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Publié dans:ANNO PAOLINO |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Charles de Foucauld

Charles de Foucauld dans immagini sacre Charles_de_Foucauld2

http://misticacristiana.altervista.org/mistica.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Charles de Foucauld (Strasburgo, 15 settembre 1858 – Tamanrasset, 1 dicembre 1916)

dal sito:

http://www.jesuscaritas.191.it/charles.htm

Charles de Foucauld (Strasburgo, 15 settembre 1858 – Tamanrasset, 1 dicembre 1916)

Un uomo che vive

Charles de Foucauld nasce a Strasburgo, in Francia, il 15 settembre 1858. A sei anni rimane orfano di padre e madre e viene accolto dal nonno materno. Adolescente inquieto, durante il Liceo perde la fede.
Prosegue pigramente gli studi fino a diventare sottotenente di cavalleria nel 1878. Lo stesso anno muore il nonno. Charles eredita un patrimonio consistente ma lo sperpera presto. Non tollera la disciplina e passa molto tempo agli arresti. Però è triste e si annoia. Conosciuto per il suo gusto del piacere e della vita facile, dimostra tuttavia una volontà decisa e costante. Nel 1881 prende parte ad una campagna militare in Algeria. È un primo risveglio: si dimostra ottimo ufficiale.
Terminata la spedizione, è lui che lascia l’esercito: assetato di grandi spazi, ha solo voglia di viaggi e di scoperte. Ad Algeri, prepara per un anno, un viaggio clandestino nell’interno del Marocco, che esplora nel 1883-1884. Ne trarrà riconoscimenti e premi, per la rilevazione di territori ignoti agli europei. In Marocco lo colpisce il deserto, ma lo sconvolge di più la fede dei musulmani. Ora “esplora” se stesso e cerca Dio. Gli sale dal cuore “una strana preghiera: Mio Dio, se esisti, fa’ che Ti conosca!”.
La vita di Nazareth
Mentre a Parigi prepara la pubblicazione del rapporto sul Marocco, legge il Corano e la Bibbia. Vuole capire. Ma ecco la svolta. Nella chiesa di Sant’Agostino, alla fine di ottobre 1886, incontra un santo prete (l’abbé Huvelin) e si lascia afferrare da Dio: s’inginocchia, si confessa, si accosta alla comunione. Charles ora è un convertito, ha incontrato Gesù! Ha ritrovato la fede. Scrive: “Appena ho creduto che c’era un Dio, ho capito che non potevo far altro che vivere per Lui solo”.
Vuole conoscere Gesù per meglio imitare la sua vita. Si reca in pellegrinaggio in Terra Santa (1888-1889) dove scopre la vita di “Gesù a Nazareth”. D’ora in poi, per vie inaspettate, segue Gesù, il Dio “sceso all’ultimo posto”. Consigliato dall’abbé Huvelin (divenuto suo direttore spirituale), si fa monaco trappista prima in Francia e poi in Siria (1890-1897). Ma non vi trova “la vita di Nazareth” che sogna. Lascia la Trappa (il monastero) e vive tre anni “solo con Dio” stabilendosi a Nazareth come domestico delle monache Clarisse (1897-1900).
Torna poi in Francia dove viene ordinato prete il 9 giugno 1901. Da qui parte per l’Algeria e si stabilisce nel deserto del Sahara. Vuole essere sempre più povero. Vuole “gridare il Vangelo con la vita” ai più poveri, ai più lontani, ai meno amati; vuole “visitarli” come Maria che porta in grembo Gesù e porta la salvezza.
Nascosto in Dio
Si ferma a Béni Abbès, ai confini col Marocco. Vi costruisce una “fraternità” e passa lunghe ore di silenzio adorante davanti all’Eucaristia, mentre accoglie chiunque bussa, soprattutto i più miserabili, gli schiavi. Ne riscatta alcuni. Scrive indignato contro la schiavitù (1901-1905). Dice:
“Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei ed idolatri (i non credenti) a guardarmi come loro fratello – il fratello universale… Cominciano a chiamare la mia casa ‘la fraternità’…”.
Ma ci sono popolazioni più isolate, i Tuareg, Berberi del profondo Sud del Sahara. Da loro non ci sono cristiani. Non ci sono preti. Urge partire, e… parte! Si stabilisce a Tamanrasset, allora minuscolo villaggio dell’Hoggar (1905-1916). Vive con i Tuareg, come loro, condivide ciò che ha e ciò che è. Stringe relazioni di amicizia. Studia ed impara la loro lingua e le loro tradizioni. Pur di restare con loro, accetta di non celebrare la messa quando non ci siano cristiani presenti. Nel 1908 ottiene il permesso di celebrare, ma per anni non può conservare l’Eucaristia: diventerà lui stesso Pane spezzato! Scrive:
“Seguiamo il Modello Unico (Gesù) e siamo sicuri di fare molto bene perché così non siamo più noi che viviamo, ma Lui che vive in noi; i nostri atti non sono più i nostri propri atti, umani e miserabili, ma i suoi, divinamente efficaci!”.
Fratello di tutti
Passa di pista in pista, di tenda in tenda: ascolta, osserva, trascrive. Dei Tuareg studia la lingua e cultura, traduce poemi, canti e proverbi, redige un grandioso dizionario Tuareg-Francese: diventa la memoria di un popolo.
Ha atteso invano fratelli e sorelle, o anche un solo prete. Ora avverte l’esigenza di laici che vivano il Vangelo ed evangelizzino – gratuitamente – preparando il terreno, praticando solo “l’apostolato della bontà” attraverso l’amicizia. “Farsi tutto a tutti per salvarli tutti”, ripete.
Scoppia la prima guerra mondiale nel 1914. Miseria e solitudine si fanno più acute anche nel Sahara. La carestia fa partire i nomadi per pascoli lontani, a Tamanrasset rimangono i più poveri. Per difenderli da razzie e attacchi, costruisce un fortino. Vi si trasferisce per primo nell’estate 1916.
Aveva desiderato e pregato di “morire martire”, di offrire con Gesù la vita per gli amici: la sera del 1° dicembre 1916, viene sorpreso e ucciso da una banda di Tuareg ribelli alla porta del suo eremo. Aveva scritto:
“Dio costruisce sul nulla. È con la sua morte che Gesù ha salvato il mondo; è con il niente degli apostoli che ha fondato la Chiesa; è con la santità e nel nulla dei mezzi umani che si conquista il cielo e che la fede viene propagata”.
Oggi sono molte le Fraternità (gruppi formati da religiosi, religiose, sacerdoti e laici) sparse per il mondo che s’ispirano al messaggio spirituale di frère Charles di Gesù: “la vita di Nazareth”.
 
Charles de Foucauld è stato beatificato da Benedetto XVI il 13 novembre 2005.
 

Publié dans:SANTI :"memorie facoltative" |on 1 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

IL PECCATO ORIGINALE SECONDO SAN PAOLO (è lungo lo divido)

ho trovato questo studio della Chiesa Ortodossa,, è lungo, ve lo propongo due capitoli per volta, i primi due poi gli altri, dal sito:

http://digilander.libero.it/ortodossia/peccato.htm

IL PECCATO ORIGINALE  SECONDO SAN PAOLO

Giovanni S. Romanidis

La traduzione è tratta da: St. Vladimir’s Seminary Quaterly, vol. IV, nn. 1-2, 1955-1956.

Indice

Introduzione
La Creazione decaduta
———————————-
La giustizia di Dio e la Legge
Il destino dell’uomo e l’antropologia
Il destino dell’uomo
L’antropologia di san Paolo
Osservazioni sintetiche
Conclusioni
Note

Introduzione

Riguardo la dottrina del peccato originale com’è contenuta nell’Antico Testamento e chiarita dall’unica Rivelazione di Cristo nel Nuovo Testamento, nel cristianesimo occidentale, specialmente in quello fondato sullo sviluppo dei presupposti scolastici, continua a regnare una grande confusione che, negli ultimi secoli, sembra aver guadagnato molto terreno nelle problematiche teologiche dell’ Oriente ortodosso. In alcune scuole questo problema è stato rivestito di un’aurea di mistificante vaghezza a tal punto che perfino alcuni teologi ortodossi sembrano accettare la dottrina sul peccato originale vedendola semplicemente come un grande e profondo mistero di fede (cfr. Androutsos, Dogmatike, pp. 161-162). Quest’atteggiamento è divenuto certamente paradossale, particolarmente da quando tali cristiani, che non possono definire il nemico dell’umanità [il Demonio], sono gli stessi che affermano illogicamente che in Cristo esiste la remissione di questo misterioso peccato originale. E’ sicuramente un’ opinione molto distante rispetto alla certezza con la quale san Paolo ha affermato che noi « non ignoriamo i pensieri » (noemata) del Demonio (1).
Se si mantiene vigorosamente e con fermezza che Gesù Cristo è l’unico Salvatore ad aver portato la salvezza in un mondo bisognoso d’essere salvato, si deve evidentemente sapere che è la natura del bisogno ad aver procurato tale salvezza (2). Sarebbe davvero sciocco esercitare dottori e infermieri a guarire malattie se nel mondo non esistesse alcuna malattia. Analogamente un salvatore che proclama di salvare delle persone che non hanno alcun bisogno di salvezza, è un salvatore soltanto per se stesso.
Indubbiamente una delle cause più importanti dell’eresia sta nel fallimento a capire l’esatta natura della situazione umana descritta nell’Antico e nel Nuovo Testamento per la quale gli eventi storici della nascita, degli insegnamenti, della morte e risurrezione e della seconda venuta di Cristo, rappresentano l’unico rimedio. Il fallimento di tale comprensione implica automaticamente la distorta comprensione di quanto Cristo ha fatto e continua a fare per noi e della nostra conseguente relazione con Lui all’interno del Regno di salvezza. L’importanza d’una definizione corretta sul peccato originale e sulle sue conseguenze non può mai essere esagerata. Qualsiasi tentativo di minimizzarla o di alterare il suo significato comporta automaticamente un indebolimento e, parimenti, un completo malinteso sulla natura della Chiesa, dei sacramenti e del destino umano.
In ogni indagine che voglia approfondire il pensiero di san Paolo e degli altri agiografi apostolici può esserci la tentazione d’esaminare i loro scritti con definiti presupposti, benché molto spesso inconsci, contrari alle testimonianze bibliche. Se ci si accosta alla testimonianza biblica, all’opera di Cristo e alla vita della comunità primitiva con predeterminate nozioni metafisiche riguardo alla struttura morale di quello che i più definiscono « mondo naturale » e, di conseguenza, con idee fisse riguardo al destino umano e alle necessità dell’individuo e dell’umanità in genere, dalla vita e dalla fede della Chiesa antica, si coglieranno indubbiamente solo gli aspetti che si adattano bene al proprio quadro di riferimento. Allora, se si desidera mantenere costantemente autentica la propria interpretazione delle Sacre Scritture, si dovrà necessariamente procedere a spiegare esaurientemente ogni elemento estraneo ai concetti biblici e, quindi, secondario e superficiale, intendendolo semplicemente come il prodotto d’alcuni malintesi sulla dottrina di certi Apostoli, d’un gruppo di Padri, o di tutta la Chiesa primitiva in genere.
Un approccio appropriato all’insegnamento neotestamentario di san Paolo riguardo il peccato originale non può essere trattato in modo fazioso. E’ incorretto, per esempio, sottolineare eccessivamente la frase di Romani 5, 12 « eph’ho pantes hemarton » per provare che esiste un certo sistema di pensiero riguardo alla legge morale e alla colpa senza prima stabilire il peso delle convinzioni di san Paolo riguardo ai poteri di Satana e alla vera situazione, non solo dell’uomo, ma di tutta la creazione. Sbaglia pure chi tratta il problema della remissione del peccato originale inserendo il pensiero di san Paolo in una struttura antropologica dualistica ignorando, al contempo, i fondamenti ebraici dell’antropologia paolina. Similmente, un tentativo d’interpretare la dottrina biblica della caduta nei termini d’una filosofia edonistica sulla felicità è già condannata al fallimento per il suo rifiuto di riconoscere non solo l’anormalità ma, cosa più importante, le conseguenze della morte e della corruzione.
Un approccio corretto alla dottrina paolina sul peccato originale deve prendere in considerazione la comprensione di san Paolo:
1) sullo stato decaduto della creazione, inclusi i poteri di Satana, la morte e la corruzione;
2) sulla giustizia di Dio e la legge e, infine,
3) sull’antropologia e il destino dell’uomo e della creazione.
Con ciò non si vuole suggerire che nel presente studio ciascun tema sarà trattato dettagliatamente. Tali temi, piuttosto, saranno affrontati solo alla luce del problema principale del peccato originale e della sua trasmissione secondo san Paolo.

La Creazione decaduta
San Paolo afferma energicamente che tutte le cose create da Dio sono buone (3). Allo stesso tempo, insiste sul fatto che non solo l’uomo (4) ma pure tutta la creazione è decaduta (5). Sia l’uomo che la creazione attendono la redenzione finale (6). Così, nonostante il fatto che tutte le cose create da Dio siano buone, il Diavolo diviene temporaneamente (7) « dio di questo secolo » (8). Un basilare presupposto di san Paolo è che, sebbene il mondo è stato creato da Dio come una realtà buona, esso si trova ancora sotto il potere di Satana. Il Demonio, comunque, non ha alcun ruolo assoluto poiché Dio non ha abbandonato la Sua creazione (9).
Secondo san Paolo, la creazione non è quanto Dio intendeva fosse « poiché la creatura è soggetta alla vanità non per volontà propria ma per causa di chi l’ha assoggettata » (10) Perciò la cattiveria può esistere, almeno temporaneamente, come un elemento parassita a fianco o all’interno di quanto Dio ha creato originalmente come buono. Un ottimo esempio di ciò è colui che vorrebbe fare il bene secondo l’ »uomo interiore » ma ne è impossibilitato per l’insito potere del peccato nella carne (11). Benché la realtà creata sia buona e venga ancora mantenuta e governata da Dio, la creazione per se stessa è lontana dalla normalità o dalla naturalità se, per « normale », intendiamo la natura secondo l’originale e finale destino della creazione. Colui che governa questo mondo, contrariamente al fatto che Dio sostiene ancora la creazione e conserva per se un resto di essa (12), è il Demonio (13).
Cercare di rinvenire in san Paolo una certa filosofia naturale con un universo equilibrato da fisse e inerenti leggi ragionevoli secondo le quali l’uomo può vivere serenamente ed essere felice, significa fare violenza alla fede dell’apostolo. Per san Paolo non esiste alcun mondo naturale con un sistema inerente di leggi morali, poiché tutta la creazione è stata sottoposta alla vanità e al cattivo dominio di Satana subendo il potere della morte e della corruzione (14). Per questa ragione tutti gli uomini sono divenuti peccatori (15). Non esiste alcun uomo che non sia peccatore semplicemente perché vive secondo la legge della ragione o la norma mosaica (16). La possibilità di vivere secondo la legge universale implica pure la possibilità d’essere senza peccato. Tuttavia, per san Paolo, questo è un mito poiché Satana non rispetta le leggi della ragione che fanno vivere rettamente (17) e ha sotto la sua influenza tutti gli uomini che nascono sotto il potere della morte e della corruzione (18).
Che sia creduto o meno, il presente, reale ed attivo potere di Satana dovrebbe provocare il teologo biblista. Egli non può ignorare l’importanza attribuita da san Paolo al potere demoniaco. Facendo diversamente non si comprende per nulla il problema del peccato originale e della sua trasmissione e si finisce pure per equivocare il pensiero degli scrittori del Nuovo Testamento e la fede di tutta la Chiesa antica. Riguardo al potere di Satana per opera del quale viene introdotto il peccato nella vita d’ogni uomo, sant’Agostino, per combattere il pelagianesimo, ha chiaramente mal interpretato san Paolo. Il potere di Satana, la morte e la corruzione dallo sfondo teologico dov’erano posti sono stati collocati in primo piano per rispondere alla controversia sul problema della colpa personale nella trasmissione del peccato originale. In tal modo, san’Agostino ha introdotto un falso approccio filosofico-moralistico che è estraneo al pensiero di san Paolo (19) e che non è stato accettato dalla tradizione patristica orientale (20).
Per san Paolo Satana non è semplicemente un potere negativo nell’universo. E’ una realtà personale con volontà (21), pensieri (22) e metodi falsi (23), contro il quale i cristiani devono intraprendere un’intensa battaglia (24) poiché possono essere ancora tentati da lui (25). Egli è dinamicamente attivo (26) e combatte per la distruzione della creazione senza attendere con semplice passività in uno spazio circoscritto per accogliere coloro che decidono razionalmente di non seguire Dio e le leggi morali inerenti ad un universo naturale. Satana è pure capace trasformare se stesso in angelo di luce (27). Ha a sua disposizione miracolosi poteri di perversione (28) e ha per collaboratori eserciti di poteri invisibili (29). Egli è « il bene di questo secolo » (30), colui che ha ingannato la prima donna (31). E’ lui che ha condotto l’uomo (32) e tutta la creazione nel sentiero della morte e della corruzione (33).
Il potere della morte e della corruzione, secondo Paolo, non è negativo ma, al contrario, positivamente attivo. « Il pungiglione della morte è il peccato » (34) che, a sua volta, fa regnare la morte (35). Non solo l’uomo ma tutta la creazione è stata assoggettata alla tirannia del suo potere (36) e ora attende la redenzione. Perciò la creazione stessa sarà consegnata dalla schiavitù della corruzione (37). Assieme con la distruzione finale di tutti i nemici di Dio, la morte — l’ultima e probabilmente la maggior nemica — sarà distrutta (38). Allora la morte sarà inghiottita dalla vittoria (39). Per san Paolo la distruzione della morte è parallela alla distruzione del Demonio e delle sue forze. La salvezza dalla prima significa la salvezza dagli altri (40).
E’ ovvio che le espressioni paoline riguardanti la creazione decaduta, Satana e la morte non offrono alcuno spazio a qualsiasi tipo di dualismo metafisico o a qualsiasi divisione mentale con la quale si farebbe di questo mondo un dominio intermedio quasi esso fosse, per l’uomo, una pietra di guado tra la presenza di Dio e il regno di Satana. L’idea di tre piani nella storia in cui Dio con i suoi seguaci e gli angeli occuperebbero quello superiore, il Demonio la base e l’uomo nella sua carne il piano intermedio, non trova alcun posto nella teologia paolina. Per Paolo tutte le tre realtà si compenetrano. Non esiste alcun mondo intermedio e neutro dove l’uomo possa vivere secondo la legge naturale ed essere giudicato per ricevere la felicità alla presenza di Dio o per meritare il tormento in abissi tenebrosi. Al contrario, tutta la creazione è dominio di Dio ed Egli non può essere contaminato dal male. Tuttavia, nel suo dominio esistono altre volontà che Egli ha creato le quali possono scegliere sia il Regno di Dio sia il regno della morte e della distruzione.
Contrariamente al fatto che la creazione di Dio è essenzialmente buona, il Demonio ha contemporaneamente e parassitariamente trasformato questa stessa creazione in un temporaneo regno per se stesso (41). Il Demonio, la morte e il peccato stanno regnando in questo mondo, non in un altro. Il regno delle tenebre e quello della luce si stanno facendo guerra nel medesimo luogo. Per questa sola ragione l’unica vittoria possibile sul Diavolo è la risurrezione dalla morte (42). Non esiste alcuna fuga dal campo di battaglia. L’unica scelta possibile per ogni uomo è combattere attivamente il Demonio condividendo la vittoria di Cristo, o accettare le falsità del Diavolo volendo credere che tutto va bene ed è tutto normale (43).

GLI ANGELI TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO (molto su Paolo) (Gianfranco Ravasi)

dal sito:

http://www.enec.it/AliDio/03_GLIANGELITRAANTICOENUOVOTESTAMENTO.pdf

GLI ANGELI TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO

Gianfranco Ravasi

Dalla prima pagina delle Scritture Sacre coi “Cherubini dalla fiamma della spada folgorante”, posti a guardia del giardino dell’Eden (Genesi 3,24), fino alla folla angelica che popola il cielo dell’Apocalisse, tutti i libri della Bibbia sono animati dalla presenza di queste figure sovrumane, ma non divine, che già occhieggiavano nelle religioni circostanti al mondo ebraico e cristiano. Proprio i Cherubini, che saranno destinati a proteggere l’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-21), sono noti anche nel nome (karibu) all’antica Mesopotamia, simili quasi a sfingi alate, dal volto umano e dal corpo zoomorfo, posti a tutela delle aree sacre templari e regali, mentre i Serafini della vocazione di Isaia (6,1-7), nella loro radi- ce nominale, rimandano a qualcosa di serpentiniforme e ardente.
L’Angelo, “trasparenza” del divino Ma lasciamo questo intreccio marginale – coltivato, però, con entusiasmo dalle successive tradizioni apocrife e popolari – tra mitologia e angelologia per individuare, in modo sia pure molto semplificato, il vero volto dell’Angelo secondo le Scritture. V’è subito da segnalare un dato statistico: il vocabolo mal’ak, in ebraico “messaggero”, tradotto in greco come ‘Anghelos (donde il nostro “angelo”) risuona nell’Antico Testamento ben 215 volte e diventa persino il nome (o lo pseudonimo) di un profeta, Malachia, che in ebraico significa “angelo del Signore”. Certo, come prima si diceva a proposito di Cherubini e Serafini, non mancano elementi di un retaggio culturale remoto che la Bibbia ha fatto suoi: la Rivelazione ebraico-cristiana si fa strada nei meandri della storia e nelle coordinate topografiche di una regione appartenente all’antico Vicino Oriente e ne raccoglie echi e spunti tematici e simbolici. I “figli di Dio”, ad esempio, nella religione cananea, indigena della Palestina, erano dèi inferiori che facevano parte del consiglio della corona della divinità suprema del pantheon, ’El (o in altri casi Ba’al, il dio della fecondità e della vita). Israele declassa questi “figli di Dio”, che qua e là appaiono nei suoi testi sacri (Genesi 6,1-4; Giobbe 1,6 e Salmi 29,1), al rango di Angeli che assistono il Signore, il cui nome sacro, unico e impronunziabile, è JHWH. Anche “il Satana”, cioè 1’avversario (in ebraico è un titolo comune e ha l’articolo), in Giobbe appare come un pubblico ministero angelico della corte divina (1,6-12). L’Angelo biblico, perciò, conserva tracce divine. Anzi diventa non di rado – soprattutto quando è chiamato mal’ak Jhwh, “Angelo del Signore” – una rappresentazione teofanica, ossia un puro e semplice rivelarsi di Dio in modo indiretto. Come scriveva uno dei più famosi biblisti del Novecento, Gerhard von Rad, “attraverso 1’Angelo è in realtà Dio stesso che appare agli uomini in forma umana”. E’ per questo che talvolta 1’Angelo biblico sembra entrare in una dissolvenza e dal suo volto lievitano i lineamenti del Re celeste che lo invia. Infatti in alcuni racconti l’Angelo e Dio stesso sono intercambiabili. Nel roveto ardente del Sinai a Mosè appare innanzitutto “l’Angelo del Signore” ma, subito dopo, la narrazione continua così: ”Il Signore vide che Mosè si era avvicinato e Dio lo chiamò dal roveto” (Esodo 3,2.4). Questa stessa identificazione può essere rintracciata nel racconto che vede protagonisti Agar, schiava di Abramo e di Sara, e suo figlio Ismaele dispersi nel deserto (Genesi 16,7.13) in quello del sacrificio di Isacco al monte Moria (Genesi 22,11-17), nella vocazione di Gedeone (Giudici 6,12.14) e così via. Lasciamo ai nostri lettori più esigenti la verifica all’interno dei passi biblici citati. In questa funzione di “trasparenza” del divino, 1’Angelo può acquistare anche fisionomie umane per rendersi visibile. Così nel capitolo 18 della Genesi – divenuto celebre nella ripresa iconografica di Andrej Rublev – gli Angeli si presentano davanti alla tenda di Abramo come tre viandanti; uno solo di loro annunzia la promessa divina; nel prosieguo del racconto (19,1) diventano “due Angeli”, ritornano poi a essere “tre uomini” per ritrasformarsi in Angeli (19,15), mentre è uno solo a pronunziare le parole decisive per Lot, nipote di Abramo (19,17-22). E’ ancora sotto i tratti di un uomo misterioso che si cela 1’Angelo della lotta notturna di Giacobbe alle sponde del fiume Jabbok (Genesi 32,2333), ma il patriarca è convinto di “aver visto Dio faccia a faccia”. Dobbiamo, allora, interrogarci sul significato di questa personificazione “angelica” di Dio che appare in non poche pagine bibliche come espressione della sua benedizione ma anche del suo giudizio (si pensi all’Angelo sterminatore dei primogeniti egiziani nell’Esodo che il libro della Sapienza reinterpreta come la stessa Parola divina). Se non leggiamo materialmente o “fondamentalisticamente” (cioè in modo letteralistico) quei passi, ma cerchiamo di coglierne il significato genuino sotto il velo delle modalità espressive, ci accorgiamo che in questi casi l’Angelo biblico racchiude in sé una sintesi dei due tratti fondamentali del volto di Dio. Da un lato, infatti, il Signore è per eccellenza 1’Altro, cioè colui che è diverso e superiore rispetto all’uomo, è – se usiamo il linguaggio teologico – il Trascendente. D’altra parte, però, egli è anche il Vicino, 1’Emmanuele, il Dio – con -noi, presente nella storia dell’uomo. Ora, per impedire che questa vicinanza ‘impolveri’ Dio, lo imprigioni nel mondo come un oggetto sacro, 1’autore biblico ricorre all’Angelo. Egli, pur venendo dall’area divina, entra nel mondo degli uomini, parla e agisce visibilmente come una creatura. Ma il messaggio che egli porta con sé è sempre divino. In altri termini 1’Angelo è spesso nella Bibbia una personificazione dell’efficace parola di Dio che annunzia e opera salvezza e giudizio. La visione della scala che Giacobbe ha a Betel è in questo senso esemplare: “Gli angeli di Dio salivano e scendevano su una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo” (Genesi 28,12). L’Angelo raccorda cielo e terra, infinito e finito, eternita e storia, Dio e uomo.
Il volto “ personale” dell’Angelo Ma gli Angeli sono anche qualcosa di più di una semplice immagine di Dio. E’ necessario, perciò, percorrere altre pagine bibliche. Ebbene, in altri testi antico o neotestamentari gli Angeli appaiono nettamente con una loro entità e identit à e non come rappresentazione simbolica dello svelarsi e dell’agire di Dio. E’ necessaria, però, una nota preliminare. Soprattutto nell’Antico Testamento, non si parla mai di “purissimi spiriti” come noi siamo soliti definire gli Angeli, perché per i Semiti era quasi impossibile concepire una creatura in termini solo spirituali, separata dal corpo (Dio stesso è raffigurato antropomorficamente). Essi, perciò, hanno connotati e fisionomie con tratti concreti e umani. Ed è soprattutto nella letteratura biblica successiva all’esilio babilonese di Israele (dal VI secolo a.C. in poi) che 1’Angelo acquista un’identità propria sempre più spiccata. Evochiamone alcuni desumendoli dalla narrazione biblica. Iniziamo con la storia esemplare di Tobia jr. che parte verso la meta di Ecbatana, ove 1’attenderanno le nozze con Sara, accompagnato da un giovane di nome Azaria. Egli ignora che, sotto le spoglie di questo ebreo che cerca lavoro, si cela un Angelo dal nome emblematico, Raffaele, in ebraico “Dio guarisce”. Egli, infatti, non solo preparerà un filtro magico per esorcizzare il demonio Asmodeo che tiene sotto il suo malefico influsso la promessa sposa di Tobia, Sara, ma anche appronterà una pozione oftalmica per far recuperare la vista a Tobia sr., il vecchio padre accecato da sterco caldo di passero. Come è facile intuire, il racconto “fine e amabile” di Tobia secondo la definizione di Lutero che ne raccomandava la lettura alle famiglie cristiane – è percorso da elementi fiabeschi, ma la certezza dell’esistenza di un “Angelo custode” del giusto è indiscussa. discorso finale che egli rivolge ai suoi beneficati nel capitolo 12 del libro di Tobia, al momento dello svelamento, è significativo: Raffaele-Azaria ha introdotto 1’uomo nel segreto del re divino e    1’b rivelato come quello di un Dio d’amore (“quando ero con voi, io non stavo con voi per mia                                          iniziativa, ma per la volontà di DIO” confessa in Tobia 12,18). L’idea di un Angelo che non lascia solo il povero e il giusto per le strade del mondo, ma gli cammina a fianco è, d’altronde, reiterata nella preghiera dei Salmi: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva (…). Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perchè non inciampi nella pietra il tuo piede” (Salmi .34, 91,11-12). Nel libro di Giobbe appare anche 1’Angelo intercessore che placa la giustizia divina educando 1’uomo alla fedeltà e incamminandolo sulle vie della salvezza: “Se 1’uomo incontra un angelo un intercessore tra i mille, che gli sveli il suo dovere, che abbia compassione di lui e implori: Scampalo, Signore, dal discendere nella fossa della morte perchè io gli ho trovato un riscatto!, allo la carne dell’uomo ritroverà la freschezza della giovinezza e tornerà ai giorni dell’adolescenza” (Giobbe 33,23-25). Un’altra figura angelica “personale” di grande rilievo per entrambi i Testamenti è, con Michele (“chi è come Dio?”), Angelo combattente, Gabriele (“uomo di Dio” o “Dio si è mostrato forte” o “uomo fortissimo”). Nel libro di Daniele egli entra in scena nel funzioni di Angelo “interprete”, perchè consegna e decifra ai fedeli gli enigmi della Rivelazione divina, spesso affidata ai sogni. Si leggano appunto i capitoli 7-12 del libro apocalittico di Daniele, che è molto simile a una sciarada storico-simbolica, i cui fili aggrovigliati vengono dipanati da Gabriele, 1’Angelo che – come vedremo – sarà presente anche alla soglia del Nuovo Testamento. Nella tradizione giudaica, soprattutto in quella della letteratura apocalittica apocrifa dei secoli III-I a.C., egli si affaccia dal cielo per abbracciare con sguardo tutti gli eventi del mondo così da poterne riferire a Dio. E presiede le classi angeliche dei Cherubini e delle Potestà e ha in pratica la gestione dell’intero palazzo celeste. Gli Angeli si moltiplicheranno in particolare nel racconto biblico dell’epoca dei Maccabei, combattenti per la libertà di Israele sotto il regime siro-ellenistico nel II secolo a.C. Questa proliferazione è naturalmente lo specchio di un’epoca storica e della convinzione di combattere una battaglia giusta e santa, avallata da Dio stesso che ne produce 1’esito positivo attraverso la sua armata celeste. Ma v’è anche la netta certezza che 1’Angelo faccia parte delle verità di fede secondo una sua precisa identità e funzione. Così, al ministro siro Eliodoro, che vuole confiscare il tesoro del tempio di Gerusalemme, si fanno incontro prima un cavaliere rivestito d’armatura aurea e poi “due giovani dotati di grande forza splendidi per bellezza e con vesti meravigliose” che lo neutralizzano e lo convincono a riconoscere il primato della volontà divina ( 2Maccabei 3,24-40). Durante un violento scontro tra Giuda Maccabeo e i Siri “apparvero dal cielo ai nemici cinque cavaliere splendidi su cavalli dalle briglie d’oro: essi guidavano gli Ebrei e, prendendo in mezzo a loro Giuda, lo ripararono con le loro armature rendendolo invulnerabile” (2 Maccabei 10,29-30). Altre volte è un solitario “cavaliere in sella, vestito di bianco, in atto di agitare un’armatura d’oro”, a guidare Israele alla battaglia (2 Maccabei 11,8). E non manca neppure una vera e propria squadriglia angelica composta da “cavalieri che correvano per 1’aria con auree vesti, armati di lance roteanti e di spade sguainate” (2 Maccabei 5,2).Al di là della retorica marziale di queste pagine v’è la sicurezza di una presenza forte che, come si diceva nei Salmi già citati, si accampa accanto agli oppressi e ai fedeli per tutelarli e salvarli.
Gli Angeli che circondano Gesù Gli Angeli popolano con la loro presenza anche le pagine del Nuovo Testamento, rivelando talora quei nomi che la tradizione giudaica aveva loro assegnato, come Gabriele e Michele (Luca 1,19.20; Apocalisse 12,7; Giuda 9), delineando le loro gerarchie di Troni, Dominazioni, Principati e Potestà (Colossesi 1,16; 2,10; Efesini 1,21; 1 Pietro 3,22; Giuda 8), presentandoli come assistenti al soglio divino (1 Pietro 1,12; Apocalisse), come custodi dei piccoli (Matteo 18,10) e delle chiese di Cristo (Apocalisse 2-3), dotati di una loro lingua specifica (l Corinzi 13,1) e segnati al loro interno da una linea di demarcazione drammatica, quella della ribellione satanica che dà origine all’Angelo tenebroso (Giuda 6; Apocalisse 9,11; 12,9; 2 Corinzi 11,l4; Matteo 25,41; Romani 8,38). Nonostante questo affollarsi angelico, bisogna, però, riconoscere che le Scritture Sacre cristiane sono sobrie nei loro colori, tese come sono a ricondurre a Dio e al suo Cristo la centralità della fede. Dalla prima Alleanza, al cui servizio essi erano destinati (Atti degli Apostoli 7,30.35.38.53; Galati 3,19; Ebrei 11,28), gli Angeli si pongono ora a disposizione di Cristo e della sua Chiesa. Hans Urs von Balthasar ha giustamente notato che “gli angeli circondano 1’intera vita di Cristo – appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nell’Ascensione come splendore della nostra ascesa in Dio”. Iniziamo, allora, con il Natale di Cristo. Se ci fermiamo alla pura statistica, 1’Angelo entra in scena quattro volte con Matteo (1,20.24; 2,13.19), rivolgendosi a Giuseppe e scandendo tutte le tappe di quei giorni già segnati dall’ombra della croce che si proietta sul piccolo Gesù, perseguitato e profugo, e sul mistero della sua nascita. Si ripresenta ben quattordici volte in Luca (1.11- 19.26.27.30; 2,9-14), coinvolgendo le due annunciazioni – a Zaccaria e a Maria – e le due nascite, quelle di Giovanni il Battista e di Gesù. Non per nulla ai nostri occhi il Natale è ancor oggi una notte gelida, un brivido di luce, i pastori attorno a un ciocco che arde, un manto di neve, una grotta con alcune presenze povere, ma solenni. In alto, però, ci sono soprattutto gli Angeli, tanti Angeli che intonano un corale cosmico: “Subito apparve con l’angelo [che aveva annunziato la nascita del Cristo] una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Luca 2,13-14). Ma tutto era cominciato prima, quando l’Angelo Gabriele era apparso a Zaccaria per annunziargli la nascita di Giovanni il Battista (Luca 1,8-20) e quando un Angelo anonimo si era presentato ad annunziare a Giuseppe la notizia del mistero che stava per compiersi in quella donna che egli voleva ripudiare. Racconta Matteo: “Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria. (…) Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato 1’angelo del Signore” (Matteo 1,20.24). Dopo la nascita di Cristo ecco profilarsi l’incubo della persecuzione di Erode. Matteo, continua così il suo racconto: “Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto’ ” (2,13). E dopo il soggiorno egiziano, “morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele’ ” (2,19). Ma entrato in Palestina, seppe che regnava Archelao, figlio di Erode, e allora “avvertito in sogno, [Giuseppe con Gesù e Maria] si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret” (2,22-23). Come si vede il tracciato dei voli angelici pervade tutto il cielo del Natale quasi come una mappa di luce, di salvezza, di speranza. Una posizione privilegiata è occupata da Gabriele, ministro del consiglio della corona di Dio: non per nulla Luca (1,19) gli mette in bocca una frase che nel linguaggio orientale definisce i ministri (“Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio” e i ministri erano appunto “coloro che avevano accesso al cospetto del re”). Ma con Gabriele appaiono altri Angeli anonimi nel Natale di Cristo; anzi Luca (2,14) in quella notte, come si è visto, introduce “tutta la milizia celeste”, cioè tutto l’esercito di Dio, composto di legioni angeliche, pronte a combattere il male e 1’ingiustizia. Quelle legioni che Gesù, al momento dell’arresto nel giardino del Getsemani, dirà di non voler convocare per bloccare il suo destino sacrificale (Matteo 26,53: “Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?”). Ma la presenza angelica si era affacciata già prima di quell’ora terribile. Vi sono, infatti, gli Angeli che si accostano a Gesù, al termine delle tentazioni sataniche, per servirlo (Matteo 4,11). V’è l’Angelo che veglia sui piccoli: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 18,10). V’è 1’Angelo consolatore nella sera dell’agonia: “Gli apparve [nel Getsemani] un angelo del cielo a confortarlo” (Luca 22,43), V’è l’Angelo che indica il destino dell’uomo oltre la morte: “Alla risurrezione (…) si sarà come angeli nel cie lo” (Matteo 22,30). Ma, impor-tanti come quelli del Natale, sono gli Angeli della Pasqua. Se 1’Angelo del Natale era simile a un profeta che annunziava l’incarnazione, cioè 1’ingresso di Dio nella storia proprio sotto le spoglie di quel bambino nato nella “città di Davide”, Betlemme, 1’Angelo della Pasqua proclama la redenzione piena operata da Cristo e sigillata dalla sua vittoria sulla morte. “Vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma 1’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E’ risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete’. Ecco, io ve 1’ho detto’ ” (Matteo 28,2-7). Sulle labbra dell’Angelo risuona la professione di fede pasquale della Chiesa: “ E’ risorto!”. E’ ciò che ripeterà anche 1’Angelo pasquale di Marco, raffigurato come “un giovane vestito di una veste bianca” (16,5-6) o “i due uomini in vesti sfolgoranti” del racconto di Luca (24,4-6). Essi inaugurano anche la missione della Chiesa quando, nel giorno dell’ascensione di Cristo nella sua gloria celeste, sotto 1’aspetto di “due uomini in bianche vesti” (e il bianco nella Bibbia è simbolo dell’Eterno), si rivolgeranno agli Apostoli così: “Uomini di Galilea, perchè state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui 1’avete visto andare in cielo” (Atti degli Apostoli 1,10-11).
Gli Angeli che accompagnano la Chiesa La Chiesa vive da quel momento accompagnata dagli Angeli. V’è 1’Angelo degli Apostoli: apre loro le porte del carcere a notte fonda (Atti degli Apostoli 5,19). V’è 1’Angelo di Pietro: di notte gli scioglie le catene, lo riveste e gli spalanca le porte della prigione (Atti degli Apostoli 2,7-11). V’è 1’Angelo del diacono Filippo: mette questo ministro del vangelo sulla strada di Gaza per incontrare 1’eunuco etiope, funzionario della regina Candace, e così convertirlo (Atti degli Apostoli 8,26). V’è 1’Angelo del centurione romano Cornelio: gli annunzia la via della salvezza attraverso 1’incontro con Pietro (Atti degli Apostoli 10,3; 11,13). V’è 1’Angelo di Paolo: durante la tempesta che colpisce la nave che porta 1’Apostolo a Roma per essere processato, lo conforta e gli assicura che raggiungerà il tribunale di Cesare per testimoniare Cristo (Atti degli Apostoli 27,23-24). V’è 1’Angelo di tutti gli annunziatori del vangelo: assiste alla lotta che il discepolo deve condurre per compiere la sua missione (1 Corinzi 4,9). V’è 1’Angelo della liturgia e lo presenta lo stesso Paolo nel passo un po’ folcloristico sul velo delle donne (1 Corinzi 11,10). Come si vede, la presenza angelica popola le strade della Chiesa e della sua storia. E non 1’abbandona nel momento estremo, quello dell’approdo alla Gerusalemme celeste. Lo stesso Gesù nel suo “discorso escatologico”, dedicato alla meta ultima della vicenda umana e cosmica, aveva evocato la funzione degli Angeli quasi come cerimonieri dell’evento del giudizio finale (Matteo 13,41-42; Marco 13,27.32; Luca 16,22). Ma sarà 1’Apocalisse ad affollare il cielo di Angeli, riflettendo in questo un modello tipico di una letteratura allora popolare, quella chiamata appunto apocalittica e che abbiamo già avuto occasione di evocare. In un trionfo di luce, gli Angeli dell’Apocalisse cantano, assistono al soglio divino, suonano trombe, scagliano i flagelli del giudizio, scardinano dalle fondamenta Babilonia, la città del male, simbolo della Roma imperiale, incatenano la Bestia infernale, vegliano alle porte della Gerusalemme celeste, la città della gioia, seguono Michele nella lotta estrema tra Bene e Male. La coreografia dell’Apocalisse ha 1’Angelo come attore di grande rilievo, nella prospettiva di una palingenesi di tutto 1’essere e in particolare dell’umanità, chiamata alla cittadinanza celeste e alla comunione angelica, come Paolo (Efesini 1,18; Filippesi 3,20). Ma lo stesso libro nelle sue pagine di apertura, ossia nelle lettere indirizzate ad altrettante comunità cristiane dell’Asia Minore (Apocalisse 2-3), rivela che su ogni Chiesa ancora pellegrina sulla terra veglia un Angelo del Signore. Egli raccoglie il messaggio ora dolce ora aspro che Cristo ai fedeli di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea, divenendo così partecipe delle sorti della comunità che egli assiste. Rimane un’ultima nota. E’ facile colmare i cieli di deliziosi Angioletti; è ancor più facile bamboleggiare ideologicamente con le “misteriose presenze” e spiritualmente con misticismi alla melassa. E’ pericoloso inoltrarsi nel mondo angelico con intenti esoterico-magici perché questa è idolatria nel caso peggiore o stupidità nel caso dell’ingenuità superstiziosa. L’Angelo è, in verità, un segno dell’unico che dev’essere adorato, Dio; è solo un indice puntato verso 1’unico, vero mistero, quello divino; è un mediatore al servizio dell’ “unico mediatore” tra Dio e gli uomini che è Cristo Signore. Ritornare al rigore e alla sobrietà della fede, in questo come in altri campi, è necessario. Ce lo ricorda soprattutto Paolo. Egli aveva già reagito con veemenza a questa riduzione idolatrica del mistero cristiano quando, scrivendo ai cristiani di Colossi, una città della più profonda provincia dell’Asia Minore, aveva polemizzato con un loro culto angelico esasperato, forse simile a quello che sta ai nostri giorni qua e là affiorando: “Nessuno si compiaccia in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le pretese visioni” (Colossesi 2,18). “A quale degli angeli Dio ha detto: ‘Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?’ ”, si domanda 1’anonimo autore neotestamentario della Lettera agli Ebrei (1,5). Al centro dell’autentica fede cristiana non ci sono gli Angeli, ma Cristo che è “al di sopra di ogni potenza angelica” e nel cui nome “ogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e sotto terra” (Filippesi 2,10).

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