’anima sono l’intelletto, la volontà e le emozioni; quelle del corpo di agire sotto gli impulsi che gli sono dati. Lo spirito, nel progetto di Dio, doveva avere la supremazia sulle altre parti, e doveva guidare e governare tutta la vita dell’uomo perché era la parte fondamentale che aveva contatto con Dio. Dio, infatti, è Spirito ed è attraverso lo spirito dell’uomo che avveniva la comunione. Attraverso lo spirito dell’uomo doveva avere un contatto diretto con il Padre che gli trasmetteva la vita e la saggezza con cui dirigeva tutta la sua esistenza. Quando l’uomo peccò, il suo spirito si separò da Dio. La Bibbia ci dice che diventò come “morto”, perdendo la supremazia sulle altre due parti. L’intelligenza, le emozioni, la volontà e gli istinti di volta in volta presero il predominio influenzando e guidando l’uomo con risultati negativi e a volte disastrosi, perché l’anima e il corpo non furono creati per governare la vita umana. La trasformazione che la nuova vita ci ha donato col battesimo, ricevendo lo Spirito Santo, è una vita che dobbiamo vivere dipendendo sempre più da te Signore, conformando la nostra mente, il nostro cuore, le nostre scelte a te. Gesù, Signore nostro, solo la tua grazia ci giustifica, perché ci santifichi: grazia che raggiunge l’umanità intera per i tuoi meriti, ed elargita a tutti quelli che in te credono e sperano.
Dice il vaticano II°: “I seguaci di Cristo….nel battesimo della fede sono veramente figli di Dio e compartecipi della vita divina, quindi realmente santi”. Il battesimo ha deposto in noi cristiani il germe della santità, la grazia; germe quanto mai fecondo perché rende noi uomini partecipi della vita divina, e quindi della santità di Dio, germe capace di sbocciare in frutti preziosi di vita santa, di vita eterna quando le creature ne assecondano di buon volere lo sviluppo. Noi cristiani abbiamo ricevuto questo dono: noi cristiani possiamo farci santi e lo diverremo non in proporzioni d’opere più o meno grandi che potremo compiere, ma nella misura in cui sapremo trasformarci in Cristo Gesù. Perché la grazia di Cristo porti frutti di santità, è necessario che investa tutto il nostro essere e il nostro agire in ogni gesto: pensieri, affetti, intenzioni, opere e in ogni particolare della nostra esistenza. E’ in queste condizioni che siamo figli di Dio, per grazia e coeredi di Gesù Cristo. Quindi chi mai potrà accusarci? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La quotidianità con le sue tribolazioni, le angosce, le persecuzioni, la fame, le nudità, i pericoli, la violenza delle armi? Nulla può arrecarci danno per virtù di colui che ci ha amato. Dobbiamo essere persuasi, con l’aiuto della fede in Cristo, che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né profondità, né altezze, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore.

Conclusio:

“A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”.
Grazie, Signore, per la tua bontà, per le cose meravigliose che hai offerto all’accoglienza e del perdono. Concedimi di vivere in un ringraziamento continuo verso la tua misericordia infinita. La mia fortuna è essere uno dei figli adottivi di Dio. Come figlio della luce, io ricevo da te la vita e sono amato dal Padre con lo stesso amore con cui ama te Gesù, suo eterno e diletto Figlio. Come figlio ho degli obblighi d’un figlio di Dio: ricorrere al mio Padre con fiducia in tutte le mie necessità; preoccuparmi per l’onore del Padre mio: “Sia santificato il tuo nome”; rendergli testimonianza davanti al mondo: “Lo zelo per la tua casa mi divora”. Ubbidire ai suoi ordini, assecondare i suoi desideri, vivere secondo la sua legge: “Venga il tuo regno”; cooperare al suo piano per la redenzione del mondo, compiere la sua volontà anche quando la natura si oppone e freme: “Sia fatta la tua volontà”; dire con Cristo: “Io faccio sempre quello che piace al Padre mio”. Il Padre ha fissato una missione al suo Figlio e anche a me: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv.4,34). Questo esige la mia attenzione. Padre, in tutto io devo cercare di piacere a te.
Come figlio adottivo, godo delle prerogative d’un figlio di Dio. Il mondo mi appartiene, essendo io il figlio del Re. Posso cercare di scoprire la sua costruzione delicata, la sua complessità, il suo ordinamento. Posso ammirarlo, goderne, governarlo.

Godo della libertà dei figli di Dio.
Sono a casa mia, nella casa del Padre mio, che è la sua Chiesa. Qui, io mi sento felice e in pace pensando a te, Padre, contemplando la tua Maestà e offrendoti il Sacrificio della redenzione. Come un padre insegna ai suoi figli, così tu, o Dio, Padre mio, mi parli di te, della tua natura, del tuo progetto d’amore per me mediante la Sacra Scrittura; mi parli per bocca dei Profeti, del tuo stesso Figlio e degli Apostoli.
Alla mensa del Padre, io mangio il migliore dei cibi, quello che hai preparato per me. Sono erede del Regno dei cieli. Un giorno, Padre, io ti vedrò in cielo così come sei, in tutta la magnificenza della tua gloria. Ti conoscerò, ti amerò ed esulterò in te.
Gesù ci ha detto: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv.14,2) uno di questi è stato preparato per me dal Padre che mi ama. Egli mi attende.
Padre, quanto sei buono verso i tuoi figli! Gloria a te per sempre.

Amen.

Publié dans:LECTIO DIVINA, Lettera ai Romani |on 7 février, 2012 |Pas de commentaires »

8 febbraio: Santa Giuseppina Bakhita,

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010112_bakhita_it.html

Bontà e zelo missionario

8 febbraio: Santa Giuseppina Bakhita,

di origine Sudanese, rapita, venduta schiava, liberata e diventata cristiana e religiosa Canossiana. In un convegno di gioavani, uno studente bolognese chiese: “Cosa farebbe se incontrassse i suoi rapitori?”. Senza un attimo di esitazione, rispose: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani; perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”. Continuando il discorso sullo stesso argomento, non solo ne benediceva la provvidenziale mediazione nelle mani di Dio, ma li scusava in questi termini:
“Poveretti, forse non sapevano di farmi tanto male: loro erano i padroni, io ero la loro schiava. Come noi siamo abituati a fare il bene, così i negrieri facevano questo, perché era loro abitudine, non per cattiveria”
Nelle sofferenze non si lamentava; ricordava quanto aveva patito da schiava, “Allora non conoscevo il Signore: ho perso tnato tempo e tanti meriti, bisogna che li guadagni ora… Se stessi in ginocchio tutta la vita, non dirò mai abbastanza tutta la mia gratitudine al buon Dio”.
Un sacerdote, per metterla alla prova, le disse: “Se nostro Signore non la volesse in paradiso, cosa farebbe?” Tranquillamente rispose: “Eh ben, mi metta dove vuole. Qunado sono con Lui e dove vuole Lui, io sto bene dappertutto: Lui è il Padrone, io sono la sua povera creatura”
Un altro le chiese la sua storia, Bakhita eluse la sua domanda dicendo: “Il Signore mi ha voluto tanto bene… bisogna voler bene a tutti… bisogna compartire!” – “Anche chi l’ha torturata?” – “Poveretti, non conoscevano il Signore”.
Interrogata sulla morte, con animo sereno rispose: “Quando una persona ama tanto un’altra, desidera ardentemente di andarle vicino: dunque perché aver tanto paura della morte? La morte ci porta a Dio”.
La superiora, M. Teresa Martini, assillata da preoccupazioni, Bakhita, calma, dignitosa le disse: “Eh lei, Madre, si meraviglia che nostro Signore la triboli? Se non viene da noi altre con un poco di patire, da chi deve andare? Non siamo noi venute in convento per fare ciò che vuole? Sí, Madre, io povera grama, preghierò e tanto, ma perché si faccia la sua volontà”. »

Preghiera

(Composta da Santa Giuseppina nel giorno della sua totale donazione a Dio, l’8 dicembre 1896)
“O Signore, potessi io volare laggiù, presso la mia gente e predicare a tutti a gran voce la Tua bontà: Oh, quante anime potrei conquistarti! Fra i primi, la mia mamma, il mio papà, i miei fratelli, la sorella mia, ancora schiava… tutti, tutti i poveri negri dell’Africa, fà o Gesù, che anche loro ti conoscano e ti amino!”

Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 7 février, 2012 |Pas de commentaires »

St Paul Miki, Japan

 St Paul Miki, Japan dans immagini sacre 2332432531_2650598ce7

http://images.mitrasites.com/saint-paul-miki.html
Publié dans:immagini sacre |on 6 février, 2012 |Pas de commentaires »

6 febbraio: San Paolo Miki e compagni Martiri

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22700

6 febbraio: San Paolo Miki e compagni Martiri

Kyoto, Giappone, 1556 – Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597

Nato a Kyoto nel 1556 in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra in un collegio della Compagnia di Gesù e a 22 anni è novizio, il primo religioso cattolico giapponese. Diventa un esperto della religiosità orientale e viene destinato, con successo, alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio. Paolo Miki vive anni fecondi, percorrendo continuamente il Paese. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi. Ma proprio Hideyoshi capovolge la politica verso i cristiani, diventando da tollerante a persecutore. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, Paolo Miki trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. (Avvenire)

Etimologia: Paolo = piccolo di statura, dal latino
Emblema: Palma

Martirologio Romano: Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani).
E’ il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a 22 anni è novizio. Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare. Diventa invece un esperto della religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi.
Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente. Li lascia in pace anche lo Stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre lo Shogun, capo militare e politico. Paolo Miki vive anni attivi e fecondi, percorrendo continuamente il Paese. I cristiani diventano decine di migliaia. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII.
Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per un complesso di motivi: il timore che il cristianesimo minacci l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza. Un insieme di fatti e di sospetti che porterà a spietati eccidi di cristiani nel secolo successivo. Ma già al tempo di Hideyoshi, ecco una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. Prima di morire, tiene l’ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: « In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum ». Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà santo.
Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne legge il racconto di questo supplizio e ne riceve la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo san Paolo Miki.

Autore: Domenico Agasso

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