PAOLO E IL VANGELO DELLA GRAZIA – parte prima

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PAOLO E IL VANGELO DELLA GRAZIA

Don Bruno Maggioni

1- Introduzione

La figura di Paolo, la sua attività, la sua predicazione, la sua robusta riflessione teologica e spirituale riempiono tutto l’orizzonte del primitivo cristianesimo. E’ risaputo che le sue lettere non sono sempre di facile lettura. E i motivi sono diversi: il contesto culturale e religioso nel quale Paolo pensa e scrive, per molti aspetti assai lontano dal nostro; i suoi metodi esegetici, che sono – ovviamente – quelli in uso nelle scuole rabbiniche del suo tempo; la stessa ricchezza della sua riflessione spirituale e teologica, riflessione in evoluzione, che non subito e non sempre trova le forme espressive più chiare e più adatte; infine, il suo stesso modo di procedere, vivacissimo, spontaneo, in nessun modo sistematico, impetuoso: afferra un pensiero, poi lo abbandona, poi vi ritorna.
Le lettere di Paolo sono per lo più interventi occasionali, in risposta agli interrogativi che man mano sorgevano nelle comunità. La teologia paolina si è formata sotto la spinta dei problemi che di volta in volta emergevano nella comunità. E’ teologia vissuta. Per questo non la si può capire se non si conoscono i problemi pastorali dell’apostolo. Il teologo e il pastore sono in Paolo una cosa sola.
Leggendo il Nuovo Testamento ci si imbatte – a proposito di Paolo – in una sorta di antinomia. Egli è riconosciuto ed esaltato, tanto che le sue lettere divennero « Scrittura ». Ma altrettanto certamente egli fu discusso e contrastato . La sua teologia e la sua pastorale suscitarono tensioni al limite con la rottura. Lo dice Paolo stesso nelle sue lettere: per esempio in 2 Cor 11,11-15. Ancora negli anni 80 Luca, scrivendo il libro degli Atti, sente il bisogno di difendere l’apostolo, mostrando che egli fu realmente chiamato, che fu accettato dalla Chiesa (Concilio di Gerusalemme) e che la sua missione fra i pagani fu volontà dello Spirito.
Almeno due testi del Nuovo Testamento testimoniano esplicitamente la stima e nel contempo la cautela di fronte al pensiero di Paolo: 2 Pt 3,15-16 e Gc 2,14-24. Lungo tutta la storia della Chiesa, poi, Paolo continuò ad essere esaltato, ma anche ignorato, non compreso, e il centro della sua lettura della Croce (la salvezza/grazia) fu diversamente accentuato.
Bastano queste poche annotazioni a convincerci che – prima di passare alla lettura e all’esegesi di alcune lettere – sono utili alcune osservazioni generali e un abbozzo di biografia teologico-spirituale di Paolo.
Attraverso questi molteplici approcci è possibile osservare Paolo nel vivo delle sue relazioni; ritengo che questo sia il modo migliore per individuare il centro profondo e fermo che sostiene la sua spiritualità, la sua teologia e la sua attività di instancabile evangelizzatore.
Pur avendo alle spalle una lunga tradizione anticotestamentaria, Paolo legge il volto di Dio nell’evento di Cristo. Qui scopre i tratti della novità che lo sorprende, lo affascina e gli cambia la vita.
Secondo Paolo lo spazio della novità di Dio è il Crocifisso risorto. Che il Crocifisso sia il Signore è la resurrezione che ce lo dice. Ma i tratti nuovi, sorprendenti, del volto del Signore si scoprono guardando al Crocifisso.

                                                           

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