Il mistero in san Paolo[1]

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Il mistero in san Paolo[1]

Pino Pulcinelli – Roma 2005

Introduzione
Origine del termine
Nell’AT e nell’apocalittica giudaica
Nel NT: soprattutto negli scritti paolini
Conclusione

Introduzione
“L’etimologia di mystérion è un mistero essa stessa”. Così esordiva G. Bornkamm nella voce omonima del Grande Lessico del Nuovo Testamento (nel volume che in originale tedesco risale ormai al lontano 1942). Al di là della sua validità attuale, questa frase ci permette di fare un’osservazione preliminare, se si vuole banale, di notare cioè che la parola italiana, così come la troviamo nel titolo del presente articolo, non è una traduzione dell’originale greco, ma una sua traslitterazione (anche in francese, spagnolo, spesso in inglese, le bibbie usano la traslitterazione; il tedesco invece traduce con “Geheimnis”). Di qui la domanda: quello che almeno gran parte degli europei intendono comunemente quando sentono o pronunciano la parola “mistero”, coincide o no con quello che intendevano gli antichi scrittori greci e in particolare gli autori del NT?
Per rispondere con una prima approssimazione, che forse però ci aiuta ad inquadrare il tema, possiamo dire che se ci si limita all’uso che se ne fa nell’ambito profano, come semplice sinonimo di enigma, di qualcosa di oscuro, di nascosto, di cui si ignora la natura o la causa, allora non si coglie pienamente nel segno. Ci si avvicina al senso originario di “mistero” invece quando lo si usa in ambito religioso, per esempio nell’espressione generica “misteri della fede”; teniamo presente inoltre che la tradizione cristiana ha usato abbastanza spesso il termine, impiegato sia per indicare l’inaccessibilità alla sola logica naturale dei dati fondamentali della rivelazione divina, che per designare a livello cultuale la celebrazione liturgica e sacramentale. Se però Bibbia alla mano confrontiamo questo uso cristiano successivo, possiamo accorgerci che mentre il primo senso è riscontrabile nei testi, pur se non tanto frequentemente, il secondo (uso cultuale) è praticamente assente. È quindi utile soffermarsi a considerare specialmente l’uso specifico e in gran parte originale che ne fa il NT e in particolare san Paolo.

Origine del termine
Si accennava all’etimologia: ormai sembra accertato che l’origine sia da ricercare nella radice verbale my- (verbo myéo), che di per sé significa “chiudere”, e che specificamente usato in campo esoterico-rituale indicava il chiudere le labbra o gli occhi (di qui i nostri aggettivi derivati, “muto” e “miope”) in presenza di cose percepite che non era possibile trasmettere ad altri; segnalava quindi l’inesprimibile. Questo concetto è collegato a quello espresso dall’altro senso del verbo descritto dai dizionari di greco classico, e cioè « iniziare » o, al passivo, « essere iniziato » (sottinteso, « ai riti misterici, ai misteri »); così lo troviamo nell’unica ricorrenza del NT in Fil 4,12: « sono iniziato a tutte le cose »; anche se in questo caso è usato in senso estenuato (infatti nel contesto si riferisce a circostanze materiali).
Nel greco classico è usato per lo più al plurale, come ad esempio in opere intitolate appunto, De Mysteriis, a partire dall’orazione di Andocide (V-IV sec. a. C.) fino al trattato di Giamblico (III-IV sec. d. C.). Lo si usava nella descrizione delle celebrazioni di culti rivolti a divinità benefiche (cf. il più famoso è quello dei « misteri » Eleusi, ampiamente attestati nelle fonti letterarie). In questi contesti si parla anche per l’appunto di « iniziazione ai misteri », di obbligo di tacere sulle cose viste e udite nei riti sacri, di una sopravvivenza oltre la morte.
Questa terminologia si diffonde anche nella filosofia e nel linguaggio profano (dove viene ad indicare semplicemente qualcosa di segreto). Soprattutto significativo è l’uso frequente che se ne fa nella letteratura gnostica (II-III sec. d.C.), nel senso specifico di « misteri arcani dello spirito, che conosciamo noi soli » (cf. Sermone dei Naasseni, in Ippolito Romano, Ref. 5,8,27).

Nell’AT e nell’apocalittica giudaica
Nei LXX mystérion ricorre una ventina di volte,[2] e soltanto negli scritti più tardivi, di epoca ellenistica. Mentre in Sap. 14,15.23 è un termine tecnico per indicare un rito cultuale pagano da rigettare, in altri testi designa solamente dei « segreti » profani che non vanno rivelati (cf. Gdt 2,2; Sir 22,22; 2Mac 13,21; ecc.). In Sap 2,22; 6,22 i mysteria sono intesi in senso teologico, riferiti all’attività creatrice di Dio, essi vanno riconosciuti e annunciati.
Un apporto nuovo alla semantica del termine deriva dalla traduzione dell’aramaico di origine persiana raz che troviamo nel libro di Daniele al cap. 2 (vv. 18.19.27.28.29.30.47bis), dove si tratta della spiegazione del sogno di Nabucodonosor; Dio viene presentato come “il rivelatore dei misteri”, di cose enigmatiche che riguardano il futuro.
Nella letteratura apocalittica (ad es. nell’Enoch etiopico, 4 Esdra, Apocalisse di Baruc, ed anche nei manoscritti di Qumran) il termine assume una dimensione temporale-storica in vista di un compimento promesso; la prospettiva è quella di un piano salvifico (pur se con dei risvolti catastrofici) che sta per realizzarsi. Da notare che in questa accezione è assente ogni riferimento cultuale.

Nel NT: soprattutto negli scritti paolini
Il vocabolo ricorre 28 volte in tutto nel NT, di cui 23 al singolare. Nei vangeli compare una sola volta nel brano parallelo ai tre sinottici (cf. Mc 4,11: “A voi è dato il mistero del regno dei cieli”; in Mt e Lc compare al plurale, e si aggiunge: “a voi [discepoli] è dato conoscere…”). Il regno di Dio è mistero in quanto viene dato a conoscere soltanto a chi è discepolo, cioè a chi dispone della fede.
Di tutte le altre ricorrenze, è nell’epistolario paolino che si usa con maggior frequenza (6 volte in 1Cor, 2 volte in Rm; 6 volte in Ef, 4 volte in Col; 1 volta in 2Ts; 2 volte nella 1Tm); le restanti 4 volte lo troviamo in Ap.[3]
Prima di focalizzarci sull’uso specifico paolino menzioniamo le altre ricorrenze nel NT.
Nel libro dell’Apocalisse si tratta semplicemente del suo significato profano, un sinonimo di enigma, di qualcosa di occulto, senza una particolare rilevanza teologica (cf. 1,20: “il mistero delle sette stelle”).
Nei restanti due libri (2Ts e 1Tm), considerati tardivi dalla maggioranza dei commentatori, troviamo l’espressione “mistero dell’iniquità” (2Ts 2,7), da intendersi in senso epesegetico, cioè esplicativo, “l’iniquità è un mistero”; e le due espressioni parallele e praticamente sinonime,  “mistero della fede” e “mistero della pietà” nella 1Tm (3,9.16), indicanti molto probabilmente il contenuto oggettivo della fede (cf. la confessione cristologica che segue in 3,16b).
Esaminiamo dunque più da vicino l’uso più prettamente paolino. Quando Paolo in 1Cor 2,1 descrive il contenuto della sua predicazione di Cristo crocifisso come mystérion tou Theou intende dire che esso risulta inaccessibile alla sapienza umana, di fronte alla quale anzi questo evento salvifico appare come follia. Continua infatti poi ai vv. 6-7: “annunciamo, sì, una sapienza a quelli che sono perfetti, ma una sapienza non di questo mondo… una sapienza divina, avvolta nel mistero, che fu a lungo nascosta e che Dio ha preordinato prima dei tempi per la nostra gloria”.
Questo mistero della sapienza di Dio ha una connotazione apocalittica, come un bene salvifico tenuto nascosto da Dio e rivelato ora per mezzo dello Spirito. Si intravede qui lo schema di rivelazione che come vedremo si riscontrerà poi specialmente in Col / Ef.
In 1Cor 4,1 troviamo la più rara ricorrenza al plurale (così anche in 13,2 e 14,2): “Ciascuno ci consideri come servitori di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio”; il contesto precedente spinge a vedervi i contenuti della predicazione, di cui fanno parte appunto i vari aspetti della misteriosa sapienza divina di cui ha parlato al cap. 2; il plurale va visto quindi nell’intento di esprimere le varie sfaccettature dell’unico mistero. In 1Cor 13,2 (siamo nel celebre “inno alla carità”) il vocabolo compare dove si esprime il primato assoluto dell’agape, superiore perfino alla conoscenza dei misteri intesi come la pienezza della penetrazione delle cose di Dio; qui è usato quasi in senso negativo, in tono polemico e iperbolico (tutti i misteri), proprio per esaltare l’assoluto dell’amore. Anche in 14,2 siamo in contesto polemico; qui infatti Paolo si trova ad avversare le derive spiritualiste e entusiastiche presenti nella comunità, che in questo caso si manifestavano nell’esaltazione della glossolalia: “Colui che parla in lingua non parla agli uomini, ma a Dio; infatti nessuno capisce, perché dice cose misteriose nello Spirito (concluderà poi dando la preferenza al dono intelligibile della profezia).
Nell’ultima ricorrenza in questa lettera, nel capitolo dedicato alla questione della resurrezione, il mistero indica la modalità della trasformazione di coloro che saranno ancora in vita al momento della parusia.
Nella stessa veste di apocalittico, in Rm 11,25, Paolo parla di un altro mistero, altrettanto intricato, quello cioè della salvezza d’Israele che ha opposto il rifiuto al messia: “Non voglio che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non fondiate su voi stessi la vostra sapienza: l’indurimento di Israele è parziale, fino a che sia entrata la pienezza delle genti, e così tutto Israele sarà salvato”. Paolo risolve questo immenso dilemma vedendovi un piano misterioso di Dio che in questo modo dà spazio alla conversione dei gentili, fino al momento della parusia, quando appunto tutto Israele sarà salvato.
L’unica altra ricorrenza in Rm (16,25), ci permette di trattare dell’uso specifico del termine mistero così come lo troviamo diffuso (ben 10 volte) nelle due lettere di scuola paolina, Col e Ef. Ecco il testo completo della dossologia finale di Rm:
A Colui che ha il potere di rafforzarvi secondo il mio vangelo e l’annuncio di Gesù Cristo -
secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni,
26 e ora manifestato per mezzo delle Scritture profetiche,
secondo la disposizione del Dio eterno, in vista dell’ obbedienza della fede di tutte le genti -
27 a Dio unico e sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, a lui la gloria per tutti i secoli! Amen.
In questo testo e poi in Col / Ef troviamo chiaramente sviluppato lo schema di rivelazione, che diviene un vero e proprio tema teologico: ciò che un tempo era nascosto (o taciuto) / è ora manifestato.
Il denominatore comune di questi testi è quindi il passaggio da una situazione ad un altra, nella distinzione di due periodi di tempo caratterizzati dall’azione salvifica di Dio, secondo un suo piano appunto nascosto prima e ora rivelato in Cristo ai credenti in lui (cf. Col 1,26: “il mistero nascosto da secoli eterni e da generazioni passate, ora è svelato ai suoi santi”; cf. anche Ef 3,9-10).
Più specificamente in Col il mystérion in definitiva è il Cristo stesso annunciato tra i popoli, come fondamento della speranza della gloria che sarà manifesta nel compimento finale (cf. 1,27; 2,2; 3,4; 4,3).
In Ef manca in mystérion la prospettiva escatologica: si tratta di una realtà compiuta da Dio già presente e operante; più che di due epoche temporali, lo schema di rivelazione riguarda la distinzione tra due ambiti, quello dell’ignoranza e quello della conoscenza. In 1,9 il mystérion è la realizzazione del piano salvifico di Dio nella intestazione di tutte le cose in Cristo: “Egli ci ha manifestato il mistero della sua volontà secondo il suo benevolo disegno che aveva in lui formato, per realizzarlo nella pienezza dei tempi: intestare nel Cristo tutti gli esseri, quelli celesti e quelli terrestri”. In 3,3s il mistero si riferisce all’inserimento dei gentili nel corpo di Cristo che è la chiesa (cf. 3,6), esso è stato rivelato agli apostoli e ai profeti (3,5), dato per la predicazione (3.8), manifestato attraverso la chiesa (3,10).
In 6,19 troviamo il binomio “mistero del vangelo”, cioè il mistero divino come contenuto specifico dell’evangelo. Una menzione speciale merita l’unica altra ricorrenza in Ef, il passo del “grande mistero” di cui si parla in riferimento all’amore tra marito e moglie (5,32): “il mistero del matrimonio naturale trapassa a qualificare il rapporto di Cristo con la chiesa, e di qui il mistero, ingrandito in termini nuovi si riverbera di nuovo sulla coppia umana, che si dirà cristiana proprio nella misura in cui rivive in se stessa lo straordinario rapporto esistente fra Cristo e la chiesa” (R. Penna, commento ad Ef).

Conclusione
Come si è potuto costatare, anche limitandoci al campo paolino (e perfino all’interno degli scritti  che sicuramente hanno Paolo come autore diretto, e cioè 1Cor e Rm), il vocabolo “mistero” assume vari significati a seconda del contesto in cui viene usato.
Se volessimo elencare le varie componenti del mistero così come compare nel NT[4] e specialmente nel corpus paolino, dobbiamo innanzitutto vedervi quella prettamente “teo-logica”, esso cioè è “di Dio”, è un mistero della sua volontà, del suo disegno, di ciò che egli ha deliberato in ordine alla salvezza dell’uomo. E allo stesso tempo è presente una componente cristologica; Cristo è al centro del mistero; il piano salvifico di Dio passa attraverso la croce di Cristo, che è una nuova e inaudita manifestazione – percepita come scandalo e stoltezza -  della potenza e sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,24); inoltre, come abbiamo visto, il mistero della volontà di Dio è volto al raggiungimento del fine di “intestare tutte le cose nel Cristo” (Ef 1,9-10): è il Risorto in cui si concentrano e a cui si sottomettono sia la realtà cosmica che quella storica.
C’è inoltre anche una componente ecclesiologica del mistero, evidenziata soprattutto dal testo di Ef 2,11-3,13, dove l’autore presenta la compartecipazione dei gentili alla stessa promessa dei giudei, per formare un solo corpo; questa componente è presente anche nel testo di Ef 5,32, dove si legge l’amore sponsale uomo-donna alla luce di quello tra Cristo e la chiesa (e viceversa).
C’è infine una componente antropologica che fa capolino soprattutto nel tema dell’ “uomo nuovo” (cf. Col 3,9-10; Ef 4,22-24), capace in Cristo di stabilire rapporti fraterni con tutti.
Tutto sommato la portata teologica più rilevante – ed anche la più diffusa – del mystérion paolino va rintracciata nello schema di rivelazione presente specialmente in Col / Ef di cui abbiamo detto sopra: l’ora dello svelamento del piano salvifico di Dio che si realizza in Gesù Cristo per mezzo della chiesa, è il tempo attuale in cui l’uomo viene ammesso ad una straordinaria e inimmaginabile familiarità con Dio; i destinatari di questa rivelazione sono i credenti (variamente denominati, “a noi”, “ai suoi santi”, “ai suoi santi apostoli e profeti”, “a me Paolo”). Va anche sottolineata la portata missionaria della rivelazione del mistero. Ciò che era nascosto e che è stato rivelato non deve restare confinato nell’ambito dei suoi primi destinatari, ma deve essere annunciato perché sia reso noto in tutto il mondo per la salvezza di tutti. E qui va notata la differenza con il mistero così come veniva concepito nei culti misterici dell’antica Grecia e nel mondo dell’esoterismo, dove era invece sostanzialmente riservato al gruppo ristretto degli iniziati.
Nonostante la sua rivelazione storica, il piano salvifico di Dio non cessa di essere il mistero per eccellenza: la sua inesauribilità – testimoniata anche dal vocabolario di sovrabbondanza che accompagna i testi sopra citati – è per sua natura eccedente e trascendente la portata meramente umana, ed è destinato a compiersi pienamente soltanto alla fine dei tempi, oltre la storia attuale.

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Publié dans : Temi: mystérion |le 14 février, 2012 |Pas de Commentaires »

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