commento alla prima lettura: Isaia 43,18-19.21-22.24-25

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2043,18-19.21-22.24-25

Isaia 43,18-19.21-22.24-25

Così dice il Signore:
18 Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
19 Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.

21 Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi.
22 Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe;
anzi ti sei stancato di me, o Israele.
24 Tu mi hai dato molestia con i peccati,
mi hai stancato con le tue iniquità.

25 Io, io cancello i tuoi misfatti,
per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati.

COMMENTO
Isaia 43,18-19.21-22.24-25

La speranza nel ritorno

Il libro di Isaia si divide in tre parti di cui la seconda, chiamata Deuteroisaia a motivo del posto che occupa nel libro (Is 40-55), è opera di un profeta anonimo che preannunzia e prepara il ritorno nella loro terra dei giudei esiliati in Babilonia (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Il testo liturgico è ricavato dal c. 43, il quale si presenta come una piccola raccolta di testi riguardanti la salvezza che ormai si profila all’orizzonte. La liturgia sceglie solo alcuni versetti che presentano da una parte l’intervento divino (vv. 18-19) e dall’altra la risposta di Israele (vv. 21-22. 24b-25).
Il profeta ricorda l’esodo di Israele dall’Egitto, richiamando l’intervento di JHWH che fece passare gli israeliti tra le acque del mare come in una strada e distrusse gli egiziani che li avevano inseguiti (cfr. vv. 16-17). Egli poi prosegue: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (vv. 18-19). Quello che Dio ha fatto in occasione dell’uscita dall’Egitto, pur essendo stato il segno di una potenza meravigliosa, appare ora come una cosa di poca importanza di fronte a quanto egli sta per fare. Si tratta di cose ormai vecchie, antiquate, che non vale più la pena di ricordare. Dio sta per fare ora una cosa nuova, sta per intervenire in modo tale da dimostrare una potenza immensamente superiore. Ormai cominciano a vedersi le prime avvisaglie del progetto che JHWH sta per realizzare, come un germoglio da cui si può intravedere l’albero che da esso si svilupperà. Dio aprirà nel deserto una strada attraverso la quale gli esuli, ultimi resti di un popolo ormai distrutto, si metteranno in cammino per ritornare nella loro terra. E in concomitanza con ciò verrà riversata nel deserto una quantità di acqua che lo farà rifiorire. Il brano continua nel v. 20, omesso dalla liturgia, dicendo che l’acqua riversata da Dio nel deserto per dissetare il suo popolo servirà anche per le bestie selvatiche, le quali lo glorificheranno per questo dono insperato.
Nella seconda parte del testo liturgico si presenta invece la reazione di Israele. In un primo momento questa viene presentata come positiva: «Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi» (v. 21). Insieme a tutti gli animali del deserto, che rendono lode a Dio per i suoi doni, anche Israele lo loda. O almeno dovrebbe lodarlo. Perché il testo continua: «Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele» (v. 22). Il popolo, interpellato con il nome del patriarca da cui ha avuto origine, non solo non ha invocato JHWH, ma si è stancato di Lui. Le voci dei profeti non sono state accolte e il popolo è ancora diviso e ribelle. Nei successivi vv. 23-24, omessi dalla liturgia, si menzionano unicamente mancanze di carattere rituale: il popolo non ha offerto vittime, incenso e cannella per i sacrifici, che effettivamente JHWH non aveva richiesto, ma che si aspettava dal popolo come segno della sua fedeltà. In realtà non si capisce come il popolo avrebbe potuto offrire sacrifici al di fuori di Gerusalemme, a meno che si supponga che la legge riguardante l’unicità del luogo di culto, promulgata da Giosia pochi anni prima dell’esilio, fosse ancora in gran parte sconosciuta.

Ma le colpe rituali nascondono mancanze più profonde: «Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità» (v. 24). L’impreparazione del popolo è ancora molto grande e consiste in colpe non solo rituali, ma anche morali. Il Deuteroisaia racconterà in seguito che il leader del nuovo esodo, cioè il servo di JHWH, era morto appunto a causa delle colpe del suo popolo (cfr. Is 53,5-8). Ma di fronte al peccato degli israeliti la reazione di JHWH non è quella della condanna e del castigo, ma quella del perdono: «Io, io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati» (v. 25). Nell’esilio sta sorgendo, pur in mezzo a tante infedeltà, un nuovo modo di concepire i rapporti tra JHWH e Israele. I profeti hanno orami capito che non è la minaccia del castigo, ma l’intervento misericordioso di JHWH che può trasformare il cuore del popolo, rendendolo pienamente disponibile a compiere la sua volontà (cfr. Ger 31,31-34; Ez 36,25-28; Dt 30,6).

Linee interpretative
Il ricordo è una legge fondamentale d’Israele: ricordare significa proclamare le azioni potenti di Dio (cfr. Sal 78) e al tempo stesso renderle ancora efficaci nell’oggi e trasmetterle alle generazioni successive. Da qui nasce il senso della storia. Però la memoria non può essere una fuga nostalgica verso il passato né può cullarsi nel ricordo, ma deve aprirsi verso il futuro. Perciò il profeta sembra annullare la legge della memoria per sostituirla con quella della speranza, che invece guarda al futuro di Dio e del popolo. Questo invito a guardar in avanti non significa annullare il passato, ma mostrare come esso ha valore solo nella misura in cui si attendono da Dio nuovi sviluppi. Dopo l’esperienza del peccato, la speranza è l’unica che può far uscire dalla routine quotidiana e dare il coraggio di affronare il duro cammino della rinascita.
La prospettiva del rinnovamento non è sufficiente a trasformare un popolo, il quale resta irretito in egoismi, interessi di persone e di gruppi, antagonismi distruttivi. È tipico della profezia esilica l’aver capito che le minacce non servono a trasformare interiormente un popolo e liberarlo dai suoi peccati. Perciò i grandi profeti di questo periodo fanno ricorso piuttosto alla fede in un intervento nuovo di JHWH che, pur essendo di carattere sociale e politico, è capace di toccare il cuore degli israeliti e metterli sulla via del ritorno a Lui e alla terra che Egli aveva concesso ai loro padri. Certo la fiducia del Deuteroisaia in un nuovo intervento di JHWH si basava sulle vittorie di Ciro, le quali stavano cambiando radicalmente il quadro politico di tutta la regione. Ma soprattutto la speranza era riposta nel ministero del Servo di JHWH, la cui predicazione aveva cominciato a smuovere i cuori, pur suscitando violente opposizioni. La sua fine dolorosa poteva apparire come la stroncatura più totale di questa speranza. Invece proprio la sua testimonianza di amore fino alla fine sarà vista come la risorsa più grande di un popolo, che ha bisogno di esempi radicali per proiettarsi verso realtà superiori che facilmente nella vita quotidiana restano sommerse nell’indifferenza e nell’egoismo.

Vous pouvez laisser une réponse.

Laisser un commentaire

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01