Archive pour octobre, 2011

LA FESTA DELLE LUCI

dal sito:

http://www.foroexegesis.com.ar/Articulos_Varios/feste_delle_luci.htm

LA FESTA DELLE LUCI

Por Pia Compagnoni

Tomado de la revista de la Custodia Franciscana  de Tierra Santa: «Terra Santa» Nov.-Dic. 1985 

L‘Oriente è il paese della luce. In Terra Santa ci si augura ogni giorno la pace e la luce. Al saluto: “Ti auguro un giorno buono”, si risponde: “Ti auguro un giorno di luce”, sia in ebraico come in arabo. Anche Gesù salutava cosi.
C’è un verso nel “Rigveda” (III, 62,10), uno dei libri sacri dell’induismo, che è detto “gayatri” per il suo metro, ma viene chiamato “madre dei Veda” per l’importanza che riveste. Questo versetto è ripetuto tre volte al giorno —mattino, mezzogiorno e sera — dai fedeli, soprattutto mentre si lavano gli occhi con l’acqua del Gange a Benares o in qualche altra città sul fiume sacro.
Proprio per la sua preziosità la luce è diventata simbolo privilegiato e frequente delle realtà eterne e divine di tutte le religioni. P. Dumont fa osservare giustamente che tutte le religioni sono nate in Oriente.

“Luce, mia luce,
luce che riempi il mondo
luce che baci gli occhi
luce che addolcisci i cuori…
Le farfalle stendono le loro vele
sul mare della luce.
Il fiume del cielo ha straripato
e ha inondato il mondo di gioia”
(Tagore).

 A Gerusalemme il sole giunge molto presto al mattino ed è subito giorno. Quando il sole si leva dai monti di Moab, al di là del deserto di Giuda e, scavalcando il monte Oliveto si spande sulla Città Santa, in Estremo Oriente è già giorno da circa sei ore. La luce che visita dall’alto la città e il popolo di Dio all’inizio del nuovo giorno (Lc. 1, 78-79) parte dal paese e dai mari del Sol Levante, da un oceano che richiama alla memoria le acque del principio della creazione (Gen 1,1-2). Quando esso spunta sulla piccola Terra Santa è già alto sui paesi sconfinati e sulle grandi culture della Cina, del Sud-Est asiatico e dell’India. P. Francesco Rossi De Gasperis (del Pont. Ist. Biblico di Gerusalemme) mi faceva notare che “la creazione muove dall’Estremo Oriente verso Israele, mentre La salvezza viene dagli ebrei (Gv. 4,22) e il Vangelo parte da Gerusalemme per giungere fino alle estremità della terra (Lc 24,46-49; Atti 1,8). E’ il medesimo sole, quello della creazione e quello della salvezza storica e non bisogna separare mai quel che Dio ha unito e che in lui è uno” (cf. Mt. 19,6; Mc. 10,9).

Il tema della luce pervade tutta la rivelazione biblica, per cui tutti i libri biblici ne sono intrisi.
“Cammineranno i popoli alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere” (Is. 60,3).
“Ma io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra” (Is. 49.6).

 Per questo motivo già la prima generazione cristiana ha acclamato Cristo “Sole che sorge dall’alto” e ha prefigurato la redenzione come vita nella luce.

“Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (I Gv. 1,5).

Gesù si è definito “luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv. 8, 12).
Da qui l’invito insistente di Paolo: “Comportatevi come figli della luce” (Ef. 5,8).

Il primo atto di Dio fu la separazione della luce dalle tenebre. “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte” Gen. 1, 4-5). Al termine della storia della salvezza, la nuova creazione avrà Dio stesso per luce (Apoc. 21,23). Dalla luce fisica che si avvicenda quaggiù con l’ombra della notte, si passerà cosi alla luce senza tramonto che è Dio stesso (I Gv. 1,5).
Tra i simboli biblici, uno dei più can è il candelabro a sette bracci, fatto per ordine di Dio secondo il modello che Mosè aveva visto sul monte Sinai.
“Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo.
Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato.
Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla e cosi anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Cosi sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: un bulbo sotto i due bracci che si dipartono da esso e un bulbo sotto gli altri due bracci e un bulbo sotto i due altri bracci che si dipartono da esso; cosi per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorato a mantello.
Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti a esso. I suoi smoccolatoi e i suoi portacenere saranno d’oro puro. Lo si farà con un talento di oro puro, esso e tutti i suoi accessori” (Es. 25, 3 1-39).
Lo studioso ebreo Alexandre Adler, in un articolo sul candelabro a sette bracci (in ebraico si chiama Menorah al singolare e Menoroth al plurale) si chiede perché è diventato un emblema. Egli dice che la risposta esatta scaturisce dal posto che la menorah occupava nel Tempio presso l’Arca, dunque presso la Torah. C’è un rapporto tra la Torah e il candelabro a sette bracci? Certo, poiché la menorah serve la Torah illuminandola. Essa è l’espressione dell’esistenza della Torah, la Legge che Dio ha dato al suo popolo. Infatti Dio ha ordinato che una lampada bruci presso il tabernacolo, sia per la Torah che per riflettere la sua luce verso Dio. La stessa Torah è la luce della umanità, come Dio è la luce dell’universo. La menorah stabilisce un flusso ininterrotto fra Dio e il popolo e con la sua presenza, la sua fiamma, il suo legame con Dio, è testimonianza della proclamazione di una legge divina.
Anche noi cattolici abbiamo una lampada sempre accesa davanti al tabernacolo in cui non c’è il rotolo della Torah (cioè i primi cinque libri della Bibbia), ma la Parola di Dio fatta carne, Gesù eucaristia.
Adler dice che il candelabro è una stilizzazione, un derivato dell’albero, ove le luci han preso il posto dei frutti. La forma dell’albero a sette rami risale a tempi antichissimi e si ritrova nelle religioni antiche di millenni, dal momento che, nei tempi più remoti, l’albero aveva un profondo significato religioso: esso incarnava la divinità. Arrivando nella Terra Promessa i patriarchi recarono con sé il mito dell’albero cosmico della vita. Albero imponente, i cui rami toccano il cielo e portano frutti che danno l’immortalità. Con l’andar del tempo l’albero pende la sua forma e il suo aspetto originale per diventare un ornamento: il candelabro a sette rami. Da qui viene il suo simbolismo. La menorah è dunque un’ emanazione dell’albero della vita, ma la sua forma, le sue funzioni, le sue fiamme, ne fanno l’albero della luce.
E’ un albero che conduce gli uomini verso la luce e la luce verso gli uomini. Per mezzo di questa luce, che scorre come un torrente verso il mondo, Dio è presente ovunque. La prima lampada della menorah è questa luce del Signore, la luce perpetua che doveva andare giorno e notte. La luce della menorah è un simbolo della presenza di Dio sulla terra, il che spiega il fatto che essa sia l’unico oggetto del Tempio che abbia trovato posto nella sinagoga, divenendo cosi un possente legame tra le due case di Dio.
Nelle sette lampade della menorah c’è il simbolo della creazione dell’universo in sette giorni. La luce centrale rappresenterebbe il sabato. I sette bracci sarebbero i sette cieli inondati dalla luce di Dio. La cifra sette ha un’importanza particolare, perché significa la perfezione. Sette sono anche gli occhi di Dio che scrutano il mondo (Zac. 4,10). Nell’Apocalisse, Giovanni vede l’Agnello come immolato, con sette coma e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra (Apoc. 5,6). Le sette coma sono simbolo della potenza e i sette occhi della conoscenza che il Cristo possiede con pienezza.
Anche nell’icona della Sapienza divina, l’Angelo — lo Spirito Santo — poggia con le ali su un trono con sette colonne.
La menorah è anche simbolo astrale. Da una parte essa è fatta di una sola materia puma, l’oro, al pan del cielo che è anch’esso costituito di una sola sostanza: l’etere, la quintessenza. D’altra parte essa simbolicamente rappresenta il sistema planetario: il cielo, con il sol al centro e pianeti da ambo le parti (Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere e la Luna). I pianeti, come le lampade del candelabro ricevono la luce del sole, la luce celeste, che è eterna e che anche quella del Tempio. Cosi la Legge nel Tempio è eterna ed esisterà tanto a lungo quanto il sole, i pianeti e l’universo. I pianeti sono considerati, nella credenza popolare, come espressione della potenza creatrice e della volontà del Signore: essi indicano il destino dell’umanità, che è eterna come eterna è la collocazione dei pianeti nel cosmo.
Fino alla distruzione del Tempio (nel 70 d. Cr.) La riproduzione della menorah era inesistente, dal momento che i rabbini vietavano ogni menorah che fosse la riproduzione di quella del Tempio. Ci sono alcune riproduzioni del candelabro, tra cui quella del bassorilievo sull’Arco di Tito a Roma e porta la data dell’80 d. Cr. cioè dieci anni dopo la distruzione del Tempio. Nel Museo d’lsraele a Gerusalemme c’è una bellissima menorah (del 20-15 av. Cr.) scoperta recentemente. E’ la più antica. La sua forma più arcaica è a bracci più allungati e dà un’idea precisa di come fosse il candelabro a sette bracci, perché l’ignoto scultore avrà certamente visto l’originale nel Tempio.
La menorah è anche il candelabro della salvezza, così come si vede scolpita sulle tombe, a partire dall’epoca in cui si è diffusa fuori del Tempio, cioè dopo il 70.    Sono state scoperte molte tombe dei primi secoli con questo simbolo di salvezza. Ne ho vista una a Gerusalemme con scolpite accanto alcune invocazioni del salmo 119:

“La tua Parola è lampada ai miei passi,
luce sul mio sentiero,
la tua Parola è mia per sempre,
è il grido di gioia del mio cuore”

Oggi è molto diffuso il candelabro a nove bracci (in ebraico si chiama Hannukáh). La sua storia è più recente della menorah. nel 164 av. Cr. Giuda Maccabeo, riconquistata Gerusalemme, purificò il Tempio che era stato profanato per tre anni da Antioco Epifane dei Seleucidi e ordinò di ripetere la festa della Dedicazione (in ebraico si chiama Hannukáh) ogni anno, per otto giorni, con gioia e letizia (I Mac. 4,5 9).

Coincide sempre con il nostro Avvento.
All’epoca di Gesù la festa aveva acquistato un carattere popolare, civile e patriottico e fu chiamata la “festa delle luci” (Giuseppe Flavio in “Antichità Giudaiche” XII, 325, la chiama con questo nome). Non si pensò più tanto alla dedicazione del Tempio, quanto piuttosto al “miracolo della lampada”. Questo miracolo sarebbe consistito nel fatto che, al momento della vittoria degli Asmonei, non fu trovata nel Tempio profanato che una piccola ampolla di oli, ancora con il sigillo del Sommo Sacerdote. Questa sarebbe dovuta bastare per illuminare la menorah per un giorno e invece bastò miracolosamente per tutti gli otto giorni della festa. Ancora una volta, come al tempo di Neemìa Dio faceva rivivere Israele spento dalle avversità dei suoi nemici (2 Mac. 1,18-6).
Il candelabro a nove bracci, ricorda gli otto giorni di festa, più la piccola ampolla (8 più 1 = 9). Quasi sempre il braccio che ricorda l’ampolla è diverso dagli altri otto. Incominciando dalla era della vigilia, si accende una lampada delle otto, più quella che ricorda l’ampolla. Ogni sera se ne accende una in più, fino all’ottavo giorno, in cui ardono tutte. Gli ebrei si salutano con l’augurio “Gioisci e brilla per la festa delle luci” Anche Gesù salutava cosi.
Oggi ancora in Israele questa festa si celebra fra canti e danze ed è rallegrata da luminarie per le case e le strade. “Ti esalterò Signore perché mi hai liberato”, è il canto di questa festa e dice tutta La gioia del popolo (Salmo 30).
La hannukáh viene messa dentro la casa, nella parte destra della porta. Il rabbino Sefat Emet spiega che “il lume messo vicino alla porta suggerisce, a chi entra ed esce, che i giorni di Hannukáh sono apertura e inizio per la Redenzione che avverrà presto ai nostri giorni”.
In ogni casa è sempre la mamma che accende i lumi della lampada, come ogni venerdì sera è ancora lei che accende la candela del sabato. Subito dopo la recita della preghiera della sera mentre accende le fiammelle, prega cosi: “Lode a te, o Eterno nostro Dio, re dell’universo, che ci santificasti con i tuoi comandamenti e ci hai imposto di accendere la lampada della Hannukáh. Lode a te, o  Eterno nostro Dio, re dell’universo, che ci hai protetti, serbati in vita fino a questo giorno”.
L’espressione ebraica per “accendere il lume di Hannukáh” ha numericamente il valore di “una nuova luce”. Il rabbino Bené Issachar dice che questo ci deve insegnare che la luce di Hannukáh è la “nuova luce” che il Signore farà risplendere su Gerusalemme, presto, ai nostri giorni. Manca però una “alef” (= a, in ebraico) per insegnare che ci manca ancora la luce fino a quando non si rivelerà su Gerusalemme.

Il rabbino Pinhàs di Konitz diceva:
“Sappiate qual’è il significato del miracolo della luce di Hannukáh. In essa si è manifestata allora la Luce nascosta dal tempo della creazione. Ogni anno, quando si accende la hannukáh, si manifesta di nuovo la luce nascosta. E questa luce è il Messia”. Al momento dell’accensione dei lumi, egli apriva le finestre, affinché le luci risplendessero verso la strada, per rendere pubblico questo miracolo.
Issachar Baer indicò qualcosa fuori della finestra al suo amico, il rabbino di Mogielnica. “Vedi, rav di Mogielnica?” gli chiese. Finita la festa il rabbino danzò cantando sottovoce: “Mi ha mostrato una grande luce… ma chissà quanti anni dovranno passare ancora, quanto tempo dovremo attendere ancora, prima che il Messia venga da noi!” Questa pagina riferita da Martin Buber mi richiama la poesia che è un canto e una preghiera di Edmond Fleg:

“Che tu venga per la tua prima venuta
o che tu ritorni per la tua seconda venuta,
pur che tu venga presto…”

Nell’inverno dell’anno 29-30 Gesù è a Gerusalemme.

“Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno. Gesù passeggiava nel Tempio, sotto il portico di Salomone” (Gv. 10, 22-23).
Poiché con la rinascita del Tempio, restaurato dai Maccabei, era rinato in un certo senso lo stesso Israele, portato a libertà politica e religiosa dai suoi nuovi capi, nelle sinagoghe si Leggevano anche in questa festa passi biblici riguardanti i “pastori” del popolo e il suo vero pastore, Dio. Testo ideale era il capitolo 34 di Ezechiele. Queste espressioni dovevano suscitare echi profondi in Gesù che si era già definito il “Buon Pastore” (Gv. 10,1-18).
Alla domanda diretta dei Giudei: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dilo a noi apertamente” (Gv. 10,24), Gesù rispose: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi dànno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io dò loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io è il Padre siamo una cosa sola” (Gv. 10, 25-30).
I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo (Gv. 10,31). Gesù continuò a dire: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (Gv. 10, 34-3 8).
I suoi nemici cercavano di prenderlo di nuovo, ma Gesù sfuggi dalle loro mani.
Il luogo di incontro non sarà più il Tempio riconsacrato a Dio, ma egli stesso, il Figlio “che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Cv. 10, 36).

Pia Compagnoni

NOTA:

Torah:  dalla radice jarah (“mostrare, insegnare”), significa letteralmente “dottrina, insegnamento”, benché siamo soliti tradurlo con “Legge”. La Torah si riferisce al complesso della rivelazione mosaica: sono Torah le dieci parole del Sinai come l’insieme della legislazione veterotestamentaria, che viene fatta risalire tutta quanta a Mosè. Di conseguenza, lo sono pure i primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco): La Torah si chiude solamente con la morte di Mosè, narrata nell’ultimo capitolo del Deuteronomio. Perciò non si tratta solamente di “legge” ma anche di “storia”: quella che va dalle origini fino all’ingresso nella Terra Promessa. Nella Torah è inclusa l’esperienza storica fondamentale di Israele. Al tempo stesso l’“insegnamento” della Torah continua lungo tutta la storia successiva: accanto alla Torah scritta cresce sempre più nel giudaismo rabbinico l’importanza della Torah orale (La Tradizione). Anche quest’ultima vien fatta risalire all’esperienza originaria di Mosè sul monte Sinai, attraverso la mediazione storica degli Anziani, dei Profeti e dei Sapienti.

Publié dans:STUDI RELIGIOSI |on 25 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

San Paolo – Chiesa parrocchiale Santi Pietro e Paolo -Borsano di Busto Arsizio (VA)

San Paolo - Chiesa parrocchiale Santi Pietro e Paolo -Borsano di Busto Arsizio (VA) dans immagini sacre mos_bors_paov

http://www.albertoceppi.com/mosaici.htm

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

IERI 23 OTTOBRE 2011 IL PAPA HA CANONIZZATO DON GUANELLA – SANTO

dal sito:

http://www.guanelliani.org/dettaglio.jsp?sezione=2163&idOggetto=7320&lingua=ITA

IERI 23 OTTOBRE 2011 IL PAPA HA CANONIZZATO DON GUANELLA – SANTO

Luigi Guanella nacque a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio) il 19 dicembre 1842. Morì a Como il 24 ottobre 1915.
La sua valle e il paese (m. 1350 sul mare) sono nelle Alpi Retiche. Fin dall’antichità vi si stabilirono delle comunità vissute, con fatica e stento, di agricoltura alpina e di allevamento e la cui storia, economia e struttura sociale fino al 1800 sono segnate dalla posizione geografica della valle chiusa sui due lati da due catene di monti altissimi, ma soggetta a invasioni di transito. La valle segna la via più breve di comunicazione tra il sud e il nord delle Alpi centrali, conferendo qualche vantaggio, soprattutto i privilegi di una certa libertà comunale concessa perché gli abitanti non ostacolassero le comunicazioni commerciali o militari. Fieri di questa libertà, fervidamente attaccati alla religione cattolica in contrasto col confinante canton Grigioni riformato, vivevano in povertà, dediti ai più duri lavori per garantirsi il minimo di sopravvivenza. Le qualità che ne riportò il G. furono l’abitudine al sacrificio e al lavoro, l’autonomia, la pazienza e la fermezza nelle decisioni, insieme a grande fede.
Queste qualità si rafforzarono nella famiglia: il padre Lorenzo, per 24 anni sindaco di Campodolcino sotto il governo austriaco e dopo l’unificazione (1859), severo e autoritario, la madre Maria Bianchi, dolce e paziente, e 13 figli quasi tutti arrivati all’età adulta.
A dodici anni ottenne un posto gratuito nel collegio Gallio di Como e proseguì poi gli studi nei seminari diocesani (1854-1866). La sua formazione culturale e spirituale è quella comune ai seminari nel LombardoVeneto, per lungo periodo sotto il controllo dei governanti austriaci; il corso teologico era povero di contenuto culturale, ma attento agli aspetti pastorali e pratici: teologia morale, riti, predicazione e, di più, alla formazione personale: pietà, santità, fedeltà. La vita cristiana e sacerdotale si alimentava alla devozione comune fra la popolazione cristiana. Questa impostazione concreta pose il giovane seminarista e sacerdote assai vicino al popolo e a contatto con la vita che esso conduceva. Quando tornava al paese per le vacanze autunnali si immergeva nella povertà delle valli alpine; si interessava dei bambini e degli anziani e ammalati del paese, passando i mesi nella cura di questi, e nei ritagli si appassionava alla questione sociale (Taparelli), raccoglieva e studiava erbe medicinali (Mattioli), si infervorava leggendo la storia della Chiesa (Rohrbacher).. In seminario teologico entrò in familiarità col vescovo di Foggia, Bernardino Frascolla, rinchiuso nel carcere di Como, poi a domicilio coatto in seminario (1864-66), e si rese conto della ostilità che dominava le relazioni dello stato unitario verso la Chiesa. Questo vescovo ordinò G. sacerdote il 26 maggio 1866.
Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna (Prosto, 1866 e Savogno, 1867-1875) e, dopo un triennio salesiano, fu di nuovo in parrocchia in Valtellina (Traona, 1878-1881), per pochi mesi a Olmo e infine a Pianello Lario (Como, 1881-1890).
 
Fin dagli inizi a Savogno rivelò i suoi interessi pastorali: l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, l’elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l’attenzione privilegiata ai più poveri. Non disdegnava interventi battaglieri, quando si vedeva ingiustamente frenato o contraddetto dalle autorità civili nel suo ministero, così che venne presto segnato fra i soggetti pericolosi (« legge dei sospetti »), specialmente dal momento che pubblicò un libretto polemico (Saggio di ammonimenti familiari per tutti, 1872). Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell’opera del Cottolengo; invitò don Bosco ad aprire un collegio in valle; ma, non potendo realizzare il progetto, il G. ottenne di andare per un certo periodo da don Bosco.
Richiamato in diocesi dal Vescovo, aprì in Traona un collegio di tipo salesiano; ma anche qui venne ostacolato; si andò a rimestare le controversie di Savogno e gli fu imposto di chiudere il collegio. Si mise a disposizione del vescovo con obbedienza eroica. Mandato a Pianello poté dedicarsi all’attività di assistenza ai poveri, rilevando l’Ospizio fondato dal predecessore don Carlo Coppini, con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella Beata Chiara. La Casa ebbe subito un rapido sviluppo, allargando l’assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. L’opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sotto la protezione e l’amicizia di S. Pio X. Nell’opera maschile ebbe come collaboratori esimi don Aurelio Bacciarini, poi vescovo di Lugano, e don Leonardo Mazzucchi.
 
Le opere e gli scopi che cadono sotto l’attenzione del Guanella (e gli impedirono di fermarsi con don Bosco) sono quelli tipici della sua terra di origine. Molti i bisognosi (G.Scelsi, Statistica generale della provincia di Sondrio, Milano 1866): bambini e giovani, anziani lasciati soli, emarginati, handicappati psichici (ma anche ciechi, sordomuti, storpi): tutta la fascia intermedia tra i giovani di don Bosco e gli inabili del Cottolengo, persone ancora capaci di una ripresa: terreno duro e arido come la sua terra natale, ma che, lavorato con amore (nelle scuole, laboratori, colonie agricole) può dare frutti insperati.

Publié dans:Santi - biografia |on 24 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

SCHEDA N. 6 : « PREGATE ININTERROTTAMENTE » (Azione Cattolica Viterbo)

dal sito:

http://www.azionecattolica.viterbo.it/pregate.html

SCHEDA N. 6 : « PREGATE ININTERROTTAMENTE »

1. La preghiera delle religioni abramitiche
Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II invitò ad Assisi i rappresentanti delle diverse Religioni, allo scopo di pregare insieme per la Pace. L’incontro si sarebbe ripetuto il 24 gennaio 2002.
Vengono qui riportati i testi della preghiera degli ebrei e dei mussulmani, coloro che condividono con noi la fede in un Unico Dio.

La preghiera degli ebrei
« Il nostro Dio che è nei cieli, il Signore della pace avrà compassione e misericordia di noi e di tutti i figli della terra, che implorano la sua misericordia, la sua pietà domandando la pace, perseguendo la pace. Il nostro Dio che è nel cielo, dia a noi la forza di agire, di operare e di vivere fino a che si manifesti su di noi lo spirito dall’alto; e il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva.
Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà la pace e frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri.
E così, o Signore nostro Dio e Dio dei nostri padri, porta a compimento per noi e per tutto il mondo la promessa che ci facesti attraverso il profeta Michea:
« Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli; verranno molte genti e diranno: « Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri » poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro tra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro spade forgeranno vomeri; dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione e non impareranno più l’arte della guerra. Ma sederanno ognuno tranquillo sotto la propria vite e sotto il proprio fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato ».
O Signore che sei nei cieli, dona pace alla terra, dona benessere al mondo, dona tranquillità nelle nostre case.
E diciamo Amen! ».

La preghiera dei mussulmani
« Nel nome di Dio. Clemente e misericordioso:
Lode sia a Dio, Signore dell’Universo, Clemente e misericordioso,
Padrone del Giorno della Ricompensa!
Te adoriamo ed a Te ci rivolgiamo chiedendoTi aiuto.
Guidaci sulla retta via la via
di coloro che Tu hai favorito,
con i quali non sei in collera,
che non sono perduti!
Dite: « Crediamo in Dio, ed alla rivelazione che è stata fatta a noi, ed a quella data a tutti i Profeti dal loro Signore: non abbiamo alcuna preferenza per l’uno o l’altro di loro: e ci inchiniamo dinanzi a Dio » (Sura Il, V. 136).
O uomini! abbiate timore del vostro Protettore e Signore, che vi ha creato da un’unica persona, e che ha creato secondo la stessa natura, la sua compagna, e da loro due (come semi) si sono diffusi innumerevoli uomini e donne. Abbiate timore di Dio, attraverso il quale voi richiedete i vostri diritti, e rispettate il ventre che vi ha partorito: perché Dio vi guarda sempre (Sura IV, v. 1).
O voi che credete! Quando percorrete le vie del mondo per testimoniare Dio, vigilate, e non dite ad alcuno che vi offra il suo saluto: « Tu non fai parte della schiera dei credenti! »; non agognate i beni caduchi di questa vita: solo presso Dio i profitti ed il bottino saranno abbondanti. Anche voi eravate così, fin quando Dio non vi ha accordato la sua grazia: perciò, siate vigili. Perché Dio vede tutto quello che voi fate (Sura IV, v. 94).
Ma se il nemico cerca la pace, fate altrettanto, ed abbiate fiducia in Dio: perché Lui è Colui che sente e vede (tutte le cose) (Sura VIII, v. 61).
Ed i servitori di Dio misericordioso sono coloro che camminano sulla terra in umiltà, e quando l’ignorante si rivolge a loro, essi dicono « Pace! » (Sura XXV, v. 63).
O uomini! Vi abbiamo creato da un’unica coppia di uomo e donna, e vi abbiamo fatto divenire nazioni e tribù, affinché vi conosciate e non vi disprezziate. In verità, maggiore onore avrà agli occhi di Dio colui di voi che è il più giusto. E Dio ha piena coscienza e sa tutto (di tutte le cose) (Sura XLlX, v. 13). »

2. La preghiera del cristiano secondo l’apostolo Paolo
Pregate ininterrottamente (1Ts 5,12-22)
[12]Vi preghiamo poi, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; [13]trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. [14]Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. [15]Badate che nessuno renda male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. [16]Siate sempre lieti, [17]pregate ininterrottamente, [18]in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. [19]Non spegnete lo Spirito, [20]non disprezzate le profezie. [21] Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. [22]Astenetevi da ogni specie di male. [23]Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. [24] Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo![25]Fratelli, pregate anche per noi.

Allo scopo di raggiungere una convivenza pacifica nella chiesa, Paolo esorta non solo le guide della comunità, ma tutti i fratelli (v. 12) a prendersi cura delle categorie di persone più deboli: chi è indisciplinato; chi è scoraggiato; chi è debole. La vita cristiana deve essere svolta all’insegna della carità cristiana: Paolo porta questo precetto al limite, raccomandando di non ricambiare il male ricevuto, di cercare anzi sempre il bene e di pregare senza sostae di rendere grazie a Dio per ogni cosa. A conclusione, Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a non spegnere lo Spirito Santo e a non disprezzare le profezie. Infine Paolo chiede ai suoi figli spirituali di pregare per lui e per i suoi collaboratori nel ministero apostolico.

La preghiera che grida « Abbà, Padre! » (Rom 8,14-16; 26-27)
[14]Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. [15]E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! ». [16]Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.
[26]Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; [27]e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

La presenza dello Spirito che guida la vita dei credenti, garantisce la loro dignità di figli di Dio. Nell’AT la figliolanza divina competeva a Israele che, in quanto popolo di Dio, aveva un rapporto privilegiato con Lui (cfr. Es 4,22; Dt 32,6; Is 63,16). Nella lettera ai Romani, Gesù è proclamato « Figlio di Dio » in modo unico e irripetibile (Rom 1,3-4). Ora mediante lo Spirito questa dignità è donata a coloro che credono in lui. Paolo approfondisce il tema della filiazione divina, facendo osservare ai suoi interlocutori che essi hanno ricevuto non uno spirito da schiavi, ma una Spirito da figli in forza del quale possiamo gridare: « Abbà, Padre! ». E’ questa la preghiera, quella intimità fatta di fiducia e di abbandono con la quale Gesù stesso si è rivolto a Dio, al padre: Abbà (Mc 14,36). Lo stesso Gesù ha dato ai suoi discepoli la prerogativa di rivolgersi a Dio con lo stesso appellativo (cfr. Lc 11,2; Mt 6,9).

Nella situazione di attesa nella speranza propria dei cristiani assume grande importanza la preghiera, ma proprio in questo si rivela tutta la debolezza dei credenti, i quali non sanno neppure cosa domandare (cfr. Lc 11,1). Lo Spirito interviene in loro aiuto sia a suggerire ai credenti ciò che devono chiedere a Dio, sia pregando lui stesso per loro e in loro .

3. Con Benedetto XVI meditiamo:
Non si può mai conoscere Cristo solo teoricamente. Con grande dottrina si può sapere tutto sulle Sacre Scritture, senza averLo incontrato mai. Fa parte integrante del conoscerLo il camminare insieme con Lui, l’entrare nei suoi sentimenti, come dice la Lettera ai Filippesi (2,5). Paolo descrive questi sentimenti brevemente così: avere lo stesso amore, formare insieme un’anima sola, andare d’accordo, non fare niente per rivalità e vanagloria, non mirando ciascuno ai propri interessi soltanto, ma anche a quelli degli altri (2,2-4). La catechesi non può mai essere solo un insegnamento intellettuale, deve sempre diventare anche un impratichirsi della comunione di vita con Cristo, un esercitarsi nell’umiltà, nella giustizia e nell’amore. Solo così camminiamo con gesùà Cristo sulla sua via, solo così si apre l’occhio del nostro cuore; solo così impariamo a comprendere la Scrittura ed incontriamo Lui. L’incontro con Gesù Cristo richiede l’ascolto, richiede la risposta nella preghiera e nel praticare ciò che Egli ci dice. Venendo a conoscere Cristo veniamo a conoscere Dio, e solo a partire da Dio comprendiamo l’uomo e il mondo, un mondo che altrimenti rimane una domanda senza senso.
. (Discorso, 21.12.07).

4. Scegliamo un impegno
Riflettiamo su quello che significa per noi « pregare ».. Cerchiamo di conoscere meglio la nostra realtà ecclesiale e il significato della nostra presenza nella chiesa locale. Proponiamoci di dedicare un tempo della giornata alla preghiera, perché il Signore ci aiuti e ci dia la forza di assomigliare sempre di più a LUI.

5. Preghiera conclusiva

Gesù, Figlio dell’eterno Padre,
che sei venuto ad amarci con cuore d’uomo
per insegnarci a vivere in comunione,
nella umiltà, nella stima e nella carità,
fa’ che mai disertiamo la tua scuola di vita.
Ascoltando la tua Parola
e pregando il Padre nel tuo Nome,.
potremo manifestare al mondo
la bellezza della tua Chiesa,
popolo santo animato dal tuo Spirito
e in cammino verso l’eterno Regno.
Amen.

Publié dans:LA PREGHIERA (SULLA) |on 24 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

il pensiero di Sant’Antonio Abate nella lettera va alle « parole » di Paolo

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/home/la-patristica/s.-antonio-abate-le-lettere/settima-lettera.html

SANT’ANTONIO ABATE : LE LETTERE – SETTIMA LETTERA

il pensiero di Sant’Antonio Abate nella lettera va alle parole di Paolo

Settima lettera
 
1. Antonio vi saluta nel Signore, cari fratelli. Gioite! Non mi stancherò di ricordarmi di voi, membri di questa chiesa cattolica. Voglio che sappiate che l’amore che nutro per voi non è car­nale, ma spirituale, opera di Dio. L’amore carna­le, infatti, è debole, instabile, sconvolto da venti estranei. Tutti quelli che temono Dio e osservano i suoi comandamenti, sono servi di Dio; non c’è ancora perfezione in questo servizio ma giustizia che conduce allo spirito di figli. Per questo anche i profeti, gli apostoli e tutta l’assemblea dei san­ti, quelli che sono stati eletti da Dio e ai quali è affidata la predicazione apostolica, furono inca­tenati da Gesù Cristo per la bontà del Padre. Di­ce infatti l’apostolo Paolo: «Io Paolo, il prigionie­ro di Cristo» (Ef 3,1).
La legge scritta vi sorregga in questo buon servizio fino a che siamo in grado di vincere tut­te le passioni del corpo e di raggiungere la perfe­zione nella virtù secondo l’insegnamento aposto­lico. A chi è vicino a ricevere la grazia Gesù dirà: «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
Quelli che si sono avvicinati alla grazia e sono stati istruiti dallo Spirito Santo, hanno conosciu­to la loro natura spirituale. Perciò Paolo dice lo­ro: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schia­vi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre”» (Rm 8,15). Così riconoscono il dono che hanno ricevuto da Dio. Noi infatti «sia­mo figli, eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17).
2. Fratelli cari, voi siete partecipi dell’eredità dei santi e tutte le virtù vi appartengono, sono vostre. Non vi lasciate contaminare dalla vita se­condo la carne, ma siate sempre presenti davanti a Dio: «La sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo spirito, che ammaestra, rifugge dalla finzione» (Sap 1,4 5). In verità, miei cari, scrivo a voi «come a persone intelligenti» (1Cor 10,15). Voi siete ca­paci di conoscere voi stessi e chi conosce se stes­so conosce Dio, e chi ha conosciuto Dio deve adorarlo in modo conveniente. Miei cari nel Si­gnore, conoscete voi stessi. Chi infatti ha cono­sciuto se stesso, conosce anche il tempo in cui vi­ve; e chi ha imparato a conoscere il tempo, resta ben saldo e non si lascia deviare da insegnamen­ti diversi.
Circa Ario che in Alessandria levò la sua voce per sostenere dottrine estranee all’Unigenito po­nendo un tempo a colui che è fuori del tempo e un limite, come a una creatura, a colui che non ha limiti e un movimento a chi è fuori del movi­mento, io dico queste parole: «Se un uomo pecca contro un altro uomo, Dio potrà intervenire in suo favore, ma se l’uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?» (1Sam 2,25). Quest’uomo si è accinto ad una grande impresa, ma la sua feri­ta è incurabile. Se costui avesse conosciuto se stesso, la sua lingua non avrebbe detto cose che ignorava. Ma per quel che è accaduto, è evidente che egli non ha conosciuto se stesso.

San Matteo Evangelista

San Matteo Evangelista dans immagini sacre I08PC12
http://www.monaci-benedettini-seregno.com/mostre/icone/PAGC12.htm

Publié dans:immagini sacre |on 22 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Commento su Esodo 22,20-26, Salmo 17, Prima ai Tessalonicési 1,5-10, Matteo 22,34-40

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/23587.html

Omelia (23-10-2011)

CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie – famiglie)

Commento su Esodo 22,20-26, Salmo 17, Prima ai Tessalonicési 1,5-10, Matteo 22,34-40

Le tre letture di questa domenica sono legate dal tema dell’amore che ci viene presentato nella prima lettura attraverso a dei divieti, che prescrivono di non fare del male all’altro, proclamato, nel Vangelo, come il comandamento più grande e presentato come riassunto del rapporto con Dio e con i fratelli.
Nella prima lettura evidenziato come concretizzare l’amore verso il prossimo: chi ama ha attenzione verso lo straniero, l’orfano, la vedova, il forestiero, cioè le categorie di persone che, nell’Antico Testamento, rappresentano coloro che non hanno alcuna protezione. Ma non solo, analoga attenzione deve essere anche rivolta a chi è in difficoltà, soprattutto economiche. Infatti viene bandita l’usura e il pizzo e sottolineato il rispetto per chi lascia in pegno il proprio mantello (sinonimo della vita nella tradizione ebraica). Tutte queste sono le situazioni di debolezza che possono indurre la tentazione, in chi vive nelle condizioni di « sicurezza », di approfittarne per opprimere, sfruttare e maltrattare. Nessuno che si trovi nel bisogno o nella normale condizione esistenziale deve essere escluso dall’amore vero, anche perché Dio stesso si è messo dalla loro parte. Egli ascolta il loro grido e farà giustizia, infatti anche Israele era oppresso in Egitto e Dio ha ascoltato la sue preghiera ed è intervenuto a liberarlo. L’amore quindi si trasforma in accoglienza, solidarietà e giustizia. Amare significa anche porre un limite ad atteggiamenti e comportamenti sbagliati: « non maltratterai… ». Questi precetti sono quanto mai importanti nelle relazioni di famiglia e la loro inosservanza sono, ancora oggi, alla base di molti problemi nella coppia.
San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che questo amore deve essere reso visibile attraverso la testimonianza della nostra vita, perché solo chi pone Dio al centro della sua vita può abbandonare la via del male e dell’idolatria. Paolo elogia la comunità di Salonicco, perché il loro esempio costituisce un formidabile veicolo alla diffusione della fede in Gesù. L’esempio vivo di una comunità credente vale più di molte parole. San Paolo ci invita non solo ad amare, ma ad essere anche esempi concreti negli ambienti in cui viviamo questo Amore.
Nel Vangelo di Matteo ritroviamo ancora Gesù alle prese con i farisei, che vivevano nella tentazione di ridurre la morale a una serie di norme esteriori preoccupandosi solo dell’apparenza.
La risposta di Gesù è semplice ed efficace e cita due versetti della Torah che racchiudono l’esperienza di Israele, ricordandoci che solo amando Dio con tutto noi stessi saremo in grado d’amare veramente il prossimo, perché lo ameremo con lo stesso amore di Dio. Tutto il cuore, l’anima, la mente sono attratti dall’amore eterno di Dio, e ci dice anche che dei due comandi, antichi e noti, il secondo è simile al primo. Il prossimo allora diventa simile a Dio, e ha corpo, voce, cuore «simili» a Dio. Dio non ruba tutto lo spazio del nostro cuore per Lui, ma lo amplifica e ci rende capaci di amare il marito, la moglie, i figli, gli amici, il prossimo… di un amore pieno.
Nel Vangelo di oggi troviamo tre direzioni fondamentali: amare se stessi, amare gli altri e amare Dio. Amare se stessi non è facile, volersi bene non è facile, accettarsi non è facile, eppure questo è il primo passo necessario ed è un passo che riusciremo a fare solo se ci sentiamo amati da Dio. Occorre amare sé è riconoscere il dono, la preziosità, il valore che Dio ha posto in noi con il suo amore.
Con questi comandamenti Gesù ci dice anche che la fede non è fondata su una serie di regole da osservare, ma vivere secondo la fede cristiana significa piuttosto adottare un atteggiamento che permea l’intera esistenza, ogni istante, ogni pensiero, ogni gesto: vivere il comandamento dell’amore come ci ha insegnato Lui stesso.
La stessa dinamica la possiamo vivere all’interno della nostra coppia e della nostra famiglia: l’amore per Dio rafforza l’amore all’interno della realtà famigliare. Solo così saremo veramente capaci di testimoniare l’amore verso chi ci è vicino e chi troviamo e frequentiamo negli ambienti in cui viviamo.
Per concludere possiamo richiamare il versetto del Salmo 27 che dice « Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza ». E’ fondando la nostra vita in Dio che noi possiamo viverla con quella serenità interiore, con quella fedeltà alla sua parola ed ai suoi insegnamenti che ci danno la vera gioia del cuore e ci indicano la strada più giusta per incontrare Lui ed in Lui i nostri fratelli nell’amore più vero ed autentico.

Per la riflessione di coppia e di famiglia:
- Cosa conta nella nostra vita: il rispetto delle regole esteriori o la testimonianza dell’amore e con amore?
- Qual è lo stile di vita che caratterizza la nostra vita di coppia e di famiglia?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 octobre, 2011 |Pas de commentaires »
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