Archive pour décembre, 2011

OMELIA DI NATALE, DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE (2008)

http://www.zenit.org/article-29116?l=italian

OMELIA DI NATALE, DI MONSIGNOR LUIGI PADOVESE

Predica del Natale 2008 di mons. Luigi Padovese, ucciso il 3 giugno del 2010 ad Iskenderun, in Turchia

ROMA, domenica, 25 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Dall’archivio della Curia Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini di Lombardia, riprendiamo l’omelia inedita di monsignor Luigi Padovese (1947-2010), pronunciata in occasione del Natale del Signore 2008.
***
Cari fratelli,
vi accolgo con un augurio di bene. Il Signore che è venuto per annunciare la pace, per unire quanti sono divisi, per guarire i nostri cuori dalla tristezza e dalla disperazione, sia con voi.
Cari fratelli,
sono felice di salutarvi questa notte. Avete fatto il sacrificio di rinunciare a qualche ora di sonno per festeggiare la nascita di Gesù che ha dato alla nostra vita un senso ed una speranza.
Saluto anche i fratelli musulmani che partecipano alla nostra gioia. Quello che ci unisce a loro è la constatazione che Dio, attraverso i suoi profeti, ci indica la strada da percorrere e quindi ha interesse per l’umanità che ha creato. Per essi Gesù è il grande profeta inviato per parlarci di Dio ed in nome di Dio. Per noi Cristo è l’espressione umana dell’amore di Dio, anzi il Dio-con-noi., Emmanuele.
Quanto accomuna noi e loro è pertanto la certezza che Dio ci ama e non ci abbandona.
Nella persona umana di Gesù noi possiamo capire che cosa significa che Dio è “onnipotente e misericordioso”. In lui possiamo anche intendere chi è Dio e che cosa Egli si aspetta da noi.
E’ onnipotente perché non c’è limite alla sua potenza, ma non c’è limite neanche alla sua misericordia. Anzi Dio non è misericordioso, ma è misericordia; Dio non ama, ma è amore. E’ questo il mistero del Natale che celebriamo. Quello che umanamente pare impossibile, diventa possibile, ma ciò lo si intende se non ragioniamo soltanto con la mente, ma anche con il cuore perché il cuore spesso capisce meglio e prima dell’intelligenza.
Per intendere il mistero di Dio la ragione non basta, ci vuole cuore. E’ questa l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, dell’apostolo Paolo, ma anche l’esperienza dei mistici musulmani della nostra terra come Rumi Yalal al-Din e Yunus Emre.
Se non si comprende anche con il cuore, non potremo mai penetrare il mistero di Dio. La prova per noi cristiani è data dall’incarnazione di Cristo.
Che senso ha che Dio divenga uomo? E’ proprio necessario? Non ci sono altri modi per aiutare gli uomini senza abbassarsi fino a loro? Perché è venuto così tardi e non agli inizi dell’umanità? Perché è nato come un povero ed è morto sulla croce come un delinquente?
Queste domande hanno trovato la loro risposta nella riflessione dei pensatori cristiani. Eppure la risposta ultima è nella nuova immagine di Dio che Cristo ci presenta attraverso la sua nascita, vita, morte e resurrezione. Noi cristiani non potremo mai arrivare a Dio se non attraverso Gesù. . Comprendere chi Egli è e quanto Egli ha fatto è un modo per avvicinarci al mistero di Dio.
Ad esempio, il suo divenire povero tra i poveri serve a mostrare che davanti a Dio, gli ultimi non sono meno importanti dei primi. Anzi, gli ultimi sono i primi. I criteri umani di ricco e povero, uomo e donna, nobile e plebeo, istruito e semplice per Lui non contano nulla. La società divide gli uomini in classi e così li separa. Cristo ci ricorda che siamo tutti uguali e tutti importanti. Anzi per Lui conta di più chi ama di più.
Il suo condividere l’esperienza umana in tutti i suoi aspetti, eccetto il male ed il peccato, indica l’importanza della solidarietà, della compartecipazione, della compassione. Nell’entrare dentro la nostra storia Dio ha scelto di non essere semplice spettatore, ma anche attore. Non si limita ad indicarci la strada, ma la percorre con noi e prima di noi. E’ guida perché modello. E’ amico, compagno, colui che umanamente conosce l’esperienza della solitudine, del dolore, perché nessuno possa più sentirsi solo e perché il suo dolore abbia un senso.
Cari fratelli questa solidarietà di Cristo, espressa attraverso la sua nascita, è un messaggio per ciascuno di noi. Viviamo in un momento di particolare crisi che probabilmente crescerà nei prossimi mesi, come sta già crescendo in altre parti del mondo. I prezzi aumentano, l’inflazione cresce, i giovani non trovano lavoro, aumentano i disoccupati ed aumenta il numero dei poveri che fanno fatica ad andare avanti. E’ un’illusione pensare che la risposta a questa crisi si avrà soltanto attraverso le riforme economiche (…).
Queste misure possono aiutare, ma non possono risolvere i problemi del nostro paese. Per risolverli occorre anche una maggiore consapevolezza di solidarietà, di condivisione, di attenzione ai più poveri. Purtroppo la società dei consumi crea una mentalità individualistica che concentra le persone su se stesse e impedisce di pensare agli altri.
A noi cristiani oggi è presentato Cristo che nasce povero da poveri. Non dimentichiamo il messaggio che c’è in questa sua scelta. Avrebbe potuto nascere in un palazzo reale, all’interno di una famiglia ricca, invece sceglie di nascere in una grotta.
Cari fratelli, il Natale sta qui: nel renderci coscienti di quanto Dio in Cristo ci ama, ma anche nel renderci più solidali tra di noi e più attenti ai poveri nei quali Gesù vuole essere incontrato: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bene, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36).
Queste parole di Cristo non hanno bisogno di commento, ma ci dicono che cosa Dio si aspetta da noi. La festa del Natale ci aiuti a comprenderle sempre meglio ed a realizzarle nella nostra vita.

Buon Natale

Buon Natale dans NATALE (QUALCOSA SUL) buon_natale2

http://blog.libero.it/AquiloneRosa/
Publié dans:NATALE (QUALCOSA SUL) |on 24 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Nativity

Nativity dans immagini sacre 90_04_50---Nativity-Scene_web

http://www.freefoto.com/preview/90-04-50/Nativity-Scene

Publié dans:immagini sacre |on 23 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

OMELIA SECONDA LETTURA SULLA LETTERA A TITO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8568.html)

Omelia (14-11-2006)

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno

(SECONDA LETTURA : LETTERA A TITO)

Carissimi, insegna ciò che è secondo la sana dottrina [...]. Poiché è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini.

Come vivere questa Parola?
L’apostolo Paolo scrivendo a Tito, suo discepolo e vescovo di Creta, dà alcuni suggerimenti che interessano l’intera comunità cristiana e ciascuno dei suoi membri: anziani, donne, giovani. Questo perché urge (allora come ai nostri giorni) annunciare a tutti Cristo che ci ha salvati e ci vivifica col suo Spirito. L’efficacia non viene solo dalla parola, ma dalla testimonianza di ciascuno in un cammino di unità e con l’esempio di una vita cristiana irreprensibile. Tutti siamo « esortati » all’impegno perché il « linguaggio sano, la giustizia e la pietà connotino il nostro stile di vita e rivelino Colui nel quale crediamo. Non è un santo qualunque quello per cui « giochiamo » la vita. Si tratta di Gesù Cristo e del suo mistero di vita morte e resurrezione che è fiume di grazia per tutti noi. Qualcuno potrebbe dire: « ma l’essere dignitosi, prudenti, casti, saldi nell’amore e nella pazienza sono virtù umane, atteggiamenti di buona educazione », ma è la motivazione che dà ad esse senso e pienezza: la fede in Gesù. Poiché credere in Gesù comporta tenere lo sguardo su di lui e fare delle scelte coraggiose che non seguono le mode mondane, e vigilanza contro « il nemico numero uno » di Dio e nostro: satana. Portiamo dunque una ventata di gioiosa speranza mostrando una comunità cristiana, religiosa, familiare agile nella sequela di Gesù, affinché la Parola di Dio possa fare la sua « corsa nel mondo » e portare la salvezza a tanta gente demotivata e stanca.
Troverò un momento per contemplare la bontà e l’umanità di Dio in Gesù (magari aiutata da un’icona) ringraziandolo perché mi fortifica nel mio pellegrinaggio con la sua grazia. Gli chiederò di modellare la mia vita sulla sua. Pregherò:

Donami un cure puro fedele perseverante nell’assimilare quel che tu mi insegni così che la mia testimonianza diventi annuncio di pace.

La voce di un teologo e mistico dei nostri giorni
I libri, i documenti, i ragionamenti non ci potranno mai convincere e convertire. Ciò di cui c’è bisogno è la luce di una vita, l’irradiamento di un volto, il battito di un cuore: è il dono di tutta una vita.
Maurice Zundel

ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

http://www.internetica.it/cap2_mater.htm

ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

2.1. Presentazione del testo
2.2. Attribuzione letteraria
2.3. Significato della reinterpretazione
—————————————

Una tappa importante nella tradizione dell’Emmanuele è testimoniata da Is 9,1-6 [15]. La pericope, che canta la gioia per la nascita di un figlio regale, appartiene alle pagine più note e particolarmente studiate del libro di Isaia. Sotto il profilo del genere letterario il brano si presenta come un inno di ringraziamento, la cui costruzione è dominata fondamentalmente da alcuni motivi propri dell’ideologia regale di Gerusalemme (sotto questo profilo sono molto eloquenti i vv. 5-6).

2.1. Presentazione del testo
Per cogliere l’importanza del brano all’interno della tradizione di Is 7 è anzitutto necessario accostare, almeno in forma sintetica, il suo messaggio [16]. L’evento della liberazione viene descritto poeticamente, nel v. 1, come l’irrompere improvviso della luce (simbolo di libertà e di vita) nel luogo stesso dell’oscurità e delle tenebre. Al motivo della luce si associa quello della gioia che costituisce il contenuto di una dichiarazione di fede (v. 2): il Signore ha moltiplicato la gioia per il suo popolo, gioia che sì sperimenta alla sua presenza (allusione al tempio di Gerusalemme) e si sprigiona con l’intensità propria delle esperienze elementari della vita, quali sono la mietitura (contesto agricolo) e la spartizione del bottino (contesto militare).

1 vv. 3-5a contengono una triplice motivazione, enfatizzata dalla congiunzione ki (perché) ripetuta all’inizio di ogni versetto. Come risulta evidente dall’esplicito riferimento alla vittoria di Gedeone (v. 3), la gioia si fonda anzitutto sulla liberazione realizzata e assicurata dall’intervento prodigioso dei Signore. La grandezza dell’opera divina è messa in evidenza dalla descrizione della tirannia esercitata dalla dominazione straniera. Questa è presentata plasticamente mediante tre termini (giogo, sbarra, bastone), che concorrono a evidenziare la straordinaria potenza di JHV;H in quanto ricreano, a livello narrativo, il quadro drammatico dell’oppressione, che è stata “spezzata » per sempre dall’intervento salvifico di Dio. La fine dell’oppressione, simboleggiato dal fuoco che brucia le rumorose calzature militari e i mantelli intrisi di sangue (v. 4), costituisce, a sua volta, il motivo di una gioia ancora più intensa, perché scaturisce ormai dall’esaltante esperienza della sicurezza che la liberazione divina ha dischiuso. In questo inarrestabile crescendo il motivo-culmine della gioia esplode nella proclamazione del bambino nato e subito connotato come il « figlio dato » (v. 5a). La forma passiva del verbo « dare » (passivo teologico) presenta il figlio quale dono del Signore stesso che, in questo modo, si manifesta fedele alla sua promessa (cf Is 7,14). Se la liberazione divina moltiplica la gioia, questa trova il suo fondamento nella stessa fedeltà del Signore di cui il figlio nato è segno.
Il v. 5b, come si evince dalla tipica forma narrativa dei verbi ebraici, contempla il « figlio » nella pienezza della sua funzione regale: sulla spalla del « figlio dato » è posato il segno della sovranità ed egli ha così ricevuto i titoli corrispondenti: « consigliere ammirabile » (come Salomone), « Dio potente » (come Davide strumento delle vittorie di Dio), « padre per sempre » (per la ricerca del benessere del popolo), « principe della pace » (in quanto garante della libertà da ogni potenza nemica). In stretta connessione con il v. 5b, il v. 6 descrive, con un linguaggio altamente simbolico, la grandezza della sovranità e la perennità della pace che hanno come centro il trono di Davide e come ambito di irradiazione il suo regno: un regno consolidato nel diritto e nella giustizia e, quindi, in piena sintonia con le esigenze fondamentali del Signore e della sua parola.

2.2. Attribuzione letteraria
Se la pericope di Is 9,1-6 si presenta particolarmente ricca per il messaggio appena richiamato, essa si configura piuttosto problematica a livello di critica letteraria. Ciò risulta immediatamente evidente dalle diverse posizioni che sono state assunte circa la sua autenticità. Effettivamente mentre alcuni esegeti attribuiscono il brano al profeta Isaia (Alt, Eissfeldt, von Rad, Penna), altri, invece, lo ritengono una promessa messianica postesilica (Dubin, Marti, Fohror). Recentemente alcuni studiosi (Barth, Verrneylen) hanno messo l’origine del testo in rapporto con la redazione giosiana dei libro di Isaia e quindi con l’attività redazionale della scuola deuteronomistica [17].
Quest’ultima attribuzione è sostenuta da una serie di motivazioni di notevole importanza e peso. Anzitutto la dichiarazione solenne « un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio » (9,5) presenta delle connessioni tematiche e, in parte, anche letterarie con una glossa tipicamente deuteronomistica che, nella forma di una profezia « post eventum », annuncia la nascita di Giosia, e quindi la sua ascesa al trono, come l’avvenimento decisivo nel futuro di Israele, grazie al quale tutte le tribù saranno nuovamente riunite nell’unico culto gradito al Signore: « Ecco nascerà un figlio nella casa di Davide, chiamato Giosia… » (IRe 13,2). Notiamo, inoltre, che l’esplicito richiamo all’intervento divino realizzatosi « al tempo di Madian » (v. 3) pone il nostro brano nella prospettiva teologica della fiducia nel Signore che combatte per il suo popolo. Proprio questa prospettiva è stata sviluppata dall’opera deuteronomistica nella pericope che narra la sconfitta dei Madianiti ad opera di Gedeone (cf Gdc 7,1-22). In questa pagina, infatti, la narrazione sviluppa in modo grandioso e organico il messaggio teologico che la vittoria non è dovuta alla forza militare, di cui disponeva Gedeone, ma unicamente all’intervento salvifico di JHWH.
I dati ora presentati orientano ad attribuire la pagina di Is 9,1-6 alla scuola deuteronomistica. La connessione letteraria con 1Re 13,2 è un elemento determinante per ritenere che il nostro testo è sorto per celebrare Giosia (640-609), il re che, approfittando della debolezza dell’Assiria, potè estendere la giurisdizione della casa di Giuda alle tribù che formavano un tempo il regno di Israele e che nel 722 erano state sottomesse all’irnpero assiro.
Il riferimento a Giosia risulta ulteriormente confermato dal fatto che al momento in cui si inserì il poema nel Memoriale di Isaia si premise l’affermazione di 8,23b per sottolineare che la sottomissione delle regioni di Zabulon e di Neftali all’Assiria rappresentavano ormai un evento dei passato. In questo modo acquista esplicito rilievo l’annuncio che la liberazione compiuta da Giosia costituisce l’evento della salvezza promesso da Isaia e ora divenuto finalmente realtà. La via del mare, che unisce l’Egitto alla Mesopotamia, appare come il luogo nel quale si manifesta la salvezza del Signore che da Giuda si estende fino alle regioni estreme di Israele: a est dei Giordano e alle due tribù settentrionali di Zabulon e Neftali, nella Galilea. In altri termini, il regno di Davide appare sostanzialmente ricostruito anche sotto il profilo geografico-territoriale!

2.3. Significato della reinterpretazione
In questo contesto è interessante ora rilevare che la nostra pericope presenta anche delle indubbie connessioni letterarie con la pagina dell’Emmanuele, soprattutto con Is 7,13-14. In particolare è evidente che Is 9,5-6 riprende Is 7,14. In entrambi i testi si parla di un « figlio » della stirpe di Davide. Se Is 7 ne annuncia la nascita, Is 9 la presuppone avvenuta e la proclama, insinuando in questo modo che la promessa dell’Emmanuele si è adempiuta. Gli stessi titoli riferiti al davidide (« Consigliere ammirabile », « Dio potente », « Padre per sempre », Principe della pace ») lo presentano in una prospettiva ideale nella quale confluiscono le caratteristiche della potenza di Davide e della sapienza di Salomone. In altri termini, egli è il segno della fedeltà di JHWH alla sua promessa e, quindi, il segno della stessa presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo.
La connessione letteraria di Is 9,1-6 con Is 7 è illuminante. Alla luce di questo, dato, infatti, la nostra pericope si configura come una grandiosa reinterpretazione deuteronomistica della promessa isaiana dell’Emmanuele. li discendente, nel quale si rende evidente il pieno fallimento dei progetto di porre fine alla casa di Davide, è in modo emblematico il re Giosia.
Questo meraviglioso poema, inserito nel Memoriale di Isaia, condivise lo sviluppo teologico che contraddistinse sia il processo di formazione dell’opera isaiana, sia in particolare l’itinerario della tradizione di Is 7. La ricchezza delle immagini e dei simboli, che trascendono l’opera storica del re Giosia, hanno facilitato, nel periodo postesilico, la lettura messianica di questa pagina. Grazie ad essa lo sguardo, che prima era rivolto al passato per celebrare la liberazione compiuta dal Signore attraverso il « figlio », si rivolge ora verso il futuro nell’attesa del nuovo Davide che inaugurerà il regno di Dio, fondato sul diritto e la giustizia e caratterizzato dalla « pace senza fine ». Questa rilettura non ci è solo autorevolmente attestata in tempi recenti dalla versione greca della LXX (poi ripresa dalla Vulgata). In realtà essa è già presente nel testo ebraico. come risulta dalla dichiarazione conclusiva del v. 6, dove quanto è descritto nel poema viene presentato come l’opera che il Signore realizzerà nella sua ardente gelosia. Effettivamente il tema della gelosia di JHWH, intesa come energia d’amore che spinge JHWH a tutelare il suo popolo dalle potenze ostili che ne minacciano l’esistenza e l’autenticità, costituisce un motivo che si è sviluppato nel primo periodo dopo l’esilio, in modo speciale ad opera dei profeta Zaccaria (cf Zc 1, 14-15; 8,2). Una simile rilettura testimonia una nuova fase di attualizzazione reinterpretatrice della tradizione dell’Emmanuele, fase che ci è testimoniata in modo emblematico nella pericope di Is 11, 1 -5.

25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE : OMELIA

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-B/natale.htm

25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE

Omelia

Dopo il lungo cammino dell’Avvento eccoci a vivere la solennità del Natale. Una solennità che ha per centro il mistero dell’Incarnazione, manifestazione dell’amore infinito di Dio per il genere umano, inizio della redenzione, il via a tutte le manifestazioni dell’amore del Cristo per noi, fino al vertice d’amore della sua morte in croce. Questo giorno è la proclamazione dell’amore del Padre, che ha inviato il Figlio; è la proclamazione dell’amore del Figlio, che ha obbedito al Padre e ha preso carne nel grembo di Maria; è la proclamazione dell’amore dello Spirito Santo, che da sempre, da tutta l’eternità, ha palpitato amore presso il Padre e il Figlio per l’eterno decreto dell’Incarnazione, e nel tempo con la sua potenza ha reso fecondo il grembo verginale e immacolato di Maria dell’umanità del Cristo.
Tutto questo noi oggi consideriamo con gioia e gratitudine, e da ciò ci sentiamo invitati a migliorare nella carità verso Dio e verso tutti. Ma, sappiamo che la carità si alimenta di umiltà. L’uomo non può avere la carità senza l’umiltà. E questa solennità altamente salvifica ci offre una illimitata lezione di umiltà. Cristo non è nato in una reggia, ma in una capanna povera, fredda. Un re che nasce in una capanna ribalta tutto quello che noi pensiamo di un re e ci dona una novità soave, che l’anima avverte. Un re avvicinabile, la cui corte è fatta di pastori. Un tale re non fa paura. Da un tale re non si temono balzelli, non arruolamenti per le guerre, non pesi per il suo sfarzo di corte. Tutti questo lo percepiscono. Il mondo negatore dell’Amore dice che si tratta solo una novella. Il mondo odia l’Amore, e per questo nega l’Incarnazione; ma ugualmente subisce il fascino del Natale, magari come fiaba, come fiaba dell’irrealizzabile, ma intanto se ne guarda dal negare la fiaba. La fiaba frutta soldi, dice il mondo. Il commercio si ripromette molto dal Natale e non trascura di creare l’atmosfera del Natale consumistico, che ha come anima solo un riflesso lontano, lontano, del vero vivere il Natale. Un riflesso che fomenta solo un aumento di calore umano, di scambio di auguri, in una vaga nostalgia di riconciliazione e di pace.
Quella capanna non è una cornice scenica che Cristo si è voluto dare. Fu la realtà nella quale si trovarono Giuseppe e Maria, due giusti, che non trovarono posto nell’albergo perché non erano ricchi a sufficienza per sostenere la legge della domanda e dell’offerta. La legge commerciale della domanda e dell’offerta spinta fino all’avidità li tagliò fuori. La domanda di alloggio a Betlemme era certamente altissima, dato il censimento di Cesare Augusto. La società consumistica basata sulla domanda e l’offerta e l’incentivazione parossistica dei consumi, ha bisogno di essere redenta dal Natale, deve dare posto al Bambino, non assimilarlo a sé come puro richiamo commerciale.
Per viceversa, chi lotta contro la legge della domanda e dell’offerta spinta all’estremo, e vuole un mondo dominato dalla solidarietà, animandosi alla lotta per ribaltare i potenti, potrebbe vedere nella capanna e nei pastori il segno di una riscossa dei poveri contro i ricchi.
Ma i pastori non si sentirono animati dal re Bambinello contro i re, non assorbirono da Maria e Giuseppe odio verso i potenti. Nulla di tutto ciò suggeriva la visione del Potente, diventato debole.
Quella capanna, fratelli e sorelle, ci parla di un re che regnerà diversamente dai potenti. Un re portatore di un regno che lievita i regni della terra, li purifica, li eleva orientandoli a sé.
Il fascino del Natale è qui: il Potente che si fa debole per vincere; il Ricchissimo che si fa povero per arricchire; il Re che si fa servo per far regnare; il Creatore che ha assunto una realtà creata per risollevare la creazione; l’Offeso che è venuto a liberare l’uomo suo offensore; l’Eccelso è sceso per raggiungere l’uomo tiranneggiato dall’Abisso e farlo salire al cielo.
Tutti gli ideali nobili dell’uomo, tutto l’incanto delle nostalgie al bene, tutta la voglia di pace, di concordia, tutto il desiderio di sentire la trascendenza in comunione con l’immanenza per trasformarla, tutti i desideri più profondi dell’uomo trovano una inaspettata risposta nel Bambinello. Tutti la avvertono, anche quelli che con durezza sopprimono la parola del Natale; anche quelli che la deridono, che la trovano impossibile. Sì, anche loro perché non possono sopprimere l’uomo che è in loro.
Ma noi, fratelli e sorelle, la parola del Natale, l’accogliamo; vogliamo che essa si imprima in noi.
Un altro Natale! Non ne abbiamo poi tanti da vivere; è bene ricordarcelo, noi, che coinvolti nella terra, nelle faccende della terra, spesso ci dimentichiamo che c’è un cielo aperto che ci aspetta. In mezzo a un mondo che ha voglia di segnare di sé le cose, per farle tacere nel loro annunciare Dio, corriamo il rischio di non ascoltare. Corriamo il rischio di dimenticare il cammino verso il cielo. Il cielo pare a tanti che ormai sia scalato, con i satelliti, le sonde, i telescopi. L’incanto del cielo ci pare profanato dalle impronte dell’uomo sulla Luna, su Marte, su Giove; ma non è così. Guardiamo la volta stellata, dopo le stelle che vediamo, ci sono altre stelle, poi altre ancora, infine, oltre ogni cielo delle stelle e dei pianeti, c’è il cielo al quale tendiamo, c’è la Gerusalemme celeste. A un cielo segue il panorama di un altro cielo, poi di un altro cielo; infine si ha l’ingresso nel cielo: quello degli angeli e dei santi. Questo percorso un giorno lo faremo quando le nostre anime come frecce di fuoco saliranno a Dio, condotte da schiere di angeli in festa.
Ora rimaniamo serenamente su questa terra, col cuore unito a Signore, che abita in noi, e che ha fatto dei nostri cuori un cielo con la sua presenza. Non facciamoci prendere da chi crede che sta scalando il cielo, ma che solo ghermisce lo spazio. Anche in altre epoche gli uomini di Dio hanno visto tentativi di scalare il cielo. Oggi non capita niente di nuovo. Pensate ad Israele di fronte ai faraoni che costruivano le immani piramidi. Pensate a Babilonia con le sue Ziggurat, che pretendevano di arrivare al cielo. Non voglio negare le giuste conquiste del progresso; non voglio dire che i satelliti non abbiamo migliorato le telecomunicazioni, voglio solo dire che tutto ciò non deve essere letto come un possedere il cielo, che ciò non è. Noi, fratelli e sorelle, lasciamoci affascinare dalla capanna di Betlemme, dal Bambinello, allora saliremo al cielo.
Ma non solo saliremo al cielo, renderemo migliore il mondo. Quanto la scienza vera ha da dirci! Aspettiamo scienziati che sappiano unire la scienza all’amore, alla lode di Dio e all’elevazione spirituale dell’uomo, al rispetto dell’uomo. Aspettiamo una vera scienza che abbia come fondamento la scienza d’amore che il Bambinello è venuto a portarci. Una vera e umile esposizione della scienza, che non sia delirio contro la retta filosofia, e negazione di Dio.
“Sulla terra pace agli uomini, che egli ama” dice il canto angelico. “Pace agli uomini che egli ama”; cioè ai giusti, a quelli che cercano di migliorare. Pace anche a quelli travolti dalla debolezza. Ma non pace per quelli che hanno scelto scelto quale loro re il re nero dell’odio, e per questo, anche se parlano di pace, hanno nel loro cuore la malizia (Ps 27,3). Non pace, perché rifiutano la pace, quella che è incontro con Dio. Pace, invece, a quelli che vedono nel Bambinello della capanna di Betlemme il vero re; il Potente che si è fatto debole; l’Eccelso che è sceso tra gli uomini, incarnandosi in una natura umana nel grembo verginale e immacolato di Maria, affinché uomini salgano a lui. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Il Magnificat, Vangelo di oggi

Il Magnificat, Vangelo di oggi dans immagini sacre visitation-unborn-babies

http://unbornwordoftheday.com/2008/11/29/re-reading-the-magnificat-in-a-eucharistic-key/

Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2011 |Pas de commentaires »
123456...12

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01