Archive pour février, 2012

Il profumo di Dio (Soren Kirkegaard, La morale della favola)

http://www.qumran2.net/ritagli/ritaglio.pax?id=5914

Il profumo di Dio 

(Soren Kirkegaard, La morale della favola, Gribaudi Editore)

Un giorno, all’improvviso, il capriolo, porta-muschio delle montagne, avverte nelle narici il soffio di un profumo muschiato. Non si rende conto da dove provenga, ma ne è affascinato e corre di giungla in giungla alla ricerca del muschio. Si sente costretto a cercarlo attraverso burroni e foreste, rinuncia a bere a mangiare e a dormire, finché esausto e affamato precipita da una cima mortalmente schiantato nel corpo e nell’anima. Il suo ultimo gesto prima di morire è di aver pietà di se stesso e di leccarsi il petto… dove, o prodigio! viene a scoprire che la sua tasca-muschio gli si è sviluppata sul corpo. La bestiola allora ansima profondamente, tentando di aspirare quel profumo, se non è troppo tardi…

Non cercare fuori di te il profumo di Dio, per perire nella giungla della vita. Non cessare di cercarlo entro di te, e vedrai che lo troverai.

Publié dans:LETTERATURA AUTORI, MEDITAZIONI |on 23 février, 2012 |Pas de commentaires »

Parole di vita nella morte (liberati dalla schiavitù del’Egitto, presentazione mia del tema)

http://camcris.altervista.org/br_prlvita.html

Parole di vita nella morte
(liberati dalla schiavitù del’Egitto)

tratto da un libro del pastore Roberto Bracco
(Pastore della comunità L’Assemblea cristiana evangelica di Roma)

Il popolo d’Israele, dopo aver compiuto il proprio pellegrinaggio nel deserto e dopo aver esperimentato l’amore e la potenza di Dio, giunse alle soglie del paese promesso. Canaan era là, soltanto a pochi passi, e Canaan voleva dire riposo, gioia, abbondanza; ma il popolo dubitò della fedeltà di Dio e rimase fuori della terra che stillava latte e miele e che produceva frutti che non si erano mai veduti in altri paesi.
L’incredulità edificò un muro di separazione fra il popolo e le promesse di Dio, e quelle preziosissime benedizioni, che erano soltanto a breve distanza, furono perdute di vista e furono perdute per sempre. Eppure Iddio aveva liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto per condurlo in Canaan; Iddio aveva accompagnato il suo popolo nel deserto per introdurlo in Canaan, Iddio aveva cibato Israele, aveva guidato Israele, aveva ristorato Israele per condurlo al compimento della sua promessa. Tutto l’amore di Dio e tutta la fedeltà di Dio furono resi inutili dall’incredulità del popolo. Questo episodio è una figura ed una lezione per me e per te: Iddio vuole che crediamo alle sue promesse e, soprattutto, vuole che desideriamo il compimento di esse. Quando Iddio parla di « promesse » si riferisce a tutte le promesse che ci ha fatte nella sua parola, ma in maniera particolare alle promesse relative a quella « terra di gloria e benedizione » che Egli ha preparata per noi al termine del nostro pellegrinaggio terrestre.
Anche noi siamo stati liberati dalla schiavitù di Egitto ed anche verso noi Iddio ha profuso i tesori della sua fedeltà, del suo amore e della sua potenza. Non dobbiamo mai dimenticare che Iddio ha compiuto quest’opera non tanto per renderci felici in questa vita, quanto per condurci nelle stanze della gloria. Veramente la salvezza che ci è stata donata da Dio ci rende felici « eternamente » e quindi non dovremmo neanche parlare della nostra vita in questa terra e della nostra vita nel cielo, perché per i credenti non esistono due vite, anzi una vita sola che si muove già nell’infinito e nell’eterno; ma poiché l’anima nostra è ancora imprigionata nell’involucro della carne dobbiamo necessariamente distinguere fra la vita che viviamo nella polvere e la vita che vivremo liberi, sereni, nelle sfere celesti.
Iddio ci ha adottato a sé affinché possiamo abitare con Lui ed essere i suoi figlioli nell’eternità. Nelle stanze della sua gloria, davanti al trono bianco c’è un posto per noi perché il nostro nome è scritto nel cielo assieme al nome di ogni figliolo di Dio, di ogni membro della sua grande famiglia che è uscita dalla « volontà e dall’amore di Dio ».
Queste promesse devono vivere nel nostro cuore e devono suscitare in noi entusiasmo e fede; mentre i nostri passi si muovono sulla sabbia infuocata di questo mondo, i nostri occhi si devono posare pieni di speranza sull’orizzonte dorato che sta davanti a noi e che ci parla di quella terra priva di cordoglio, di lacrime, di gemiti, di peccato.
Il cammino che si abbrevia non ci deve spaventare e i confini che si avvicinano non ci devono sgomentare; dopo il pellegrinaggio c’è il riposo e dopo le prove ci attende il refrigerio. L’anima può trovare perfetta felicità soltanto in Dio e lì, oltre quei confini, noi possiamo incontrare Iddio pienamente, perché pienamente liberati dalle difficoltà del cammino e totalmente sciolti dai legami della nostra carne
Vorrei invitarti, fratello amato, a posare, per un istante solo, lo sguardo della fede sopra il paese di Canaan. Guarda il paese perché è davanti a te: mira le strade d’oro e contempla il brillare dei suoi palazzi! Non è un luogo che ti promette felicità perfetta?
Nel paese che ci attende vibra una primavera eterna; tutto è tepore e tutto è canto, l’aria stessa è melodia ed il lieve sussurrar della brezza muove le onde di una musica celeste. Mira, mira i mille zampilli argentini delle sue fonti e guarda verso il dolce ondeggiare dei suoi ruscelli; non è acqua, ma sono i diamanti che sfavillano al calore e alla luce di un astro che non acceca, ma illumina; non brucia, ma riscalda.
Prova, fratello, mentre miri per fede, a respirare profondamente, perché forse la brezza porta fino a te gli effluvi di Canan. Non ti accorgi che l’aria del « paese » che ti sta davanti è impregnata dal profumo delle resine e dei balsami dei boschi di Dio?
Respira, si, respira perché puoi avvertire il profumo dei cedri, dell’incenso, della mirra, della cassia, ma puoi soprattutto avvertire quanto sia dolce, leggera, l’aria di quel luogo che non è contaminato dai miasmi di una civiltà corrotta e non è turbato dalla presenza degli spiriti del male. Tutto è puro, incontaminato; tutto, tutto è soave e benefico.
Puoi scorgere, oltre quelle mura preziose, gli spettacoli offensivi che turbano, in questo deserto, quotidianamente gli occhi tuoi e la tua coscienza? Puoi forse udire accenti che oltraggiano il vero ed il bene?
No, fratello, tutto quello che puoi vedere è poesia, tutto quello che puoi udire è gloria. Ma guarda, ti esorto, alla fonte del bene; non vedi per fede il Luminare del paese?
Sì, è Dio che illumina, che riscalda, che vivifica. Egli è lì ad attendere te, ad attendere me; e lì, con tutta la sua gloria, con tutto il suo amore, con tutta la sua potenza. Non desideri incontrarLo? Non desideri congiungerti con Lui per l’eternità?
Forse sei giunto con la tua malattia o la tua vecchiaia al termine del pellegrinaggio; stai compiendo l’ultima durissima tappa, la sabbia è infuocata e il terreno è aspro; ti sembra di camminare nella valle dell’ombra della morte e le potenze del male cercano di popolare di fantasmi e di spaventi le tenebre che ti circondano. Odi mille voci e tutte ti ricordano le sofferenze, la malattia e tutte ti parlano dello spavento della morte e del freddo e del buio del sepolcro; neanche una delle voci che giungono al tuo orecchio t’invita a guardare avanti, a guardare in alto… e tu soffri!
La tua mente pensa alla fine e si turba; ti sembra di non aver forza di lasciare questo mondo e, peggio ancora, ti sembra che le promesse divine non sono reali per te. Il tentatore cerca di seminare disperazione ed incredulità per amareggiarti l’ultima tappa del pellegrinaggio e, se possibile, per farti perdere per sempre le benedizioni gloriose ed eterne del paese di Dio.
Ti sembra di essere come ogni altro ammalato, come ogni altro vecchio e istintivamente cerchi di lottare, di aggrapparti per stringere almeno altri pochi giorni di vita, sia pure nella debolezza della senilità o nella sofferenza della malattia. Fratello, risvegliati, tu sei un figliolo di Dio, non hai motivo di temere il sepolcro e non hai ragione di rammaricarti della fine della tua vita quaggiù.
Ricordati che se guardi avanti e guardi con fede esultante, fra poco « sarai assente dal corpo, ma presente con il Signore ». I tuoi occhi si chiuderanno ad uno spettacolo di sofferenze, di debolezze, di peccato e si riapriranno ad uno spettacolo di gaudio, di potenza, di santità. Forse vedrai per l’ultima volta coloro che hai amato per i vincoli del sangue e subito dopo vedrai finalmente quel Salvatore benedetto che ti ha amato e ti ama di un amore che vive sopra tutti i vincoli contingenti e fallaci.
Ricordati: soltanto fra poche ore, forse fra pochi istanti abbandonerai un fardello che ormai è divenuto pesante di debolezze e di dolori, dopo essere stato pesante di passioni e di peccati, e potrai librarti leggero, eppur potente, nelle sfere del vero e del bene, ove non avvertirai più le limitazioni e i dolori dell’involucro della tua carne.
Giovane di una giovinezza imperitura e forte di una forza divina tu starai con Cristo, oltre il confine. Allora vedrai quanto è stato entrare nelle promesse di Dio e quanto è stato dolce quel trapasso tanto paventato dagli uomini.
La morte, l’inferno, la malattia non susciteranno più emozioni disordinate nel tuo cuore perché saprai di averle lasciate fuori dalle mura preziose della città e ti accorgerai anche che nessun rimpianto cercherà di condurre la tua mente ai luoghi che ti sembrava duro abbandonare, perché ti sentirai completamente felice, completamente appagato in Dio.
Potrai udire « cose ineffabili » e lì, in mezzo alle miriadi degli angeli osannanti, anche tu potrai aggiungere la tua voce per cantare l’inno della gloria. I frutti di quel paese saranno i tuoi, la tua mano potrà coglierli e i fiori di quella terra potranno intrecciare le tue ghirlande, e tu gusterai sapori deliziosi e respirerai profumi soavi. No, non è una bella fiaba tanto fantastica quanto irreale ed irrealizzabile, è la più solida delle realtà perché è fondata sull’immutabile parola di Dio.
Perché dunque dovresti temere di varcare quella soglia che si chiama la morte? Ricordati che è vero per te e per me quello che era vero per l’apostolo Paolo, cioè che il « morire è guadagno ». Anche noi abbiamo vivere con il « desiderio » di partire da questo corpo per andare con Cristo. « Con Cristo »! Pensa seriamente, profondamente a questa realtà: « andare con Cristo »!
Puoi bramare un incontro più desiderabile? Cristo, il tuo Salvatore; Colui che è morto per te, che è risorto per te, che è asceso per te; Colui che ha dato diritto a te e a me di chiamarci figlioli di Dio, ti accoglierà. Potrai gettarti fra le sue braccia, vederlo da vicino, udire la sua parola dolcissima; potrai sederti, come Maria ai suoi piedi, e rimanere come discepolo riverente, in adorazione ed ascolto.
O morte, quanto sei desiderabile! Ancella dei servitori di Dio, apri anche davanti a me i drappeggi che nascondono la gloria; introducimi nelle stanze eterne del mio Signore! Non dovrebbe essere questo il nostro anelito? In questo anelito non c’è la disperazione del suicida o il ragionamento cupo del fatalista; non c’è lo sprezzo dell’audace o la rassegnazione del vinto; no, c’è la consapevolezza gioiosa della fede, c’è il palpito dell’amore, c’è il calore della speranza.
È l’anelito di colui che ha trovato vita in Dio, ha vissuto con Dio, e vuol vivere assieme a Dio. Egli brama che le catene si rompano, i lacci si spezzino e libero, finalmente libero, possa elevarsi nelle sfere serene della luce, della gloria, della vita per tutta l’eternità.

Ripetiamo per questi: « Beati i morti che muoiono nel Signore »!

« Come ali di acquila vi ho sollevato » – Leggere il libro dell’Esodo

http://www.nabot.org/esodo.html

« COME SU ALI DI AQUILA VI HO SOLLEVATO »

Leggere il libro dell’Esodo

di fratel Luca Fallica, monaco

1. Premessa: il significato di questa introduzione

Se volessimo fare un’introduzione vera e propria al libro dell’Esodo, dovremmo affrontare una serie di questioni: come è nato questo libro? chi l’ha scritto? come si è formato? Fino al secolo scorso si riteneva che questo libro, come del resto i primi cinque libri della Bibbia, fosse stato scritto da Mosè. Ora, dagli studi e dalla ricerca più approfondita che sono stati condotti su questi testi biblici sappiamo bene che dietro il libro dell’Esodo, come succede nella maggior parte dei libri della Bibbia, più che degli autori concreti ci sono delle tradizioni che sono confluite insieme a formare i testi così come noi oggi li leggiamo.
Un’altra questione da affrontare potrebbe essere questa: il libro dell’Esodo racconta una storia, ma come dobbiamo intenderla? E’ una storia autentica? Fino a che punto? In questa storia si narrano tanti fatti straordinari, meravigliosi: le acque che si separano, le piaghe… Come intendere l’autenticità di questi racconti? Sono attendibili dal punto di vista storico?
E un terzo problema da risolvere sarebbe questo: qual è il tema centrale del libro dell’Esodo? la liberazione di un popolo? il dono di una legge? l’alleanza stipulata sul Sinai fra Dio e il popolo?
In una introduzione al libro dell’Esodo queste ed altre questioni dovrebbero essere affrontate. Personalmente preferisco seguire un’altra strada che penso possa essere più utile per il lavoro che dovrete fare leggendo questo testo. Più che un’introduzione al libro dell’Esodo, vi propongo un’introduzione alla lettura del libro dell’Esodo. Vorrei aiutare la vostra lettura personale, dandovi alcune indicazioni pratiche. Come possiamo leggere questo libro oggi? Quali chiavi di lettura ci permettono di aprire, di dischiudere questo testo che è stato scritto in un tempo, in una cultura e in un ambiente geografico molto lontani da noi? Attraverso quale percorso possiamo introdurci all’interno del libro dell’Esodo? Come possiamo rendere attuale questo scritto in modo che sia una parola che nutre oggi la nostra vita?

2. L’Esodo: professare la fede raccontando una storia
Rispondere a queste domande significa prima di tutto considerare in che modo questo libro è stato letto e interpretato lungo il corso dei secoli. L’Esodo, infatti, è stato letto e riletto continuamente nella tradizione del popolo ebraico e poi anche nella tradizione cristiana. I segni di questa rilettura si trovano nella Bibbia stessa. Pensate ai profeti. Continuamente fanno riferimento al libro dell’Esodo. Il profeta Osea, per esempio, racconta il rapporto tra Dio e il suo popolo usando l’immagine di una relazione d’amore che ha avuto il suo centro focale proprio nel cammino del deserto descritto nel libro dell’Esodo e in altri libri della Bibbia. Pensate anche a Isaia che, al tempo in cui il popolo di Israele è in esilio a Babilonia, annuncia il ritorno a Gerusalemme, e quindi la fine dell’esilio, ricorrendo proprio all’immagine dell’esodo: il popolo vivrà un nuovo esodo! Ma pensiamo anche ai racconti del Nuovo Testamento che forse conosciamo meglio. Anche il Nuovo Testamento rilegge continuamente l’esperienza dell’esodo. Prendiamo ad esempio i racconti dell’infanzia nel vangelo di Matteo. Per sfuggire all’oppressione di Erode (non è il Faraone, ma gli assomiglia!) Gesù fugge in Egitto e vi resta fino alla morte del re, poi anche lui come il popolo viene chiamato dall’Egitto e torna nella Terra promessa, nella Terra dei padri. Pensate ancora al vangelo di Giovanni che descrive tutta la storia di Gesù come un grande esodo. Ad un certo punto, nel vangelo di Giovanni Gesù dice: « Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre » (Gv 16,28). Questo testo evidenzia un duplice movimento: c’è un entrare e un uscire. Come il popolo è uscito dall’Egitto per entrare nella Terra, così anche Gesù. Tutto nella sua vita è stato un entrare e un uscire: uscire dal seno del Padre per entrare nel mondo e uscire dal mondo per rientrare nel seno del Padre. Ma questa forse è la nostra stessa vicenda. Anche noi viviamo questo esodo: veniamo nel mondo in attesa di entrare nella Terra che ci è stata promessa.
Nella continua rilettura a cui il libro dell’Esodo è stato sottoposto l’aspetto più importante è forse espresso in alcune parole proprie della tradizione ebraica. La lettura giudaica dice: « Ogni generazione deve considerare se stessa come uscita dall’Egitto ». In un altro testo, che è particolarmente importante perché gli ebrei ancora oggi lo ripetono ogni volta che celebrano la pasqua, la stessa idea è espressa in modo ancora più preciso: « In ogni generazione ognuno deve considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto, come è detto: in quel giorno tu dichiarerai ai tuoi figli: questo si fa per ciò che il Signore fece a me quando uscii dall’Egitto, perché il Santo, benedetto Egli sia, non redense solo i nostri padri, ma liberò anche noi con loro, come è detto: ci fece uscire di là per farci entrare e darci il Paese che aveva giurato ai nostri padri » [dall'Haggadah di Pasqua; traduzioni italiane di questo testo ebraico sono state proposte da R. BONFIL, Milano 1962; A. S. TOAFF, Roma 1976; R. DI SEGNI, Assisi-Roma 1979]. Quindi, secondo questo testo, non solo ogni generazione, ma ognuno di noi deve considerare se stesso come uscito dall’Egitto. Perciò, quando leggiamo il libro dell’Esodo, dobbiamo leggerlo non come una storia del passato che riguarda alcuni uomini di tanti secoli fa, ma come una storia che riguarda e continua a riguardare ciascuno di noi. Ognuno di noi è dentro questa storia.
Nel testo che vi ho letto si dice anche un’altra cosa importante: « Il Signore ci fece uscire di là per farci entrare e darci il Paese che aveva giurato ai nostri padri ». Il Signore ci ha fatto uscire! In fondo, il libro dell’Esodo che cosa racconta? Racconta la storia di un popolo. Meglio ancora, racconta la storia di un gruppo di schiavi oppressi in Egitto che, ad un certo punto, riescono a fuggire e dopo un lungo cammino entrano in una Terra che apparterrà loro, la Terra della libertà, la Terra promessa. Ma poi, rileggendo questa storia, riconoscono: non siamo stati noi a uscire dall’Egitto. E’ il Signore che ci ha fatto uscire! Nella storia che hanno vissuto, che è una storia di liberazione comune a tanti altri popoli, riconoscono un intervento del Signore. Quindi, la rilettura di questa storia diventa per loro una professione di fede: il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto.
Nella Bibbia il libro dell’Esodo è quello che più di altri libri può essere considerato all’origine della fede di Israele proprio perché racconta quell’esperienza che ha permesso al popolo di riconoscere il Signore, il suo Dio, colui che lo ha liberato, che lo ha fatto uscire, che gli ha donato una Terra. Quindi, nel libro dell’Esodo abbiamo sì una storia, ma è una storia che è riletta nella fede. Raccontando questa storia, il popolo confessa: il Signore ha agito in mezzo a noi! Ma questo significa che l’Esodo, raccontandoci questa storia riletta nella fede, ci racconta anche la fede di questo popolo e in questo modo ci aiuta a capire quale deve essere la nostra stessa fede. Ci insegna a riconoscere nella nostra vita la presenza del Signore e a dire con fede: ecco, il Signore agisce nella mia vita e io lo riconosco presente come colui che interviene nella mia storia.
Abbiamo detto che il libro dell’Esodo racconta degli avvenimenti, ma li racconta come sono stati interpretati dalla fede di un popolo. E allora capite che questo è già un criterio per leggere il testo. Questa è la prima chiave di lettura: possiamo leggere questi racconti preoccupandoci non solamente di comprendere ciò che è avvenuto, ma anche di capire in che rapporto sta ciò che è avvenuto con la fede di quel popolo. E soprattutto siamo invitati a chiederci: quello che è avvenuto in che rapporto sta con la mia fede?
Nell’Esodo la professione di fede appare legata ad una storia. Possiamo dire che per l’Esodo, ma più ancora per tutta la Bibbia, professare la fede significa raccontare una storia. La fede di Israele, come del resto la fede cristiana, non è una fede astratta, teorica. Non consiste semplicemente nel credere ad alcune verità, nel credere vero che Dio ha creato il cielo e la terra, nel credere vero che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo… Tutto questo c’è, ma la fede dell’Esodo, la fede della Bibbia consiste soprattutto nel fare memoria di una storia, nel riconoscere che in questa storia Dio è intervenuto e continuamente interviene, si manifesta, si fa conoscere, rivela se stesso, il suo volto. Ecco, la caratteristica che distingue la fede di Israele dalla fede dei popoli circostanti: per Israele credere non è semplicemente affermare l’esistenza di un solo Dio: gli altri popoli hanno molti dèi, noi invece crediamo in un unico Dio. No! non è solo questo: la peculiarità, ciò che è tipico e proprio in modo esclusivo della fede di Israele è il fatto che è una fede che affonda le radici nella storia. Chi è Dio per il popolo di Israele? E’ colui che lo ha liberato dall’Egitto. Dio è colui che ha fatto uscire i padri dalla Terra della schiavitù. Questa è la fede di Israele. Prima ancora che essere colui che ha creato il cielo e la terra, Dio per Israele è colui che è stato protagonista di questa storia di liberazione. E guardate che questo vale anche per noi cristiani, perché anche per noi la fede ha questa struttura che è poi la struttura tipica della fede biblica. Chi è per noi Dio? E’ colui che ha risuscitato Gesù dai morti. Nient’altro che questo. Quindi, il Dio della Bibbia, il Dio dell’Esodo è un Dio che parla, che si comunica attraverso la sua parola. Ma attenzione: la parola di Dio non è mai soltanto una emissione di suoni, un comunicare delle informazioni, un dire delle verità. La parola di Dio nella Bibbia è sempre una parola-cosa, una parola-evento. Dio parla attraverso i fatti della storia, parla attraverso il suo agire nella storia. Per un ebreo e per un cristiano la parola di Dio non è in primo luogo qualcosa che si ascolta ma una realtà che si rende visibile. E’ una parola che si ascolta non solo con gli orecchi, ma in qualche modo anche con gli occhi, è cioè una parola-fatto che si vede, che si vede crescere nella storia.
Dicevamo che Dio si rivela nella storia e che questa storia non è solo una storia passata. E’ una storia che coinvolge anche noi, anche me. Ogni generazione, ogni persona deve considerare se stessa come uscita dall’Egitto, come liberata grazie all’intervento di Dio. Questo significa allora che l’esperienza dell’esodo assume il valore di un paradigma, è un’esperienza paradigmatica. In qualche modo è il modello attraverso il quale possiamo capire anche la nostra vita e quel che deve essere la nostra esperienza di fede. Se il Dio dell’Esodo si è rivelato come colui che ha liberato il popolo dalla schiavitù per condurlo verso la Terra, significa che Dio è fatto così: è un Dio che ha spezzato le catene di coloro che erano schiavi in Egitto e che anche oggi desidera liberare la mia vita e la vita del mondo. Allora, ecco un’altra chiave di lettura. Il problema per noi sarà quello di domandarci: da quale schiavitù devo essere liberato? quale cammino devo fare per giungere alla libertà? verso quale Terra il Signore mi sta conducendo? verso quale esperienza di libertà? E a proposito della libertà può essere interessante sapere che nell’ebraico biblico non esiste il sostantivo « libertà ». C’è solo il verbo « liberare », perché la libertà è una storia. Anche in questo caso: la libertà non è qualcosa di astratto, è una storia, e precisamente è un cammino di liberazione, che però non puoi fare da solo, che non puoi fare con le tue sole forze. E’ necessario che qualcuno venga a liberarti e ti strappi dalla schiavitù in cui ti trovi per condurti verso una Terra di libertà.

3. Tre temi fondamentali: Rivelazione di Dio, Alleanza e Legge
Da quanto abbiamo detto finora appare chiaro che il libro dell’Esodo è un libro di rivelazione. Rivela chi è Dio. Per questo la domanda fondamentale che ci poniamo accostando questo libro è: che volto di Dio mi rivela? come mi fa conoscere Dio? Quando si legge un testo, l’importante è leggerlo con la domanda giusta. Questa considerazione vale per qualsiasi testo: per un romanzo, per un saggio, per un articolo di giornale… Per leggere qualunque testo ci vogliono delle domande e la domanda giusta per leggere la Bibbia è proprio questa: che volto di Dio mi rivela? come mi fa conoscere Dio? chi è Dio? Perché tutta la Bibbia è rivelazione di Dio. E l’Esodo lo è in modo particolare. Fa parte infatti dei primi cinque libri della Bibbia, quei libri che noi solitamente chiamiamo Pentateuco, che in greco significa « cinque libri », ma che nella Tradizione ebraica sono indicati con il termine Torah. Questa parola di solito viene tradotta con « legge », ma è un modo un po’ povero di tradurla. Certo, in questi primi cinque libri ci sono anche ampie sezioni legislative. Pensate ai dieci comandamenti, ma oltre al decalogo ci sono tante altre leggi nella Torah. Dunque Torah significa « legge », ma soprattutto « rivelazione ». Per la Bibbia la rivelazione e la legge non sono due cose diverse, ma si compenetrano vicendevolmente, sono collegate l’una all’altra in modo intrinseco proprio perché Dio si rivela non solo agendo in una storia, ma anche donando una legge. E così ci siamo introdotti nell’altro grande tema dell’Esodo, quello della legge che Dio dona al popolo con il quale fa alleanza. In che senso la rivelazione di Dio passa anche attraverso il dono di una legge? Direi questo: innanzi tutto dobbiamo dimenticare il senso che noi solitamente attribuiamo al termine « legge ». La legge per noi è una serie di precetti, di norme che esigono obbedienza, altrimenti scattano delle sanzioni, delle punizioni. Per la Bibbia, invece, e dunque per l’Esodo la legge è soprattutto una regola, un’istruzione per vivere bene. E in modo particolare la legge è quell’istruzione che ti fa vivere bene in modo tale che, attraverso l’esistenza che vivi in obbedienza al comando di Dio, tu lo possa incontrare, conoscere e fare esperienza di Lui.
Forse, per capire meglio conviene prendere un esempio dal Nuovo Testamento, perché qui abbiamo un’idea di legge un po’ meno condizionata. Pensate al « comandamento nuovo » che si trova nel vangelo di Giovanni e che riassume tutta la legge dell’Antico Testamento: « vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (Gv 13,34). Questo comandamento ci aiuta a capire il senso autentico della legge. Se, infatti, noi viviamo il comandamento dell’amore, cioè se ci amiamo gli uni gli altri come il Signore ci ha amato, in questo modo possiamo giungere a capire che Dio è amore. Ecco in che senso il comandamento è anche rivelazione! Solo se sono capace di vivere relazioni con gli altri segnate dall’amore, io capisco veramente cosa vuol dire che Dio è amore. Solo così conosco davvero chi è Dio. Il comandamento nuovo dice: « amatevi come io vi ho amato ». Quel « come » non va inteso nel senso dell’imitazione. Chi di noi potrebbe imitare l’amore del Signore? Dobbiamo intenderlo piuttosto nel senso che l’amore del Signore, l’amore con cui Lui per primo ci ha amato, è in grado di trasformare la nostra vita e di darci quel cuore nuovo capace di amare come Cristo ci ha amato. Solo vivendo questa esperienza di amore, cioè solo accogliendo l’amore del Signore, fino al punto di farlo diventare l’amore con il quale io amo il fratello, solo a questa condizione posso capire chi è Dio: Dio è amore.
Questo dinamismo che caratterizza il comandamento nuovo è lo stesso che riscontriamo nella legge che Dio dona a Mosè. Allora possiamo dire che nell’Esodo Dio dona una legge proprio perché attraverso di essa l’uomo possa vivere quel cammino di libertà che gli fa riconoscere che è il Signore ad averlo liberato, perché attraverso la legge l’uomo diventi così libero da riconoscere che Dio è colui che libera. Dunque, nel contesto biblico la legge non è mai semplicemente un comando. Per Israele la legge non è un’imposizione, ma un dono, perché accogliendola il popolo può accogliere il dono della liberazione. La legge, per il libro dell’Esodo, è ciò che mi rende capace di vivere un cammino da uomo libero, perché in questo modo io possa sempre riconoscere che è il Signore colui che mi libera.
La logica della legge è la logica dell’alleanza. Dio ha liberato il popolo dall’Egitto per condurlo verso la Terra della promessa, ma prima di entrarvi il popolo deve incontrare il Signore presso il monte Sinai. Qui Dio stipula un’alleanza con il suo popolo: « Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo » (cfr. Es 19, 5-6). La stipulazione dell’alleanza implica anche il dono di una legge che il popolo si impegna ad osservare: « Tutto ciò che il Signore dirà noi lo faremo e lo ascolteremo » (Es. 24, 7). Per entrare nella terra, il popolo deve rimanere fedele all’alleanza. Questa sembra quasi una condizione che Dio pone al suo popolo. Occorre però intendere bene il suo significato. La libertà è il dono di Dio e Dio non ritira il suo dono, che rimane dato in modo irrevocabile. E tuttavia soltanto se il popolo vive in modo conforme al dono, questo potrà portare i suoi frutti. Altrimenti il dono imputridirà tra le mani di Israele, verrà meno, perderà il suo significato e la sua efficacia. Potremmo dire così: osservando il comandamento, rimanendo fedele all’alleanza, il popolo imparerà a conoscere che all’origine della sua libertà c’è il dono di Dio. Il comandamento è ciò che consente al popolo di mantenere viva la memoria di Dio come di colui che lo ha liberato; gli consentirà di riconoscere che non si è liberato da solo, ma che all’origine della sua libertà c’è l’azione gratuita di Dio. La legge è dunque ciò che nella vita del popolo custodisce il dono, ne ravviva la memoria e ne mantiene in vigore l’efficacia.

4. Come Dio si rivela nelle tre tappe del cammino di Israele
Questi che ho introdotto sono i temi fondamentali dell’Esodo. Vorrei ora approfondirli, cercando di mettere a fuoco in che modo la liberazione che Dio opera si realizza nello svolgimento del racconto. Il libro dell’Esodo presenta questa struttura: ci sono due grandi blocchi tematici collegati fra loro da una sezione intermedia. Il primo blocco, che comprende i primi 15 capitoli, è ambientato in Egitto: il popolo è schiavo e Dio lo libera facendogli attraversare il mare. Il secondo blocco comprende i capitoli 19-40: il popolo stipula l’alleanza con il Signore sul monte Sinai e accetta di obbedire alla legge che il Signore gli dona. Tra questi due blocchi c’è la sezione di collegamento (i capitoli 15-18), nella quale è raccontato il cammino nel deserto, il cammino che Israele percorre dall’Egitto fino al Sinai dove incontrerà il Dio dell’alleanza. Quindi, ci sono tre grandi sezioni: l’Egitto, il cammino nel deserto e l’alleanza sul Sinai. In ognuna di queste tre sezioni possiamo notare che Dio si rivela in un modo diverso.

a) La liberazione dall’Egitto: 1,1 -15,21
Consideriamo innanzi tutto la prima sezione (Es 1. 1 -15, 21): il popolo schiavo in Egitto. Che volto di Dio incontriamo in questi capitoli? Fondamentalmente è il volto di un Dio che ascolta il grido dell’oppresso, il grido del povero, dello schiavo. Vi leggo la conclusione del capitolo 2 dell’Esodo: « Nel lungo corso di quegli anni, il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero » (Es 2,23-25). E’ un Dio che ascolta il grido dell’oppresso, il grido dello schiavo. Non solo ascolta, ma guarda e se ne prende pensiero. Eppure, se leggiamo quanto si racconta nei primi due capitoli dell’Esodo, ci accorgiamo che il popolo di Israele che è schiavo in Egitto sembra aver dimenticato la fede dei padri. Il grido che sale dalla schiavitù non è un grido che Israele rivolge immediatamente al suo Dio, perché il popolo sembra aver perso la propria fede, sembra non ricordare più il Dio che si è rivelato ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe… il Dio dei padri. In questo momento Israele è un popolo senza Dio. Il suo grido è come un grido inarticolato che si alza, ma non ha una direzione precisa verso la quale rivolgersi. Eppure Dio lo ascolta. Il popolo ha dimenticato Dio, ma Dio non si è dimenticato del suo popolo, non ha dimenticato la sua fedeltà ad Abramo, Isacco e Giacobbe.
Un secondo tratto di questo volto: è un Dio solidale e compassionevole. Mosè lo incontra presso il roveto ardente, in quel roveto che brucia e non si consuma. La tradizione ebraica legge questo episodio in modo molto bello, mettendo sulla bocca di Dio queste parole rivolte a Mosè: « Ti rendi conto di come partecipo alle sofferenze di Israele? Io ti parlo circondato da spine, come se partecipassi direttamente al tuo dolore » [Shemot Rabba II.5; cfr. R. PACIFICI, Midrashim. Fatti e personaggi biblici, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 59]. Il Dio di Mosè è un Dio compassionevole, che partecipa personalmente al dolore del popolo, per questo parla dal roveto, dalle spine. Per noi che crediamo in Gesù il roveto diventa l’immagine della croce, ci rimanda al suo volto circondato dalle spine di cui è stato coronato. Il Dio compassionevole che si è rivelato a Mosè nel roveto manifesterà pienamente e definitivamente se stesso nel volto coronato di spine del crocifisso.
A questo punto, per mostrare un terzo tratto di questo volto di Dio che vogliamo scoprire, vorrei citarvi un brano del capitolo 5 del libro dell’Esodo in cui si racconta il primo incontro di Mosè con il Faraone. Dio aveva affidato a Mosè questa missione: va’ a dire al Faraone di lasciare partire il mio popolo. Mosè obbedisce al Signore, va dal Faraone, ma il Faraone si rifiuta di concedere al popolo il permesso di partire. Ed è interessante vedere in che modo il Faraone si oppone alla richiesta di Mosè. « Il Faraone rispose: chi è il Signore perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele » (Es 5,2). Il rifiuto è duplice. Non soltanto rifiuta di dare al popolo il permesso di partire, ma il suo rifiuto assume i tratti della negazione stessa di Dio: non conosco il Signore!
Nel libro dell’Esodo il Faraone è sempre senza nome. E questo è uno dei tanti problemi storici posti dal libro dell’Esodo. Chi è questo Faraone? Possiamo dire che non ha nome perché non è solo un personaggio storico, è anche un personaggio simbolico, il simbolo di tutto ciò che si oppone a Dio, di tutto ciò che si erge contro Dio e fa schiavo l’uomo. Il Faraone rappresenta il tentativo di impedire a Dio di liberare l’uomo. Anche in questo caso la tradizione ebraica rilegge questo episodio in modo estremamente significativo. Ci sono due midrashim, cioè due racconti giudaici che interpretano questo testo [Shemot Rabba V.14]. Il primo dice che il Faraone, quando udì l’espressione « il Dio degli Ebrei », esclamò con meraviglia: da quando gli schiavi hanno un Dio? Nella sua mentalità è inconcepibile che gli schiavi abbiano un Dio. Tenete presente che nell’Antico Egitto la società ha un carattere sacrale, è una società in cui il Faraone si fa chiamare « figlio di Dio », proprio perché Dio è il Dio dei forti, dei vincenti… La Bibbia contesta questo modo di vedere le cose e ha il coraggio di dire che sono gli Israeliti schiavi coloro che conoscono il vero Dio, mentre il Dio dei padroni è un Dio falso. Quello vero è il Dio degli schiavi. Dunque, il Dio che si rivela a Mosè non è neutrale, non interviene nella storia in modo generico. Si schiera, prende sempre una posizione precisa e la posizione che prende è questa: stare dalla parte degli oppressi. Guardate che questo è un concetto di Dio rivoluzionario, che non si trova nelle mitologie, nei tanti dèi che popolano i pantheon delle culture dell’epoca, perché questi dèi appartengono al mondo dei potenti e dei dominatori della storia, quindi, di conseguenza, instaurano con l’uomo un rapporto di dominazione. Invece il Dio degli schiavi non stabilisce con l’uomo un rapporto di oppressione, ma sempre un rapporto di libertà. E questa è un’immagine rivoluzionaria di Dio, che dice molto anche sul senso della libertà. Ci insegna che la libertà non è semplicemente essere senza padroni, ma piuttosto riuscire a trattare gli altri non secondo la relazione padrone-schiavo, ma da uomini liberi. Si può forse dire che la vera libertà non consiste tanto nel non avere padroni sopra di sé, quanto nel riuscire a non essere padrone. Questa è la libertà che ci testimonia Dio, un Dio che in Gesù giunge addirittura a farsi schiavo per la nostra salvezza. Il rapporto normale con cui siamo abituati a pensare la relazione dell’uomo con Dio si ribalta. Dio si fa servo, si fa schiavo per liberare gli uomini!
C’è anche un secondo midrash riferito sempre a questo versetto. Racconta che il Faraone afferma di non conoscere il Dio degli Ebrei e dice: non lascerò partire il popolo che ha un Dio senza nome, dunque un Dio che non esiste. E dice così, perché in precedenza aveva mandato i suoi servi a consultare negli archivi e a cercare il nome del Dio di Mosè, ma i servi non riescono a trovare il nome del Dio di Mosè negli archivi. Quindi, se il suo nome non è conservato negli archivi, evidentemente è un Dio che non esiste. Ma – sempre secondo il midrash – Mosè prende la parola e risponde al Faraone: « non puoi trovare il nome di Dio negli archivi e negli elenchi, perché quelli sono il cimitero degli dei. Il nostro Dio non ha nome, vive eternamente e riceve il nome dalle azioni che compie », dalla storia che fa. E ancora una volta appare che Dio si rivela nella storia. Noi non conosciamo il nome di Dio prima di averlo visto agire nella storia. Per questo il nome che Israele dà a Dio è: colui che ha liberato i miei padri dalla schiavitù dell’Egitto. Appunto, il Dio che ascolta il grido degli oppressi e si mostra solidale è anche un Dio che libera.
I primi 15 capitoli del libro dell’Esodo si concludono con la liberazione che si realizza attraverso il passaggio del mare. In particolare terminano con questo versetto: dopo il miracolo del mare « Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè » (Es 14,31). Dopo aver visto l’azione di Dio nella storia il popolo « vide e credette ». Il nostro Dio non ha un nome conservato negli archivi. Riceve un nome dalle azioni che compie.

b) Il cammino nel deserto: 15, 22 – 18, 27

Nella seconda sezione dell’Esodo (15, 22 – 18, 27), in cui si descrive il cammino di Israele nel deserto, che volto di Dio ci viene rivelato? Innanzi tutto il volto di un Dio che sembra farsi assente. Dopo essere stato liberato, il popolo teme di venire abbandonato a se stesso. E’ l’Israele che sperimenta la fame, che ricorda con nostalgia le cipolle dell’Egitto, la schiavitù e dice: almeno lì mangiavamo, almeno avevamo di che dissetarci! E così la grande tentazione del deserto viene espressa dall’Esodo con queste parole di mormorazione messe in bocca al popolo di Israele: « Ma il Signore è in mezzo a noi, sì o no? » (Es 17,7). La tentazione di Israele è quella di pensare che Dio, che si è manifestato con tanta potenza e si è reso presente nella storia, ora sia assente. E il popolo arriva fino al punto di dire: sarebbe stato meglio per noi morire schiavi in Egitto piuttosto che vivere in questo deserto dove non c’è da mangiare né da bere! In fondo, è come se il popolo sconfessasse la sua fede, è come se si pentisse di aver creduto, perché ora si sente ingannato, è portato a credere che quello che sembrava un cammino di liberazione nasconda invece un grande inganno. Ma anche in questa situazione Dio viene incontro al suo popolo e accoglie questa invocazione. E’ una mormorazione, ma Dio la ascolta come un’invocazione e dona pane e acqua al popolo che ha fame e sete. E con il pane e l’acqua dona anche una legge o, meglio, dona al popolo delle prove per misurare la sua fede. Pensate alla manna, donandola Dio impone anche questa norma: ne raccoglierete quanta ne basta per un giorno. C’è una legge che accompagna il dono e il modo di accogliere il dono è appunto obbedire alla legge. Che senso ha questa legge? Ha questo significato: il popolo deve essere messo alla prova per verificare la sua fede, il popolo deve imparare a vivere un cammino di liberazione attraverso il deserto senza mettere alla prova Dio, ma lasciando che sia Dio a metterlo alla prova. Che cosa vuol dire mettere alla prova Dio? Significa voler vivere avendo in mano tutte le sicurezze, essere disposti a fidarsi di Dio solo a condizione che Lui dia prova dell’affidabilità della fede che richiede. Ma Dio non accetta questo gioco. E’ disposto a guidare il popolo solo a patto che il popolo si affidi a Lui senza pretendere delle garanzie, solo a condizione che il popolo abbia fede e anziché fidarsi delle proprie certezze si fidi della promessa di Dio.
Un aspetto da sottolineare a proposito del cammino nel deserto è che il pane e l’acqua con cui il popolo viene nutrito sono un pane e un’acqua che il popolo non conosce, al di sopra di quanto il popolo ha fino allora sperimentato. Perché la manna ha questo nome? Perché il popolo, vedendo questa strana sostanza depositata sulla superficie del deserto domanda: »Man hu? Che cos’è? » (Es 16,15). Questo pane non è solo un dono del Signore, è qualcosa che il popolo ancora non conosce. Perciò il cammino del deserto ha per Israele questo significato: fare esperienza di Dio fidandosi di Lui e aprendosi ad accogliere un dono che il popolo ancora non conosce. Questo significa vivere nel desiderio di sperimentare sulla mia vita la benedizione di ciò che ancora non conosco, di ciò che le mie mani non sono capaci di produrre, di ciò che il mio desiderio è incapace di progettare. Il cammino nel deserto mi insegna a saziarmi di quel pane che non è il frutto di quello che io so fare o posso fare, m’invita ad accogliere il dono di Dio come qualcosa che supera le mie stesse aspettative, il mio stesso desiderio. Camminare nel deserto ha questo significato: il popolo deve imparare a vivere più di desiderio e di speranza che di nostalgia. Che cos’è che tiene ancora legato il popolo alla schiavitù dell’Egitto? Il ricordo, la nostalgia. Ma questi sentimenti vanno superati. Il popolo deve imparare a desiderare una terra « promessa », che non corrisponde al suo progetto, ma è una terra che è dono di Dio. In una parola il popolo deve imparare a vivere non del proprio progetto ma della promessa di Dio. Che cosa significa progettare la propria vita? Significa prenderla e gettarla davanti a se, costruire da soli il proprio futuro, la propria terra. Ma Dio dice al popolo: attento! Più che del pro-getto devi vivere della pro-messa. La promessa è ciò che Dio ti mette davanti, non ciò che le tue mani sanno costruire. Vivere della promessa significa vivere rispondendo ad una vocazione, ad una chiamata. E’ questo che il popolo deve imparare. Perciò il Dio che si rivela nel deserto è un Dio che ti dona una Terra che tu ancora non conosci.

c) L’alleanza sul Sinai: 19, 1 – 40, 38
E per finire: qual è il volto di Dio che si rivela sul Sinai? Vorrei citare due versetti del capitolo 19. Dio, apparendo a Mosè, gli promette un’alleanza in questi termini: « Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! » (Es 19,4-5). Vi ho sollevato su ali di aquila. E’ come dire: voi non avete camminato, sono io che vi ho preso e vi ho condotto fin qui. La tradizione giudaica commenta così l’immagine dell’aquila: « L’aquila porta i suoi nati sulle ali mentre gli altri volatili li portano sotto le zampe: perché l’aquila teme di essere colpita dalla freccia dell’uomo e pensa sia meglio che la freccia colpisca lei piuttosto che i suoi figli. Così ha fatto Dio che prima precedeva il popolo, ma poi si sposta dietro a lui ricevendo i colpi degli egiziani invece di Israele » [cfr. Rashi di Troyes, Commento all'Esodo]. Dio fa la stessa cosa e dice: fin qui vi ho portati io, ma « ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli » (Es 19,5). Il testo dice: ora. C’è un « ora ». Fino ad un certo punto il Signore ti conduce, ma c’è un momento in cui l’uomo deve iniziare a rispondere, a camminare sulle sue gambe e a vivere responsabilmente davanti al Signore; deve cioè accettare di vivere un’alleanza con Lui. Sull’alleanza si potrebbero dire molte cose, ma uno dei tratti fondamentali che l’alleanza ci rivela del volto di Dio è il fatto sorprendente che Dio si fida completamente dell’uomo al punto da voler stringere un’alleanza con Lui. Noi spesso parliamo della fede dell’uomo in Dio, ma la Bibbia ci parla soprattutto della fede che Dio ha nell’uomo. Dio si fida dell’uomo al punto che, facendo alleanza con lui, gli affida la storia. Come dire: fin qui ti ho portato io, ora sei capace di camminare da solo e io ti affido il creato, la storia. E’ Dio stesso che nell’alleanza si affida all’uomo. Non solo gli chiede di affidarsi a Lui! Dio è così: si fida dell’uomo e si affida a lui. L’anti-Dio, invece, Satana è descritto dalla Bibbia proprio nei termini opposti: se Dio si fida dell’uomo, il diavolo è colui che non si fida, che diffida dell’uomo. Il libro di Giobbe si apre con un dialogo fra Dio e Satana in cui appare proprio questo concetto. Dio è contento perché Giobbe è un uomo giusto ma Satana ribatte: sfido che è giusto! Non gli manca nulla, per questo obbedisce ai tuoi comandi. Mettilo alla prova, togligli quello che ha e vedrai « come ti benedirà in faccia »! (Gb 1,11). Così pensa l’avversario, Satana. Il Dio dell’alleanza è diverso: è il Dio fedele, il Dio della fiducia.

5. Anche la nostra vita è un esodo: come la Bibbia ci aiuta a riconoscerne il senso?
Concludo lasciandovi una domanda che spero possa esservi utile per la vostra lettura dell’Esodo. Ve la suggerisco proponendovi un racconto popolare dell’Africa orientale, che potrebbe stare benissimo tra gli apoftegmi dei padri del deserto o fra i detti dei rabbini… Si racconta che ad una vecchia indigena che era molto legata alla Bibbia, al punto che leggeva solo quella, viene detto di interessarsi anche ad altri libri… « Ce ne sono tanti molto belli nella storia del popolo, leggi anche altre cose! ». E l’indigena risponde: « Sì, è vero. Posso leggere tanti altri libri, ma c’è solo un libro che legge me, ed è la Bibbia ». Ecco, quella donna ha ragione. La Bibbia non è solo un libro che noi leggiamo, è anche un libro che ci legge la vita. Quindi il suggerimento che vi do accostandovi ai testi dell’Esodo è questo: provate a domandarvi come questi racconti leggono e giudicano la vostra vita; non preoccupatevi solamente di leggere voi il testo, ma lasciate che il testo legga la vostra vita. Se glielo permetterete probabilmente vi farà scoprire che anche la vostra vita è un cammino, un esodo, un entrare e un uscire. Che cosa vuol dire entrare e uscire? C’è un salmo molto bello, il salmo 121, che dice: « Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te quando esci e quando entri da ora e per sempre » (Sal 121, 7-8). Quando esci e quando entri è un modo per dire tutta la vita. Gli ebrei quando parlano della realtà di solito la descrivono ricorrendo ai due poli entro i quali è ricompresa. Per dire il mondo parlano del cielo e della terra, per dire la vita parlano dell’entrare e dell’uscire, del nascere e del morire… E l’entrare e l’uscire è in fondo l’immagine del nostro vivere. Tutta la nostra vita è un esodo e allora questo libro può aiutarci a leggerla facendoci scoprire che c’è un Dio che si rivela nella nostra storia, in forme diverse, secondo le tappe del cammino della nostra esistenza. In ognuno di noi c’è qualcosa del cammino di Israele: c’è una parte di noi che è ancora nella schiavitù, una parte di noi che è nel deserto, nella prova e c’è anche una parte di noi che è già nella Terra Promessa… Ecco, provate a domandarvi a quale livello la vostra vita si pone e quale volto di Dio già conosce o deve ancora scoprire.

6. Una storia incompiuta?
Il libro dell’Esodo si conclude sul Sinai. Questo è strano in un racconto di liberazione che ha un punto di partenza (la schiavitù dell’Egitto) e un punto di arrivo (la Terra promessa), ma di fatto termina prima di entrare nella Terra. Si conclude sul Sinai. Non solo l’Esodo, ma tutto il Pentateuco resta, per così dire, fuori dalla Terra promessa. Solo con il libro di Giosuè si entra nella Terra promessa e questo fatto dà l’impressione che il Pentateuco, la Torah contenga una storia incompiuta. Ma forse non è così. Il vero compimento è il Sinai, cioè l’alleanza con Dio. La pienezza è là dove il popolo dice: io non voglio più essere schiavo dell’Egitto, voglio servire Dio! Questa è la vera libertà: non tanto un cammino verso un luogo geografico, ma un passare dalla schiavitù dell’Egitto al servizio di Dio. Un bel libro sull’Esodo si intitola proprio così: « Dalla servitù al servizio » e s’intende dalla servitù del faraone al servizio di Dio. Non so se è il più bel libro che sia stato scritto sull’Esodo; probabilmente, però, è il libro che ha il titolo migliore, perché questa è la vera libertà. La vera Terra promessa è Dio. Questo è il punto di arrivo di ogni cammino e ricerca dell’uomo: Dio come la nostra vera Terra.

Fratel Luca Fallica
Comunità Monastica SS.Trinità
(Vertemate con Minoprio – CO)

Palazzolo Milanese, 15 ottobre 1996 – Scuola di formazione missionaria alla mondialità

Discorso dulla montagna

Discorso dulla montagna dans immagini sacre Beatitudini3

http://www.conmaria.it/vangeli/beatitudini.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2012 |Pas de commentaires »

Sette salmi penitenziali

http://www.vicariatusurbis.org/SantiProtomartiriRomani/sette_salmi_penitenziali.html

Sette salmi penitenziali

Questi sette salmi (Sal 6; cfr. Sal 32; cfr. Sal 38; cfr. Sal 51; cfr. Sal 102; cfr. Sal 130; cfr. Sal 143) furono raccolti da sant’Agostino sotto il nome di « Sette salmi penitenziali », che vengono recitati la sera, prima di confessarsi e dopo essersi pentiti di un peccato.
Questa raccolta era una delle preghiere preferite di san Luigi Gonzaga e altri santi.

SALMO 6
Signore, non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore.
Pietà di me, Signore, vengo meno; guariscimi, Signore: tremano le mie ossa.
L’anima mia è tutta sconvolta. Ma tu, Signore, fino a quando…?
Volgiti Signore, a liberarmi, salvami per la tua misericordia.
Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi canta le tue lodi?
Sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio,
irroro di lacrime il mio letto.
I miei occhi si consumano nel dolore, invecchio fra tanti miei oppressori.
Via da me, voi tutti che fate il male: il Signore ascolta la voce del mio pianto.
Il Signore ascolta la mia supplica, il Signore accoglie la mia preghiera.
arrosiscano e tremino, i miei nemici, indietreggino all’istante.

SALMO 32 (31)
Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno.
Tacevo e si logoravano le mie ossa, mentre gemevo tutto il giorno.
Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.
Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: <<Confesserò al Signore le mie colpe>> e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.
Per questo ti prega ogni fedele nel tempo dell’angoscia.
Quando irromperanno grandi acque non lo potranno raggiungere.
Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo, mi circondi di esultanza per la salvezza.
Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire; con gli occhi su di te, ti darò consiglio.
Non siate come il cavallo e come il mulo privi d’intelligenza;
si piega la loro fierezza con morso e briglie, se no, a te non si avvicinano.
Molti saranno i dolori dell’empio, ma la grazia circonda chi confida nel Signore.
Gioite nel Signore ed esultate, giusti, giubilate, voi tutti, retti di cuore.

SALMO 38 (37)
Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira.
Le tue frecce mi hanno trafitto, su di me è scesa la tua mano.
Per il tuo sdegno non c’è in me nulla di sano, nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati.
Le mie iniquità hanno superato il mio capo, come carico pesante mi hanno oppresso.
Putride e fetide sono le mie piaghe a causa della mia stoltezza.
Sono curvo e accasciato, triste mi aggiro tutto il giorno.
Sono torturati i miei fianchi, in me non c’è nulla di sano.
Afflitto e sfinito all’estremo, ruggisco per il fremito del mio cuore.
Signore, davanti a te ogni mio desiderio e il mio gemito a te non è nascosto.
Palpita il mio cuore, la forza mi abbandona, si spegne la luce dei miei occhi.
Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza.
Tende lacci chi attenta alla mia vita,
trama insidie chi cerca la mia rovina e tutto il giorno medita inganni.
Io, come un sordo, non ascolto e come un muto non apro la bocca;
sono come un uomo che non sente e non risponde.
In te spero, Signore; tu mi risponderai, Signore Dio mio.
Ho detto: <<Di me non godano, contro di me non si vantino quando il mio piede vacilla>>.
Poiché io sto per cadere e ho sempre dinanzi la mia pena.
Ecco, confesso la mia colpa, sono in ansia per il mio peccato.
I miei nemici sono vivi e forti, troppi mi odiano senza motivo,
mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene.
Non abbandonarmi, Signore, Dio mio, da me non stare lontano;
accorri in mio aiuto, Signore, mia salvezza.

SALMO 51 (50)
. Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;
perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio.
Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre.
Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo m’insegni la sapienza.
Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve.
Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato.
Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso.
Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.
Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode;
poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.
Nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione,
allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

SALMO 103 (102)
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia;
egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.
Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi.
Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere.
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;
come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere.
Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce.
Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce.
Ma la grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono;
la sua giustizia per i figli dei figli, per quanti custodiscono la sua alleanza
e ricordano di osservare i suoi precetti.
Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo.
Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti alla voce della sua parola.
Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere.
Benedite il Signore, voi tutte opere sue,in ogni luogo del suo dominio.
Benedici il Signore, anima mia.

SALMO 130 (129)
Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore,Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore.
Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella tua parola.
L’anima mia attende il Signore, più che le sentinelle l’aurora.
Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la Misericordia,
grande è presso di lui la redenzione; egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

SALMO 143 (142)
Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica,
tu che sei fedele, e per la tua giustizia rispondimi.
Non chiamare in giudizio il tuo servo, nessun vivente davanti a te è giusto.
il nemico mi perseguita, capesta a terra la mia vita,
mi ha relegato nelle tenebre, come i morti da gran tempo.
In me languisce il mio spirito, si agghiaccia il mio cuore.
Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere,
medito i tuoi prodigi. A te protendo la mie mani.
Rispodimi presto, Signore, viene meno il mio spirito.
Non nascondermi il tuo volto, perchè non sia come chi scende nella fossa.
Al mattino fammi sentire la tua grazia, poichè in te confido.
Fammi conoscere la strada da percorrere, poichè a te si innalza l’anima mia.
Salvami dai miei nemici, Signore, a te mi affido.
Per il tuo nome, Signore, fammi vivere, liberami dall’angoscia, per la tua giustizia.
Per la tua fedeltà disperdi i miei nemici,
fa’ perire chi mi opprime, poichè io sono tuo servo.

per Mercoledì delle ceneri: Quaresima. Alla ricerca della verità del proprio essere (Enzo Bianchi)

https://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/182..

Quaresima. Alla ricerca della verità del proprio essere

di Enzo Bianchi

Mercoledì delle ceneri

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.
La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce: conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere, pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e, lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.
Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della Pasqua di ciascuno di noi.

Enzo Bianchi
Dare senso al tempo

MERCOLEDÌ DELLE CENERI 2012 – UFFICIO DELLE LETTURE

MERCOLEDÌ DELLE CENERI 2012

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia 58, 1-12

Il digiuno che è gradito a Dio
Grida a squarciagola, non aver riguardo;
come una tromba alza la voce;
dichiara al mio popolo i suoi delitti,
alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
Mi ricercano ogni giorno,
bramano di conoscere le mie vie,
come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;
mi chiedono giudizi giusti,
bramano la vicinanza di Dio:
«Perché digiunare, se tu non lo vedi,
mortificarci, se tu non lo sai?».
Ecco, nel giorno del vostro digiuno
curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
E’ forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l’uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere
il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire chi è nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua gente?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà;
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua oscurità sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
La tua gente riedificherà le antiche rovine,
ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.
Ti chiameranno riparatore di brecce,
restauratore di case in rovina per abitarvi.

Responsorio   Cfr. Is 58, 6. 7. 9; Mt 25, 31. 34. 35
R. Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore: Dividi il tuo pane con l’affamato, accogli chi è povero e senza tetto. * Allora invocherai il Signore ed egli ti risponderà: Eccomi!
V. Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare.
R. Allora invocherai il Signore ed egli ti risponderà:
Eccomi!

Seconda Lettura
Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73. 77-78, 87)

Fate penitenza
Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui.
Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza.
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Dì ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate «Padre», ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera.
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicando di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9, 23-24; 1 Cor 1, 31, ecc.).
Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

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