Archive pour décembre, 2011

QUANDO SONO DEBOLE È ALLORA CHE SONO FORTE

è un PDF, dal sito, :

www.cappellapoliba.it/index.php?option=com_docman

QUANDO SONO DEBOLE È ALLORA CHE SONO FORTE

LA GRANDEZZA DI OGNI STRADA PERCORSA È DATA DALLE LACRIME E DALLE SCONFITTE PATITE PER ARRIVARE AL TRAGUARDO.
PAOLO È UN UOMO CHE CI INSEGNA NELLA FORZA MA ANCOR PIÙ DI SCONVOLGE NELLA DEBOLEZZA E NELLA SCONFITTA.

Atti degli Apostoli 17,22-33
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all`Areòpago, disse: « Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un`ara con l`iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell`uomo né dalle mani dell`uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l`ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all`oro, all`argento e alla pietra, che porti l`impronta dell`arte e dell`immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell`ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti ». Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: « Ti sentiremo su questo un`altra volta ». Così Paolo uscì da quella
riunione.
Seconda Lettera ai Corinzi 12,7-10
Perchè non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me lapotenza di Cristo. perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte. (2Cor 12,7-10)

PAOLO: LA POTENZA DI DIO NELLA FRAGILITÀ (2COR 12,7-10)
Prendiamo in esame il brano di 2Cor 12,7-10. Ci confronteremo con una tra le piu’ intime confidenze di Paolo sulla sua vita spirituale. Il brano ci presenterà la debolezza come esperienza di fiducia, di amore, di amore, tenendo presente la Croce di Gesù. Nei vv. 1-6 Paolo sta facendo un’apologia di se stesso per legittimare il suo apostolato. E in questi versetti Paolo ha parlato di un uomo che fu rapito fino al cielo, in paradiso, dove è stato introdotto in una grande conoscenza del mistero di Dio: questo per dimostrare che egli valeva piu’ dei suoi rivali in apostolato (per le visioni e le rivelazioni del Signore). Di questo Paolo potrebbe vantarsi, ma invece si vanta delle sue debolezze. All’inizio Paolo descrive una situazione fortemente umiliante e deprimente che non lo fa montare in superbia: quanto male si adatta questa situazione difficile con invece la stima enorme che Paolo aveva della propria vocazione (cfr. 1Tm 1,11: “il Vangelo della gloria di Dio è stato affidato a me”. La situazione che Paolo subisce è descritta con espressioni un po’ misteriose: “la spina nella carne” e “schiaffeggiato ripetutamente (cosi’ la forma del verbo) da un inviato di Satana”. Non sappiamo bene cosa fosse questa spina nella carne. Fra gli studiosi c’è diversità di opinione: si parla di tormenti, di tentazioni sessuali, di senso di indegnità e inadeguatezza, di profondo dolore perl’incredulità dei fratelli ebrei, di malattia fisica o mentale (cfr. Ez 3,25-26), di depressione, di persecuzioni. L’inviato di satana è un’espressione che potrebbe indicare un oppositore dell’apostolato di Paolo, inviato appunto da satana: quindi, qualcuno che gli sta creando problemi nell’apostolato. In altri passi Paolo parla di oppositori come figli di satana (cfr. At 13). Il verbo schiaffeggiare è lo stesso usato per descrivere gli schiaffi subiti da Gesù durante la Passione. C’è un’altra interpretazione: secondo l’etimologia satana è il rivale: quindi, la sua spina potrebbe essere stata un progetto o un programma desiderabile e contrario a quello di Dio (cfr. Mt 16,23). Le due espressioni potrebbero essere interpretate in questo modo: si tratta di una sofferenza intima, conosciuta solo dall’apostolo. E’ una grande sofferenza (la spina): in Rm 9,2 Paolo dice di avere nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. E’ una prova mandata da satana. Di questo Paolo si vanta. Di fronte a questa situazione difficile, Paolo ricorre alla preghiera: è una preghiera insistente e perseverante ( tre volte”), come la preghiera di Gesù nel Getsemani. Per ben tre volte Paolo si è rivolto a Gesù, pregandolo di allontanare questo ostacolo. Ma la risposta non è stata quella che aspettava e desiderava. Il Signore non lo libera da questa prova cosi’ penosa e non gli spiega il motivo. Ma gli dice: “Ti basta la mia grazia”. La mia grazia ti è sufficiente per sopportare questo dolore. Nel Salmo 62 il salmista ci fa pregare: “la tua grazia vale piu’ della vita”. Cosa c’è di piu’ importante della vita? Eppure, dice, il salmista, “la tua grazia vale piu’ della vita”. Cos’è allora la grazia? Perché a Paolo basta la grazia di Dio. Nel NT la grazia è un termine tipicamente paolino. Per Paolo grazia sta ad indicare la volontà salvifica di Dio (la sua decisione di salvarci per sua libera scelta, per dono gratuito); l’evento della salvezza (Cristo, in cui si concretizza tale volontà); il bene della salvezza (grazie a questo dono il cristiano entra in comunione con Dio); la forza salvifica (la comunione con Dio diventa forza che agisce e vince il peccato). Nel nostro brano Paolo fa riferimento in particolare a questo ultimo aspetto della grazia: il bene della salvezza che consiste nell’essere in comunione con Dio diventa forza (subito dopo Paolo parlerà di potenza di Dio). Questa forza ha spinto Paolo nel sopportare la spina, e lo ha reso apostolo dei Gentili. Ma questo dono non è separabile dal donatore: grazia significa che Dio opera in modo salvifico con e per mezzo dell’uomo. “Ti basta la mia grazia: ti basta cioè la mia forza, la mia forza che agisce in te. Sono io che opero in te perché sei in comunione con me grazie alla mia redenzione. E l’essere in comunione con me è un mio dono d’amore. Riconoscere questo dono: questo ti basta”. Il Signore gli fa capire che la spina nella carne (l’afflizione) è parte di quella debolezza che rientra nel disegno mirabile di salvezza e permette alla potenza di Dio di manifestarsi pienamente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.

Ma cos’è la debolezza?
Astheneia indica una sorta di malattia, indebolimento, fiacchezza relativa sia al corpo che all’anima (cfr. i Vangeli). Paolo parla di astheneia in altri passi del suo epistolario, per indicare la precarietà dell’uomo: in Rm 8,26 è l’insufficienza dell’uomo di fronte Dio; in Rm 8,23 è l’incapacità dell’uomo di compiere il bene; in Rm 5,6 gli uomini deboli sono i peccatori. Quindi debolezza è l’incapacità dell’uomo di rapportarsi a Dio (preghiera arida, vuota, stanca; l’esperienza del peccato), è il sentirsi non all’altezza della situazione, le paure, le lentezze e le incoerenze, la depressione. Potremmo parlare di debolezze esistenziali.
E’ un messaggio formidabile e inimmaginabile: noi riteniamo che la debolezza sia un ostacolo da essere tolto (cosi’ Paolo), ma il Signore ci risponde che fa parte del suo piano di amore e di salvezza. Il vanto di Paolo è ora nella debolezza. Un vanto paradossale: come ci si può vantare delle proprie debolezze? Ma questo è possibile grazie all’accoglienza della misteriosa potenza di Gesù.
“Perciò mi compiaccio…per Cristo” (v 10): all’amore di Gesù che ci ha amati (cfr, Gal 2,20), Paolo risponde con un atteggiamento di amore: accetta tutto per Cristo. L’elenco qui delle debolezze non fa cenno a una male morale, ma si tratta esclusivamente di ostacoli incontrati, di sofferenze, di ingiustizie sofferte per Cristo, che però lo mettevano in situazioni umilianti. E’ la fatica dell’apostolato: sembra che la debolezza sia una caratteristica tipica dei ministri di Dio (cfr. 1Cor 2,3). Ci troveremmo cosi’ di fronte a un secondo aspetto della debolezza: quella del ministero,
dell’apostolato, e cioè le difficoltà dell’apostolato. Paolo capisce che la fecondità del suo apostolato da una parte aveva per condizione l’accettazione della contrarietà, delle sofferenze e delle umiliazioni (cfr. 2Cor 11,24ss.); dall’altra, non viene da mezzi umani, ma dall’accettazione dei limiti umani e dell’umiliazione delle situazioni sconfortanti. E’ negato quindi qualsiasi forma di apostolato trionfalistico. Paolo si vanta di tutto questo, delle sue debolezze, di fronte a una comunità che si lascia attrarre dai discorsi dei superapostoli (cfr. 2Cor 11,5). Ciò che legittima il suo apostolato non è l’avere visioni o rivelazioni, ma la debolezza, l’afflizione: qui si rivela meglio la potenza di Dio. Concludendo, come Cristo rivela nella Crocifissione la potenza e le gloria di Dio, cosi’ nella nostra povertà-debolezza-tribolazione (debolezza esistenziale e di apostolato) siamo uniti alla Croce di Cristo e possiamo confidare nella potenza di Dio che agisce liberamente e realmente attraverso la fragilità. “Prendere forza dalla debolezza”: ciascuno di noi non prende le forze da dove non ci sono, ma,
sottoposto alla debolezza, spinto da essa scopre un deposito di energia. Offriamo a Dio la debolezza riconosciuta, perché egli eserciti in essa la sua forza. La debolezza è morte, la forza è risurrezione.

4 Dicembre : Santa Barbara (Goya)

4 Dicembre : Santa Barbara (Goya) dans ANNO PAOLINO

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Publié dans:ANNO PAOLINO |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

4 DICEMBRE: SANTA BARBARA martire

dal sito:

http://www.enrosadira.it/santi/b/barbara.htm

4  DICEMBRE: SANTA BARBARA martire
  
Nonostante il padre Dioscuro, la rinchiuse in una torre per impedirlo, Barbara divenne cristiana. Per questo motivo fu denunciata dal prefetto Martiniano durante la persecuzione di Massimiano (III-IV sec.) e imprigionata a Nicomedia. Fu prima percossa con le verghe, quindi torturata col fuoco, subì quindi il taglio delle mammelle e altri tormenti. Infine venne decapitata per mano del padre, che la tradizione vuole incenerito subito dopo da un fulmine. Sempre la tradizione racconta che durante la tortura le verghe con la quale il padre la picchiava si trasformarono in piume di pavone, per cui la santa viene talvolta raffigurata con questo simbolo. È invocata come protettrice contro i fulmini e la morte improvvisa e protettrice degli artificeri, artiglieri, minatori, vigili del fuoco e carpentieri.
Santa Barbara nacque a Nicomedia (oggi Ismit o Kocael in Turchia) nel 273 d.C.. La sua vita riservata, intenta allo studio, al lavoro e alla preghiera la definì come ragazza barbara, cioè non romana. Era una denominazione di disprezzo. E’ questo il nome a noi pervenuto da quello suo proprio. Tra il 286-287 Santa Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia poiché il padre Dioscoro, fanatico pagano, era un collaboratore dell’imperatore Massimiano Erculeo. Quest’ultimo gli aveva donato ricchi e vasti possedimenti in Sabina. Dioscoro fece costruire una torre per difendere e proteggere Barbara durante le sue assenze. Il progetto originario prevedeva due finestre che diventarono tre (in riferimento alla Croce) secondo il desiderio della ragazza. Fu costruita anche una bellissima vasca a forma di Croce. Sia la finestra che la vasca non erano altro che i simboli del cristianesimo a cui la ragazza si era convertita. La tradizione afferma che proprio nella vasca Barbara ricevette il battesimo per la visione di San Giovanni Battista. La manifestazione di fede di Barbara provocò l’ira di Dioscoro; essa allora per sfuggire a quest’ultimo si nascose nel bosco dopo aver danneggiato gran parte degli dei pagani della sua villa. La tradizione popolare scandrigliese afferma che essa si rifugiava in una nicchia scavata all’interno di una roccia (dicitura indicata come riparo di Santa Barbara in località « le scalelle ») e fu trovata per la delazione di un pastore lì presente. Dioscoro la consegnò al prefetto Marciano con la denuncia di empietà verso gli dei e di adesione alla religione cristiana. Durante il processo che iniziò il 2 dicembre 290 Barbara difese il proprio credo ed esortò Dioscoro, il prefetto ed i presenti a ripudiare la religione pagana per abbracciare la Fede Cristiana: fu così torturata e graffiata mentre cantava le lodi al Signore. Il giorno dopo aumentarono i tormenti mentre la Santa sopportava ogni prova col fuoco. Il 4 dicembre letta la sentenza di morte Dioscoro prese la treccia dei capelli e vibrò il colpo di spada per decapitarla. Insieme a Santa Barbara subì il martirio la sua amica Santa Giuliana, questo avvenne nella zona campestre indicata nei codici antichi con una espressione generica « ad aram solis » o « in loco solis » (denominazione della zona costa del sole oggi denominata Santa Barbara). Il cielo si oscurò e un fulmine colpì Dioscoro. La tradizione scandrigliese invoca la Santa contro i fulmini, il fuoco, la morte improvvisa, il pericolo ecc. La tradizione inoltre affermava che la treccia di Santa Barbara fosse visibile all’innocenza dei bambini alla sorgente omonima. Il nobile Valenzano curò la sepoltura del corpo della Santa presso una fonte (sorgente di Santa Barbara) che diventò una meta di pellegrinaggio per l’acqua miracolosa. Quando l’imperatore Costantino nel 313 consentì di rendere un culto esterno ai martiri, i fedeli ornarono il sepolcro e di seguito vi costruirono un oratorio (che si ritiene del VI secolo). Nel secolo IX decadde dal suo primitivo splendore e nel secolo X si poteva considerare abbandonato a seguito dell’invasione saracena. Passata l’invasione attorno all’anno 1000 fu eretta una chiesa completamente rifatta che esiste ancora oggi. Tra il 955 ed il 969 i reatini organizzarono una spedizione a Scandriglia (che oggi si trova in provincia di Rieti) e dopo varie ricerche trovarono il suo corpo. Fu sottratto ai ricercatori di corpi santi e portato al sicuro nella Cattedrale di Rieti dove ancora oggi riposa sotto l’altare maggiore. Santa Barbara è la patrona di Scandriglia e di Rieti.

[ Testo di Andrea Del Vescovo]
   
Il corpo di Santa Barbara si venera, dal 1009, nella chiesa veneziana di S. Giovanni Battista a Torcello. La reliquia del cranio era custodita, prima in un busto di legno poi in uno di metallo, nella chiesa di S. Barbara dei Librari. Con la soppressione della parrocchia di S. Barbara, avvenuta il 15 settembre 1594, l’insigne reliquia fu portata a San Lorenzo in Damaso. Il reliquiario parte in argento, parte argento e bronzo dorato, è da attribuirsi alla prima metà del XVI secolo. Il Diario Romano (1926) indica a S. Maria in Traspontina, nell’altare a lei dedicato, un frammento di un braccio. Alcune reliquie non insigni di S. Barbara sono conservate, in un cofanetto del XII secolo, nel Tesoro di S. Giovanni in Laterano.

[ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari - Foto di G. Sicari]

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

San Giovanni Battista

San Giovanni Battista dans immagini sacre 09

http://www.centroaletti.com/ita/opere/italia/38.htm

Publié dans:immagini sacre |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Traccia di comprensione per Is 40,1-11;

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=21019

Traccia di comprensione per Is 40,1-11;

don Raffaello Ciccone 

Lettura del profeta Isaia 40, 1-11

Il testo di Isaia costituisce l’inizio del « libro della Consolazione » (cc 40-55). Si chiama così la predicazione svolta da un anonimo profeta a Babilonia tra il 550 e il 539 a.C. (la cui parola è raccolta sotto i testi del più antico Isaia) dopo le prime vittorie di Ciro il grande che, poi, entrerà vittorioso come liberatore nella grande città di oppressione e libererà i popoli schiavi.
Il profeta annuncia il ritorno a Gerusalemme, dall’esilio a Babilonia, sconfitta da Ciro. Il testo che stiamo leggendo sintetizza e annuncia, nello stesso tempo, i temi stessi della sezione (cc40-55): la consolazione e la sua causa (1-2), il nuovo esodo (3-5), la parola di Dio è efficace (6-8), il Signore è re e pastore (9-11).
Davvero il popolo di Dio ha subìto doppio castigo, prima deportato dai Babilonesi, e poi rispedito in patria dai Persiani, ma in realtà loro servi, con in più la preoccupazione di dover sopravvivere, mancando due punti di riferimento fondamentali nella Gerusalemme ancora distrutta: la mancanza del tempio dove Dio abita e la mancanza delle mura dove il popolo può vivere con sicurezza.
Il profeta è incoraggiato a parlare al cuore di questo popolo con parole che risvegliano la fiducia e fanno intravvedere più profondamente l’amore che Dio porta, immutabile e profondo. Nel frattempo è interessante ripensare al significato ebraico della parola « consolare »: è creare le condizioni per il superamento concreto della situazione di afflizione (ad es., Isacco si consola della perdita di sua madre, prendendo moglie; un marito consola la moglie per la perdita di un figlio, donandole una nuova gravidanza), ma Dio ha bisogno che gli si prepari una strada. Il cammino di liberazione è sempre impostato sulla forza di Dio e sulla collaborazione della libertà umana. Questa deve colmare carenze e abbassare eccessi, e quindi porre le condizioni per poter accogliere la presenza di Dio.
I versetti 6-8 parlano della fragilità dell’uomo, paragonato a erba che il vento secca. Il popolo è come erba, i potenti sono come erba, ma la parola di Dio dura sempre. Questa dà la vita, e vivifica e sostiene l’uomo, sia esso il popolo o il suo oppressore (l’interpretazione profetica dell’esilio è che esso è stato voluto da Dio che si è servito di Babilonia per convincere il popolo del suo peccato e così convertirsi).
Ma nelle mani di Dio il deserto diventa il luogo di una marcia trionfante, che pur richiede una preparazione interiore: occorre avere fede e speranza per potersi mettere in cammino in un deserto, luogo faticoso e pieno di pericoli. Occorre fidarsi di questa parola e obbedirgli: la via da preparare non è solo quella fisica, ma soprattutto del cuore, là dove risuona il lieto annuncio.
La figura di ciò è il Signore che viene con braccio potente e si presenta come un re
vittorioso che porta con sé il suo bottino, cioè il popolo liberato. Il Signore è raffigurato anche come un pastore che si prende cura amorevole del suo gregge. In particolare, è attento alla vita che si presenta negli agnellini incapaci ancora di camminare e nelle pecore che faticano a camminare perché hanno da poco partorito. E’ lui che porta a Gerusalemme il popolo che fatica a camminare nelle vie del Signore e che ha bisogno di continua cura. E’ il Signore che si manifesta nei profeti inviati e, in questo caso, per annunciare la consolazione.
Nelle vicende di Gesù questo testo è ripensato come la profezia su Giovanni Battista, nuovo profeta, disponibile e capace, per la sua coerenza, ad invitare ad aprire una strada accessibile, nel deserto.
Il popolo cammini nella forza del Signore e accolga la sua Parola « (vv 3-5), e, nello stesso tempo, incontri con facilità, su queste strade, la presenza di Dio che gli si fa incontro.
Posted by Gabriella at 16:04 

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (04-12-2011): Giovanni Battista prepara la strada

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/24077.html
Omelia (04-12-2011)

mons. Antonio Riboldi

Giovanni Battista prepara la strada

Essendo la venuta di Gesù, Figlio di Dio, davvero, il grande Evento per l’umanità che soffre, e tanto, dovrebbe suscitare in tutti gli uomini, la gioia dell’attesa.
Così il profeta Isaia si fa interprete: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la schiavitù, è stata sconfitta la sua iniquità, perché ha ricevuto dalle mani del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati « .
Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada del nostro Dio… Sali su un alto monte tu che rechi notizie in Sion; alza la voce con forza tu che rechi notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il nostro Dio! Ecco il Signore Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri. ( Is. 40, 1-11)
Viviamo un tempo che è un mistero di iniquità e di nostalgia di Dio nello stesso tempo.
Credo ci siamo posti tutti la stessa domanda di fronte ad un certo modo di pensare e di vivere.
Da una parte si fa una grande professione di onestà, giustizia e amore, dall’altra siamo come circondati ed immersi in idee ed atteggiamenti, che contrastano con quanto professiamo.
Al punto che non di rado si irride a ciò che è onesto, come se l’onestà, la trasparenza, la sincerità, la legalità, in ogni aspetto della vita, fossero caratteristiche di una civiltà superata, sostituita da un’altra che ha regole contrarie. Si fanno elogi alla fedeltà nell’amore, come un principio irrinunciabile, poi se ne accetta la fine, come una normale necessità, oppure si ricorre alla infedeltà e, quel che è peggio, giustificandola come segno di libel1à o di ‘vero amore’ e non come palese segno di ingiustizia… o, di fatto, incapacità di vero amore.
Si hanno parole di fuoco contro ogni forma di emarginazione, che confina a volte nella più nera miseria, annientando la dignità della persona, e poi si fa della conquista della ricchezza una idolatria, che non fa più arrossire, né indignare, pur sapendo che l’attaccamento al denaro è la radice di tante povertà.
Non si sa più cosa comporre per inneggiare alla castità, che è l’abito celeste del cuore, che illumina atteggiamenti del corpo e scelte di vita, e poi sfacciatamente si innalzano altari a tutte le pornografie che irridono alla dignità.
Non ultimo non c’è chi di noi non inneggi al grande comandamento dell’amore, che è il cuore di ogni vita, ma nella realtà quotidiana non si contano i peccati che commettiamo contro l’amore, magari verso familiari e vicini, senza contare che siamo ben lontani dal « farci prossimi » a chi dovrebbe, più di ogni altro, contare sul nostro amore: i più deboli e gli ‘ultimi’.
Potremmo continuare all’infinito questo elenco di ‘doppiezze’ che a volte sono purtroppo lo stile di vita di tanti e forse anche nostro: un terribile groviglio che impedisce di capire ed accogliere Dio che viene tra di noi con il Natale.
Se sulla nostra strada non si affacciasse la bontà del Signore a rompere l’equivoco o la perversità dei nostri cuori, come prega la Chiesa: « Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza », davvero sarebbe difficile svegliarsi dal sonno dell’anima.
Per fortuna Dio si è sempre fatto vicino all’uomo, che tante volte è fumo di iniquità e nello stesso tempo di nostalgia di Dio: un mistero di sete di verità e di pericolose ombre di egoismo. L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato: con tanta voglia di essere amato e di amare.
E Dio, che ci conosce nelle profondità del mistero che siamo anche per noi stessi, si fa vicino, sempre, con la pazienza tipica di un Padre che trabocca di amore.
Si accosta a noi con discrezione, nel silenzio, con pazienza, tanta pazienza, rispettando i limiti della nostra debolezza, la nostra incapacità a farci coinvolgere dalla luce, fino a mettere in fuga tutte le oscurità che sono in noi. Ma Dio non si rassegna alla nostra ottusità. Sa che abbiamo tanto bisogno di luce: abbiamo bisogno che Lui si faccia vicino, perché senza di Lui è difficile sapere se il nostro vivere percorre il sentiero della gioia e della santità, o è un andare vagabondando senza mèta, senza senso.
Dice l’apostolo Pietro nella seconda lettera:
« Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere alla promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro: allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal fragore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta… Perciò carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate di essere senza macchia, irreprensibili davanti a Dio, in pace ». (2^ Lettera 3, 8-14)
Diventa compito di tutti vivere l’Avvento, la stessa nostra vita, che è ‘avvento’ dell’incontro con Dio alla fine, dando uno sguardo alla nostra esistenza per controllare dove è diretta.
Proviamo a volte, confusione, ma sentiamo anche il bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare la luce. Come ha fatto Dio, inviando Giovanni Battista affinché preparasse la strada alla venuta di Gesù:
Così inizia il Vangelo di Marco:
« Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: ‘Ecco, io mando a voi il mio messaggero davanti a Dio, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri ».
Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme… E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano confessando i loro peccati… E diceva: « Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo » ( Mc. l, 1-6)
Ed è quello che dovrebbe essere il nostro compito in questo momento di Avvento.
La Chiesa certamente ha il compito ora di invitarci alla preparazione del Natale. Ma saremo capaci di accogliere l’invito a ‘farci battezzare in Spirito’ per poter accogliere la venuta del Salvatore?
Accogliamo l’invito di Paolo VI.
« La Chiesa ci prepara al Natale ricordando quanto il Vangelo ci narra della prossimità dell’apparizione pubblica di Gesù, presentandoci il Battista in atto di annunziare il Messia.
Cosa in realtà Giovanni diceva e faceva? Voleva predisporre gli spiriti dei suoi contemporanei, prodigandosi come per mettere a fuoco le anime dell’imminenza dell’incontro con Cristo, il quale, era in procinto di rivelare la sua presenza e la sua missione. Iddio, venuto dal cielo, incarnato, fatto Uomo, dà così principio al colloquio. Sono pronti gli uomini? Sono preparati? Lo sanno? Hanno maturato le condizioni interiori necessarie per cogliere il suono di quelle parole? Il senso di quelle parole?
L’avviso di Giovanni suona così: bisogna rettificare la via per l’incontro con Dio. Quasi dicesse: badate, Egli può venire, passarvi vicino senza che voi ve ne accorgiate: e se non disponete bene le vostre anime e non volgete i vostri passi verso di Lui, l’incontro potrebbe mancare » (Enc. Ecc1esiam suam).
Il rischio che Gesù rinasca tra di noi a Natale, e tutto finisca in una esteriorità senza senso, è grande. Facile farsi prendere dalle mille voci del consumismo che brucia la bellezza di Gesù che nasce tra noi. Occorre essere vigili come i pastori che nella notte di Natale vegliavano il gregge.
In quel silenzio trova posto l’annunzio degli Angeli e la prontezza dei pastori a seguirli e trovare il presepio e con il presepio il Cielo vicino a noi.
Viene da pregare: « Conducimi per mano, luce di tenerezza, fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano. Cupa è la notte e io sono lontano da casa, conducimi per mano. Guarda il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani, un passo mi basta.
Un tempo ero diverso, non ti invocavo perché tu mi conducessi per mano.
Amavo il giorno lontano, disprezzavo la paura. L’orgoglio dominava il mio cuore, dimentica quegli anni. Sempre fu sopra di me la tua potente benedizione; sono certo che essa mi condurrà per mano, finché si spenga la notte e mi sorridano all’alba volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti » (Newman)

 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 4 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

4 DICEMBRE 2011 – II DOMENICA AVVENTO ANNO B

4 DICEMBRE 2011 – II DOMENICA AVVENTO ANNO B

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/avvento/avvB2Page.htm

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia 22, 8b-23

Rimprovero a Gerusalemme e al ministro Sebna, per la loro superbia
Voi guardavate in quel giorno
alle armi del palazzo della Foresta;
le brecce della città di Davide
avete visto quante fossero;
avete raccolto le acque della piscina inferiore,
avete contato le case di Gerusalemme
e demolito le case per fortificare le mura;
avete costruito un serbatoio fra i due muri
per le acque della piscina vecchia;
ma voi non avete guardato a chi ha fatto queste cose,
né avete visto chi ha preparato ciò da tempo.
Vi invitava il Signore, Dio degli eserciti,
in quel giorno
al pianto e al lamento,
a rasarvi il capo e a vestire il sacco.
Ecco invece si gode e si sta allegri,
si sgozzano buoi e si scannano greggi,
si mangia carne e si beve vino:
«Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo!».
Ma il Signore degli eserciti si è rivelato ai miei orecchi:
«Certo non sarà espiato questo vostro peccato,
finché non sarete morti»,
dice il Signore, Dio degli eserciti.
Così dice il Signore, Dio degli eserciti:
«Récati da questo ministro,
presso Sebna, il maggiordomo,
che si taglia in alto il sepolcro
e si scava nella rupe la tomba:
Che cosa possiedi tu qui e chi hai tu in questo luogo,
che ti stai scavando qui un sepolcro?
Ecco, il Signore ti scaglierà giù a precipizio, o uomo;
afferrandoti saldamente,
ti rotolerà ben bene a rotoli
come palla, verso un esteso paese.
Là morirai e là finiranno i tuoi carri superbi,
o ignominia del palazzo del tuo padrone!
Ti toglierò la carica,
ti rovescerò dal tuo posto.
In quel giorno chiamerò il mio servo
Eliakim, figlio di Chelkia;
lo rivestirò con la tua tunica,
lo cingerò della tua sciarpa
e metterò il tuo potere nelle sue mani.
Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme
e per il casato di Giuda.
Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide;
se egli apre, nessuno chiuderà;
se egli chiude, nessuno potrà aprire.
Lo conficcherò come un piuòlo in luogo solido
e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre.

Responsorio   Ap 3, 7. 8
R. Così parla il Santo, il Fedele, colui che ha la chiave di Davide: * dinanzi a te ho aperto una porta, e nessuno la può chiudere.
V. Hai osservato la mia parola, non hai rinnegato il mio nome:
R. dinanzi a te ho aperto una porta, e nessuno la può chiudere.

Seconda Lettura
Dal «Commento sul profeta Isaia» di Eusebio, vescovo di Cesarea.

(Cap. 40, vv. 3. 9; PG 24, 366-367)

Voce di uno che grida nel deserto
Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40, 3).
Dichiara apertamente che le cose riferite nel vaticinio, e cioè l’avvento della gloria del Signore e la manifestazione a tutta l’umanità della salvezza di Dio, avverranno non in Gerusalemme, ma nel deserto. E questo si è realizzato storicamente e letteralmente quando Giovanni Battista predicò il salutare avvento di Dio nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò la salvezza di Dio.
Infatti Cristo e la sua gloria apparvero chiaramente a tutti quando, dopo il suo battesimo, si aprirono i cieli e lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui e risuonò la voce del Padre che rendeva testimonianza al Figlio: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).
Ma tutto ciò va inteso anche in un senso allegorico. Dio stava per venire in quel deserto, da sempre impervio e inaccessibile, che era l’umanità. Questa infatti era un deserto completamente chiuso alla conoscenza di Dio e sbarrato a ogni giusto e profeta. Quella voce, però, impone di aprire una strada verso di esso al Verbo di Dio; comanda di appianare il terreno accidentato e scosceso che ad esso conduce, perché venendo possa entrarvi: «Preparate la via del Signore» (Ml 3, 1).
Preparazione è l’evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all’umanità al conoscenza della salvezza di Dio.
«Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme» (Is 40, 9).
Prima si era parlato della voce risuonante nel deserto, ora, con queste espressioni, si fa allusione, in maniera piuttosto pittoresca, agli annunziatori più immediati della venuta di Dio e alla sua venuta stessa. Infatti prima si parla della profezia di Giovanni Battista e poi degli evangelizzatori.
Ma qual è la Sion a cui si riferiscono quelle parole? Certo quella che prima si chiamava Gerusalemme. Anch’essa infatti era un monte, come afferma la Scrittura quando dice: «Il monte Sion, dove hai preso dimora» (Sal 73, 2); e l’Apostolo: «Vi siete accostati al monte di Sion» (Eb 12, 22). Ma in un senso superiore la Sion, che rende nota le venuta di Cristo, è il coro degli apostoli, scelto di mezzo al popolo della circoncisione.
Si, questa, infatti, è la Sion e la Gerusalemme che accolse la salvezza di Dio e che è posta sopra il monte di Dio, è fondata, cioè, sull’unigenito Verbo del Padre. A lei comanda di salire prima su un monte sublime, e di annunziare, poi, la salvezza di Dio.
Di chi è figura, infatti, colui che reca liete notizie se non della schiera degli evangelizzatori? E che cosa significa evangelizzare se non portare a tutti gli uomini, e anzitutto alle città di Giuda, il buon annunzio della venuta di Cristo in terra?

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