Archive pour février, 2012

Omelia sulla prima lettura: Gen 9,8-15

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14769.html

Omelia (01-03-2009)

don Marco Pratesi

Alleanza

Il diluvio rappresenta il momento in cui la creazione sta per tornare là da dove è venuta, l’informe caos iniziale: essa è sul punto di tornare al nulla. Questa inversione rispetto alla direzione impressa dall’atto creatore è da ascriversi alla cattiveria umana (cf. 6,5; 8,21), che è in grado di trascinare con sé nella morte l’intera creazione. Esiste, nel bene e nel male, una misteriosa ma reale solidarietà tra la creatura umana e le altre creature.
Questo cammino verso la morte, tuttavia, non arriva a compiersi. Eleggendo Noè, Dio interviene a interromperlo. La distruzione totale viene sfiorata ma non raggiunta, e la cattiveria umana non arriva a distruggere la terra. E’ evidente che si tratta di un atto gratuito, unilaterale, come è sottolineato nel nostro brano attraverso l’amplissimo ricorso al concetto di alleanza (vv. 9,11,12,13,15,16,17). Dio si prende un impegno con ogni uomo, indipendentemente dalla sua razza, religione, etc. e, tramite lui, con ogni vivente sulla terra (vv. 11-13; 15-17): non lascerà che la malizia umana distrugga la terra. Di questo impegno è segno cosmico l’arcobaleno.
E’ anche vero, d’altra parte, che il piano misericordioso di Dio passa attraverso la « bontà » di Noè, che « trova grazia agli occhi di Dio » (6,8). Per suo tramite il mondo riesce a salvarsi dalla rovina totale e la vita sfugge alla morte: è il mistero di Cristo già operante.
Da quanto detto emerge chiara l’indicazione del cammino: occorre continuamente rimettere a fuoco il fatto che la vita, nostra e del mondo, è minacciata dalla cattiveria e poggia essenzialmente sulla gratuità divina, e sul perdono. Al tempo stesso, siamo invitati a essere, come Noè, strumenti di questa grazia salvante. Ancora una volta azione di Dio e dell’uomo vanno insieme, ed è anzi proprio la presa di coscienza dell’impegno unilaterale assunto da Dio che deve suscitare il nostro impegno per la vita, insieme a ogni uomo di buona volontà. L’itinerario quaresimale in fondo non è che questo.

Omelia (26-02-2012): Ha condiviso persino la nostra debolezza

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/24751.html

Omelia (26-02-2012)

mons. Roberto Brunelli

Ha condiviso persino la nostra debolezza

Prima domenica di quaresima: come ogni anno, il passo evangelico proposto (Marco 1,12-15) è quello di Gesù che si ritira per quaranta giorni nel deserto, dove subisce le tentazioni di satana. A differenza di Matteo e Luca, l’evangelista Marco non descrive il contenuto delle tentazioni, dando così rilievo al fatto in sé, di Gesù che si ritira e soprattutto che affronta la prova. Il fatto risulta alquanto sorprendente per chi è abituato a pensare a Gesù come Figlio di Dio, uguale al Padre: ogni uomo conosce bene la tentazione; ma come può Dio, perfezione assoluta e fonte di ogni bene, essere anch’egli tentato al male? Il dubbio si scioglie, considerando che il Figlio di Dio ha assunto la natura umana, e per davvero, fino in fondo, anche nella sua debolezza: i vangeli attestano che ha provato la fame e la sete, la stanchezza e la povertà, la paura e la sofferenza, la morte. Tutto ha condiviso di noi, escluso il peccato (dal quale è venuto a liberarci) ma non esclusa la tentazione a commetterlo: e se non ha ceduto, è per insegnarci che è possibile anche a noi fare altrettanto.
Tentazioni a parte, è da rilevare anche il « quando » Gesù si è ritirato nel deserto. L’ha fatto prima di dare inizio al suo ministero pubblico, ai tre anni che – egli lo sapeva – si sarebbero conclusi con la sua Pasqua di morte e risurrezione. Il ritiro fu dunque in preparazione al passo supremo della sua vita terrena, quello che i suoi fedeli rivivono ogni anno nelle celebrazioni pasquali; la quaresima – quaranta giorni, tanti quanti quelli di lui nel deserto – è un invito a prepararci anche noi a rivivere con lui la nostra Pasqua, in cui per suo merito muore « l’uomo vecchio » che è in noi e possiamo rinascere, liberi dal male e gioiosamente protesi verso di lui. La quaresima è l’invito a prendere coscienza che nello spirito siamo malati, ma di una malattia curabile; la cura è impegnativa, talora dolorosa, ma conviene affrontarla, sapendo che la guarigione è certa.
La cura dell’anima che la quaresima propone presenta, come ogni altra cura, i suoi segni esteriori, le sue medicine e la sua finalità. I segni sono le ceneri sul capo (espressione della consapevolezza di essere bisognosi di cure e della volontà di intraprenderle) e una liturgia più austera (niente « Gloria » né « Alleluia », paramenti violacei, suono dell’organo solo per sostenere il canto), a significare la serietà dell’impegno. Quanto alle medicine, esse sono tre. La prima è la riscoperta dei doni di Dio, a cominciare dal battesimo, con cui Egli ci ha adottati come figli. La seconda è costituita dalla confessione (con cui Egli generosamente ci rigenera), dalla comunione (con cui ci sostiene nel cammino della vita) e da una più attenta riflessione sulla sua Parola (che si traduce poi in una più assidua preghiera). La terza è la pratica della carità, consistente nel perdono da concedere a chi ci avesse offeso, nel conforto da offrire a chi soffre, e in genere in un benevolo atteggiamento verso il prossimo, comprendente se possibile l’aiuto materiale a chi è nel bisogno o a chi meglio di noi è in grado di provvedere (penso ad esempio alla Caritas).
Resta da dire della finalità della cura. In proposito occorre sfatare la concezione, tanto diffusa quanto errata, che vivere da cristiani significhi mortificarsi, rinunciare, chiudersi nella tristezza, in una vita umbratile che non conosce la gioia. La realtà sta esattamente agli antipodi. Il brano evangelico di oggi, dopo aver accennato al ritiro di Gesù nel deserto, prosegue così: « Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: ?Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo’ ». Vangelo significa bella notizia; convertirsi significa accogliere quella bella notizia, credere che lui è la nostra beatitudine, che in lui si trova l’autentico senso della nostra vita e dunque la vera, duratura felicità.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 février, 2012 |Pas de commentaires »

26 FEBBRAIO 2012 – PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

26 FEBBRAIO 2012 – PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB1Page.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Esodo 5, 1 – 6, 1

Il faraone opprime più duramente il popolo d’Israele
Un giorno Mosè e Aronne vennero dal Faraone e gli annunziarono: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!». Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!». Risposero: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!». Il re di Egitto disse loro: «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori!». Il faraone aggiunse: «Ecco, ora sono numerosi più del popolo del paese, voi li vorreste far cessare dai lavori forzati!». In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: «Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sé la paglia. Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perché sono fannulloni; per questo protestano: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio! Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!».
I sorveglianti del popolo e gli scribi uscirono e parlarono al popolo: «Ha ordinato il faraone: Io non vi dò più paglia. Voi stessi andate a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca il vostro lavoro».
Il popolo si disperse in tutto il paese d’Egitto a raccattare stoppie da usare come paglia. Ma i sorveglianti li sollecitavano dicendo: «Porterete a termine il vostro lavoro; ogni giorno il quantitativo giornaliero, come quando vi era la paglia». Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi, dicendo: «Perché non avete portato a termine anche ieri e oggi, come prima, il vostro numero di mattoni?». Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: «Perché tratti così i tuoi servi? Paglia non vien data ai tuoi servi, ma i mattoni — ci si dice — fateli! Ed ecco i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!». Rispose: «Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni».
Gli scribi degli Israeliti si videro ridotti a mal partito, quando fu loro detto: «Non diminuirete affatto il numero giornaliero dei mattoni». Quando, uscendo dalla presenza del faraone, incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, dissero loro: «Il Signore proceda contro di voi e giudichi; perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!».
Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: «Mio Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo e tu non hai per nulla liberato il tuo popolo!».
Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese!».

Responsorio    Cfr. Es 5, 1. 3
R. Mosè venne dal faraone e gli annunziò la parola del Signore: * Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!
V. Il Dio degli Ebrei mi ha mandato a te per dirti:
R. Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 60, 2-3; CCL 39, 766)

In Cristo siamo stati tentati e in lui abbiamo vinto il diavolo
«Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera» (Sal 60, 1). Chi è colui che parla? Sembrerebbe una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice infatti: «Dai confini della terra io t’invoco; mentre il mio cuore è angosciato» (Sal 60, 2).
Dunque non si tratta già di un solo individuo: ma, in tanto sembra uno, in quanto uno solo è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola, infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra non grida se non quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2, 8).
Dunque, è questo possesso di Cristo, quest’eredità di Cristo, questo corpo di Cristo, quest’unica Chiesa di Cristo, quest’unità, che noi tutti formiamo e siamo, che grida dai confini della terra.
E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t’invoco». Cioè, quanto ho gridato a te, l’ho gridato dai confini della terra: ossia da ogni luogo.
Ma, perché ho gridato questo? Perché il mio cuore è in angoscia. Mostra di trovarsi fra tutte le genti, su tutta la terra non in grande gloria, ma in mezzo a grandi prove.
Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.

Three Temptations of Christ, detail, (1481-82), fresco by Sandro Botticelli (1445-1510), Sistine Chapel, Vatican

Three Temptations of Christ, detail, (1481-82), fresco by Sandro Botticelli (1445-1510), Sistine Chapel, Vatican dans immagini sacre botticelli3-medium

http://jtmoger.wordpress.com/2010/02/20/learning-from-lent/

Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2012 |Pas de commentaires »

Grande Quaresima: 2. La preghiera quaresimale di san Efrem Siro

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/ufficioquaresimaleschmemann.htm

GRANDE QUARESIMA

L’UFFICIO QUARESIMALE

A. Schmemann

2. La preghiera quaresimale di san Efrem Siro

         Di tutti gli inni e preghiere quaresimali una breve preghiera può essere definita tipica della Quaresima. La Tradizione l’attribuisce ad uno dei grandi maestri della vita spirituale, sant’Efrem Siro. Eccone il testo:

Signore e padrone della mia vita,
tieni lontano da me lo spirito della pigrizia, della fiacchezza,
la brama di dominio ed i discorsi futili. 

Ma concedi a me, tuo servo,
lo spirito della temperanza, dell’umiltà,
della sopportazione, dell’amore.

Sì, Signore e Re, fammi vedere i miei errori
e che non giudichi il mio fratello,
poiché sei benedetto nei secoli dei secoli. Amìn.

         Questa preghiera è letta due volte alla fine di ogni ufficiatura quaresimale dal lunedì sino al venerdì (non il sabato né la domenica, poiché, come vedremo, l’ufficiatura di questi due giorni non segue il modello quaresimale). Alla prima lettura una prostrazione segue ad ogni domanda. Poi tutti ci chiniamo dodici volte dicendo: “Dio, purifica me peccatore”. Infine l’intera preghiera è ripetuta con una prostrazione finale. Perché questa breve e semplice preghiera occupa un posto così importante nell’intera ufficiatura quaresimale? La ragione è dovuta al fatto che essa enumera in un’unica maniera tutti gli elementi negativi e positivi della penitenza e costituisce, per così dire, una lista di controllo di tutto il nostro sforzo quaresimale. Esso ha per fine in primo luogo la nostra liberazione da alcuni fondamentali difetti spirituali che costituiscono la nostra vita e rendono praticamente impossibile per noi il ritornare a Dio. Il difetto fondamentale è la pigrizia. È quella strana pigrizia e passività del nostro io che sempre ci spinge in giù anziché all’insù, che costantemente ci convince che nessun mutamento è possibile e di conseguenza desiderabile. In realtà è una forma di cinismo che ha profonde radici, per cui ad ogni sollecitazione spirituale rispondiamo: “Che cosa?”. Esso rende la nostra vita spirituale un tremendo deserto ed è la radice di ogni peccato, poiché avvelena l’energia spirituale alla sua prima sorgente. Il risultato della pigrizia è la fiacchezza. Si tratta di uno stato di abbattimento che tutti i padri spirituali considerano il più grave pericolo per l’anima. L’abbattimento consiste nel non vedere alcunché di buono o di positivo: è la riduzione di tutto alla negazione ed al pessimismo. È veramente un potere demoniaco che è in noi, poiché il diavolo è fondamentalmente un mentitore. Egli mente all’uomo sia riguardo a Dio che al mondo; egli riempie la vita di tenebre e di negazioni. L’abbattimento è il suicidio dell’anima poiché, quando si è in suo possesso, si è del tutto incapaci di vedere la luce e di desiderarla.
La brama di dominio! Può sembrare strano, ma sono proprio la pigrizia e l’abbattimento che riempiono la nostra vita della brama di dominio. Viziando interamente il nostro atteggiamento nei confronti della vita e rendendola priva di significato e vuota, la pigrizia e l’abbattimento ci costringono a cercare un compenso in un atteggiamento radicalmente negativo nei riguardi delle altre persone. Se la mia vita non è orientata verso Dio né ha per fine i valori eterni, essa diventerà inevitabilmente egoistica e centrata su se stessa e ciò significa che tutti gli altri esseri si trasformeranno in mezzi della mia soddisfazione personale. Se Dio non è il Signore ed il Padrone della mia vita, ne consegue che sono io il signore ed il padrone, il centro assoluto del mio proprio mondo e comincio a valutare ogni cosa in termini dei miei bisogni, delle mie idee, dei miei desideri, dei miei giudizi. La brama di dominio è così una fondamentale depravazione nei miei rapporti con gli altri esseri, la ricerca di subordinarli a me. Essa non si esprime necessariamente nel reale impulso di comandare e di dominare sugli “altri”. Essa può pure esprimersi nell’indifferenza, nel disprezzo, nella mancanza di interesse, di considerazione e di rispetto. In realtà è la pigrizia e l’abbattimento che sono diretti verso gli altri. Essi completano il suicidio spirituale con l’assassinio spirituale.
Infine, i futili desideri. Di tutti gli esseri creati l’uomo solo è stato dotato del dono della parola. Tutti i Padri vedono in esso il vero “sigillo” dell’immagine divina nell’uomo, poiché Dio spesso s’è rivelato come Parola (Giovanni 1,1). Ma, pur essendo il dono supremo, esso è il simbolo del più grave pericolo. Pur essendo la vera espressione dell’uomo, il mezzo con cui perfeziona se stesso, per questa stessa ragione è lo strumento della sua caduta e della sua autodistruzione, del tradimento e del peccato. La parola salva ed uccide; la parola ispira ed avvelena. Essa è lo strumento della Verità e della Menzogna demoniaca. In quanto ha un definitivo potere positivo, essa ha per questa ragione un tremendo potere negativo. Essa realmente opera positivamente o negativamente. Se devia dalla sua divina origine e finalità, la parola diventa futile. Essa impone la pigrizia, la disperazione e la brama del potere e trasforma la vita in inferno. Diventa così l’autentico dominio del peccato.
Questi quattro sono gli “oggetti” negativi della penitenza. Sono gli ostacoli che debbono essere allontanati. Ma Dio solo può allontanarli. Da ciò deriva la prima parte della preghiera quaresimale, questo grido dal fondo della disperazione umana. A questo punto la preghiera passa ai fini positivi della penitenza, che pure sono quattro.
La castità! Se uno non riduce questo termine, come spesso ed erroneamente accade, solo alle caratteristiche sessuali, esso è inteso come la controparte positiva della pigrizia. La traduzione esatta e completa del termine greco “sofrosyne” e del russo “tzelomudrije” dovrebbe essere “piena disposizione”. La pigrizia è, in primo luogo, dissipazione, interruzione della nostra visione ed energia, incapacità di vedere il tutto. Ad essa si oppone precisamente la “pienezza”. Se noi di solito intendiamo per castità la virtù opposta alla depravazione sessuale, ciò avviene perché il carattere frantumato della nostra esistenza non si manifesta meglio in alcun caso che nel piacere sessuale, la alienazione del corpo dalla vita e dal controllo dello spirito. Il Cristo ristabilisce la pienezza in noi restaurando in noi l’autentico criterio dei valori riconducendoci a Dio.
Il primo e meraviglioso frutto di questa pienezza è l’umiltà. Ne abbiamo già parlato. Essa consiste, al di sopra di ogni altra cosa, nella verità in noi, nell’eliminazione di ogni menzogna in cui di solito viviamo. L’umiltà sola è capace di generare la verità, di vedere ed accettare le cose come esse sono, di vedere la maestà di Dio, la sua divinità ed il suo amore in ogni cosa. Per questa ragione diciamo che Dio concede la grazia a chi è umile e resiste al superbo.
La castità e l’umiltà sono naturalmente seguite dalla sopportazione. L’uomo “naturale” o “caduto” è impaziente e, poiché è cieco nei propri confronti, è pronto a giudicare ed a condannare gli altri. Siccome ha una conoscenza incompleta e distorta di ogni cosa, egli misura tutto con i suoi gusti e con le sue idee. E poiché è indifferente a tutto tranne che a se stesso, desidera aver successo subito, qui ed ora. La sopportazione, tuttavia, è veramente una virtù divina. Dio è paziente, non perché egli è “indulgente”, ma perché vede nell’intimo di tutto ciò che esiste, poiché la realtà interiore delle cose, che la nostra cecità non vede, è aperta a lui. Quanto più ci avviciniamo a lui, diventiamo più pazienti e maggiormente riflettiamo l’infinito rispetto per tutti gli esseri il che è una qualità peculiare di Dio.
Finalmente, la corona ed il frutto di tutte le virtù, d’ogni crescita e sforzo è l’amore, quell’amore che, come s’è già detto, può essere dato solo da Dio, il dono che è l’obiettivo di ogni preparazione e pratica spirituale.
Tutto questo è sintetizzato nella domanda conclusiva della preghiera quaresimale, in cui chiediamo di farci vedere i nostri errori e di non giudicare il nostro fratello. Infatti sostanzialmente c’è un solo pericolo: la superbia. Essa è la fonte del male ed ogni male è superbia. Tuttavia non è sufficiente per me vedere i miei errori, poiché anche questa apparente virtù può trasformarsi in superbia. Gli scritti di carattere spirituale abbondano di moniti contro le forme sottili di pseudo-pietà, le quali, in realtà, sotto l’aspetto di umiltà e di auto-accusa, possono portare ad una autentica superbia demoniaca. Ma quando vediamo “i nostri propri errori” e “non giudichiamo i nostri fratelli”, quando, in altre parole, castità, umiltà, sopportazione ed amore costituiscono in noi un’unità, allora e solo allora sarà distrutto in noi il peggior nemico, la superbia.
Al termine di ogni domanda di questa preghiera ci prostriamo. Le prostrazioni non si limitano alla preghiera di san Efrem, ma costituiscono una caratteristica distintiva di tutta l’ufficiatura quaresimale. In questo caso, tuttavia, il loro significato è evidente. Nel lungo e difficile corso di recupero spirituale, la Chiesa non separa l’anima dal corpo. L’uomo intero è decaduto da Dio, per cui tutto l’uomo deve essere reintegrato in Dio, tutto l’uomo deve ritornare a lui. La catastrofe del peccato consiste precisamente nella vittoria della carne, dell’animale, dell’irrazionale, del piacere su ciò che è spirituale e divino. Ma il corpo è glorioso, esso è santo, tanto che Dio stesso “s’è fatto carne”. La salvezza e la penitenza quindi non sono disprezzate per il corpo o trascurate per esso, ma sono la reintegrazione del corpo nella sua funzione reale in quanto espressione e vita dello spirito, in quanto tempio dell’anima che non ha prezzo. L’ascesi cristiana è una lotta non contro, ma per il corpo. Per questo motivo tutto l’uomo – anima e corpo – si pente. Il corpo partecipa alla preghiera dell’anima proprio come l’anima prega attraverso e nel corpo. Le prostrazioni, il segno “psicosomatico” della penitenza e dell’umiltà, dell’adorazione e dell’obbedienza, sono in tal modo il rito quaresimale per eccellenza.

Grande Quaresima : 1 Tristezza luminosa (Ortodossia)

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/ufficioquaresimaleschmemann.htm

GRANDE QUARESIMA

L’UFFICIO QUARESIMALE

A. Schmemann

1. “Tristezza luminosa”

         Per molti, se non addirittura per la maggioranza dei Cristiani Ortodossi, la Quaresima consiste in un limitato numero di regole e prescrizioni formali, in modo predominante negative: astensione da determinati cibi, dalle danze e forse dagli spettacoli cinematografici. Tale è il grado della nostra alienazione dallo spirito reale della Chiesa, che è quasi impossibile per noi comprendere che c’è “qualcosa di diverso” nella Quaresima, senza cui tutte queste prescrizioni perdono gran parte del loro significato. Questo “qualcosa di diverso” può benissimo essere descritto come “un’atmosfera”, un “clima” in cui uno entra, in primo luogo uno stato della mente, dell’anima e dello spirito che per sette settimane permea tutta la nostra vita. Insistiamo ancora una volta che il fine della Quaresima non consiste nell’imporci alcuni obblighi formali, ma, per così dire, “nell’ammorbidire” il nostro cuore affinché esso possa aprirsi alle realtà dello spirito e fare l’esperienza della “sete e della fame”, in noi nascoste, della comunione con Dio.
         Questa “atmosfera” quaresimale, questo “stato della mente” unico nel suo genere si realizza principalmente per mezzo dell’Ufficio Divino, grazie ai vari cambiamenti introdotti nella vita liturgica di questo periodo. Considerati a parte, questi cambiamenti possono apparire come “rubriche” incomprensibili, come prescrizioni formali da seguire strettamente. Ma, intesi nel loro insieme, essi rivelano e comunicano lo spirito della Quaresima, ci fanno vedere, sentire e provare la “luminosa tristezza”, in cui consiste il vero messaggio e il vero dono della Quaresima. Si potrebbe dire senza esagerazione che i Padri e gli scrittori sacri, i quali hanno composto gli inni del “Triodion” Quaresimale e che poco a poco hanno costituito le strutture generali dell’ufficiatura quaresimale ed hanno adornato la Liturgia dei Presantificati con quella bellezza che le è propria, ebbero una particolare conoscenza dell’anima umana. Essi veramente conobbero l’arte della penitenza ed ogni anno durante la Quaresima la rendono accessibile a chiunque abbia orecchi per sentire ed occhi per vedere.
         L’impressione generale è, come ho detto, quella di una “tristezza luminosa”. Anche una persona che abbia una limitata conoscenza dell’ufficio divino e che entri in una chiesa durante una cerimonia quaresimale, potrebbe comprendere immediatamente, non ne dubito, quello che significa questa espressione alquanto contraddittoria. Da una parte, una quieta tristezza permea l’ufficio divino: gli abiti liturgici sono neri, l’ufficiatura è più lunga del solito e più monotona, non c’è quasi movimento. Letture e canti si alternano e tuttavia sembra che nulla “accada”. Ad intervalli regolari il celebrante esce dal santuario e legge sempre la stessa breve preghiera e tutti i presenti sottolineano ogni domanda di questa preghiera con prostrazioni. Così, a lungo, stiamo in questa monotonia, in questa quieta tristezza.
         Ma ci rendiamo conto che proprio questa lunghezza e monotonia sono necessarie se vogliamo fare l’esperienza di questa “azione” segreta ed a prima vista impercettibile che l’ufficio esercita in noi. Poco a poco cominciamo a comprendere o, meglio, a sentire che questa tristezza è in realtà “luminosa” e che una misteriosa trasformazione si realizza in noi. È come se raggiungessimo un luogo in cui i rumori e la confusione della vita, della strada, di tutto ciò che di solito riempie i nostri giorni ed anche le notti, non possono arrivare, un luogo dove essi non hanno alcun potere. Tutto ciò che a noi sembra assai importante al punto di riempire la nostra mente, lo stato di ansietà che virtualmente è divenuto la nostra seconda natura, scompare qua e là e noi cominciamo a sentirci liberi, leggeri e felici. Non c’è più la felicità rumorosa e superficiale che viene e va venti volte al giorno ed è così fragile e fuggitiva. È una felicità profonda che non deriva da una causa singola e particolare, ma dalla nostra anima che, secondo le parole di Dostojevskij, ha toccato “un altro mondo”. E ciò che ha toccato è fatto di luce, pace e gioia, di una fiducia inesprimibile. Allora comprendiamo perché l’ufficiatura deve essere lunga ed apparentemente monotona. Comprendiamo che è semplicemente impossibile passare dalla condizione normale della nostra mente, che è costituita quasi interamente di rumori, corse precipitose e preoccupazioni, in questa nuova senza prima “acquietarci”, senza ristabilire in noi un minimo di stabilità interiore. È questa la ragione per cui quanti concepiscono le ufficiature della Chiesa in termini di “obblighi” e sempre chiedono quanto sia il minimo richiesto (“Quanto spesso dobbiamo andare in Chiesa?”, “Quante volte dobbiamo pregare?”), non possono mai comprendere la vera natura dell’ufficiatura, che ha per scopo di trasportarci in un altro mondo, quello della presenza di Dio, ma di trasportarci lentamente  a causa della nostra natura decaduta, che ha perduto la facoltà di accedervi naturalmente.
         Così, quando noi facciamo l’esperienza di questa meravigliosa liberazione e diveniamo “leggeri e sereni”, la monotonia e la tristezza dell’ufficio divino acquistano un nuovo significato, sono trasfigurate. Una bellezza interiore le illumina come il primo raggio del sole che, mentre ancora la valle è oscura, comincia ad illuminare la cima della montagna. Questa luce e questa segreta gioia vengono dai lunghi “Alliluja”, dall’intera “tonalità” dell’ufficiatura quaresimale. Ciò che in un primo momento appare monotono, ora si rivela come pace, ciò che risuonava come tristezza si manifesta come i primi momenti dell’anima che ricupera la profondità perduta. Questo è ciò che il primo versetto degli “Alliluja” quaresimali proclama ogni mattina: “La mia anima ha desiderato te nella notte, o Dio, prima dell’aurora, poiché i tuoi giudizi sono una luce sulla terra”.
         “Triste splendore” = la tristezza del mio esilio, del deserto che io ho fatto della mia vita. Lo splendore della presenza di Dio ed il perdono, la gioia per il recuperato desiderio di Dio, la pace per la casa recuperata. Questo è il clima dell’ufficiatura quaresimale: questo è il primo suo impatto sulla mia anima.

« The Delivery of Israel Pharaoh and his Hosts Overwhelmed in the Red Sea » by Francis Danby (1825)

http://ynefesh.com/2012/02/

Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2012 |Pas de commentaires »
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