25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE : OMELIA

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25 DICEMBRE – NATALE DEL SIGNORE

Omelia

Dopo il lungo cammino dell’Avvento eccoci a vivere la solennità del Natale. Una solennità che ha per centro il mistero dell’Incarnazione, manifestazione dell’amore infinito di Dio per il genere umano, inizio della redenzione, il via a tutte le manifestazioni dell’amore del Cristo per noi, fino al vertice d’amore della sua morte in croce. Questo giorno è la proclamazione dell’amore del Padre, che ha inviato il Figlio; è la proclamazione dell’amore del Figlio, che ha obbedito al Padre e ha preso carne nel grembo di Maria; è la proclamazione dell’amore dello Spirito Santo, che da sempre, da tutta l’eternità, ha palpitato amore presso il Padre e il Figlio per l’eterno decreto dell’Incarnazione, e nel tempo con la sua potenza ha reso fecondo il grembo verginale e immacolato di Maria dell’umanità del Cristo.
Tutto questo noi oggi consideriamo con gioia e gratitudine, e da ciò ci sentiamo invitati a migliorare nella carità verso Dio e verso tutti. Ma, sappiamo che la carità si alimenta di umiltà. L’uomo non può avere la carità senza l’umiltà. E questa solennità altamente salvifica ci offre una illimitata lezione di umiltà. Cristo non è nato in una reggia, ma in una capanna povera, fredda. Un re che nasce in una capanna ribalta tutto quello che noi pensiamo di un re e ci dona una novità soave, che l’anima avverte. Un re avvicinabile, la cui corte è fatta di pastori. Un tale re non fa paura. Da un tale re non si temono balzelli, non arruolamenti per le guerre, non pesi per il suo sfarzo di corte. Tutti questo lo percepiscono. Il mondo negatore dell’Amore dice che si tratta solo una novella. Il mondo odia l’Amore, e per questo nega l’Incarnazione; ma ugualmente subisce il fascino del Natale, magari come fiaba, come fiaba dell’irrealizzabile, ma intanto se ne guarda dal negare la fiaba. La fiaba frutta soldi, dice il mondo. Il commercio si ripromette molto dal Natale e non trascura di creare l’atmosfera del Natale consumistico, che ha come anima solo un riflesso lontano, lontano, del vero vivere il Natale. Un riflesso che fomenta solo un aumento di calore umano, di scambio di auguri, in una vaga nostalgia di riconciliazione e di pace.
Quella capanna non è una cornice scenica che Cristo si è voluto dare. Fu la realtà nella quale si trovarono Giuseppe e Maria, due giusti, che non trovarono posto nell’albergo perché non erano ricchi a sufficienza per sostenere la legge della domanda e dell’offerta. La legge commerciale della domanda e dell’offerta spinta fino all’avidità li tagliò fuori. La domanda di alloggio a Betlemme era certamente altissima, dato il censimento di Cesare Augusto. La società consumistica basata sulla domanda e l’offerta e l’incentivazione parossistica dei consumi, ha bisogno di essere redenta dal Natale, deve dare posto al Bambino, non assimilarlo a sé come puro richiamo commerciale.
Per viceversa, chi lotta contro la legge della domanda e dell’offerta spinta all’estremo, e vuole un mondo dominato dalla solidarietà, animandosi alla lotta per ribaltare i potenti, potrebbe vedere nella capanna e nei pastori il segno di una riscossa dei poveri contro i ricchi.
Ma i pastori non si sentirono animati dal re Bambinello contro i re, non assorbirono da Maria e Giuseppe odio verso i potenti. Nulla di tutto ciò suggeriva la visione del Potente, diventato debole.
Quella capanna, fratelli e sorelle, ci parla di un re che regnerà diversamente dai potenti. Un re portatore di un regno che lievita i regni della terra, li purifica, li eleva orientandoli a sé.
Il fascino del Natale è qui: il Potente che si fa debole per vincere; il Ricchissimo che si fa povero per arricchire; il Re che si fa servo per far regnare; il Creatore che ha assunto una realtà creata per risollevare la creazione; l’Offeso che è venuto a liberare l’uomo suo offensore; l’Eccelso è sceso per raggiungere l’uomo tiranneggiato dall’Abisso e farlo salire al cielo.
Tutti gli ideali nobili dell’uomo, tutto l’incanto delle nostalgie al bene, tutta la voglia di pace, di concordia, tutto il desiderio di sentire la trascendenza in comunione con l’immanenza per trasformarla, tutti i desideri più profondi dell’uomo trovano una inaspettata risposta nel Bambinello. Tutti la avvertono, anche quelli che con durezza sopprimono la parola del Natale; anche quelli che la deridono, che la trovano impossibile. Sì, anche loro perché non possono sopprimere l’uomo che è in loro.
Ma noi, fratelli e sorelle, la parola del Natale, l’accogliamo; vogliamo che essa si imprima in noi.
Un altro Natale! Non ne abbiamo poi tanti da vivere; è bene ricordarcelo, noi, che coinvolti nella terra, nelle faccende della terra, spesso ci dimentichiamo che c’è un cielo aperto che ci aspetta. In mezzo a un mondo che ha voglia di segnare di sé le cose, per farle tacere nel loro annunciare Dio, corriamo il rischio di non ascoltare. Corriamo il rischio di dimenticare il cammino verso il cielo. Il cielo pare a tanti che ormai sia scalato, con i satelliti, le sonde, i telescopi. L’incanto del cielo ci pare profanato dalle impronte dell’uomo sulla Luna, su Marte, su Giove; ma non è così. Guardiamo la volta stellata, dopo le stelle che vediamo, ci sono altre stelle, poi altre ancora, infine, oltre ogni cielo delle stelle e dei pianeti, c’è il cielo al quale tendiamo, c’è la Gerusalemme celeste. A un cielo segue il panorama di un altro cielo, poi di un altro cielo; infine si ha l’ingresso nel cielo: quello degli angeli e dei santi. Questo percorso un giorno lo faremo quando le nostre anime come frecce di fuoco saliranno a Dio, condotte da schiere di angeli in festa.
Ora rimaniamo serenamente su questa terra, col cuore unito a Signore, che abita in noi, e che ha fatto dei nostri cuori un cielo con la sua presenza. Non facciamoci prendere da chi crede che sta scalando il cielo, ma che solo ghermisce lo spazio. Anche in altre epoche gli uomini di Dio hanno visto tentativi di scalare il cielo. Oggi non capita niente di nuovo. Pensate ad Israele di fronte ai faraoni che costruivano le immani piramidi. Pensate a Babilonia con le sue Ziggurat, che pretendevano di arrivare al cielo. Non voglio negare le giuste conquiste del progresso; non voglio dire che i satelliti non abbiamo migliorato le telecomunicazioni, voglio solo dire che tutto ciò non deve essere letto come un possedere il cielo, che ciò non è. Noi, fratelli e sorelle, lasciamoci affascinare dalla capanna di Betlemme, dal Bambinello, allora saliremo al cielo.
Ma non solo saliremo al cielo, renderemo migliore il mondo. Quanto la scienza vera ha da dirci! Aspettiamo scienziati che sappiano unire la scienza all’amore, alla lode di Dio e all’elevazione spirituale dell’uomo, al rispetto dell’uomo. Aspettiamo una vera scienza che abbia come fondamento la scienza d’amore che il Bambinello è venuto a portarci. Una vera e umile esposizione della scienza, che non sia delirio contro la retta filosofia, e negazione di Dio.
“Sulla terra pace agli uomini, che egli ama” dice il canto angelico. “Pace agli uomini che egli ama”; cioè ai giusti, a quelli che cercano di migliorare. Pace anche a quelli travolti dalla debolezza. Ma non pace per quelli che hanno scelto scelto quale loro re il re nero dell’odio, e per questo, anche se parlano di pace, hanno nel loro cuore la malizia (Ps 27,3). Non pace, perché rifiutano la pace, quella che è incontro con Dio. Pace, invece, a quelli che vedono nel Bambinello della capanna di Betlemme il vero re; il Potente che si è fatto debole; l’Eccelso che è sceso tra gli uomini, incarnandosi in una natura umana nel grembo verginale e immacolato di Maria, affinché uomini salgano a lui. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

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