ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

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ISAIA 9,1-6 PRIMA LETTURA (LA FASE GIOSIANA)

2.1. Presentazione del testo
2.2. Attribuzione letteraria
2.3. Significato della reinterpretazione
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Una tappa importante nella tradizione dell’Emmanuele è testimoniata da Is 9,1-6 [15]. La pericope, che canta la gioia per la nascita di un figlio regale, appartiene alle pagine più note e particolarmente studiate del libro di Isaia. Sotto il profilo del genere letterario il brano si presenta come un inno di ringraziamento, la cui costruzione è dominata fondamentalmente da alcuni motivi propri dell’ideologia regale di Gerusalemme (sotto questo profilo sono molto eloquenti i vv. 5-6).

2.1. Presentazione del testo
Per cogliere l’importanza del brano all’interno della tradizione di Is 7 è anzitutto necessario accostare, almeno in forma sintetica, il suo messaggio [16]. L’evento della liberazione viene descritto poeticamente, nel v. 1, come l’irrompere improvviso della luce (simbolo di libertà e di vita) nel luogo stesso dell’oscurità e delle tenebre. Al motivo della luce si associa quello della gioia che costituisce il contenuto di una dichiarazione di fede (v. 2): il Signore ha moltiplicato la gioia per il suo popolo, gioia che sì sperimenta alla sua presenza (allusione al tempio di Gerusalemme) e si sprigiona con l’intensità propria delle esperienze elementari della vita, quali sono la mietitura (contesto agricolo) e la spartizione del bottino (contesto militare).

1 vv. 3-5a contengono una triplice motivazione, enfatizzata dalla congiunzione ki (perché) ripetuta all’inizio di ogni versetto. Come risulta evidente dall’esplicito riferimento alla vittoria di Gedeone (v. 3), la gioia si fonda anzitutto sulla liberazione realizzata e assicurata dall’intervento prodigioso dei Signore. La grandezza dell’opera divina è messa in evidenza dalla descrizione della tirannia esercitata dalla dominazione straniera. Questa è presentata plasticamente mediante tre termini (giogo, sbarra, bastone), che concorrono a evidenziare la straordinaria potenza di JHV;H in quanto ricreano, a livello narrativo, il quadro drammatico dell’oppressione, che è stata “spezzata » per sempre dall’intervento salvifico di Dio. La fine dell’oppressione, simboleggiato dal fuoco che brucia le rumorose calzature militari e i mantelli intrisi di sangue (v. 4), costituisce, a sua volta, il motivo di una gioia ancora più intensa, perché scaturisce ormai dall’esaltante esperienza della sicurezza che la liberazione divina ha dischiuso. In questo inarrestabile crescendo il motivo-culmine della gioia esplode nella proclamazione del bambino nato e subito connotato come il « figlio dato » (v. 5a). La forma passiva del verbo « dare » (passivo teologico) presenta il figlio quale dono del Signore stesso che, in questo modo, si manifesta fedele alla sua promessa (cf Is 7,14). Se la liberazione divina moltiplica la gioia, questa trova il suo fondamento nella stessa fedeltà del Signore di cui il figlio nato è segno.
Il v. 5b, come si evince dalla tipica forma narrativa dei verbi ebraici, contempla il « figlio » nella pienezza della sua funzione regale: sulla spalla del « figlio dato » è posato il segno della sovranità ed egli ha così ricevuto i titoli corrispondenti: « consigliere ammirabile » (come Salomone), « Dio potente » (come Davide strumento delle vittorie di Dio), « padre per sempre » (per la ricerca del benessere del popolo), « principe della pace » (in quanto garante della libertà da ogni potenza nemica). In stretta connessione con il v. 5b, il v. 6 descrive, con un linguaggio altamente simbolico, la grandezza della sovranità e la perennità della pace che hanno come centro il trono di Davide e come ambito di irradiazione il suo regno: un regno consolidato nel diritto e nella giustizia e, quindi, in piena sintonia con le esigenze fondamentali del Signore e della sua parola.

2.2. Attribuzione letteraria
Se la pericope di Is 9,1-6 si presenta particolarmente ricca per il messaggio appena richiamato, essa si configura piuttosto problematica a livello di critica letteraria. Ciò risulta immediatamente evidente dalle diverse posizioni che sono state assunte circa la sua autenticità. Effettivamente mentre alcuni esegeti attribuiscono il brano al profeta Isaia (Alt, Eissfeldt, von Rad, Penna), altri, invece, lo ritengono una promessa messianica postesilica (Dubin, Marti, Fohror). Recentemente alcuni studiosi (Barth, Verrneylen) hanno messo l’origine del testo in rapporto con la redazione giosiana dei libro di Isaia e quindi con l’attività redazionale della scuola deuteronomistica [17].
Quest’ultima attribuzione è sostenuta da una serie di motivazioni di notevole importanza e peso. Anzitutto la dichiarazione solenne « un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio » (9,5) presenta delle connessioni tematiche e, in parte, anche letterarie con una glossa tipicamente deuteronomistica che, nella forma di una profezia « post eventum », annuncia la nascita di Giosia, e quindi la sua ascesa al trono, come l’avvenimento decisivo nel futuro di Israele, grazie al quale tutte le tribù saranno nuovamente riunite nell’unico culto gradito al Signore: « Ecco nascerà un figlio nella casa di Davide, chiamato Giosia… » (IRe 13,2). Notiamo, inoltre, che l’esplicito richiamo all’intervento divino realizzatosi « al tempo di Madian » (v. 3) pone il nostro brano nella prospettiva teologica della fiducia nel Signore che combatte per il suo popolo. Proprio questa prospettiva è stata sviluppata dall’opera deuteronomistica nella pericope che narra la sconfitta dei Madianiti ad opera di Gedeone (cf Gdc 7,1-22). In questa pagina, infatti, la narrazione sviluppa in modo grandioso e organico il messaggio teologico che la vittoria non è dovuta alla forza militare, di cui disponeva Gedeone, ma unicamente all’intervento salvifico di JHWH.
I dati ora presentati orientano ad attribuire la pagina di Is 9,1-6 alla scuola deuteronomistica. La connessione letteraria con 1Re 13,2 è un elemento determinante per ritenere che il nostro testo è sorto per celebrare Giosia (640-609), il re che, approfittando della debolezza dell’Assiria, potè estendere la giurisdizione della casa di Giuda alle tribù che formavano un tempo il regno di Israele e che nel 722 erano state sottomesse all’irnpero assiro.
Il riferimento a Giosia risulta ulteriormente confermato dal fatto che al momento in cui si inserì il poema nel Memoriale di Isaia si premise l’affermazione di 8,23b per sottolineare che la sottomissione delle regioni di Zabulon e di Neftali all’Assiria rappresentavano ormai un evento dei passato. In questo modo acquista esplicito rilievo l’annuncio che la liberazione compiuta da Giosia costituisce l’evento della salvezza promesso da Isaia e ora divenuto finalmente realtà. La via del mare, che unisce l’Egitto alla Mesopotamia, appare come il luogo nel quale si manifesta la salvezza del Signore che da Giuda si estende fino alle regioni estreme di Israele: a est dei Giordano e alle due tribù settentrionali di Zabulon e Neftali, nella Galilea. In altri termini, il regno di Davide appare sostanzialmente ricostruito anche sotto il profilo geografico-territoriale!

2.3. Significato della reinterpretazione
In questo contesto è interessante ora rilevare che la nostra pericope presenta anche delle indubbie connessioni letterarie con la pagina dell’Emmanuele, soprattutto con Is 7,13-14. In particolare è evidente che Is 9,5-6 riprende Is 7,14. In entrambi i testi si parla di un « figlio » della stirpe di Davide. Se Is 7 ne annuncia la nascita, Is 9 la presuppone avvenuta e la proclama, insinuando in questo modo che la promessa dell’Emmanuele si è adempiuta. Gli stessi titoli riferiti al davidide (« Consigliere ammirabile », « Dio potente », « Padre per sempre », Principe della pace ») lo presentano in una prospettiva ideale nella quale confluiscono le caratteristiche della potenza di Davide e della sapienza di Salomone. In altri termini, egli è il segno della fedeltà di JHWH alla sua promessa e, quindi, il segno della stessa presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo.
La connessione letteraria di Is 9,1-6 con Is 7 è illuminante. Alla luce di questo, dato, infatti, la nostra pericope si configura come una grandiosa reinterpretazione deuteronomistica della promessa isaiana dell’Emmanuele. li discendente, nel quale si rende evidente il pieno fallimento dei progetto di porre fine alla casa di Davide, è in modo emblematico il re Giosia.
Questo meraviglioso poema, inserito nel Memoriale di Isaia, condivise lo sviluppo teologico che contraddistinse sia il processo di formazione dell’opera isaiana, sia in particolare l’itinerario della tradizione di Is 7. La ricchezza delle immagini e dei simboli, che trascendono l’opera storica del re Giosia, hanno facilitato, nel periodo postesilico, la lettura messianica di questa pagina. Grazie ad essa lo sguardo, che prima era rivolto al passato per celebrare la liberazione compiuta dal Signore attraverso il « figlio », si rivolge ora verso il futuro nell’attesa del nuovo Davide che inaugurerà il regno di Dio, fondato sul diritto e la giustizia e caratterizzato dalla « pace senza fine ». Questa rilettura non ci è solo autorevolmente attestata in tempi recenti dalla versione greca della LXX (poi ripresa dalla Vulgata). In realtà essa è già presente nel testo ebraico. come risulta dalla dichiarazione conclusiva del v. 6, dove quanto è descritto nel poema viene presentato come l’opera che il Signore realizzerà nella sua ardente gelosia. Effettivamente il tema della gelosia di JHWH, intesa come energia d’amore che spinge JHWH a tutelare il suo popolo dalle potenze ostili che ne minacciano l’esistenza e l’autenticità, costituisce un motivo che si è sviluppato nel primo periodo dopo l’esilio, in modo speciale ad opera dei profeta Zaccaria (cf Zc 1, 14-15; 8,2). Una simile rilettura testimonia una nuova fase di attualizzazione reinterpretatrice della tradizione dell’Emmanuele, fase che ci è testimoniata in modo emblematico nella pericope di Is 11, 1 -5.

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