Archive pour octobre, 2011

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – OMELIA: TI AMO QUANDO MI AMO

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/23721.html

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Omelia (23-10-2011)

don Marco Pedron

Ti amo quanto mi amo

Siamo ancora nel capitolo 22 di Mt. Domenica scorsa abbiamo sentito l’episodio del tributo a Cesare (Mt 22,15-22). Il vangelo iniziava dicendo: « I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo » (Mt 22,15). I farisei ci provano ma non ci riescono.
Dopo quel vangelo, in Mt c’è un altro episodio dove i sadducei vanno da Gesù con una questione assurda. Questo vangelo noi lo leggiamo nell’anno C, nella versione di Lc (Lc 20,27-40): « Una donna sposa sette mariti e tutti questi muoiono senza lasciare discendenza ». C’era una legge che diceva: « Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza a suo fratello ». « Di chi dunque », gli chiedono, « questa donna, alla resurrezione, sarà moglie? » (Mt 22,28). La questione è assurda ma lo scopo non è imparare, capire: lo scopo è un altro. Infatti lo scopo dei sadducei è quello di metterlo in difficoltà, di trovare pretesti per accusarlo e condannarlo. Solo che neppure loro ci riescono.
Dunque: i farisei no, i sadducei no. Cosa fanno adesso? Fanno un ultimo tentativo (il vangelo di oggi). Così per non rischiare un altro insuccesso, i farisei scelgono una persona competente: un dottore della legge. Nel vangelo si dice chiaramente: « Avendo udito che aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme per metterlo alla prova » (Mt 22,34-35). Quindi, per non fare un’altra figuraccia, i farisei scelgono il meglio del meglio: un dottore della legge.
Il verbo « metterlo alla prova » è peirazo e vuol dire tentare: è lo stesso verbo che si usa per satana (Mt 4,1) quando tenta Gesù per tre volte. E’ incredibile come nel vangelo l’istituzione religiosa, qui come altrove, sia paragonata al diavolo e continui sempre a tentare e a mettere alla prova Gesù.

E cosa gli chiede il dottore: « Maestro, qual è il più grande comandamento della legge? » (Mt 22,36).
Intanto osserviamo: lo chiama « maestro » (Mt 22,36). Ma se tu chiami uno maestro è perché vuoi imparare qualcosa da lui (tu sei il suo discepolo). Ma il dottore invece, non solo non vuole apprendere, lo vuole mettere alla prova.
Gesù era ascoltato da molte persone. C’era chi lo ascoltava per imparare: i discepoli (discepolo, in greco da manthano=colui che impara). C’era chi lo ascoltava per trovare motivi di accusa (i religiosi del tempo): qualunque pretesto, quindi, andava bene. Ed è chiaro che se questa è la tua intenzione, ti puoi attaccare a tutto. C’era chi lo ascoltava per trovare conferme alle proprie idee: Pietro vedeva Gesù come il Messia trionfante. Aveva la sua idea in testa e deformava, piegava, le parole di Gesù secondo ciò che lui voleva. C’era chi lo ascoltava per curiosità, chi per fama, chi per interessi personali, come quei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19) che volevano solo la guarigione fisica ma non la guarigione del cuore.
Con quale intenzione fai questa cosa? Perché l’intenzione ti dice già il risultato che avrai. Il dottore della legge ha un’intenzione ben chiara: trovare motivi di accusa. La verità non gli interessa.
La domanda non è una semplice curiosità ma una seria questione che inquieta le autorità religiose. Infatti si chiedono: « Ma che cosa pensa Gesù del Decalogo? Qual è l’atteggiamento di Gesù verso la Legge? ». Gesù infatti non solo aveva preso le distanze dai comandamenti ma li aveva pure trasgrediti.
Nel vangelo di Mt (5,21, ss) Gesù a più riprese dice: « Avete inteso che fu detto agli antichi? ma io vi dico… ». Gesù definisce « vecchi, sorpassati » i comandamenti che tutti consideravano validi (i Dieci Comandamenti che ancora noi a volte riteniamo come modello di esame di coscienza!).
Il dottore quindi si avvicina per controllare la sua ortodossia e per poterlo poi denunciare. Infatti lui la risposta la sa bene: « Qual è il più grande comandamento? ». « Ovvio, il sabato! ». Il comandamento più grande era il sabato, il comandamento che perfino Dio rispettava (Gen 2,3), visto che neppure lui di sabato lavorava. La trasgressione del sabato equivaleva all’adempimento di tutta la legge e la disobbedienza era punita con la morte. Es 31,14 è chiaro: « Osserverete dunque il sabato, perché lo dovete ritenere santo. Chi lo profanerà sarà messo a morte; chiunque in quel giorno farà qualche lavoro, sarà eliminato dal suo popolo ».
Ma che fa Gesù? Se ne frega di questo comandamento. E se deve fare qualcosa di importante, ad esempio guarire un ammalato, lui lo fa’, perché per lui l’amore è più importante della legge.
Se Gesù, quindi, avesse risposto ciò che tutti sapevano « il sabato », il dottore della legge gli avrebbe risposto: « Vero, giusto, maestro. E perché tu non lo rispetti, allora? ».
Se Gesù, invece, avesse risposto in maniera diversa, sarebbe stato passato come un ignorante e un non conoscitore della legge.

Il dottore della legge si rifà alla Bibbia: lui è un esperto e la conosce. Gesù risponde citandogli sempre la Bibbia (e così si mostra esperto in materia), ma non ciò che lui si aspetta (e così lo sorprende e gli fa vedere che la Bibbia non va presa alla singola lettera).
Infatti Gesù si rifà alla preghiera che gli ebrei recitavano due volte al giorno, il « Credo » degli ebrei (Dt 6,4-9): « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutto il tuo essere e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti » (Mt 22,38). Il dottore non può che essere d’accordo: fin qui, tutto va bene. « Amare Dio », in fin dei conti non è difficile, tanto non si può misurare e nessuno lo può sapere.

Il problema è adesso perché aggiunge: « E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18) ». Anche questo c’era scritto nella Bibbia. Quindi, a rigor di logica Gesù non fa niente di nuovo. Ma in realtà sì.
Gesù, infatti, lega l’amore di Dio all’amore del prossimo. Cioè:
1. Amare Dio senza amare veramente le persone è nullo, non è amore per Dio.
2. Quello che dite ogni giorno (visto che lo dite), praticatelo (io lo faccio!)!
Ed è chiaro che il dottore si trova spiazzato e sorpreso: « Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno da quel giorno in poi, osò interrogarlo » (Mt 22,46).

Osserviamo però che qui Gesù risponde ad un ebreo. Il dottore si rifà ai suoi comandamenti e Gesù gli dice: « Giusto! Risposta ortodossa. Ma fallo! Praticala! ». Perché questa risposta non è ciò che Gesù ha detto ma ciò che la Legge diceva. Quindi Gesù dice: « Già così è buono! ».
Ma Gesù non dirà di amare gli altri come se stessi ma come Lui ci ha amati (Gv 13,34). « Ama il prossimo tuo come te stesso è buono ma non è il modello di amore che Gesù ci ha portati ». Per tre motivi.
1. Il concetto di prossimo. Per un ebreo prossimo era un altro ebreo (Lv 19,18) o al massimo uno che abitava in Palestina. Quelli fuori o i non ebrei, quindi, non erano affatto considerati prossimi.
2. Il concetto di « come te stesso ». Perché se io mi amo poco, ti amerò poco. E se io non mi amo allora neppure ti amo. Se io non ho ricevuto amore allora te ne posso dare. Ma Gesù ci dirà: « Ama il prossimo non come te stesso ma come Dio ti ama, come io vi ho amati ». Il modello di amore passa da me a Dio. Ed è diverso! Poiché la maggior parte di noi non si ama e se amassimo il prossimo come ci amiamo, non ameremo nessuno!
3. Per un ebreo l’amore per Dio è radicale (« tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua mente », Mt 22,37) mentre quello per l’uomo no. Infatti non si dice di amare gli altri « con tutto il cuore, l’anima e la mente », ma solo come se stessi. Ciò che era fondamentale, per un ebreo, era l’amore per Dio. Quello per il prossimo veniva dopo. Infatti quello per Dio – e Gesù lo sa – viene prima, solo che Gesù dirà che il secondo (quello per il prossimo) è nient’affatto che lo stesso del primo.
Per Gesù amare l’uomo è amare Dio e amare Dio è amare l’uomo. Se ami Dio non si vede da quanto sei pio o religioso ma da quanto amore tu hai per l’uomo. Per Gesù il vero credente non è colui che obbedisce alle regole religiose ma che vive realmente l’amore.

Cosa vuol dire questo vangelo per noi? 1. L’amore è rendere vivo l’altro.
A-more=ciò che non (a) ti fa morire (mos-mortis): e ciò che non ti fa morire ti rende vivo, vitale.
Gesù non chiedeva ai guariti di seguirlo o di offrirgli qualcosa. Lui vedeva che soffrivano, che erano morti o ciechi, li guariva, li rimetteva in contatto con la vita e con la vista. Cioè: Gesù non voleva un ritorno da coloro che guariva (neanche la fama perché chiedeva sempre che non divulgassero la cosa, di non parlarne con nessuno), non aveva un interesse e non esercitava un potere (« Ti ho fatto questo, quindi tu mi devi qualcosa »).
Gesù non guariva neanche per convertire. Non diceva: « Ti guarisco ma tu devi credere in Dio; tu devi venire in chiesa; tu devi obbedirmi; tu mi devi? ». Lui vedeva uno che soffriva e il suo amore era liberarlo dalla sofferenza, dalla morte o dal suo disagio.
L’amore (di Gesù) è questo: chi ama rende vivo l’altro. Se ti amo voglio il meglio per te. E ciò che è meglio per te non è detto che sia ciò che io vorrei.
Un mio amico preferisce un altro a me: « Se questo è davvero il tuo bene, sia così! ».
Mio figlio potrebbe fare il liceo e invece sceglie un istituto tecnico perché ha l’hobby della musica e la musica lo fa vivere: se è così, sia così.
Un catechista: « Quest’anno non faccio catechismo perché sarebbe pesante per me e poi sono scarico e ho bisogno di ritrovare motivazioni ». Ci sarebbe bisogno, ma se questa cosa ti fa vivere, sia così.
Un ragazzo: « Vado a vivere a Londra perché qui non ce la faccio più ». Se per lui questo è una possibilità di ritrovarsi, di mettersi alla prova, di ricominciare, per amore gli dirò di sì, anche se so che vuol dire perderlo, anche se mi dispiace lasciarlo andare. Se ti fa vivere, sia così!
La vita di un prete è stare in mezzo ai giovani, riesce benissimo. Io vescovo avrei così tanto bisogno in una parrocchia, ma so che lo « ucciderei ». Se questo ti fa vivere, sia così!
Un anziano sta in una casa diroccata, sporca e senza riscaldamento. Ci sarebbe un posto per lui in pensionato, ma quella è la « sua vita e quelli sono i suoi animali ». A me verrebbe da dire: « Ma di là stai meglio! », ma lui la vive come una prigione.
Un uomo trovò una volpe. Era in fin di vita ferita da dei cacciatori. L’uomo se ne prese cura e dopo vari mesi miracolosamente la volpe guarì. La volpe era molto grata a quell’uomo: erano diventati amici. Anzi la volpe era diventata la migliore amica di quell’uomo. La volpe guardava ogni giorno fuori dalla finestra: era il richiamo del bosco, ma come poteva lasciare quell’uomo che le aveva dato la vita? In fin dei conti non stava male lì, anzi, ma la casa non era la « sua casa ». L’uomo vedeva la scena tutti i giorni e notava nella volpe la nostalgia del bosco. D’altra parte era molto affezionato a lei, ed erano molti mesi che vivevano insieme. Ma un giorno si decise: la portò nel bosco e gli disse: « Vai, segui il tuo richiamo! ». La volpe lo guardò un’ultima volta e se ne andò. Non la rivide mai più e soffrì molto di questa cosa. Quando raccontò il fatto ad un suo amico, questi gli disse: « Ma perché l’hai fatto? ». E lui rispose, semplicemente: « Per amore ».

2. Amarmi è volere il mio bene, cioè rendermi vivo.
Amarmi è lottare per ciò che è bene per me. Per noi l’amore è ciò che gli altri ci devono fare: ma il primo amore è ciò che noi facciamo per noi stessi.
Il mio collega mi prende in giro: perché voglio cambiare lui? Perché, invece, non cambio io? Tanto a questo mondo troverò degli altri che mi prenderanno in giro. Perché non imparo a difendermi, a far valere il mio valore? Amarmi è far sì che la mia persona sia rispettata.
Nessuno mi vuole. Perché continuo ad arrabbiarmi con gli altri che non mi invitano e che mi escludono sempre? Amarmi è cambiare il mio carattere e la mia persona: così sarò amabile, accettabile e ricercato.
Ho una paura che mi blocca (paura di provare, di sbagliare, di parlare, di tagliare, di fare una scelta, ecc.). Amarmi è affrontarla perché io merito di vivere senza paura, in tutta la mia pienezza, in tutte le mie possibilità, al meglio e al massimo di me.
In compagnia nessuno mi rivolge la parola. Invece di inveire col mondo che è cattivo e che ce l’ha con me, lavoro su di me. Amarmi è essere presentabile, farmi più magro, più bello; amarmi è avere un carattere meno irascibile e più estroverso; amarmi è essere più aperto, elastico e meno giudicante e pretenzioso; amarmi è diventare un uomo migliore. Non ho mai trovato nessuno che veramente si ami che non sia amato da un sacco di gente.
Non chiedere agli altri ciò che tu non sai fare per te: è parassitismo.
3. Ama il prossimo tuo come te stesso. Spesso noi cristiani abbiamo tradotto: « Ama il prossimo tuo contro te stesso », oppure » ama il prossimo tuo al posto di te stesso ». Così amarsi era egoismo, narcisismo, peccato: solo spendersi per gli altri e sacrificarsi era buono e santo. Veniva sempre citata la frase: « Se uno non rinnega se stesso e non prende la sua croce? »: e così la vita « doveva » essere sacrificio e solo se si era infelici e pieni di « rogne » Dio ci accettava. Peccato che quella frase voglia dire tutt’altro! Bisognava quindi amare gli altri, sopportare l’impossibile e obbedire a chi non aveva la minima intenzione di fare un passo o un cambiamento. Ma tutto questo non si può chiamare amore.
Ma come si può amare gli altri se non si ama neanche se stessi? Come posso insegnarti a suonare la chitarra se neppure io lo so fare? Come posso darti soldi se non ne ho neppure io? Non si può dare ciò che non si ha.
Oggi sappiamo cose che ieri, una volta non sapevamo. Ama il prossimo tuo come te stesso più che un invito definisce una realtà: l’altro lo ami come ami te. Lc 6,37-38 è chiarissimo a proposito: « Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi ».
Cioè: gli altri li ami esattamente come ti ami. Non si può dare di più di quello che si ha: ti amo esattamente e non di più di come mi amo.
Se io mi giudico, ti giudico. Amo te come amo me. Se il metro con cui mi misuro si chiama « giudizio » (« Questo va bene; questo non va bene; questo si fa così; così non si fa; non dovevi; te l’avevo detto; adesso hai sbagliato; sei sempre il solito; non capisci niente, ecc. »), il metro con cui ti misuro (visto che è lo stesso) si chiamerà « giudizio ».
Se io pretendo da me, pretenderò anche da te. Se io ho molte aspettative su di me (« Devo esser così; non devo fare quello; devo far sempre contenti gli altri; devo riuscire; non posso fallire, ecc. ») di certo avrò molte aspettative su di te. Perché il mio metro è « aspettativa » e va nei due sensi. Credo che gli altri si aspettino molto da me e io mi aspetto molto dagli altri.
Ma vale anche all’inverso. Come amo gli altri amo anche me. Se io sono razzista, di certo odierò (metterò al bando) alcune parti della mia persona (in genere le parti vulnerabili, piccole ed emotive). Se io sono inflessibile con i miei figli, alunni, di certo sarò inflessibile anche con alcuni aspetti miei. Se sono superficiale con gli altri, lo sarò anche verso alcune cose di me che non voglio vedere.
Ama il prossimo tuo come te stesso definisce una semplice verità. E’ un’equazione: l’amore per te è proporzionale all’amore per me e viceversa. Ti amo come mi amo; mi amo come ti amo.

4. Amare in pienezza. Il vangelo parla di « amare con tutto il cuore, l’anima e la mente ». Altrove si aggiunge « con tutte le forze » (Lc 10,27). L’amore cioè, avviene a tutti i livelli, con tutte le parti di noi, altrimenti non è amore.
Amarmi così. Il collega mi dice qualcosa dietro le spalle e la cosa mi ferisce.
Con tutto il cuore. Sento che merito amore e che non sono degno di essere calpestato.
Con tutta la mente. Non faccio pensieri distruttivi su di me: « Me lo merito; sono il solito incapace; nessuno pensa bene di me; forse ha ragione? ».
Con tutte le forze. Agisco in mio favore perché mi amo. Vado da lui e gli chiedo: « Ho sentito che hai detto questo? e questo? è vero? Perché hai detto così? ».
Amarti così. Sento un legame d’amore per te.
Con tutto il cuore. Sento dentro di me quanto sei importante nella mia vita e quanto sei benefico (sentimenti buoni).
Con tutta la mente. Penso bene di te e ti stimo, ti rispetto e voglio il tuo meglio (pensieri buoni).
Con tutte le forze. Ti scrivo, ad es.: « E’ una fortuna che tu ci sia nella mia vita » (azioni buone).
L’amore mente e forze senza cuore diventa volontarismo e azione, amore freddo e senza passione perché non c’è il sentimento.
L’amore mente e cuore senza forze diventa sentimentalismo perché non c’è azione.
L’amore cuore e forze senza mente, diventa istintivo, irrazionale, perché non c’è il pensiero, non c’è consapevolezza e lucidità.
L’amore pieno comprende mente, cuore e forze.

5. E l’amore di Dio?
Nell’Ultimo Giorno Dio, il gran Capo di tutto, ci chiamerà di fronte a Lui: « Si presenti il Tal dei Tali ». E tutti ci presenteremo davanti a Lui. Lui tirerà fuori il suo gran librone dove ci sarà scritto tutto quello che in vita abbiamo fatto e che non abbiamo fatto, ma non lo leggerà affatto.
Poi ci dirà: « Marco? Chiara? Francesco? vuoi vivere per sempre con me? ». E se lo vorrò, io risponderò: « Sì ». E Lui mi dirà: « E allora vivi per sempre con me! ». E sarà una gran festa.
Perché l’amore di Dio è incondizionato: senza condizioni, senza premi, senza meriti. E quando ameremo così, conosceremo il prezzo e la bellezza dell’amore.

Il re amava una ragazza del suo paese, molto povera ma molto molto bella. La ragazza era molto lusingata dal re e dall’incredibile possibilità di diventare la sua regina. Solo che il suo cuore era per il ragazzo suo vicino di casa, di condizione come la sua. Il re la chiamò a palazzo e la trattò come una regina. La donna era lusingata da tanto amore ma il suo volto aveva sempre un velo di tristezza. Qualunque cosa faceva per lei, lei lo accettava ma la tristezza non se ne andava dal suo volto. Il re allora un giorno chiamò il saggio di corte esponendogli la questione. « Sei disposto a tutto, o mio sire, per vederla felice? ». « Sì, a tutto! ». « Lasciala andare, allora! ». Il re non si aspettava questa risposta e ci pensò tutta la notte. La mattina dopo le parlò e lasciò andare? il volto della donna si illuminò. Qualche settimana dopo il re incontrò il saggio e gli disse: « Non ho mai sofferto così tanto, saggio mio, ma non ho mai amato così tanto ».
Pensiero della settimana

Non ti posso amare più di quanto mi amo.
Per vedere quanto amore ti posso dare guardo a quanto so amarmi.
E per vedere quanto amore mi puoi dare guardo a quanto ti ami.

23 OTTOBRE 2011 – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

23 OTTOBRE 2011 -  XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A30page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Ts 1,5c-10
Vi siete convertiti dagli idoli, per servire Dio e attendere il suo Figlio.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.
Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedònia e in Acàia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.
Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

http://www.bible-service.net/site/377.html

1 Thessaloniciens 1,5-10
Paul parle de l’accueil de la Parole de Dieu et de l’effet de cet accueil.
Un des aspects les plus importants de cet effet, c’est que l’accueil se transforme immédiatement en envoi, voilà le « modèle pour tous les croyants », dit Paul : « À partir de chez vous la Parole du Seigneur a retenti. » C’est la contagion de la foi : témoignage de la grâce de Dieu, témoignage aussi de la conversion effective réalisée. La Parole accueillie « avec joie » même au milieu des épreuves, voire à cause des épreuves, est un thème qui revient souvent dans le Nouveau Testament.
L’attente de Jésus, « qui nous délivre de la colère qui vient », c’est-à-dire du jugement, était très forte en ces débuts de l’Église. Paul y reviendra plus loin dans sa lettre (4 – 5) et dans la seconde lettre.

1Tessalonicesi
Paolo parla dell’accoglienza della parola di Dio e dell’effetto di quest’accoglienza.
Uno degli aspetti più importanti di quest’effetto, è che l’accoglienza si trasforma immediatamente in missione, ecco “il modello per tutti i credenti„; dice Paolo “Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.„ È il contagio della fede: prova della grazia di Dio, testimonianza anche della conversione effettiva realizzata. La parola accolta “con gioia„ anche in mezzo alle prove, o a causa delle prove, è un tema che ritorna spesso nel nuovo Testamento. L’attesa di Gesù, “che…„, cioè del giudizio, era molto forte in quest’inizi della Chiesa. Paolo vi ritornerà più avanti nella sua lettera (4 – 5) e nella seconda lettera.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro della Sapienza 1, 1-15

Elogio della sapienza di Dio
Amate la giustizia, voi che governate sulla terra,
rettamente pensate del Signore,
cercatelo con cuore semplice.
Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano,
si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui.
I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio;
l’onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti.
La sapienza non entra in un’anima che opera il male
né abita in un corpo schiavo del peccato.
Il santo spirito, che ammaestra,
rifugge dalla finzione,
se ne sta lontano dai discorsi insensati,
è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia.
La sapienza è uno spirito amico degli uomini;
ma non lascerà impunito chi insulta con le labbra,
perché Dio è testimone dei suoi sentimenti,
e osservatore verace del suo cuore
e ascolta le parole della sua bocca.
Difatti lo spirito del Signore riempie l’universo
abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce.
Per questo non gli sfuggirà
chi proferisce cose ingiuste,
la giustizia vendicatrice non lo risparmierà.
Si indagherà infatti sui propositi dell’empio,
il suono delle sue parole giungerà fino al Signore
a condanna delle sue iniquità;
poiché un orecchio geloso ascolta ogni cosa,
perfino il sussurro delle mormorazioni
non gli resta segreto.
Guardatevi pertanto da un vano mormorare,
preservate la lingua dalla maldicenza,
perché neppure una parola segreta sarà senza effetto,
una bocca menzognera uccide l’anima.
Non provocate la morte con gli errori della vostra vita,
non attiratevi la rovina
con le opere delle vostre mani,
perché Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza;
le creature del mondo sono sane,
in esse non c’è veleno di morte,
né gli inferi regnano sulla terra,
perché la giustizia è immortale.

Responsorio    Pro 3, 13. 15. 17; Gc 3, 17
R. Beato l’uomo che ha trovato la sapienza: è più preziosa delle perle; * le sue vie sono deliziose, e tutti i suoi sentieri conducono alla pace.
V. La sapienza che viene dall’alto è pura, pacifica, mite, arrendevole; piena di misericordia e di buoni frutti;
R. le sue vie sono deliziose, e tutti i suoi sentieri conducono alla pace.
 
Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 19, 2 – 20, 12; Funk, 1, 87-89)

Dio ordina il mondo con armonia e concordia e fa del bene a tutti
Fissiamo lo sguardo sul padre e creatore di tutto il mondo e immedesimiamoci intimamente con i suoi magnifici e incomparabili doni di pace e con i suoi benefici. Contempliamolo nella nostra mente e scrutiamo con gli occhi dell’anima il suo amore così longanime. Consideriamo quanto si dimostri benigno verso ogni sua creatura.
I cieli, che si muovono sotto il suo governo, gli sono sottomessi in pace; il giorno e la notte compiono il corso fissato da lui senza reciproco impedimento. Il sole, la luce e il coro degli astri percorrono le orbite prestabilite secondo la sua disposizione senza deviare dal loro corso, e in bell’armonia. La terra, feconda secondo il suo volere, produce a suo tempo cibo abbondante per gli uomini, le bestie e tutti gli esseri animati che vivono su di essa, senza discordanza e mutamento alcuno per rapporto a quanto egli ha stabilito. Gli stessi ordinamenti regolano gli abissi impenetrabili e le profondità della terra. Per suo ordine il mare immenso e sconfinato si raccolse nei suoi bacini e non oltrepassa i confini che gli furono imposti, ma si comporta così come Dio ha ordinato. Ha detto: «Fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38, 11). L’oceano invalicabile per gli uomini e i mondi che si trovano al di là di esso sono retti dalle medesime disposizioni del Signore.
Le stagioni di primavera, d’estate, d’autunno e d’inverno si succedono regolarmente le une alle altre. Le masse dei venti adempiono il loro compito senza ritardi e nel tempo assegnato. Anche le sorgenti perenni, create per il nostro godimento e la nostra salute, offrono le loro acque ininterrottamente per sostentare la vita degli uomini. Persino gli animali più piccoli si stringono insieme nella pace e nella concordia. Tutto questo il grande creatore e Signore di ogni cosa ha comandato che si facesse in pace e concordia, sempre largo di benefici verso tutti, ma con maggiore abbondanza verso di noi che ricorriamo alla sua misericordia per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. A lui la gloria e l’onore nei secoli dei secoli. Amen
.

Resurrezione

Resurrezione dans immagini sacre resurrection
http://www.rodoni.ch/busoni/bibliotechina/letteregerdaEN/gerdaITA1-2.html

Publié dans:immagini sacre |on 20 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

L’elmo della salvezza (Efesini 6:11-18).

dal sito:

http://camcris.altervista.org/medelmo.html

L’elmo della salvezza

(Chiesa Evangelica Pentecostale)

da uno scritto di Giacinto Butindaro

« Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.
Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere.
State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno.
Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio; pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica » (Efesini 6:11-18).

Abbiamo letto: « Prendete anche l’elmo della salvezza » (verso 17). Siccome l’elmo, il soldato se lo mette sul capo, e Paolo dice che dobbiamo prendere « per elmo la speranza della salvezza » (1 Tess. 5:8), noi credenti, che abbiamo creduto al Vangelo di Cristo, ci dobbiamo armare di questo pensiero, e cioè che noi siamo stati salvati in speranza. Ora, fermo restando che noi che abbiamo creduto siamo stati salvati dai nostri peccati ed abbiamo la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore rimane il fatto che ancora non abbiamo ottenuto « la redenzione del nostro corpo » (Rom. 8:23); questa è la ragione per cui noi diciamo di aspettare quella che Paolo chiama « la piena redenzione di quelli che Dio s’è acquistati » (Ef. 1:14), la quale sarà manifestata quando il nostro Signore Gesù apparirà dal cielo. È proprio così fratelli; per questo noi figliuoli di Dio in questa tenda, che è la nostra dimora terrena, « gemiamo » (Rom. 8:23), perchè desideriamo che ciò che è mortale (il nostro corpo) sia sopravvestito della nostra abitazione che è celeste. Noi sappiamo che questo nostro buon desiderio sarà esaudito alla risurrezione dei giusti, quando al suono della tromba di Dio i morti in Cristo risusciteranno ed i santi che saranno trovati viventi saranno mutati in un batter d’occhio per andare insieme ai risorti ad incontrare il Signore nell’aria. Quello è il giorno della nostra salvezza che noi vediamo avvicinarsi in gran fretta e che abbiamo speranza di vedere. È vero che quando parliamo della nostra redenzione parliamo di qualche cosa che non vediamo ma d’altronde non può essere altrimenti perchè « la speranza di quel che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perchè lo spererebbe egli ancora? » (Rom. 8:24); ma noi abbiamo la fede che Dio ci ha dato, la quale è certezza di cose che si sperano, e sorretti da questa fede, con la pazienza prodotta dalle nostre afflizioni e mediante la consolazione delle Scritture noi aspettiamo ciò che non vediamo, sicuri che il Signore Gesù ci salverà dall’ira a venire quando in quel giorno verrà con gli angeli della sua potenza a prendere tutti i suoi eletti, per portarci nel cielo. Per entrare nel Paradiso di Dio dobbiamo possedere un corpo immortale ed incorruttibile perchè « carne e sangue non possono eredare il regno di Dio » (1 Cor. 15:50), e per ottenerlo dobbiamo aspettare quel giorno: Dio ha stabilito così, è il suo disegno, quindi fratelli continuiamo ad attendere il Signore perchè di certo Egli al tempo fissato da Dio apparirà dal cielo « a quelli che l’aspettano per la loro salvezza » (Ebr. 9:28) e ci darà un corpo glorioso e potente con il quale potremo ereditare il Regno eterno del nostro Signore Gesù Cristo.

« Raccontare Dio. Il Midrash e La Tradizione Di Israele » (Recenzione)

dal sito:

http://www.keshet.it/rivista/sett-ott-03/pag15.htm

RECENZIONI

a cura di Raffaello Zini,
Testi di: G. Anderlini, A. Contessa,
R. Fontana, P. Lenhardt, M. Remaud
Quaderni di QOL, 1
Aliberti editore, Reggio Emilia 2002, pp. 160

  »Raccontare Dio. Il Midrash e La Tradizione Di Israele »

a cura di Raffaello Zini,

  »E Dio pronunciò tutte queste parole. (Esodo 20,8) Perfino ciò che domanderebbe un discepolo fidato al suo maestro, il Santo, benedetto Egli sia, lo disse a Mosè in quell’ora, come è detto: E Dio pronunciò tutte queste parole » ( Midrash Tanhuma Buber, Ki tissà su Esodo 34,27). Dio, dunque, secondo i Maestri, avrebbe comunicato a Mosè sul Sinai non solo la Legge scritta, ma anche quella orale, e tutti i commenti e le interpretazioni e le domande che ne sarebbero seguite.
Quel « tutte », apparentemente superfluo, nell’enunciato che precede l’esposizione dei Comandamenti, è proprio ciò che fa scattare la ricerca di un significato più ampio e profondo, che vada oltre il puro senso letterale: il midrash viene utilizzato per giustificare la pratica del midrash.
Sono il significato e il valore di questo « processo di ricerca » (così possiamo tradurre il termine midrash), fondamentale nell’approccio ebraico alla Parola rivelata, che Pierre Lenhardt affronta nel suo scritto « Grandezza e limiti del Midrash », che apre questo volume (pp. 17-55). L’autore cerca nel Talmud e nei successivi scritti rabbinici i fondamenti che offrono sostegno e alimento al lavoro interpretativo e ne indica la pregnanza nella caratterizzazione della religiosità ebraica, costretta a ridefinirsi all’indomani della distruzione del Tempio e della cessazione del culto sacerdotale.
Il presupposto (radicalmente antifondamentalista) all’interpretazione continua, alla lettura infinita, come la definisce David Banon (grande studioso del midrash, cui si fa riferimento anche in questo saggio) è che la parola di Dio abbia in sé un’inesauribile ricchezza polisemica, che non può essere racchiusa in un enunciato definito e necessariamente limitato dall’inadeguatezza del linguaggio umano. Così la Torà scritta « nella lingua degli uomini », come diceva Rabbi Ishmael, citato dal Lenhardt, deve essere oggetto di un continuo lavoro di interrogazione, per farne emergere la ricchezza dei molteplici significati.
Citando le parole di Geremia « La mia parola non è forse come il fuoco? Oracolo del Signore. Non è forse come un martello che fracassa la roccia? » (Ger. 23,29), l’autore osserva che il senso preferito dalla Tradizione , « è che il martello , il midrash (la Torà orale, il maestro esegeta), fa uscire dalla roccia della Scrittura una infinità di scintille. La Scrittura, parola incisa nella Roccia di Israele (Is. 30,29), ha una potenza di attualizzazione infinita che appartiene al midrash manifestare ». Il Lenhardt non si nasconde che sussista « il problema dell’autenticità dei risultati », di dove si debba tracciare il limite tra interpretazioni valide ed elucubrazioni arbitrarie, ma sottolinea anche che non viene definita dalla Tradizione alcuna procedura probatoria: vengono tramandati molteplici esempi di discussioni che formano il giudizio di coloro che li studiano.
D’altronde, come viene rimarcato proprio in apertura del saggio, secondo l’affermazione di Shimeon ben Gamaliel che diceva: « non è il midrash che è essenziale, ma l’azione », quello che ha valore non è tanto il risultato dell’interpretazione quanto l’impegno nell’indagine e nella ricerca. Come afferma molto chiaramente il Banon (La lecture infinie, Seuil, Parigi 1987, p.67), « noi non siamo in presenza di una tradizione oggetto, ma di una tradizione lavoro … La tradizione non è ciò che si presenta sotto la specie di una fedeltà rigorosa alla parola originaria. Si tratta di una modalità di accesso al testo, un modo di appropriazione. »
Nel suo dispiegarsi, l’azione interpretativa del midrash si basa su un fondamentale presupposto: l’unità della Parola di Dio, che ha trovato espressione nell’intero complesso delle Scritture. Le parole appartenenti a libri diversi si illuminano reciprocamente, facendo emergere una nuova dimensione di senso. Nella interpretazione di un passo, attingendo alla Torà, agli scritti profetici e a quelli sapienziali, i versetti si accostano gli uni agli altri come le perle di una collana (chiamata harizà), che diventa tale grazie al midrash che le perfora e le monta. « È tutta la collana – osserva il Lenhardt -, perle e filo, è tutta la Torà, che, grazie al midrash, rifulge della sua unità e della sua divinità. Così il midrash può ricomporre l’unità della Parola di Dio. Esso ritrova l’unità e la divinità che la Parola aveva per Israele alla sua prima manifestazione al Sinai. »
Esempi illuminanti ed efficaci di come il processo sviluppato attraverso il midrash possa condurre a profonde riflessioni religiose, che arricchiscono la prospettiva del rapporto uomo-Dio e della visione del mondo, ci vengono dagli scritti che seguono al saggio iniziale, e che affrontano tematiche diverse e specifiche.
Raniero Fontana (« Ebrei e Gentili tra storia e aggadà », pp. 57-82) approfondisce la tematica dell’universalismo insito nella tradizione talmudica, ampiamente sostenuto da midrashim che suffragano l’idea di una salvezza che raggiunge gli uomini retti indipendentemente dalle appartenenze, e volentieri li associa ai destini finali del popolo di Israele.
Michel Remaud in « L’asino al servizio della redenzione » (pp.83-91) analizza una serie di passi biblici e di commenti che hanno al centro questo animale, che viene configurandosi come « indissociabile dal salvatore di Israele » , e arriva « a essere considerato come il simbolo stesso del Messia », manifestazione della « continuità del disegno di Dio ».
Giampaolo Anderlini (« La guerra dell’amore: guerre del Signore e guerra della Torà », pp. 93-113) affronta invece un passo oscuro del libro dei Numeri (21,14), in cui si parla del « libro delle guerre del Signore ». Il passo è stato approfonditamente analizzato e interpretato dai maestri della Tradizione, e ripreso da Rashì (sec. XII) nel suo commento al Pentateuco. L’autore segue il complesso filo del ragionamento rabbinico che conduce all’interpretazione delle guerre del Signore come « guerra della Torà, per la quale – scrive – non si hanno eserciti schierati o guerrieri armati di tutto punto l’uno contro l’altro, ma nella quale valgono solo le armi della discussione (accesa),del confronto (serrato) e dello scontro (dialogico). » La conclusione di Rashì è tuttavia quella che, benché i disputanti si affrontino come nemici nel corso della discussione, « la guerra che avviene a motivo del Libro alla fine diviene amore ».
Conclude la raccolta il saggio di Andreina Contessa (« Pinhas, lo zelante. Un personaggio problematico nell’arte cristiana », pp. 115-159), che indaga sul tema abbastanza inconsueto dei rapporti tra iconografia e midrash: è dedicato a Pinhas, lo zelante, protagonista di un episodio del Libro dei Numeri (25).
Si tratta di una figura piuttosto imbarazzante, visto che si macchia di duplice omicidio trafiggendo con la sua lancia un correligionario che si unisce a una moabita. Perché non diventasse esempio da imitare i Maestri, attraverso l’ampliamento narrativo tipico del midrash, circondano l’episodio di interventi soprannaturali (facendolo quindi diventare un unicum), al punto di poter associare il protagonista a Elia, con cui avrebbe avuto in comune « il sacerdozio e il compito di far pentire ed espiare Israele ».
Il midrash si diffonde inoltre sulle arti seduttive e sulla capacità di inganno messe in atto dalle donne moabite, a parziale discolpa degli israeliti e a merito di Pinhas, che ne avrebbe svelato le trame. Sebbene tutto ciò non sia trattato nel testo biblico, le illustrazioni di libri di preghiere e di Bibbie antiche, sia ebraiche sia cristiane, rivelano come l’ampliamento midrashico abbia ispirato gli illustratori, che hanno trattato l’episodio con ampiezza ben maggiore di quanto la breve apparizione nel Libro dei Numeri avrebbe potuto giustificare.
Anche questo saggio è accompagnato, come i precedenti, da un ricco apparato critico e bibliografico: è un invito e un’occasione per chi voglia ulteriormente addentrarsi nella scoperta affascinante di un mondo poco noto ai profani, che non solo ha sostanziato nei secoli la fede di Israele, ma ha anche contribuito alla formazione di un pensiero ermeneutico , che in epoca moderna ha travalicato i limiti dell’ambito religioso, per divenire modalità di ricerca e di approccio alle realtà dell’uomo e della vita.

Daniela Manini, architetto, docente, cultrice di studi biblici.

Publié dans:EBRAISMO - STUDI |on 20 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Prophet Hosea

Prophet Hosea dans immagini sacre Hosea
http://en.wikipedia.org/wiki/File:Hosea.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Il concetto di carità nell’ AT

dal sito:

http://www.cristomaestro.it/vrt_teologali/carita/concetto/concetto.html

Il concetto di carità nell’ AT

Le sezioni legislative del Pentateuco, accanto alle esigenze della giustizia sociale, conoscono anche una delicata attenzione alla persona umana, che può inquadrarsi senz’altro nel contesto di un discorso sulla carità teologale, sebbene in termini ancora embrionale. Tuttavia, non ci sembra opportuno tralasciarne la menzione.
La definizione « carità teologale » include simultaneamente due direzioni, una verticale e una orizzontale. Entrambe sono già presenti nella legislazione mosaica. Basta un solo fondamentale riferimento: « Io sono il Signore tuo Dio… non avrai altri dèi davanti a Me » (Es 20,2-3). Questo enunciato afferma l’unicità di Dio e, di conseguenza, il primato assoluto che Egli deve rivestire nel cuore dell’uomo. In questo senso, sviluppare la carità teologale equivale ad amare Dio non insieme agli altri destinatari del mio amore, come se Egli fosse uno dei miei amori possibili, ma equivale ad amarlo in modo che tutti coloro che amo, siano amati in Lui. Non accanto a Lui, ma per amore di Lui. Da questo modo nuovo e divino di amare, scaturisce un cuore nuovo, capace di amare ugualmente l’amico e il nemico, in quanto nessuno dei due è amato per se stesso, ma è amato perché Dio me lo chiede. Le sezioni legislative del Pentateuco, infatti, chiedono esplicitamente all’israelita di amare anche il nemico. Il NT ci illustrerà ampiamente questa prospettiva.Nel libro dell’Esodo, dopo la grande sezione legislativa dedicata al Decalogo, si enumera una serie di leggi e di precetti minori, dove possiamo evidenziare alcuni aspetti inquadrabili nel tema della carità verso il prossimo. Vi è un atteggiamento di delicatezza e di rispetto che Dio chiede intanto nei confronti dello straniero, in forza di una immedesimazione nella sua condizione: « Non molesterai lo straniero né l’opprimerai, perché foste stranieri nella terra d’Egitto » (Es 22,20); il testo intende dire che il cuore umano acquista delle tonalità di delicatezza e di sensibilità quando non dimentica, nel tempo della prosperità, le umiliazioni e i dolori del suo passato. Chi ha sofferto è spesso più capace di immedesimazione e di comprensione degli afflitti; perciò ne diviene sovente il consolatore. Se l’israelita saprà ricordarsi della sua lunga schiavitù egiziana, non avrà più la tendenza a maltrattare lo straniero residente nei suoi confini. E immediatamente dopo continua: « Non maltratterai una vedova né un orfano. Se lo maltratti e grida verso di Me, ascolterò il suo grido » (Es 22,21-22). Queste due categorie, le vedove e gli orfani, nella società ebraica, marcatamente patriarcale, erano le più svantaggiate e facilmente preda di gente senza scrupoli, non avendo la difesa del capo famiglia. Dio stesso si presenta come il vendicatore dei torti subiti dai più deboli, che non hanno in questo mondo chi li possa difendere. In questo medesimo contesto viene condannato il prestito a usura (cfr. 22,24) e, più in generale, viene raccomandata l’attenzione al povero: « Se prendi in pegno un mantello del tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole, perché quello è la sua sola coperta » (Es 22,25-26). Il povero, che utilizza il mantello come indumento e come coperta, non deve esserne defraudato a causa di un prestito, col rischio di non poter dormire d’inverno. Non c’è alcun dubbio che questo precetto relativo al povero, voglia, indirettamente, disapprovare anche qualsiasi forma di superficialità e di trascuratezza, di chi non considera i bisogni altrui con la stessa sollecitudine con cui cura i propri. Al capitolo successivo subentra il tema, ripreso poi da Gesù nel suo insegnamento, dell’amore dovuto anche ai nemici: « Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo » (Es 23,4-5). Il Maestro riprenderà questi concetti inserendoli nell’etica neotestamentaria, giudicando che sia un atteggiamento tipico dei pagani quello di misurare l’amore che si dà sulla base di quello che si riceve (cfr. Mt 5,46-47). Dal punto di vista biblico, perfino l’AT indica come autentica esperienza d’amore quella di chi guarda solo ai bisogni del prossimo e in base a essi si muove, senza considerare se ciò avrà o meno un qualche genere di ritorno o di rimunerazione. Questo però non significa che la Bibbia invita l’ingenuo a gettarsi nelle fauci del leone, perché il suo invito alla prudenza è insistente (cfr. Sir 12,8-18).Le esigenze della carità ritornano nel libro del Levitico, tra le prescrizioni cultuali e morali. I bisogni del povero e del forestiero sono l’oggetto del pensiero dell’israelita che lavora nei campi: « Quando mieterete la messe, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli, li lascerai per il povero e per il forestiero » (Lv 19,9-10). Vi sono diverse sfumature della carità in queste poche parole: innanzitutto il rapporto dell’uomo col proprio lavoro. Il cristiano non può concepire un rapporto col lavoro in termini di puro guadagno. I beni personali vanno considerati sullo stesso piano degli altri doni di Dio: sono dati a me, ma talvolta li dovrò usare in giusta misura anche per il bene altrui. L’ambito della propria professione è il luogo della propria sussistenza, e di questo nessuno dubita; ma per un cristiano esso deve essere anche l’ambito della solidarietà, nel senso che va lasciato un margine di non profitto in favore dei poveri: « non mieterete fino ai margini ». Vale a dire: ricorda che devi essere in grado, quando la necessità si presenti, e sia una vera necessità, di defalcare per il povero (cioè per chi si trova veramente in stato di povertà) il margine dei tuoi guadagni. In questo medesimo capitolo del Levitico si intrecciano inscindibilmente i temi della carità con quelli della giustizia sociale, sui quali non ci fermiamo in questa sede. Temi della giustizia sociale sono ad esempio la proibizione dell’uso dell’inganno o della menzogna (cfr. v. 11), oppure l’esortazione a retribuire l’operaio che ha lavorato presso di me entro il tramonto del sole (cfr. v. 13), o ancora la proibizione dell’ingiustizia nei tribunali e l’uso di bilance false nel commercio (cfr. vv. 35-36). Le esigenze della giustizia in fondo si radicano anch’esse sulla carità, anche se si fermano a un livello differente. Per questo il Levitico parla di entrambe le virtù, cioè la giustizia e la carità, senza distinguerle di fatto. Il capitolo 19 del Levitico raggiunge un punto cruciale a proposito dell’insegnamento sulla carità, e sarà ripreso in pieno dal NT, e sarà in quel contesto che lo commenteremo: « Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore » (vv. 17-18). Qui dunque non si tratta di evitare delle « azioni » malvagie, bensì di purificare il cuore dalla sua tendenza all’ostilità e all’odio.

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 19 octobre, 2011 |Pas de commentaires »
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