Archive pour février, 2012

Statua di San Pietro benedicente, nella Basilica di San Pietro

Statua di San Pietro benedicente, nella Basilica di San Pietro dans immagini sacre 604-arnolfo

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PURIM – IL CARNEVALE EBRAICO

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PURIM – IL CARNEVALE EBRAICO

Giovedì 05 Marzo 2009

Purìm significa « sorti » ed è la festività più allegra del calendario Ebraico, che inizia il 14 di Adar (marzo-aprile) e termina il giorno seguente.
Si tratta di una festa non-Biblica, istituita dai Rabbini in epoca tarda, e infatti gli avvenimenti che questa celebrazione ricorda sono accaduti molto dopo la rivelazione della Torah sul monte Sinai.
A Purìm ci si rallegra per la salvezza degli Ebrei che scamparono al perfido Haman, il quale voleva sterminarli, e si loda il Signore che ha sempre protetto il popolo d’Israele permettendogli di sopravvivere a tutte le terribili persecuzioni della storia.
La storia di Purìm ci insegna che a volte Dio non agisce in modo miracoloso ed evidente; ma anche quando la sua presenza sembra essere nascosta, Egli è sempre onnipotente e onnipresente e non dimentica di redimere il Suo popolo.

Origine Biblica (da Wikipedia):
Durante la festività, il giorno dopo il digiuno, viene letto l’intero Libro di Ester (in ebraico meghillàt Estèr, lett.:Rotolo di Ester), uno dei libri storici che compongono i Ketuvim.
Il racconto inizia con Mardocheo che salva re Assuero da un complotto di corte. Il Re lo eleva al rango di funzionario scatenando le invidie di Amàn, il potente consigliere del Re.
Re Assuero, diede una serie di banchetti in onore dei dignitari dei regni mediorentiali e, di fronte al rifiuto della regina Vasti, sua moglie, a presenziare ad uno dei banchetti, decise di prendere una nuova moglie a cui conferire il rango di Regina per non rimanere umiliato di fronte al mondo.
Mordechai, allora, portò alla corte del Re anche sua cugina Ester, orfana, che incontrò le grazie del Re. Ester divenne la regina. Nuovamente Mordechai venne a conoscenza di un complotto contro il Re e lo fece avvertire da Ester. Ester ne guadagnò il rispetto.
In quegli stessi giorni Amàn, venne elevato al massimo rango e da quel giorno tutti dovevano inginocchiarsi e prostrarsi in sua presenza. Unico a non prostrarsi rimase Mordechai poiché, in quanto Ebreo, rispettava il precetto di non prostrarsi se non di fronte al proprio Dio. Amàn avvampò d’ira e, saputa l’origine di Mordechai, piuttosto che rivalersi su di lui, decise di sterminare l’intero popolo ebraico.
Amàn così parlò al Re:
  « Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il re lo tolleri. Se così piace al re, si ordini che esso sia distrutto; io farò passare diecimila talenti d’argento in mano agli amministratori del re, perché siano versati nel tesoro reale. Allora il re si tolse l’anello di mano e lo diede ad Amàn, l’Agaghita, figlio di Hammedàta e nemico degli Ebrei. Il re disse ad Amàn: «Il denaro sia per te: al popolo fa’ pure quello che ti sembra bene» »   (Ester 3,8-11)   
L’editto emanato dal Re, secondo il consiglio di Amàn, venne diramato in tutto il regno gettando nello sconforto e nella disperazione l’intero popolo ebraico.
Mordechai chiese alla cugina Ester di voler andare dal Re a chiedere grazia per il suo popolo, ma lei gli rispose che nessuno, se non chiamato, poteva recarsi dal Re, pena la morte. Mordechai fece dire ad Ester:
  « Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti gli ebrei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per gli ebrei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa? »   (Ester 4,13-15)   
Ester, convinta delle ragioni di suo cugino Mordechai, gli mandò a dire:
  « Và, raduna tutti gli ebrei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò! »   (Ester 4,17)   
Per i tre giorni seguenti Ester, Mordechai e tutto il popolo ebraico osservarono il digiuno ed implorarono la clemenza del Signore verso il proprio popolo.
Ester si recò dal Re al termine del digiuno e, lo pregò di voler offrire un banchetto e di invitare anche il perfido Amàn. La notte il Re non riuscì a prendere sonno e chiede che gli venisse letto il libro delle cronache nel quale era registrato il servigio che Mordechai aveva reso la Re. Subito dopo la lettura del passo relativo, Amàn si presentò al Re per chiedere che Mordechai venisse impiccato. Ma il Re chiese ad Amàn cosa si dovesse fare per onorare un uomo. Amàn rispose pensando che il Re volesse onorare lui stesso. Al termine della risposta il Re ordinò ad Amàn di fare quanto appena detto in onore di Mordechai.
Amàn divenne una furia, fece come comandato e tornò alla propria casa. Non appena arrivato giunsero gli eunuchi del Re che lo accompagnarono al banchetto. Durante il bachetto la Regina Ester chiese:
  « Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, o re, e se così piace al re, la mia richiesta è che mi sia concessa la vita e il mio desiderio è che sia risparmiato il mio popolo. Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Ora, se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, avrei taciuto; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte »   (Ester 7,3-4)   
Il Re di rimando le chiese:
  « Chi è e dov’è colui che ha pensato di fare una cosa simile? »   (Ester 7,5)   
Ed Ester:
  « L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Amàn »   (Ester 7,6)   
Amàn venne impiccato a quello stesso palo che aveva fatto preparare per Mordechai e quest’ultimo ne prese il posto come consigliere del Re.

Come festeggiare:
Il giorno precedente a Purìm (13 Adar), si osserva il digiuno di Ester che dura dall’alba al tramonto. Se questa data cade di Shabbat, il digiuno viene anticipato al giorno precedente.
Vi sono poi quattro importanti mitzvot da osservare prima del tramonto:
Leggere la meghillah di Ester; quando viene menzionato il nome di Haman gli Ebrei fanno molto rumore per cancellare il suo ricordo.
Donare cibo; viene infatti donato del cibo già pronto da mangiare ad almeno una persona.
Fare dei doni ai poveri; cioè dare delle monete ad almeno due persone bisognose.
Consumare il pasto festivo; bisogna consumare almeno un pasto durante la festività.
Durante lo Shabbat precedente a Purìm viene letto il brano di Deuteronomio 25;17-19 (in aggiunta alla parashà della settimana) in cui si parla dell’assalto della tribù di Amalek che attaccò gli Ebrei senza motivo durante l’esodo dall’Egitto.
Non a caso, Haman era proprio un discendente di Amalek.
Poichè a Purìm i bambini Ebrei usano mascherarsi, questa festa viene chiamata anche « Carnevale Ebraico ».
Secondo la tradizione, la festività di Purìm, come anche quella di Channukkah, verrà festeggiata anche dopo la venuta del Messia.

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Papa Paolo VI : Nella festa della cattedra di San Pietro (22 febbraio 1967)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1967/documents/hf_p-vi_aud_19670222_it.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 febbraio 1967

Nella festa della cattedra di San Pietro

Questa udienza generale trova oggi, 22 febbraio, la Basilica di S. Pietro in festa per la celebrazione d’una sua particolare solennità: quella della «Cattedra di San Pietro». Dubiterà qualcuno che si tratti d’una festa di recente istituzione, dovuta allo sviluppo della dottrina circa il Pontificato romano, nel secolo scorso. No, si tratta di un’antichissima festa, che risale al terzo secolo (cf. Lexicon für Th. und K. 6, 66), e che si distingue dalla festa per la memoria anniversaria del martirio dell’Apostolo (29 giugno). Già nel quarto secolo la festa odierna è indicata come «Natale Petri de cathedra» (cf. Radò, Ench. Lit, II, 1375). Fino a pochi anni fa il nostro calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio, riferita alla sede di Roma, l’altra il 22 febbraio, riferita alla sede di Antiochia; ma si è visto che questa geminazione non aveva fondamento né storico, né liturgico.
A che cosa si riferisce questo culto? Il primo pensiero corre alla Cattedra materiale, cioè alle reliquie del seggio sul quale l’Apostolo si sarebbe seduto per presiedere all’assemblea dei Fedeli, perché sempre in tutte le comunità cristiane il seggio episcopale era tenuto in grande onore. Si chiama ancor oggi cattedrale la chiesa dove il Vescovo risiede e governa. Ma la questione circa l’autenticità materiale di tali reliquie riguarda piuttosto l’archeologia, che la liturgia; sappiamo che tale questione ha una lunga storia di difficile ricostruzione, e che il grandioso e celebre monumento di bronzo, eretto per ordine di Papa Urbano VIII, ad opera del Bernini, nell’abside di questa Basilica, si chiama «l’altare della Cattedra», il quale, a prescindere dai cimeli archeologici ivi contenuti, vuole onorare principalmente il loro significato: vuole cioè riferirsi a ciò che dalla Cattedra è simboleggiato, la potestà pastorale e magistrale di colui che occupò la Cattedra stessa, considerata piuttosto nella sua origine costitutiva e nella sua tradizione ecclesiastica, che non nella sua entità materiale (cf. Cabrol, in DACL, III, 88: la festa «ricordava l’episcopato di S. Pietro a Roma, piuttosto che la venerazione d’una Cattedra materiale dell’Apostolo»). «Quello che conta e che commuove e la glorificazione di questa « Cattedra », la quale, fra tanto susseguirsi e variare di sistemi, di teorie, di ipotesi, che si contraddicono e cadono l’unta dopo l’altra, è l’unica che, invitta, faccia certa, da duemila anni, la grande famiglia dei cattolici; che anche su questa terra è dato agli uomini di conoscere talune immutabili verità supreme: le vere e sole che appaghino l’angoscioso spirito dell’uomo» (cf. Galassi Paluzzi, S. Pietro in Vat., II, 65).
Dunque: onoreremo nella Cattedra di San Pietro l’autorità che Cristo conferì all’Apostolo, e che nella Cattedra trovo il suo simbolo, il suo concetto popolare e la sua espressione ecclesiale. Come non ricordare che, fin dalla metà del terzo secolo, il grande vescovo e martire africano, San Cipriano, adopera questo termine per indicare la potestà della Chiesa Romana, in virtù della Cattedra di Pietro, donde scaturisce, egli dice, l’unità della gerarchia? (cf. Ep. 59, 16: Bayard, Correspondance, II, 184). E quanto alla festa della Cattedra basti citare una delle frasi dei tre discorsi attribuiti a S. Agostino e ad essa relativi: «L’istituzione della odierna solennità ha preso il nome di Cattedra dai nostri predecessori per il fatto che si dice avere il primo apostolo Pietro occupato la sua Cattedra episcopale. Giustamente dunque le Chiese onorano l’origine di quella sede, che per il bene delle Chiese l’Apostolo accettò» (Serm. 190, I; P.L. 39, 2100).
Noi faremo bene, Figli carissimi, a dare a questa festività la venerazione, che le è propria, ripensando alla insostituibile e provvidenziale funzione del magistero ecclesiastico, il quale ha nel magistero pontificio la sua più autorevole espressione. Si sa, pur troppo, come oggi certe correnti di pensiero, che ancora si dice cattolico, cerchino di attribuire una priorità nella formulazione normativa delle verità di fede alla comunità dei fedeli sulla funzione docente dell’Episcopato e del Pontificato romano, contrariamente agli insegnamenti scritturali e alla dottrina della Chiesa, apertamente confermata nel recente Concilio, e con grave pericolo per la genuina concezione della Chiesa stessa, per la sua interiore sicurezza e per la sua missione evangelizzatrice nel mondo.
Unico nostro maestro è Cristo, che più volte ha rivendicato a Sé questo titolo (Matth. 23, 8; Io. 13, 14); da Lui solo viene a noi la Parola rivelatrice del Padre (Matth. 11, 27); da Lui solo la verità liberatrice (lo. 8, 32), che ci apre le vie della salvezza; da Lui solo lo Spirito Paraclito (Io. 15: 26), che alimenta la fede e l’amore nella sua Chiesa. Ma è pur Lui che ha voluto istituire uno strumento trasmittente e garante dei suoi insegnamenti, investendo Pietro e gli Apostoli del mandato di trasmettere con autorità e con sicurezza il suo pensiero e la sua volontà. Onorando perciò il magistero gerarchico della Chiesa onoriamo Cristo Maestro e riconosciamo quel mirabile equilibrio di funzioni da Lui stabilito, affinché la sua Chiesa potesse perennemente godere della certezza della verità rivelata, dell’unità della medesima fede, della coscienza della sua autentica vocazione, dell’umiltà di sapersi sempre discepola del divino Maestro, della carità che la compagina in un unico mistico corpo organizzato, e la abilita alla sicura testimonianza del Vangelo.
Voglia il Signore conservare ed accrescere, per i bisogni del nostro tempo, questo culto amoroso, fiducioso e filiale al magistero ecclesiastico stabilito da Cristo; e sia a noi propizio l’Apostolo, che primo ne ebbe il mandato, e che qui ancora, dalla sua Cattedra romana, per mano Nostra, tutti vi benedica.

Guarigione di un paralitico a Cafarnao

Guarigione di un paralitico a Cafarnao dans immagini sacre 13%20HEALING%20THE%20PARALYTIC

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-09,01-Heals%20a%20paralytic_Guerit%20un%20paralytique/slides/13%20HEALING%20THE%20PARALYTIC.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2012 |Pas de commentaires »

Commento alla seconda lettura: 2cor 1,19-20

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/4406.html

Omelia (10-06-2003)

Eremo San Biagio

Commento su 2cor 1,19-20

Dalla Parola del giorno
Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi io, Silvano e Timoteo, non fu « sì » e « no », ma in lui c’è stato il « sì ». E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute « sì ». Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro « Amen » per la sua gloria.

Come vivere questa Parola?
Paolo dice ai Corinzi che il suo rivolgersi a loro è stato in nome del Dio fedele, facendo loro conoscere quel Gesù in cui le promesse del Padre sono diventate un vivente « sì » di AMORE per l’uomo. Tutta la vita di Cristo infatti è un « sì », continuo e pieno, alla volontà del Padre: senza indugi, senza malumori, senza « giocare » a riprendere, nel « no » quello che risulta troppo costoso nel « sì ». Gesù ha dato l’esempio. È il « sì » per eccellenza. Il « sì » anche nella morte di croce. È il « sì » radioso nella risurrezione. In Lui, dunque, col sigillo della potenza del Padre, l’unzione (ricordi il fluire dolce dell’olio sulle ferite?) e la caparra dell’eredità da parte dello Spirito Santo, com’è bello pensare che anche la nostra vita può trasformarsi nel « canto fermo » dell’AMEN. Esso infatti è un « sì » senza reticenze a tutto il fluire dell’Amore di Dio nei nostri riguardi. AMEN-SÌ a ogni giorno che tu mi dai da vivere. AMEN-SÌ alle piccole o grandi gioie del mio quotidiano. AMEN-SÌ alla preghiera quando è facile e quando è arida. AMEN-SÌ alla relazionalità con fratelli e sorelle, familiari e amici. AMEN-SÌ quando questo ordito importantissimo di relazioni non presenta « nodi » e quando inciampo in durezze, in difficoltà, malintesi miei e degli altri. AMEN-SÌ allo Spirito Santo che mi coinvolge nel mistero pasquale di Gesù.

Oggi, nel mio rientro al cuore, chiedo allo Spirito Santo che sostenga e rinvigorisca in me il « sì » di Gesù al Padre. Che io lasci perdere i vari « no » che tentano di arrestarmi nel cammino spirituale.

O Spirito d’amore che abiti in me, irrobustisci la mia interiorità perché ogni mia energia d’amore, purificata dai « no » egoici, diventi il canto fermo del mio sì a Dio, fino alla vita eterna.

La voce del Santo Curato d’Ars
Se vogliamo testimoniare al buon Dio che lo amiamo, bisogna compiere la sua santa volontà.
Giovanni Maria Vianney

Publié dans:Lettera ai Corinti - seconda |on 18 février, 2012 |Pas de commentaires »

commento alla prima lettura: Isaia 43,18-19.21-22.24-25

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2043,18-19.21-22.24-25

Isaia 43,18-19.21-22.24-25

Così dice il Signore:
18 Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
19 Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.

21 Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi.
22 Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe;
anzi ti sei stancato di me, o Israele.
24 Tu mi hai dato molestia con i peccati,
mi hai stancato con le tue iniquità.

25 Io, io cancello i tuoi misfatti,
per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati.

COMMENTO
Isaia 43,18-19.21-22.24-25

La speranza nel ritorno

Il libro di Isaia si divide in tre parti di cui la seconda, chiamata Deuteroisaia a motivo del posto che occupa nel libro (Is 40-55), è opera di un profeta anonimo che preannunzia e prepara il ritorno nella loro terra dei giudei esiliati in Babilonia (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Il testo liturgico è ricavato dal c. 43, il quale si presenta come una piccola raccolta di testi riguardanti la salvezza che ormai si profila all’orizzonte. La liturgia sceglie solo alcuni versetti che presentano da una parte l’intervento divino (vv. 18-19) e dall’altra la risposta di Israele (vv. 21-22. 24b-25).
Il profeta ricorda l’esodo di Israele dall’Egitto, richiamando l’intervento di JHWH che fece passare gli israeliti tra le acque del mare come in una strada e distrusse gli egiziani che li avevano inseguiti (cfr. vv. 16-17). Egli poi prosegue: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (vv. 18-19). Quello che Dio ha fatto in occasione dell’uscita dall’Egitto, pur essendo stato il segno di una potenza meravigliosa, appare ora come una cosa di poca importanza di fronte a quanto egli sta per fare. Si tratta di cose ormai vecchie, antiquate, che non vale più la pena di ricordare. Dio sta per fare ora una cosa nuova, sta per intervenire in modo tale da dimostrare una potenza immensamente superiore. Ormai cominciano a vedersi le prime avvisaglie del progetto che JHWH sta per realizzare, come un germoglio da cui si può intravedere l’albero che da esso si svilupperà. Dio aprirà nel deserto una strada attraverso la quale gli esuli, ultimi resti di un popolo ormai distrutto, si metteranno in cammino per ritornare nella loro terra. E in concomitanza con ciò verrà riversata nel deserto una quantità di acqua che lo farà rifiorire. Il brano continua nel v. 20, omesso dalla liturgia, dicendo che l’acqua riversata da Dio nel deserto per dissetare il suo popolo servirà anche per le bestie selvatiche, le quali lo glorificheranno per questo dono insperato.
Nella seconda parte del testo liturgico si presenta invece la reazione di Israele. In un primo momento questa viene presentata come positiva: «Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi» (v. 21). Insieme a tutti gli animali del deserto, che rendono lode a Dio per i suoi doni, anche Israele lo loda. O almeno dovrebbe lodarlo. Perché il testo continua: «Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele» (v. 22). Il popolo, interpellato con il nome del patriarca da cui ha avuto origine, non solo non ha invocato JHWH, ma si è stancato di Lui. Le voci dei profeti non sono state accolte e il popolo è ancora diviso e ribelle. Nei successivi vv. 23-24, omessi dalla liturgia, si menzionano unicamente mancanze di carattere rituale: il popolo non ha offerto vittime, incenso e cannella per i sacrifici, che effettivamente JHWH non aveva richiesto, ma che si aspettava dal popolo come segno della sua fedeltà. In realtà non si capisce come il popolo avrebbe potuto offrire sacrifici al di fuori di Gerusalemme, a meno che si supponga che la legge riguardante l’unicità del luogo di culto, promulgata da Giosia pochi anni prima dell’esilio, fosse ancora in gran parte sconosciuta.

Ma le colpe rituali nascondono mancanze più profonde: «Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità» (v. 24). L’impreparazione del popolo è ancora molto grande e consiste in colpe non solo rituali, ma anche morali. Il Deuteroisaia racconterà in seguito che il leader del nuovo esodo, cioè il servo di JHWH, era morto appunto a causa delle colpe del suo popolo (cfr. Is 53,5-8). Ma di fronte al peccato degli israeliti la reazione di JHWH non è quella della condanna e del castigo, ma quella del perdono: «Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati» (v. 25). Nell’esilio sta sorgendo, pur in mezzo a tante infedeltà, un nuovo modo di concepire i rapporti tra JHWH e Israele. I profeti hanno orami capito che non è la minaccia del castigo, ma l’intervento misericordioso di JHWH che può trasformare il cuore del popolo, rendendolo pienamente disponibile a compiere la sua volontà (cfr. Ger 31,31-34; Ez 36,25-28; Dt 30,6).

Linee interpretative
Il ricordo è una legge fondamentale d’Israele: ricordare significa proclamare le azioni potenti di Dio (cfr. Sal 78) e al tempo stesso renderle ancora efficaci nell’oggi e trasmetterle alle generazioni successive. Da qui nasce il senso della storia. Però la memoria non può essere una fuga nostalgica verso il passato né può cullarsi nel ricordo, ma deve aprirsi verso il futuro. Perciò il profeta sembra annullare la legge della memoria per sostituirla con quella della speranza, che invece guarda al futuro di Dio e del popolo. Questo invito a guardar in avanti non significa annullare il passato, ma mostrare come esso ha valore solo nella misura in cui si attendono da Dio nuovi sviluppi. Dopo l’esperienza del peccato, la speranza è l’unica che può far uscire dalla routine quotidiana e dare il coraggio di affronare il duro cammino della rinascita.
La prospettiva del rinnovamento non è sufficiente a trasformare un popolo, il quale resta irretito in egoismi, interessi di persone e di gruppi, antagonismi distruttivi. È tipico della profezia esilica l’aver capito che le minacce non servono a trasformare interiormente un popolo e liberarlo dai suoi peccati. Perciò i grandi profeti di questo periodo fanno ricorso piuttosto alla fede in un intervento nuovo di JHWH che, pur essendo di carattere sociale e politico, è capace di toccare il cuore degli israeliti e metterli sulla via del ritorno a Lui e alla terra che Egli aveva concesso ai loro padri. Certo la fiducia del Deuteroisaia in un nuovo intervento di JHWH si basava sulle vittorie di Ciro, le quali stavano cambiando radicalmente il quadro politico di tutta la regione. Ma soprattutto la speranza era riposta nel ministero del Servo di JHWH, la cui predicazione aveva cominciato a smuovere i cuori, pur suscitando violente opposizioni. La sua fine dolorosa poteva apparire come la stroncatura più totale di questa speranza. Invece proprio la sua testimonianza di amore fino alla fine sarà vista come la risorsa più grande di un popolo, che ha bisogno di esempi radicali per proiettarsi verso realtà superiori che facilmente nella vita quotidiana restano sommerse nell’indifferenza e nell’egoismo.

Omelia (19-02-2012): La ragione del dolore davanti a Dio

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20120219.shtml

Omelia (19-02-2012)

mons. Antonio Riboldi

La ragione del dolore davanti a Dio

Il Vangelo di oggi sembra rispondere alla grande domanda che l’uomo si pone davanti alla sofferenza o al dolore, che è la stessa cosa.
Anche se a volte ci riferiamo, parlando di sofferenza, più a quella interiore – ed è tanta – quasi una compagna della vita.
Sono tante le cause della sofferenza interiore, quella che sentiamo per esempio per una persona cara che soffre o è in difficoltà, oppure per l’isolamento o l’abbandono in cui ci si sente immersi, per motivi di ingiustizia nei nostri confronti o perché non si sa come far fronte alle difficoltà quotidiane che coinvolgono non solo noi stessi, ma anche i nostri cari. Sono davvero infinite le cause…
Il dolore è un poco la stessa cosa, anche se in genere lo si riferisce alla dimensione della salute: il dolore fisico, la malattia che colpisce il nostro corpo in modo più o meno grave.
Del resto sappiamo tutti come il corpo – pur essendo anch’esso destinato a risorgere – debba prima avviarsi giorno per giorno verso la corruzione nella morte.
Gesù oggi, nel Vangelo, dà una risposta al valore più grande della vita, la fede. Racconta l’evangelista Marco:
« Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta ed Egli annunziava la Sua parola.
Si recarono da Lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo davanti, a causa della folla, scoperchiarono il tetto, nel punto dove egli si trovava, e fatta un’apertura, calarono il tettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: ‘Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati!’. Seduti là erano alcuni scribi, che pensavano in cuor loro: ‘Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?’. Ma Gesù, avendo subito conosciuto il loro pensiero disse loro: ‘Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua’. Questi si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: ‘Non abbiamo mai visto nulla di simile! (Mc. 2, 1-12)
La domanda di Gesù certamente vuole evidenziare il problema: è più facile guarire fisicamente una persona o guarire un peccatore dal suo peccato?
Conosciamo persone che proprio nel dolore fisico o nella sofferenza morale hanno trovato la via per un cambiamento di mentalità: una guarigione interiore.
Basterebbe pensare a Santi come S. Ignazio di Loyola, che nella malattia trovò, per grazia di Dio, la bellezza della fede, al punto che poi fondò una grande congregazione religiosa: i Gesuiti.
O a S. Francesco di Assisi, che, ritornato dalla guerra, dopo una lunga prigionia e malattia, abbandonò il suo stato di benessere, su cui aveva impostato la vita e scelse Madonna povertà.
O ai martiri che riuscivano ad interpretare i tormenti che li attendevano come via maestra e gioiosa per poter incontrare presto Gesù.
Il dolore non è mai una maledizione; se parliamo di quello fisico, che è la malattia, il dolore è inevitabile, ma anche lì si può trovare la ragione per farne un’occasione di accostamento a Dio. Tutte le volte che si accompagna un pellegrinaggio a Lourdes, si nota una differenza sostanziale: spesso, nell’andata, domina il lamento e lo scoraggiamento. Ma al ritorno qualcosa è cambiato: si avvertono i frutti di una guarigione interiore, che sempre accade.
Mi è toccato più volte di dirigere la processione eucaristica del pomeriggio, e alla fine, passando a benedire gli ammalati – erano sempre tanti – sempre ho notato una serenità incredibile.
Maria sempre ci fa dono di riuscire a concepire la malattia come un’occasione di viaggio, aerso il Paradiso.
Più difficile il dolore interiore, per tante ragioni, soprattutto quando si assiste alla sofferenza di una persona cara e poi alla sua morte. Non si può non sentire dolore per la morte di una persona cara, che era la ragione, per il suo amore, di un senso e di una pienezza di gioia, direi una preziosa ragione di gioia.
Ma, per chi ha fede, anche in queste situazioni, che possono diventare devastanti, il dolore trova la sua consolazione nel credere che verrà un giorno che ci si troverà insieme in Cielo.
Ma la malattia più difficile da guarire è di chi vive in peccato.
C’è troppa gente che pare abbia fondato la ragione della propria soddisfazione nei piaceri della vita o nella ricchezza o in altro e non si sogna neppure che possa, solamente nella conversione, esistere una vera gioia. Questa è la grave malattia da cui è difficile guarire.
Come nel Vangelo, occorrerebbe rivedere la verità della nostra vita e la vera sorgente della pace e della gioia, nelle parole pronunciate da Gesù, oggi: ‘Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati ‘.
Chi di noi ha provato la gioia di questa vera ‘resurrezioné, nel cambiamento della vita, morendo al peccato e vivendo di grazia, sa di che cosa sto parlando.
Sono i veri momenti di Grazia, la vera medicina che Dio usa per guarirci dal male e davvero far conoscere la bellezza della salute spirituale.
Abbiamo bisogno di questa grazia: « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati ».
Come può infatti vivere una persona, se ha conservato ancora un briciolo di verità della vera vita in Dio, senza la Grazia della conversione? E’ forse vera gioia quella di vivere con il peso del peccato? Credo proprio di no.
Come vorremmo anche noi provare la gioia del paralitico e sentirci dire da Gesù: ‘Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. Alzati e cammina »…. Vivi in pienezza la tua vita!…
Credetemi è una grande gioia sentirsi in pace con Dio!
Così come dovrebbe essere una grande disgrazia vivere esclusi dall’amore del Padre, non perché Lui non ci voglia sempre bene, ma perché noi abbiamo deciso di voltarGli le spalle.
Dovremmo fare nostre le parole del profeta Isaia:
« Così dice il Signore: ‘Non ricordate più le cose passate; non pensate più alle cose antiche! Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa ..
Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.
Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele…
Ma io cancello i tuoi misfatti per riguardo a me, non ricordo più i tuoi peccati ». (Is. 19,21-25) Non resta allora che accogliere il dolore, di qualunque sorta, per vederne seppur tra le lacrime, le ragioni più profonde: un compagno della vita, di tutti, senza eccezioni, ma soprattutto un’opportunità per farne la scalata verso la santità.
E’ stata la strada dei santi ed è quello che tante volte si nota, come grande Grazia, visitando gli ammalati. Quante lezioni ci danno.
Che il Signore ci renda capaci di saper vedere nel dolore, ripeto, di qualunque natura sia – non certamente di quello frivolo, – la mano del Padre che ci sostiene, ci consola.
Il dolore non è una Sua ‘creaturà e per questo ha mandato Gesù a salvarci dalla disperazione e dalla morte. Il dolore non possiamo evitarlo, ma con la Presenza amorevole e forte di Gesù possiamo accoglierlo come purificazione del cuore dal male o come espiazione, per renderei degni della vera gioia.

MERCOLEDI’ delle CENERI: inizia il tempo santo della Quaresima.
C’è veramente bisogno che ci sia un tempo lungo, in cui ogni fedele metta da parte tanti aspetti solo umani, e si concentri su quel bene di estrema importanza che è la propria salvezza. La Quaresima vuole essere questo tempo di preparazione per ‘risorgere’ ogni giorno, vivendo intensamente il tempo che ci è donato, ma guardando al grande giorno della Resurrezione.
Resurrezione. Abbiamo tutti qualcosa da togliere, che è inutile se non dannosa nella nostra vita « Non vogliamo credere – scrive Paolo VI – che voi figli della nostra Chiesa, che ci ascoltate, non conosciate quale tipo di uomo risulti dalla disciplina dell’ascetica cristiana: risulta l’uomo forte, l’uomo libero, l’uomo seguace di Gesù Cristo. Si dirà forse da alcuni, sedotti da certe correnti amorali, che questo non può essere programma del figlio del nostro secolo, a cui si propone con tante blandizie di liberare finalmente se stesso abbandonandosi alla vita larga, che si chiama ‘amoralità permissiva’ e comporta una conversione a rovescio. Codesta bassezza è viltà e non chiamiamola ‘libertà’. Non resta che ascoltare le parole di S. Paolo: « Gettiamo via le opere delle tenebre, rivestiamo le armi della luce ». Non, dispiaccia imporre a noi stessi qualche maggiore vigilanza, qualche astinenza di cose vane e tentatrici. Questa è la palestra della Quaresima.
Non resta a noi tutti che entrare, ciascuno di noi, nella austerità della Quaresima: toglierci di dosso qualche aspetto o dissipazione che allontana dal vivere il tempo della Quaresima con serietà e sobrietà. Ciascuno, per quello che può, sappia toglie qualche cosa del superfluo, come prova della propria volontà di purificarsi dalle futilità, ma soprattutto – ed è quello che conta – impostiamo quotidianamente il nostro stile di vita, come segno di partecipazione alla Quaresima, soprattutto, aggiungerei, dedicando alla preghiera ed alla carità maggior tempo.
Insomma in qualche modo imitiamo Gesù che, prima di iniziare la sua vita pubblica, cercò la Parola del Padre e la forza dello Spirito nel deserto che, ancora oggi, visitando la Terra santa, si chiama il monte della Quarantena. L’importante è che ogni giorno porti il segno che viviamo la Quaresima. Se non ci sforziamo di cambiare vita e abitudini in questo tempo, quando lo faremo?
Che il Signore conceda a me e a tutti una Grazia: quella di una vera conversione, che è seguire Gesù nella morte ‘a noi stessi’, per aprirci alla pasqua di resurrezione.
« Donaci, o Dio onnipotente, di rinnovare, con propositi di vita più austera,
il nostro impegno cristiano, nella lotta contro lo spirito del male, e il coraggio di rinunce salutari ».

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 18 février, 2012 |Pas de commentaires »
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