Archive pour février, 2012

Un impegno prioritario e non solo per chi comanda (ancora un commento alle letture di domenica 12 febbrao)

Tratto da Qumran2.net | www.qumran2.net

Un impegno prioritario e non solo per chi comanda

mons. Roberto Brunelli

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (12 febbraio 2012)

L’uomo è un animale sociale, riconosceva già Aristotele; nessuno è fatto per stare solo; la società è per ciascuno dei suoi membri come l’aria che respira: se manca, non sopravvive. Dall’essere in relazione con i suoi simili ogni uomo trae la possibilità non solo di soddisfare necessità e desideri pratici, ma anche di sviluppare le proprie doti intellettive e metterle a frutto, per sé e per gli altri. Persino sul piano religioso un uomo lasciato a se stesso non avrebbe respiro; la fede si ha perché qualcuno ce l’ha comunicata, e un cristiano la vive in pienezza soltanto rapportandosi con gli altri: entro la Chiesa, parola che guarda caso significa assemblea, comunità di persone. Si comprende allora quanto sia dura la condizione di coloro ai quali, in varia misura e indipendentemente dalle cause, è preclusa una piena partecipazione alla vita sociale: malati, anziani, carcerati, emarginati…
Queste considerazioni sono suggerite dal brano evangelico odierno (Marco 1,40-45), che narra uno dei ripetuti casi in cui Gesù ha risanato un lebbroso. La legge allora prescriveva che chi era colpito da quella terribile malattia contagiosa dovesse ritirarsi lontano dal consorzio civile, vestire di stracci e gridare, a chi per caso gli si avvicinasse, la propria condizione. Gesù guarisce uno di quegli sventurati e lo invita ad andare a mostrarsi a un sacerdote: un lebbroso poteva essere riammesso in società soltanto dopo che appunto un sacerdote ne avesse costatato la guarigione. Il particolare sottintende anche che quel miracolo non gli ridava soltanto la salute fisica e la possibilità di tornare in famiglia e a una normale vita di relazione; specificamente gli consentiva anche di frequentare il tempio e la sinagoga, riprendendo il suo posto nella comunità dei credenti. Di qui le considerazioni dei Padri della Chiesa: la lebbra può essere paragonata, sul piano spirituale, al peccato, che interrompe per chi se ne macchia i vincoli spirituali con Dio e con i fratelli; quanto grande dunque è il perdono, che Dio concede largamente a chi glielo chiede. In ogni confessione si rinnova, spiritualmente, il miracolo del lebbroso, mentre sotto un altro profilo quel miracolo suona come un invito a fare il possibile perché quanti, per le più diverse ragioni, vivono ai margini della società ricuperino in pienezza il loro posto. Questo dovrebbe essere l’impegno prioritario di qualunque governo e di chiunque sia investito di autorità; questo è l’impegno delle mai abbastanza lodate associazioni di volontariato; ma anche i singoli cittadini, se appena si guardano intorno, trovano ampio campo d’azione.
Per un cristiano, poi, un tale impegno è imprescindibile, perché è la traduzione concreta del precetto fondamentale, quello che li riassume tutti: la carità. In questa chiave può essere considerata la seconda lettura di oggi: « Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (1Corinzi 10,31-11,1). Forse mosso da quest’ultima frase, un aureo libretto, vecchio di secoli ma sempre attuale, espone le linee-guida della vita del cristiano, e le riassume nel titolo: « L’imitazione di Cristo ». Paolo si propone ai neo-cristiani di Corinto quale modello; ma con lui tutti i santi, prima che amici cui chiedere aiuto, devono essere visti come esempi dei tanti modi in cui è possibile imitare il Maestro. Il vangelo di oggi lo presenta davanti a un uomo colpito da malattia ed emarginazione: da noi non ci sono lebbrosi, ma il suo non è certo un esempio astratto o impraticabile; per rendersene conto, basta dare un’occhiata in giro.

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Omelia (12-02-2012) VI domenica del T.O. : Chi conosce Dio non teme nessuno

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Omelia (12-02-2012)

don Marco Pedron

Chi conosce Dio non teme nessuno

Il vangelo di oggi ci presenta un lebbroso (Mc 1,40). Chi sia questa persona non si sa. Quando nei vangeli trovate una persona anonima vuol dire che l’evangelista non vuole indicare tanto un episodio storico, avvenuto duemila anni fa, quanto un profondo insegnamento per la comunità cristiana.
Il personaggio senza nome, anonimo, è per così dire un personaggio rappresentativo. Rappresentativo di chi? Di che cosa? Di tutte quelle persone che in ogni tempo e in ogni luogo si trovano nella sua stessa situazione.
Dobbiamo chiederci: ma cosa voleva dire, a quel tempo, avere la lebbra? La lebbra non era considerata una malattia, ma una terribile punizione scagliata da Dio per i peccati dell’individuo. Il lebbroso era considerato un maledetto, un cadavere vivente. La lebbra nel libro di Giobbe è chiamata: « Il figlio primogenito della morte » (Gb 18,13).
La lebbra quindi non era una malattia come le altre, ma un castigo di Dio. Per questo il lebbroso non poteva stare in paese ma doveva starsene appartato, emarginato dalla società. E quando qualcuno gli si avvicinava o lui passava vicino a qualcuno doveva urlare: « Sono immondo, sono maledetto da Dio, stai lontano da me, non mi toccare! ». Lv 13,45 dice chiaramente: « Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! ».
E proprio perché i lebbrosi erano ritenuti persone impure, la guarigione dalla lebbra era considerata un avvenimento impossibile o straordinario. Solo Dio poteva far guarire dalla lebbra. E nell’A.T. lo aveva fatto solo due volte.
La prima volta fu con Maria, sorella di Mosé, che, malata di prestigio e di carriera, si era permessa di criticare suo fratello (Mosé). E per questo fu colpita da Dio con la lebbra. Dio stesso dopo sette giorni, per intercessione di Aronne e di Mosè, la guarì (Nm 12,4-16).
L’altra volta fu con Naaman il Siro. Questo Naaman il Siro era il prode capo dell’esercito Arameo e il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei proprio grazie a lui. Solo che era lebbroso. Il profeta Eliseo lo mandò a bagnarsi sette volte nel Giordano e Naaman il Siro (dopo qualche perplessità) guarì. (2 Re 5,127).
Naaman è capo dell’esercito di Siria (quindi un uomo veramente potente). Quando bussa alla porta di Eliseo dicendo: « Esci, toccami e guariscimi », Eliseo gli risponde: « Tu sei matto, io non esco; guarda, là c’è un fiume, vatti a lavare ». Naaman allora si arrabbia, è sdegnato e inviperito: « Ma senti, credi che in Siria non ci siano fiumi e che debba venire a lavarmi qui? ». Ma Eliseo è un uomo di Dio e rispetta la legge, e la legge di Dio impedisce di toccare un lebbroso (se uno toccava un uomo impuro, automaticamente diventava a sua volta impuro). E lui non solo non lo tocca ma neppure vuole vederlo, per sicurezza! Eliseo gli dice: « Ti ho detto che io non esco ». E l’altro minaccia di tagliargli la testa, ma Eliseo non cambia idea neppure di fronte alle minacce. Eliseo, il grande profeta, non uscirà neppure a vederlo. Il profeta Gesù, però, non farà così (Mc 1,41).
Inoltre dobbiamo ricordarci che per lebbra a quel tempo non si intendeva solo il Morbo di Hansen (quella che noi chiamiamo oggi lebbra), ma ogni affezione del cuoio capelluto (alopecia, forfora, psoriasi, ecc.) e ogni problema all’epidermide (eczema, dermatite, ecc.). Essere lebbrosi, a quel tempo, voleva dire essere dei morti viventi, emarginati, soli e maledetti da Dio e dagli uomini. Era, insomma, l’anticamera della morte e della morte con disonore.
L’unico che poteva guarire dalla lebbra era Dio. Solo che i lebbrosi non potevano entrare nel tempio di Gerusalemme perché erano impuri (2 Cr 23,6). Quindi: « Sono impuro; l’unico che mi può guarire è Dio; ma non posso rivolgermi a Dio perché sono impuro ». E’ una situazione senza speranza.
E cosa fa il lebbroso? Trasgredisce! Fa qualcosa che non avrebbe dovuto fare! Infatti si avvicina a Gesù (Mc 1,40). E come gli passa per la testa questa cosa impensabile?
Si vede che deve aver già sentito predicare Gesù (Mc 1,32-39). Per questo gli viene in mente di fare questa cosa che non si poteva assolutamente fare. Gesù diceva: « Il Regno di Dio (Dio stesso) è per voi ». Allora questo uomo trova in Gesù una speranza che prima neppure immaginava. E va da lui.
Quando arriva si mette in ginocchio (Mc 1,40). Perché? 1. Anche se lo aveva sentito parlare, sa bene che ciò che fa è ardito, irreligioso e non sa che reazione può avere Gesù.
2. Si inginocchia perché solamente Dio poteva guarire dalla lebbra (e in Gesù Dio c’è). Infatti gli chiede: « Se vuoi puoi guarirmi » (Mc 1,40).
Il vangelo dice che Gesù fu mosso a compassione. Il verbo splnchnizomai (è il verbo del buon samaritano di fronte all’uomo mezzo morto (Lc 10,33); del padre quando vede arrivare il figliol prodigo (Lc 15,20); di Gesù di fronte alla morte del figlio della vedova di Nain (Lc 7,13)) è il verbo di Dio. Gli uomini possono avere misericordia ma Dio, e solo lui, ha compassione. Il verbo indica il restituire vita. Splanchnon sono le viscere della madre, l’utero. E’ quell’amore viscerale di Dio che ti fa rinascere (a quel tempo si pensava che l’amore e la pietà venissero dalle viscere).
E perché ti fa rinascere? Perché ti accetta incondizionatamente. Ti accetta, cioè, per quello che sei: non si arrabbia, non si indigna, non ti caccia, non ti allontana, non ti scomunica, non ti rimprovera, ma ti ama per quello che sei e quest’amore, gratuito e immeritato, ti fa nuovo.
Poi Gesù stende la mano (Mc 1,41). Che bisogno c’era di stendere la mano? Un sacco di volte Gesù guarisce semplicemente dicendo una parola. Qui no, qui deve toccarlo. Ma perché?
Vi fa venire in mente nessun’altra mano stesa? In Es 3,20 Dio dice a Mosé: « Stenderò la mano e colpirò l’Egitto »: sono le dieci piaghe d’Egitto.
E quando Mosè ristende la mano dopo che gli ebrei hanno già passato il Mar Rosso, tutti gli egiziani vengono colpiti con la morte (cavalli, cavalieri, ecc: e non ne scampò uno! Es 15,26-28).
La mano di Dio nell’A.T. era la punizione di Dio. Questa cosa c’è rimasta anche a noi perché quando diciamo: « La giustizia di Dio? se c’è un Dio giusto? » e pensiamo che Dio farà giustizia proprio così.
Il Dio di Gesù (la compassione), vuol dire Mc, non è il Dio dell’A.T. (la punizione).
Non solo: Gesù lo tocca anche (Mc 1,41). Non solo il lebbroso aveva trasgredito; adesso lo fa anche Gesù.
L’A.T. era chiaro: « Se tocchi un lebbroso ti contamini anche tu » (Lv 22,4), vedi Eliseo! Ma Gesù se ne infischia di tutto ciò e tocca il lebbroso. Non c’è più nulla di impuro.
E poi gli dice: « Lo voglio, guarisci » (Mc 1,41). E l’uomo guarisce.
Così diceva la religione del tempo: « Se vuoi avvicinarti a Dio devi essere puro ». Gesù no.
Cos’ha fatto questo lebbroso per cui Gesù lo accolga? Niente! L’amore di Gesù non è un merito ma un dono. Gesù vede che l’uomo ha bisogno, si avvicina e toccandolo lo rende puro, degno di esistere e di esserci. Gesù non dice: « Prima ti converti, prima cambi vita e poi io ti amo ». Ma: « Io ti amo. Se poi tu, sentendo quest’amore viscerale che ti tocca dentro, vuoi cambiare, tanto meglio ».
Poi il vangelo dice: « ammonendolo severamente » (Mc 1,43). Letteralmente: « Lo ammonì severamente ». Ma lo ha ammonito di cosa? Perché è così se fino ad un attimo prima era cordiale, premuroso e buono? Il testo dice: « Lo rimandò », letteralmente però è « lo cacciò fuori » (Mc 1,43): ma cacciò fuori da cosa? Dalla sua convinzione di essere indegno, maledetto e non amato da Dio.
Cos’ha creduto infatti quest’uomo? Quest’uomo ha aderito a quello che diceva la legge religiosa e ha creduto anche lui che Dio lo rifiutasse, di essere indegno dell’amore di Dio. Allora Gesù gli dice: « Ma come hai potuto credere a questo? ». Immaginiamo il lebbroso: « Guarda che io vivo in una situazione di peccato; guarda che io sono escluso dai sacramenti; guarda che io non posso fare la comunione; guarda che io l’ho combinata grossa! ». « D’accordo, non metto in dubbio tutto questo, ma come puoi pensare che Dio non ti ami o che ti ami meno? ».
Non c’è peccato, colpa, condizione, che possa escluderci dall’amore di Dio. 1 Gv 3,20: « Anche se il nostro cuore ci rimprovera Dio è più grande del nostro cuore ».
Le religioni ti rifiutano (a volte), Dio no.
Gesù lo caccia fuori dalla sua convinzione di essere « non in grazia ». Cioè: Gesù lo sottrae dal potere dell’istituzione religiosa. La religione diceva: « Se vuoi essere in grazia, devi essere/fare così! ». Ma Gesù: « No, non è così. Io ti guarisco ma se tu continui a pensare come prima (cioè: solo chi è puro è amato da Dio, come dice la religione), allora non serve a niente! ».
Infatti in Gv 5,1-17 c’è un episodio meraviglioso. C’è un uomo infermo (il cieco di Betzaetà) che quando arriva Gesù inizia a dire: « Io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita ». Si pensava infatti che l’acqua « agitata » fosse miracolosa. Il cieco è ancora sotto il potere della religione: « Se entro nell’acqua sono guarito ». Ma poiché nessuno mi porta non riesco mai a guarire.
Allora Gesù gli dice: « Alzati prendi il tuo lettuccio e cammina ». E l’uomo si alza, prende il suo lettuccio e comincia a camminare. Ma non entra in piscina. Guarisce sì, ma non perché entra in piscina! Il suo peccato quindi è stato quello di credere che sarebbe stata quell’acqua benedetta, quella religione, a farlo guarire, che senza quello non avrebbe potuto.
E quando poi Gesù lo incontra gli dice: « Sei guarito: guarda di non peccare più perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio » (Gv 5,14). Qual è il peccato che ha fatto e che non deve rifare? Proprio questo: di credere a quella religione che gli dice che solo quell’acqua lo farà guarire, che solo se è puro Dio lo vuole, che solo facendo certe cose Dio lo accetterà. Capite!
Se conoscete Dio non vi fate schiavizzare né impaurire più da nessuna ideologia. Perché Lui è Amore.
Poi Gesù gli dice: « Va’, presentati al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro » (Mc 1,44).
Cosa accadeva? Se uno guariva (ogni tanto accadeva visto che con « lebbra » si comprendevano anche dermatiti, eczema, ecc.) doveva andare all’ufficio igiene del tempo che era tenuto dai sacerdoti, i quali ti esaminavano per verificare la guarigione. Se era avvenuta, tu dovevi offrire tre agnelli (uno se eri povero) e ti veniva dato il certificato: « Puoi tornare a casa! » (Lv 14,1-32).
La traduzione « eis martyrion autois » (= »a testimonianza per loro » e qui non capiamo se è una testimonianza positiva o negativa) la ritroviamo ad esempio in Mt 23,31. Lì è una testimonianza chiaramente negativa (è la testimonianza negativa dei farisei e scribi che portano fiori sulle tombe di quei profeti che hanno ucciso).
Allora qui la testimonianza è contro i sacerdoti, ha un senso negativo. Ma quale? Mentre per la Legge e per l’A.T. per essere guarito dovevi pagare (tre agnelli e varie altre cose Lv 14), Gesù ti libera gratuitamente. I sacerdoti vogliono essere pagati, Gesù no. Tu vai dai sacerdoti e guarda cosa loro ti chiedono (penitenze, preghiere, ecc.) e guarda cosa ti chiede Dio: niente! Tu non devi offrire niente a Dio: è Dio che si offre a te.
« E quegli allontanatosi » (Mc 1,45), ma letteralmente è: « uscito ». Ma uscito da dove? Mica era dentro qualcosa!
E, invece sì! Era dentro alle regole della religione: « Se sei puro Dio ti vuole; se vuoi essere accettato da Dio tu devi offrire/fare qualcosa ». Ma adesso l’uomo è libero: « Io non ci casco più. Ho conosciuto chi è Dio e adesso voi non mi fregate più! ».
E, colpo di scena: che fa l’ex-lebbroso? Si mette « a predicare » (kerysso=il kerygma; Mc 1,45). De Andrè cantava: « Dal letame nascono i fiori ». Sì l’amore è capace di questo. Il primo annunciatore in Mc è questo lebbroso: « Io ero fuori. Lui mi ha guarito ma soprattutto mi ha fatto vedere chi è Dio. Dio è libertà, è vita, è gioia, è amore. E io lo dico a tutti, perché tutti possano vivere e respirare ciò che io ho vissuto e respirato ». E l’uomo non fa nient’altro che annunciare ciò che lui ha vissuto.
Se conosci il Dio di Gesù, annunci il Dio di Gesù. Se conosci solo il Dio della Legge, annunci quello. Se conosci il Dio della paura, annunci quello. Se conosci il Dio della schiavitù, annunci quello. Ognuno annuncia il Dio che conosce.
Goldstein era un ebreo sopravissuto ai pogrom in Polonia, ai campi di concentramento nazisti e a dozzine di altre persecuzioni nei confronti degli ebrei. Un giorno novantaduenne disse al Signore: « Oh Signore, non è forse vero che siamo il tuo popolo eletto? ». E Dio gli rispose: « Sì, Goldstein, gli ebrei sono il mio popolo eletto ». « Beh, Signore, non sarebbe ora che di popolo te ne scegliessi un altro? ».
E guardate come finisce il testo: « Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città » (Mc 1,45) ed è costretto a starsene fuori, nei luoghi deserti. Perché? Perché toccando un lebbroso si è reso impuro.
Vedete: il lebbroso è tornato a « vederci », si è liberato dalle regole religiose. Ma quanti, invece, erano così ciechi, così sottomessi alle regole religiose da impedire perfino a Gesù di entrare nelle città!

Cosa dice a me questo vangelo? 1. « Vuoi guarire? Lo vuoi veramente? Sei sicuro? ». Il lebbroso chiede a Gesù: « Se vuoi tu puoi guarirmi ». Come a dire: la guarigione dipende da te. Ma subito dopo averlo guarito Gesù lo riprende: « Perché tu non credevi di non poter guarire? ».
Al cieco di Betzaetà Gesù chiederà: « Vuoi guarire? » (Gv 5,6). Ma come, sono cieco e mi chiedi se voglio guarire? Cioè: « Sei disposto a fare tutto ciò che è necessario per guarire? Sei disposto ad accettare le conseguenze della tua guarigione? ».
Una donna ha sposato un uomo che non amava (era così caratterialmente debole e fragile che l’unico modo per sottrarsi da casa era fare così). C’è rimasta insieme vent’anni e c’ha fatto vari figli: ma dentro è morta. « Vuoi guarire? ». Guarire vuol dire per lei lasciare quell’uomo. Da una parte è credente, ha un matrimonio e dei figli; dall’altra però vorrebbe sentire la vita. Che si fa? Vuoi guarire? Sei disposto ad accettare le conseguenze, le implicanze di ciò che vuole dire guarire?
Un uomo è depresso. I suoi amici gli dicono: « Fatti aiutare; vai in terapia ». Ma lui dice: « Non mi serve a niente! ». Forse! « Vuoi guarire? ». « Io sì che lo voglio », dice Dio, « ma tu? ».
Una madre: « Mia figlia è sempre scontenta ». E’ l’unica figlia che ha: per lei lava, stira, le fa tutto. « Vuoi guarire? ». Il terapeuta le ha detto: « Lasciala andare, se la ami! ». « E io? Chi penserà a me? ». « Vuoi guarire? ». « Sei disposto a fare tutto ciò che c’è da fare? ».
Un uomo ha sviluppato un cancro ai testicoli qualche mese dopo che suo figlio di ventitre anni è morto. Il suo psicologo gli ha detto: « Se lei non piange, se non lei non lo lascia andare (suo figlio), andrà anche lei con suo figlio (morirà)! ». Certo, difficile, difficilissimo, ma la domanda è sempre la stessa: « Vuoi guarire? ». Cioè: « Sei disposto a fare tutto ciò che c’è da fare, ad operare tutti i cambiamenti necessari per poter guarire? ». « Io sì », dice Dio: « E tu? ».
Nel 1964, Norman Cousins si ammalò. Diagnosi: forma grave di artrite che colpisce i tessuti connettivi. Possibilità di sopravvivere 1 su 500, subendo in ogni caso devastazione fisica e progressiva immobilizzazione. Tutti i medici: « Non c’è nulla da fare, si prepari al peggio ». Allora si disse: « Norman vuoi guarire? Sei disposto a tutto? ». « Sì lo voglio. A qualunque prezzo ». Cambiò radicalmente la sua vita (si disse: « Se vivere così mi fa paralizza dovrò fare tutto diversamente!)? iniziò a coltivare emozioni positive (amore, speranza, fiducia in sé, ecc.)? e la terapia del sorriso: ogni giorno dosi di film che lo facevano ridere e soprattutto la fede. Otto giorni dopo il suo medico, incredulo, notò miglioramenti e quattro mesi dopo, inspiegabilmente (per chi non ha fede) era tornato a pieno regime di lavoro. E’ morto nel 1990!

Poi questo vangelo mi dice: « Qualunque lebbra io abbia, Dio mi vuole lo stesso ». Dentro di me c’è il lebbroso, ci sono i sacerdoti (la religione che condanna, giudica e castiga), ma c’è anche per fortuna Gesù.
Una donna anni fa ha abortito: si sente uno schifo (lebbrosa). I sacerdoti le dicono: « Vergognati! Guarda cos’hai fatto? Imperdonabile! ». Se ascolta solo loro vivrà per sempre nel senso di colpa. Ma c’è anche Gesù: « Io ti amo per quello che sei, anche con quello che hai fatto. Vieni a ricevere il mio abbraccio. Ti amo come prima e più di prima. Lascia che il mio amore ti incontri ».
I figli di un uomo, dopo che se ne è andato da casa (si è separato dalla moglie), hanno sofferto molto. Lui si sente lebbroso: « Guarda cos’ho fatto! Guarda come li ho fatti soffrire! ». Se ascolta solo i sacerdoti, le regole, non ha scampo: « Ma come fa un padre a fare così! Non pensi a quanto soffrono e hanno sofferto ». Se ascolta queste voci non potrà più vivere sereno. Ma c’è anche Gesù: « Lo voglio, guarisci. Metti a tacere queste voci. Basta. Io ti amo lo stesso, anche se è successo questo. Non sei meno degno ai miei occhi. Lasciati amare da me ».
Quando mi sento lebbroso, indegno, peccatore, nessuna paura: Dio mi ama lo stesso.
Risveglia l’Amore (Dio) che c’è in te e lascia che ti abbracci così per quello che sei.

In una fredda notte un asceta errante trovò riparo nel tempio. Il sacerdote non voleva farlo entrare, ma il poveraccio se ne stava mezzo congelato lì sulla neve. Allora lo fece entrare nel tempio: « Solo per questa notte! ». Nel cuore della notte il sacerdote sentì uno scoppiettio: scese dal letto e andò a vedere. Rimase costernato: l’asceta aveva bruciato la statua in legno del Buddha per scaldarsi. Il sacerdote andò su tutte le furie: « Ma cos’hai fatto? Quella era la statua del Buddha ». Andò su tutte le furie, ma ormai? Comunque prese l’asceta e lo cacciò fuori al freddo gelido. Andò a letto con una rabbia tremenda: « Guarda te, tu fai il bene e poi ne ottieni questo ». Finché dormiva gli apparve il Buddha. Era molto arrabbiato. « Hai ragione Buddha ad essere arrabbiato per ciò che è successo – disse il sacerdote – non avrei mai pensato che quell’uomo potesse fare questo ». Il Buddha: « Non sono mica arrabbiato per questo; sono arrabbiato perché hai attribuito più valore a un pezzo di legno che a me. Ero io quell’uomo! ».

Pensiero della settimana

Tetsugen (maestro giapponese zen vissuto nel 1600) decise di pubblicare i sutra (breve frasi, aforismi, che esprimono concetti filosofici), che a quel tempo erano disponibili solo in cinese.
I libri dovevano essere stampati con blocchi di legno in un’edizione di settemila copie, un’impresa enorme.
Tetsugen iniziò viaggiando e raccogliendo donazioni per questo scopo. Alcuni pochi simpatizzanti gli diedero un centinaio di pezzi d’oro, ma per la maggior parte ricevette solo piccole monete.
Tetsungen ringraziava ciascun donatore con gratitudine pari. Dopo dieci anni Tetsugen aveva abbastanza soldi per iniziare il suo compito.
Ma a quel tempo il fiume Uji straripò. Ci fu grande carestia e migliaia di persone rimasero senza cibo e senza riparo.
Allora Tetsugen prese i fondi che aveva raccolto per i libri
e li spese per salvare quella povera gente.
Poi ricominciò la sua opera di raccolta. Passarono diversi anni prima che riuscisse a racimolare di nuovo tutto il denaro. Quando questo avvenne, diversi anni dopo, un’epidemia si diffuse in tutto il paese.
Tetsugen diede via ancora una volta tutto quello che aveva raccolto.
Per la terza volta ricominciò il suo lavoro,
e dopo venti anni il suo desiderio fu esaudito.
I blocchi di stampa che hanno prodotto la prima edizione dei sutra si possono vedere oggi nel monastero di Obaku in Kyoto.
I giapponesi dicono ai loro figli che Tetsugen ha fatto tre serie di sutra,
e che i primi due sono invisibili e di gran lunga superiori alla terza.

L’amore è ben più di una regola religiosa.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 10 février, 2012 |Pas de commentaires »

Riscoprire la sapienza ebraica: Levinas

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=115

Riscoprire la sapienza ebraica: Levinas

sintesi della relazione di Piero Stefani

Verbania Pallanza, 15 febbraio 1997

caratteri qualificanti della sapienza ebraica o giudaica

Mentre per "ebraismo" si intende sia la religione biblica che quella rabbinica e quella attuale, con "giudaismo" si intende soprattutto la religione rabbinica elaborata in epoca postbiblica. Si parlerà soprattutto di sapienza giudaica. 
La sapienza giudaica (la sapienza indica una dimensione che ha a che fare con il mondo umano e pratico) è caratterizzata dall'origine e dal termine. L'origine di questa sapienza è collocata nella rivelazione avvenuta sul monte Sinai, mentre il punto di arrivo è la figura del sapiente. Questa affermazione è illustrata molto bene in un famosissimo testo posto all'inizio della Misnà, chiamato Pirqé 'Avot, cioè capitoli dei Padri, che risale al 250 d.C., che descrive una catena di trasmissione della rivelazione, della parola di Dio che si umanizza: "Mosè ricevette la Torà (la Torà può essere intesa nella sua globalità come l'equivalente della totalità della rivelazione, non tanto come Legge) dal Sinai, la trasmise a Giosuè, Giosuè la trasmise agli anziani, gli anziani la trasmisero ai profeti, i profeti la trasmisero agli uomini della grande assemblea. Gli uomini della grande assemblea dicevano tre cose: siate cauti nel giudicare, allevate molti discepoli e fate una siepe attorno alla Torà". 
Sono qui indicate le caratteristiche della sapienza: l'origine, la trasmissione, l'interpretazione, la discussione, la decisione e la messa in pratica. 
Mosè ricevette la rivelazione dal Sinai (non "sul"). Sinai sta per "cieli", cioè Dio (un modo di dire Dio senza nominarlo). 
Mosé ricevette la rivelazione da Dio disceso sul Sinai, da un Dio che rende udibile la propria volontà. L'origine è divina e tutti gli altri anelli della catena sono umani: Mosè, Gosuè, Anziani (cioè i Giudici), Profeti, gli uomini della grande assemblea, cioè i saggi. Anche i profeti sono canali di trasmissione della rivelazione. 
Dopo il punto di partenza unico e globale non ci sono più altre rivelazioni: bisogna solo trasmettere, attuare e applicare quella parola, da parte degli uomini. L'origine divina consente l'umanizzazione della parola, e il termine è il sapiente, che deve interpretare e trasmettere questa parola. Qui sta il significato che il Sinai è oggi. La rivelazione è sempre oggi. 
E vero anche il contrario: quello che dice oggi il sapiente ha lo statuto della rivelazione, era in nuce già nell'origine. È quanto sostiene Lévinas: Se al mondo fossero mancate certe persone certi sensi della Scrittura sarebbero stati per sempre nascosti. 
Questa trasmissione della rivelazione è un processo di umanizzazione, in quanto la parola divina diventa sempre più umana. Sembra un processo di secolarizzazione (niente trascendenza di Dio), impossibile però per il giudaismo, per il quale l'origine divina è sempre presente (il Sinai è oggi). 
La concezione del giudaismo è aprofetica, in quanto non ci sono ulteriori rivelazioni. 
Il punto di arrivo sono gli uomini della grande assemblea, che per il giudaismo sono i prototipi dei rabbini. La grande assemblea, probabilmente mai esistita, era fatta risalire all'epoca di Esdra e Neemia, cioè al periodo successivo al ritorno dall'esilio. Per il giudaismo la rivelazione biblica finisce in quel periodo e tutti i libri che entrano nel canone biblico si finge che siano stati scritti entro quell'epoca. 
Per quanto riguarda i contenuti della rivelazione, nel brano prima letto si fa riferimento alle funzioni proprie dei saggi, i quali facevano i giudici nei tribunali (siate cauti nel giudizio), i maestri nelle scuole (allevate molti discepoli) e determinavano i contenuti dei precetti (fate una siepe attorno alla Torah).
lévinas è un rappresentante della sapienza ebraica?

Lévinas è preoccupato che la voce della bibbia ebraica continui ad essere tuttora ascoltabile. E perché questo avvenga è necessario tradurre in greco la bibbia e dar credito alla tradizionale interpretazione giudaica della bibbia. 
Innanzitutto quindi occorre tradurre in greco la bibbia vale a dire trascrivere la bibbia in categorie filosofiche, in un linguaggio universalizzabile. Ci sono idee che hanno il loro senso originario nel pensiero biblico che devono essere tradotte in un linguaggio universalizzabile, in pensiero. 
Occorre poi prestare attenzione all'esegesi fatta dai rabbini. Lévinas legge le fonti rabbiniche (in particolare il Talmud) in modo filosofico. 
Se una parola ebraica è udibile ancora oggi, lo è perché è passata attraverso l'anello del giudaismo. Solo la tradizione esegetica giudaica tiene aperto un testo, la bibbia, che vive unicamente se interpretato. Lévinas afferma che certi aspetti delle Scritture non si sarebbero mai rivelati se certe persone fossero mancate all'umanità. Noi potremmo dire che se fosse mancato Lévinas sarebbe mancata la possibilità di tradurre in greco certi passi della Scrittura. 
Lévinas non si allontana dall'esegesi biblica sia nell'intendere l'interpretazione del testo non come una semplice riproposizione ma come una sollecitazione perché dal testo emerga ciò che vi è germinalmente, sia nel proporre una umanizzazione del testo, parlando poco di Dio e molto degli uomini. La trascendenza di Dio è un suo ritrarsi per far emergere l'uomo. 
Certo Lévinas non è un rabbino devoto, ma un filosofo.
lévinas e l'etica del non uccidere

Ritiene equivalenti il comando di non uccidere e il comando di amare il prossimo tuo come te stesso. 
La posizione della sapienza rabbinica e quella di Lévinas sono confrontabili, ma con una profonda diversità. 
Afferma Lévinas: "L'Esodo è anche il libro dei dieci comandamenti, tra i quali io considero radicale il non uccidere. Non uccidere non vuol dire affatto non uccidere con un coltello, ma non uccidere in nessuno degli altri modi che esistono per uccidere. Esso significa piuttosto: ama il prossimo tuo". 
Il motivo dell'equivalenza è ritrovato nel modo di rappresentare le tavole della legge nel mondo ebraico. Mentre i cattolici le raffigurano con tre comandamenti sulla prima (i rapporti con Dio) e sette sulla seconda (i rapporti tra gli uomini), gli ebrei con cinque sull'una e cinque sull'altra, mettendo in relazione, seguendo la tradizione, il primo di una tavola, che per gli ebrei è "Io sono il Signore Dio tuo", con il primo della seconda tavola: "Non uccidere". 
Nella tradizione rabbinica si sostiene la corrispondenza in base all'eteronomia del precetto (il precetto non è valido in sé, non si fonda sulla ragione ma in Dio) e in base al teomorfismo (l'uomo è immagine di Dio e pertanto chi uccide l'uomo distrugge l'immagine di Dio). 
Lévinas interpreta il comando dell' ama il prossimo tuo come te stesso come ama il prossimo tuo. È te stesso. Dal punto di vista biblico non c'è alcun appiglio per eliminare il "come". 
La lettura giudaica della bibbia tiene conto di tutte e tre le frasi del versetto: "Non vendicarti e non serbar rancore contro i figli del tuo popolo. Ama (porta amore al) il tuo prossimo: è come te stesso. Io sono il Signore". 
Il verbo amare poi dovrebbe meglio tradursi con portare amore, che indica più che il sentimento l'azione. 
Ora chi è il prossimo? Nel mondo giudaico tradizionale il prossimo è il coebreo, il connazionale, l'appartenente al tuo gruppo. La pariteticità del come te stesso non vale nel caso dell'essere disprezzato e maledetto (l'uomo immagine di Dio). 
Per Buber prossimo è colui che di fatto ti è dato di incontrare e con cui tu instauri un rapporto di effettivo aiuto. 
Per Buber perché sia possibile l'opera di amore del prossimo è necessario prima purificare l'interiorità: solo così ci si può aprire verso il tu. (rapporto io-tu) 
Al contrario per Lévinas il punto di partenza è l'esteriorità. (rapporto tu-io). 
Per Buber il "non uccidere" è una conseguenza dell'amore del prossimo. Se invece il punto di partenza è l'esteriorità, allora il non uccidere diventa il fondamento dell'amore del prossimo. 
È il primato del volto. Chi mi comanda di non uccidere è la debolezza che è fuori, è il debole che può essere ucciso. L'altro, in quanto volto, non è la mia immagine dell'altro (sarebbe sempre un io verso un tu). L'altro è volto nel momento in cui non è riconducibile a me. L'altro, in quanto debolezza, diventa imperativo,mi pone di fronte alla responsabilità che ho nei suoi confronti. 
Il fondamento dell'amore del prossimo non è né Dio, con un suo comando esplicito, né il mio io interiore rivolto verso l'altro, ma l'altro in quanto volto, in quanto uccidibile. È la debolezza dell'altro che comanda la nostra forza. 
Non è Dio che comanda, ma il volto dell'altro. Certamente c'è Dio, ma in quanto non lo si sa. 
Nella tradizione cristiana del giudizio finale in Matteo (qualunque cosa avete fatto a uno di questi l'avete fatto a me) non è un invito a far bene perché la si fa a Gesù, come solitamente si dice. Il giudizio non è sul sapere o sul non sapere, ma sul fare o sul non fare. 
Il non uccidere è assumere la voce imperativa della debolezza, la responsabilità nei confronti dell'altro. 
Per Lévinas c'è un'altra dimensione da tenere in considerazione. 
La relazione con l'altro è insufficiente, perché il tema biblico non riguarda solo l'amore, ma anche la giustizia, e quindi il problema della relazione a tre. Qui il problema cambia, perché la mia responsabilità nei confronti dell'altro non è più infinita, se l'altro diventa oppressore del terzo. 
Pur avendo una visione opposta a quella di Hobbes (nella relazione a due vige l'homo hominis lupus, e per interesse pongo dei limiti alla mia libertà con un'autorità che faccia rispettare le regole che limitano le libertà di ciascuno) anche Lévinas giunge alla conclusione della necessità del limitare non la libertà, ma la responsabilità di ciascuno. Nella collettività non posso fare tutto quello che l'altro mi chiede, perché devo tener conto del terzo. A questo livello non è sempre illegittimo l'uso della violenza. Lo stesso comando del "non uccidere" può diventare nel rapporto a tre un comando che mi chiede di uccidere, se l'altro fa violenza e uccide il terzo. Il terzo diventa l'elemento più debole. 
Questa frase lo dice in modo egregio, mirabile: 
"Il vero problema per noi occidentali non consiste tanto nel rifiutare la violenza sempre e comunque in ogni situazione, quanto nell'interrogarci su una lotta contro la violenza che senza languire nella non resistenza al male possa evitare l'istituzione della violenza a partire da questa stessa lotta". Cioè l'esercizio della giustizia deve diventare fondazione di una ingiustizia permanente, della legittimazione della violenza. 
Questo è un pensiero non violento, che legittima anche una resistenza violenta, in certe situazioni.
Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO - STUDI |on 10 février, 2012 |Pas de commentaires »

Christ and the Canaanite Woman, Germain-Jean Drouais c.1784

Christ and the Canaanite Woman, Germain-Jean Drouais c.1784 dans immagini sacre CanaaniteWomanTouch

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Publié dans:immagini sacre |on 9 février, 2012 |Pas de commentaires »

SBF Taccuino – Paolo era un giudeo? Tra pregiudizi e revisionismo

http://www.custodiaterrasanta.com/SBF-Taccuino-Paolo-era-un-giudeo.html

SBF Taccuino – Paolo era un giudeo? Tra pregiudizi e revisionismo

Messo on line il venerdì 26/02/2010

Una nuova generazione di studiosi sostiene che Paolo, considerato per molto tempo il progenitore dell’anti-semitismo, non lasciò mai la sua religione.
Agli ebrei non piace l’apostolo Paolo. Essi possono accettare Gesù; questi era un rabbi magnanimo le cui parole furono fraintese per fargli dire cose che non intendeva dire. Il travisatore fu Paolo, e non può essere perdonato. Come un convertito zelante che ha messo in relazione la Torah con la morte, Paolo è considerato il padre dell’anti-giudaismo (la critica teologica del giudaismo come religione), l’antenato dell’anti-semitismo (l’odio contro il popolo ebreo), e l’inventore della teologia della croce (una scusa per molti massacri di ebrei). Perfino Friedrich Nietzsche, che non era amico degli ebrei, disse che Paolo falsificò la storia di Israele in modo che apparisse come un prologo della sua (di Paolo) missione, definendolo “il genio dell’odio, dal punto di vista dell’odio, e dell’inflessibile logica dell’odio”.
Sembra che oggi si possa parlare di Paolo come giudeo. Proprio come gli storici che, studiando Gesù, ne hanno scoperto una versione più ebraica nel corso degli ultimi cinquant’anni, provando a immaginarlo come un individuo nel suo proprio spazio e tempo (la Palestina del primo secolo in preda alla febbre apocalittica), così una nuova generazione di revisionisti paolini ha scoperto un Paolo più ebreo, un prodotto dello stesso spazio e tempo. Paolo Non Era Un Cristiano è il titolo di un libro pubblicato lo scorso autunno; ciò che egli era – e mai smise di essere – secondo la studiosa Pamela Eisenbaum e i revisionisti del Nuovo Testamento, era un giudeo rispettoso della legge. Egli non si convertì mai al cristianesimo, perchè non esisteva tale religione a quel tempo. (Paolo ci arrivò in breve dopo la morte di Gesù). Ciò che Paolo fece fu mutare il suo legame da una confessione ebraica a un’altra, dal farisaismo al gesuismo (Vietato parlare di cristianesimo).
Paolo non annullò la legge ebraica, come più tardi Lutero avrebbe sostenuto, non mise la grazia al di sopra delle opere o la giustificazione attraverso la fede al di sopra della giustificazione attraverso la legge. Anche se Paolo fece queste cose, non intendeva comunque farle per il mondo intero. Egli attaccò la legge ebraica solo nel contesto di un dibattito molto ristretto che imperversava nei primi decenni in cui era attivo il movimento di Gesù. Alcuni attivisti ebrei del movimento di Gesù riferirono che i loro accoliti pagani dovettero convertirsi al giudaismo prima di potersi unire al movimento. Paolo non fu d’accordo per niente. Egli sostenne che questi pagani dovevano seguire solo l’equivalente prerabbinico delle leggi noadiche – i sette editti contro idolatria, adulterio, ecc. che tutti i non ebrei ci si aspettasse seguissero. Dopo aver ascoltato la chiamata di Gesù – il primo e ancora il più grande revisionista, Krister Stendahl, afferma che Paolo visse una chiamata, nel modo di un pastore protestante, non ebbe una conversione – Paolo l’accolse per vagare (to roam) in Asia Minore e predicare il Vangelo ai pagani. Egli era talmente contrario al fatto che i pagani diventassero ebrei della Torah, che consacrò le sue Lettere contro quelli che volevano proprio questo. Costoro, se ne può dedurre, lo seguirono di città in città, raccontando a membri della sua comunità che sbagliava riguardo al giudaismo, cosa che naturalmente lo adirava (non erano gli altri ad essere adirati con lui, ndr.).
Se tutto ciò è vero, ne segue che quando Paolo condanna gli ebrei, sta lanciando la sua invettiva ai suoi intriganti compagni missionari di Cristo ebrei, non agli ebrei, un popolo che respinge duramente (italic nel testo). Quando egli dice che il giudaismo è stato sostituito, egli intende il giudaismo come stile di vita cui i pagani aspiravano (? ndr.), non il giudaismo praticato dagli ebrei. (Negli Atti gli ebrei perseguitano Paolo per la predicazione del Vangelo. Gli Atti non sono considerati una fonte per Paolo (una novità per l’adattatore ndr.), dal momento che l’autore che probabilmente li scrisse, Luca, visse quasi mezzo secolo dopo di lui, da quel momento il movimento di Gesù stava sopprimendo con impegno le sue radici ebraiche).
Se Paolo pensava di essere un giudeo, perchè combattè la conversione dei pagani?
Fu proprio il fatto di non volere che greci e romani adottassero lo stile di vita ebraico a rendere più difficile la sua evangelizzazione, tuttavia lo fece.
Far si che greci e romani adottassero l’impegnativo stile di vita ebraico rese più difficile la sua evangelizzazione, ma lo fece.
Il fatto era che Paolo aveva una sola teoria riguardo a Gesù e sui pagani. Se si fosse chiesto al revisionista Paolo cosa pensasse, avrebbe risposto: Quando viene il Giudizio (e Paolo pensava che fosse alle porte), Dio redimerà ancora gli ebrei che hanno obbedito ai suoi comandamenti. Cosa Gesù ha cambiato nel piano di Dio è per i non ebrei. Essi non saranno più esclusi dal Regno per essere giudicati della loro sregolatezza e idolatria e così via. Dio ha mandato loro Gesù che è morto per i loro (non di tutti! ndr.) peccati e adesso anche loro possono essere salvati, nella misura in cui lo accettano e vivono una vita cristiana giusta e onesta.
Si ritiene che Paolo sia il genio che superò il particolarismo ebraico e ideò un universalismo religioso, ma il “nuovo” Paolo non fece questo. Egli non credeva che il Dio ebreo (Jewish God) smise di essere ebreo (Jewish). Non pensò che Gesù sostituì l’impegno di Dio con il suo popolo prescelto. Ciò che Gesù fece principalmente fu morire per il goyim (pagani). Eisenbaum ha scritto che ciò che la Torah fa per gli ebrei, Gesù lo fa per i pagani.
Paolo deve essersi considerato giudeo. Dà un’immagine distorta pensare che Paolo si converta da ebreo con una approfondita cultura greco-romana in un cristiano anti-ebreo, che inveisce contro la legge ebraica alla pari di qualcuno che la incontra per la prima volta. Bisogna considerarlo ancora coinvolto nell’antisemitismo? Fu un giudeo, il cui messaggio è stato forse travisato dagli autori del Vangelo e dai primi padri della chiesa, o fu un demagogo che si lasciò andare a insulti che potevano essere travisati?
Questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Paolo fu uno scrittore difficile e un pensatore non sistematico, che buttò giù lettere in risposta alle crisi nelle sue comunità piuttosto che esporre le sue idee in una forma ordinata. Dipende molto dal tono, se si è visti come critici benevoli o freddi, e perfino i migliori esperti, studiosi del primo secolo greco, non sono d’accordo nel definire il tono di Paolo.
Una possibilità inaspettata per gli ebrei e con cui dovranno misurarsi è che quello di Paolo può essere stato un Vangelo ebraico. Ciò suggerisce, alla fine, che forse è proprio dell’ebreo predicare ai non ebrei. Lo studioso ebreo Michael Wyschogrod, in un saggio su cosa Paolo significa per gli ebrei, sostiene che da Paolo si apprende che Israle ha la responsabilità di rendere possibile ai pagani di obbedire al suo Dio e di vivere in armonia con lui.
Quando Paolo scrive nella Lettera ai Romani: “… io non avrei conosciuto il peccato, se non per mezzo della legge; perché io non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire”, egli comprendeva che quanto è proibito resta acutamente vivo e riprende vita proprio quando non può essere ottenuto. Sarebbe passato un millennio prima che i rabbini si lasciassero andare a una rivelazione in prima persona come questa.
Secondo i revisionisti questo Paolo tormentato non è mai esistito. Se esistette, non fu che un’utile finzione per persone come Agostino, che avevano bisogno di qualcuno per giustificare la loro propria conversione e la guerra contro il peccato. Se Paolo non rinnegò la Legge, allora non avrebbe potuto parlare delle sue proprie difficoltà nei suoi confronti. In nessun altro scritto fuorchè nella Letterea ai Romani Paolo definisce se stesso un giudeo mancato. Difatti ci sono passi in cui egli si vanta della sua eccellenza come fariseo.
Quindi perchè parla in prima persona? I revisionisti sostengono che usa una figura della retorica greca chiamata prosopopea, che sarebbe stata familiare ai suoi contemporanei ma non intesa dai lettori non educati ai modi del discorso ellenici. Egli finge di non pretendere che la sua argomentazione possa essere persuasiva. Paolo immagina che quanto scrive stia nella testa di un pagano che, per la prima volta, prova ad osservare la Legge, e scopre grazie ad essa di essere un peccatore inguaribile.
I revisionisti possono aver ragione quando affermano che Paolo deve aver recitato una parte, ma non è escluso che l’apostolo volesse intendere proprio quello che scrisse. Se Paolo fu un attore o un convertito che ripudiava il suo passato di giudeo, le sue parole hanno il peso di verità strappate a un corpo ostinato: “ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra”. Cristiano o giudeo, Paolo capì che ciò che Dio ha richiesto al suo popolo era estremamente difficile, e in qualche modo impossibile da conseguire. Parlare di Paolo come giudeo può anche significare di ammettere che tale ambivalenza è parte dell’esperienza giudea.
Adattamento: R.P.

LEGGE DELL’AMORE E LIBERTÀ CRISTIANA

http://oratoriotirano.wordpress.com/ritagli-dello-spirito/

LEGGE DELL’AMORE E LIBERTÀ CRISTIANA

S. LYONNET

Se la morale di Paolo si compendia nell’ amore, ne viene che non può trattarsi se non di una morale di libertà: quando infatti conosce la costrizione, lo amore cessa di esser tale. Si può dire che Paolo ha lottato per la « libertà cristiana » per tutta la durata della sua vita apostolica, avendo la Provvidenza fin dal principio permesso che egli incontrasse sulla sua strada, dall’inizio alla fine, quei « falsi fratelli », dei quali parla nella lettera ai Galati, « intrufolatisi per spiare la libertà che abbiamo nel Cristo Gesù, per ridurci schiavi » (Gal 2,4) 1. Si tratta pertanto di una dottrina che l’Apostolo ha particolarmente cara; ma proprio per questo è tanto più importante comprenderla bene. Ecco alcune formule, scelte tra molte, che ci aiuteranno a precisare il suo pensiero (2).

Se lo Spirito vi anima, voi non siete più sotto la legge (Gal. 5,18).
Il peccato non avrà più dominio su voi, perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia (Rom. 6,14).

Dove è lo Spirito del Signore, ivi è la libertà (2 Cor. 3,17).

Quando dichiara che i cristiani non sono sotto la legge, Paolo certamente non intende dire loro semplicemente che essi non sono più tenuti a osservare i riti e le cerimonie imposte dalla legge mosaica; se pensa al codice mosaico, lo fa non in quanto questo è mosaico, ma in quanto realizza il concetto stesso di legge. Grave inganno sarebbe, infatti, immaginarsi che per Paolo Cristo si sia contentato di sostituire la legge antica, caduta in disuso, con un’altra legge indubbiamente più perfetta, ma di natura identica. È vero che una volta egli parla di « legge del Cristo » (Gal 2,6); ma ordinariamente quel che Paolo oppone alla legge antica non è un’altra legge, bensì la grazia. In altre parole, non è una norma oggettiva, esterna, di bene e di male, bensì un principio interiore di attività, un « dinamismo », la vita stessa di Dio in noi: « Voi non siete sotto la legge, ma sotto la grazia » (Rm 6,14).
Infatti ogni legge, qualunque essa sia, si presenta all’uomo come una regola di condotta posta al di fuori di lui stesso. Espressione qual è della volontà divina, specie quando si tratta di legge rivelata, essa non può essere che buona, santa, anzi « spirituale » (Rm 7,14). In questo senso, come dice San Tommaso nel commento a Rm 8,2, la legge antica era un « dono dello Spirito Santo »; ma, continua il Dottore Angelico, la « legge nuova » è « legge dello Spirito » (Rm 8,2) nel senso che è « compiuta in noi dallo Spirito Santo »: essa è anzitutto un dinamismo interiore che, secondo un’altra formula di San Tommaso, « opera in noi l’amore, che è la pienezza della legge » (3). Proprio per questo il cristianesimo non è innanzitutto una filosofia, né un sistema di pensiero, e nemmeno un sistema sociale: esso è una vita. Non si esprime in un codice di leggi, per quanto sublimi esse siano, ma in una Persona. A dispetto dell’etimologia, il « discepolo » (dal latino discere) non è colui che « impara » un catechismo, approfondisce una dottrina, registra fedelmente nella memoria il maggior numero possibile di sentenze impeccabilmente ritenute – un po’ come Paolo aveva fatto un tempo ai piedi di Gamaliele (Atti 22,3). No: il discepolo è principalmente colui che entra in contatto intimo con Cristo, lo « segue », e non lo fa limitandosi ad accompagnarlo nel corso dei suoi viaggi per raccogliere con cura fin la più piccola parola caduta dalle labbra di lui, ma ne condivide la vita, sale con lui al Calvario per morire e risorgere insieme con lui (4). Cristiano per San Paolo è colui nel quale vive Cristo (Gal 2,20), colui che è animato dallo Spirito Santo che, essendo lo Spirito del Figlio, gli dà la fligliazione e gli permette di rivolgersi a Dio con lo stesso appellativo di abbà di cui si serviva « il Figlio » (5). Ben più che una guida o un maestro che lo diriga o lo istruisca dall’esterno, lo Spirito Santo è un principio d’azione interiore, che « opera in lui l’amore », gli fa il dono di amare. Così « animato dallo Spirito, agendo in virtù di questo principio interiore, il cristiano è libero, indipendente da qualsiasi costrizione puramente esterna, senza peraltro divenire lo zimbello del suo proprio capriccio. San Paolo lo spiega con tutta la chiarezza desiderabile in una pagina della lettera ai Galati, che riassumo.

Lasciatevi condurre dallo Spirito e non correte rischio di soddisfare la concupiscenza carnale. Ché tra lo Spirito e la carne vi è antagonismo: se seguite l’uno non potrete che apporvi all’altra. Ma se lo Spirito vi anima, non avete più legge di sorta che vi costringa dall’esterno. Ognuno che è animato dallo Spirito sa perfettamente ciò che produce la carne, e ne ha orrore, se è animato dallo Spirito: fornicazione, impudicizia, libertinaggio, idolatria, magia, odi, discordie, gelosie, ecc. Se commetteste simili colpe, sarebbe quella una prova certa che lo Spirito non vi anima – e in tal caso non fate conto di avere parte al regno di Dio. Ma, dal momento che lo Spirito vi anima, non può essere che voi non produciate il suo frutto, giacché esso è unico: l’amore, con tutto il suo corteggio di virtù, che sono altrettante espressioni dell’ amore: gioia, pace, longanimità, disposizione a servire, bontà, confidenza negli altri, dolcezza, padronanza di sé (cfr. Gal 5,16-23) (6).

Il cristiano, pur senza essere costretto dalla legge, ne compie la « giustizia »; meglio ancora, secondo la formula scelta da San Paolo, questa giustizia « è compiuta » in lui dallo Spirito (Rm 8,4).

Certo, la legge è buona, a patto che se ne faccia uso come di una legge, sapendo bene che essa non è stata istituita per il giusto, ma per gli insubordinati e i ribelli, gli empi e i peccatori, ecc. (1 Tm 1 ,8-9).

Questa affermazione a prima vista non manca di sorprendere. E tuttavia non vi è principio più esatto. Se noi fossimo tutti dei « giusti », fossimo cioè « animati dallo Spirito », non ci sarebbe punto bisogno che fossimo costretti da leggi. Fintantoché i cristiani si accostarono con frequenza alla comunione, la Chiesa non ebbe mai l’idea di far loro obbligo di comunicarsi una volta all’anno. Ma, col diminuire del fervore, essa promulgò il precetto della comunione pasquale, e questo per rammentar loro che non è possibile possedere la vita divina senza nutrirsi della carne e del sangue di Cristo. Al precetto tutti sono tenuti, ma in realtà esso non ha in vista il cristiano fervente, il quale continua a comunicarsi anche durante il tempo pasquale non già per obbedire al quarto precetto della Chiesa, ma per quell’esigenza interiore che lungo tutto l’arco dell’anno lo spinge a comunicarsi ogni domenica o anche quotidianamente. Non che egli non sia tenuto da questo precetto, ma sta di fatto che, finché proverà questa esigenza interiore, compirà il comando (e lo farà con sovrabbondanza) senza nemmeno pensarvi.
Questo è quanto San Tommaso, spiegando proprio la parola di San Paolo: « Dove è lo Spirito del Signore, ivi è la libertà » (2 Cor 3,17), dice con termini che non mancano di audacia: « L’uomo libero appartiene al suo padrone. Così chiunque agisce da sé è colui che appartiene a se stesso, agisce liberamente; lo schiavo, invece, è colui che riceve da un altro il proprio movimento e quindi non agisce liberamente. Pertanto colui che evita il male, non perché è male, ma a motivo di un precetto del Signore – vale a dire per la sola ragione ché è proibito – costui non è libero. Chi invece evita il male perché è un male, questo sì che è libero. Ora proprio questo è quanto opera lo Spirito Santo, il quale perfeziona interiormente il nostro spirito comunicandogli un dinamismo nuovo (la grazia), per modo che egli si astiene dal male per amore, come se glielo comandasse la legge divina. E così egli è libero non in quanto non è sottomesso alla legge divina, ma perché il suo dinamismo interiore lo porta a fare ciò che la legge divina prescrive ».
Quando invece in questo cristiano l’esigenza interiore non si facesse più sentire, ci sarebbe la legge per costringerlo. Ora precisamente, il « peccatore »è per definizione colui che non è più animato dallo Spirito Santo. La legge pertanto è necessaria e avrà per lui la stessa funzione che la legge mosaica aveva per il giudeo. « Pedagogo per condurlo a Cristo » (Gal 3,24), essa non solo sarà in qualche modo il surrogato della luce che non gli viene dallo Spirito Santo, ma soprattutto gli permetterà di rendersi conto del suo stato di peccatore (Rm 3,20), condizione prima perché possa trovare la guarigione. Se il cristiano ha perduto la vita di Dio, la ragione sta in questo, che s’è compiaciuto di se stesso, come Adamo nel paradiso sotto l’istigazione del serpente: si è creduto giusto per le sue forze (7); si è fatto in qualche modo eguale a Dio: « Sarete come Dio » (Gen 3,4). Questo è per San Paolo il « peccato » per eccellenza; è qualcosa di molto più radicale e profondo della semplice violazione di un precetto: è una potenza malefica che vorrebbe passare per amica dell’uomo ma, incitandolo a violare il precetto di Dio, si smaschera rivelandosi come una potenza di morte che oppone l’uomo al suo Creatore e lo separa da lui (8). Indubbiamente così facendo essa espone il peccatore alla « collera » di Dio (Rm 4,15), ma lo forza pure a ricorrere alla sua misericordia, la sola da cui gli può venir la salvezza (9). Se è vero che la legge è istituita per i « peccatori », non è detto tuttavia che non presenti qualche utilità anche per i giusti. Il cristiano infatti, per quanto « animato dallo Spirito Santo », finché abita quaggiù, cioè in un certo senso « nella carne » (Gal 2,20), non è mai a tal punto libero dal dominio del peccato, che non possa ricadervi ad ogni istante. In questa condizione instabile la legge scritta, esterna, norma oggettiva di condotta morale, sarà d’aiuto alla sua coscienza, tanto facilmente oscurata dalle passioni, a discernere senza possibilità di equivoco le « opere della carne » dal « frutto dello Spirito » (Gal 5, 19. 22). Ecco perché San Paolo non ha creduto inopportuno richiamare ai suoi destinatari i peccati da evitare e le virtù da praticare (10). Questo è pure il motivo per il quale la legge nuova, che si rivolge a cristiani tuttora in marcia verso il cielo e non ancora giunti al termine, conterrà un codice di leggi da osservare. Ma – e San Tommaso lo ripete insistentemente – si tratta di un elemento « secondario »; il « principale » è la grazia, dinamismo interiore che consiste nella « fede che opera mediante la carità » (11). La Legge è un elemento secondario necessariamente ordinato all’elemento principale; unico fine della legge scritta sarà di assicurare in noi il regno di questa mozione interiore dello Spirito, di permetterei di non confonderla con l’inclinazione della nostra natura ferita dal peccato e di agire sempre in conformità con essa. La legge si ridurrà dunque, in definitiva, all’unico precetto dell’ amore (12).
Un cristiano, perciò, non può accontentarsi di un’osservanza vuota d’amore. Per lui non si tratta mai di eseguire un ordine, come « per mettere in pace la coscienza », ma ben piuttosto di esprimere il proprio amore eseguendo questo ordine, meglio ancora, prevedendolo. Egli si sforzerà dunque sempre di penetrare il senso stesso delle leggi alle quali d(‘ve obbedire, vale a dire di percepire come esse non facciano altro che applicare il precetto stesso dell’ amore alle diverse circostanze nelle quali l’uomo si trova.

Fratelli miei, noi abbiamo ricevuto una vocazione alla libertà; solo facciamo attenzione che questa libertà non si muti in pretesto per la carne; mettetevi invece per la carità al servizio gli uni degli altri (Gal 5,13 ).

In questo modo Paolo risolve l’opposizione tra libertà e legge. La libertà cristiana è ben lungi dall’ essere un appello alla facilità; che anzi essa è la più esigente delle vocazioni, essendo un appello all’amore. Ora, nulla è più esigente dell’amore. L’Apostolo ricorre difatti a un termine fortissimo, il più forte che esista: « Fatevi schiavi gli uni degli altri ». Schiavi! e i suoi destinatari sapevano per esperienza che cosa significasse la schiavitù. Infatti – continua egli – un solo precetto contiene tutta la legge nella sua pienezza: amerai il prossimo tuo come te stesso » (Gal 5,14).
La vita cristiana è dunque una schiavitù? Si. Ma una schiavitù d’amore. Di conseguenza, essa è la suprema libertà (13) .
—————————–

[1]. Questi falsi fratelli sono, più delle altre tribolazioni dell’Apostolo, il « pungolo nella carne » di cui parla la seconda lettera ai Corinti (12,7). Vedi sopra pp. 20 s.
[2]. Per un’esposizione più ampia v. Libertà Cristiana e nuova legge, Ed. Nuova Favilla, Milano.
[3]. Nel commento a 2 Cor. 3,6.
[4]. Così Mt. 16,24-28; Mc. 8,34-38; Lc. 9,23-27. Si noti come la dichiarazione di Gesù venga subito dopo il primo annuncio della passione.
[5]. Cfr. Gal. 4,6 e Rom. 8,15. Vedi sopra pp. 35 ss.
[6]. Cfr. 1 Cor. 13,4-7 e sopra cap. IV.
[7]. Cfr. Rom. 10,3; Fil. 3,9. 62
[8]. Vedi Rom. 7,7-13; 8,7-8.
[9]. Rom. 3,19-20; 11, 32; Gal. 3,22.
[10]. Per es. 1 Cor. 5,10-11; 6,9-10; Col. 3,5-8 ecc.
[11]. Vedi in particolare Summa Theologica I II qu.106, art. 1 e 2; qu. 108, art. 1 e 2.
[12]. Gal.5, 14; Rom. 13, 8-10.
[13]. Le parole della Costituzione Lumen gentium del Vaticano II si presentano spontaneamente allo spirito: « Questo popolo messianico… ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati » (cap. II, n. 9) [NdT].

Tratto da:
« Dieci meditazioni su San Paolo »
PAIDEIA EDITRICE BRESCIA

Titolo originale dell’opera: lnitiatian à la Dactrine Spirituelle de Saint Paul
Dix méditations sur le texte des Epitres
Traduzione italiana di Felice Montagnini – 1° edizione: dicembre 1965

Weeping Over Jerusalem–Tissot

Weeping Over Jerusalem--Tissot  dans immagini sacre 00-159-182_ps2

http://www.briarcroft.com/lentenmeditations.html
Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2012 |Pas de commentaires »
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