Archive pour octobre, 2011

IL TEOLOGO BIFFI: SULL’ASSUNZIONE IN CIELO DI MARIA (molti riferimenti a Paolo )

dal sito:

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IL TEOLOGO BIFFI: SULL’ASSUNZIONE IN CIELO DI MARIA

(molti riferimenti a Paolo )

IN OCCASIONE DELLA FESTIVITA’ DELL’ASSUNTA …

in cui si compie l’umana attesa della resurrezione della carne – pubblichiamo questo interessante commento (tratto da « L’Osservatore Romano », l’organo ufficiale della Santa Sede, di oggi 14 agosto 2011) a firma di don Inos Biffi, teologo di chiara fama che ha fondato e dirige la Facoltà teologica di Lugano.
di DON INOS BIFFI – 14/08/2011

La splendida eccezione

di INOS BIFFI

Con la risurrezione di Cristo appare l’inizio dell’umanità perfettamente corrispondente all’eterno disegno divino: l’umanità, che sulla croce ha vinto definitivamente la morte, entrata nel mondo a motivo del peccato e come impronta del peccato, e ha raggiunto la pienezza della gloria.Si manifesta così nel Crocifisso risuscitato, beato nell’anima e trasfigurato nel corpo, il modello e la riuscita di tutti gli uomini chiamati a comparire sulla terra, la primizia – com’è detta da Paolo (1 Corinzi, 15, 20) – del destino a loro divinamente assegnato fin dall’eternità.
Il terzo giorno, quando Gesù si risvegliò dal sepolcro, fu il giorno della creazione del vero Adamo, l’uomo « celeste » (cfr. 1 Corinzi, 15, 47): Cristo è il Testamento Nuovo, nel quale gli eventi dell’Antico si rinnovano e trovano compimento.
Alla domanda: « Perché Dio crea gli uomini? », c’è una sola risposta: « Perché, commorendo con Cristo, con lui risorgano, con lui siano glorificati e collocati alla destra del Padre », qualunque siano il tempo in cui nascono, la cultura che si ritrovano, le peripezie e quelle che giudichiamo insensatezze e assurde tragedie e irrazionalità che incontrano.
Nessuno è pensato per un destino che sia diverso da quello di Gesù, cioè un destino di gloria, partecipato non solo dall’anima, ma anche dal corpo dell’uomo.
Fin che questo non sia raggiunto, l’uomo è incompiutamente e imperfettamente beato. Ecco perché, in questo stato ancora da ultimare, dimorano gli stessi santi, che pure fruiscono del bene essenziale, che è la visione di Dio. Mancanti della corporeità, essi sono anime, ma non ancora « persone umane » beate.
Questo avverrà, con la risurrezione della carne, quando la gloria rifluirà anche nel loro corpo. Secondo la dottrina di Tommaso d’Aquino, all’anima che possiede per natura la prerogativa della « unibilità » a un corpo, ma di fatto ne sia priva, « non compete né il nome né la definizione di persona » (Summa Theologiae, I, 29, 1, 5m).
Ecco perché, prima della risurrezione dei morti, l’anima beata « è attraversata dal desiderio che la sua stessa fruizione di Dio si riversi e ridondi anche sul corpo » (Summa Theologiae, I-II, 4, 5, 4m).
Vi è però un’eccezione e riguarda la Vergine Maria. La fede della Chiesa, solennemente definita da Pio XII, professa che « l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo »: in Maria, con la glorificazione del suo corpo, già ora la redenzione è perfetta, ed è compiuta la sua conformità con Cristo risorto.
E non fa meraviglia. La grazia della croce aveva attratto e pervaso Maria, prima ancora che il Figlio vi salisse, quando fu concepita immune dalla colpa originale e collocata « più su del perdono ».
Destinata, quale favorita di Dio (« Hai trovato grazia presso Dio » Luca, 1, 30), a essere la madre del Signore, Maria – « la madre del mio Signore », la saluta Elisabetta, prevenendo il concilio efesino (Luca, 1, 43) – appare da subito segnata dall’impronta della santità di Cristo e a lui intimamente congiunta.
L’esistenza della Madonna si svolgerà tutta dentro il mistero del Figlio di Dio, che si è fatto carne in lei. Dichiarandosi « serva del Signore », essa accoglie in totale adesione di fede la maternità verginale, opera dello Spirito Santo che scende su di lei – com’è detto nell’annunciazione – e miracolo dell’onnipotenza dell’Altissimo che la copre della sua ombra, come l’antica nube luminosa, a indicare la presenza di Dio (cfr. Luca, 1, 30-38).
I misteri di Gesù si rifletteranno in Maria, tutta volta a meditarne, nello stupore e nel silenzio, il senso profondo. Non ci sono noti i particolari di questa presenza di Maria accanto al Figlio di Dio, venuto alla luce come uomo dal suo grembo e da lei educato e fatto crescere con sapienza materna.
Certamente la guidava una fede docile, salda e perseverante, fondata sulla divina Parola: ma quella fede neppure per lei equivaleva alla visione, bensì, crederemmo, a un insieme di chiarore e di oscurità. Del resto, più uno è prossimo a Dio, più ne sperimenta la vicinanza e ne patisce le tenebre; ora, nessuno più di Maria ha sperimentato e vissuto la comunione e la convivenza con Dio.
Gesù è nato da poco, ed ecco già Simeone, sollevando profeticamente il velo del futuro, le fa lampeggiare, come in uno squarcio, il destino di passione che le sarà riservato: « Anche a te una spada trafiggerà l’anima » (Luca, 2, 35).
Maria seguirà da vicino le vicissitudini di Gesù.
Sale con lui dodicenne per la festa di Pasqua al tempio di Gerusalemme, dove conosce l’angoscia per la sua scomparsa e le restano avvolte di enigma le parole sul suo doversi « occupare delle cose del Padre ». Anche questi eventi, come le parole dei pastori a Betlemme (Luca, 2, 18-19), la Vergine depone e custodisce, in meditazione, nel cuore (Luca, 2, 51).
La incontriamo a Cana, premurosa fino ad accelerare, con libertà e confidenza materna, l’avvento dell’Ora di Gesù, al quale orienta tutta l’attenzione dei discepoli. L’ »inizio dei suoi segni », l’esordio della fede in lui e la prima manifestazione della sua gloria portano così l’impronta dell’iniziativa di Maria (cfr. Giovanni, 2, 1-11).
La troviamo alla fine, « presso la croce di Gesù » (Giovanni, 19, 25), « Compagna del suo gemito ». Manzoni lo dice della Chiesa, ma vale prim’ancora per Maria.
Dall’alto del legno, con la solennità di un testamento, il Crocifisso affida alla Madre, come suo nuovo figlio, il discepolo che egli amava; e al medesimo discepolo consegna, come nuova Madre, Maria (Giovanni, 19, 25-27). Viene, allora, avverata la figura di Eva. Questa fu « madre di tutti i viventi » (Genesi, 3, 20); Maria sul Calvario è fatta madre di tutti i credenti: Gesù estende, così, a tutta la Chiesa il dono di essere stato figlio di Maria.
Potremmo dire che è Cristo stesso l’autore e l’iniziatore della mariologia e che Paolo VI fu ben più illuminato dei suoi critici, che non mancarono di mugugnare, quando attribuì a Maria il titolo di Madre della Chiesa.
Fedele al mandato di Gesù « da quell’ora il discepolo l’accolse con sé » (Giovanni, 19, 27), così prefigurando l’accoglienza che, proclamandola beata, le avrebbero riservato « tutte le generazioni » (Luca, 1, 48). A partire dalla prima generazione cristiana: ecco, infatti, unita agli apostoli, « perseveranti e concordi nella preghiera », « Maria, la madre di Gesù » (Atti, 1, 14), che rappresenta ai loro occhi l’immagine più connessa e più somigliante al loro Maestro e Signore, la memoria più intensa, o la sua icona vivente.
Considerando la pienezza di grazia, di cui fu arricchita Maria, e il singolare legame che la congiunse col Figlio di Dio, non sorprende che questi l’abbia sottratta a qualsiasi segno o strascico di peccato e subito, al termine dei suoi giorni, l’abbia resa partecipe della sua stessa gloria di Signore risorto, asceso alla destra del Padre.
Per questo, a venerare Maria, non dobbiamo recarci a un sepolcro in cui si siano corrotte le sue spoglie, e attendere anche per lei la redenzione del corpo.
L’istinto spirituale della Chiesa non tardò a intuirlo: il dogma – lo dichiara il Papa che l’ha definito – non ha fatto che coronare « il concorde insegnamento del magistero ordinario della Chiesa e la fede concorde del popolo cristiano ».
Lo stesso popolo che, proprio grazie all’assunzione della Vergine al cielo, ne può sentire l’amore materno più immediatamente vicino. Dal momento che – lo insegna ancora Tommaso d’Aquino – non è il tempo a includere la gloria, ma è la gloria a contenere il tempo.

BENEDETTO XVI: LA RELIGIONE È UNA FORZA DI PACE

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28476?l=italian

BENEDETTO XVI: LA RELIGIONE È UNA FORZA DI PACE

La violenza la travisa e contribuisce alla sua distruzione

ASSISI, giovedì, 27 ottobre 2011 (ZENIT.org).- La religione è una forza di pace, e la violenza spesso compiuta in nome delle convinzioni religiose in realtà le travisa e ne provoca la distruzione.
Papa Benedetto XVI lo ha sottolineato questo giovedì nel discorso che ha pronunciato nella Basilica di S. Maria degli Angeli ad Assisi aprendo la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”.
“A che punto è oggi la causa della pace?”, si è chiesto ricordando che 25 anni fa il beato Papa Giovanni Paolo II invitò per la prima volta i rappresentanti delle religioni del mondo ad Assisi per pregare a questo scopo.
“Allora la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro”, ha indicato. Simbolo di ciò era il muro di Berlino, che cadde tre anni dopo, nel 1989, senza spargimento di sangue.
“La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale”, ha osservato il Papa, indicando che si trattò di una “vittoria della libertà”, “una vittoria della pace”.
Da allora, ha tuttavia riconosciuto, “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.
Nuove forme di violenza
Secondo Benedetto XVI, si possono individuare due nuove forme di violenza, “diametralmente opposte nella loro motivazione”.
In primo luogo c’è il terrorismo, “nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite”.
“Spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”.
“Questa non è la vera natura della religione”, ha dichiarato il Pontefice. “È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione”.
“Nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”.
“È compito di tutti coloro che portano una qualche responsabilità per la fede cristiana purificare continuamente la religione dei cristiani a partire dal suo centro interiore, affinché – nonostante la debolezza dell’uomo – sia veramente strumento della pace di Dio nel mondo”.
“La Chiesa cattolica – ha aggiunto – non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo”.
Un secondo tipo di violenza, ha proseguito il Papa, “è la conseguenza dell’assenza di Dio, della sua negazione e della perdita di umanità che va di pari passo con ciò”.
I nemici della religione “pretendono” la sua scomparsa, “ma il ‘no’ a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso”.
“L’assenza di Dio”, ha avvertito, “porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo”.
Cercare la verità
“Accanto alle due realtà di religione e anti-religione”, Benedetto XVI ha segnalato anche “un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”.
Queste persone non affermano semplicemente “Non esiste alcun Dio”, ma “soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui”, essendo “pellegrini della verità”..
Con il loro atteggiamento, “tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista”, ma “chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”.
“Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio”, ha avvertito.
La loro lotta interiore e il loro interrogarsi sono dunque “anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”.
“Per questo ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi”, ha confessato Benedetto XVI.
Si tratta, ha concluso, “del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”.

Publié dans:Papa Benedetto XVI - viaggi |on 27 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Mosaico, Chiesa Russa di Bari

Mosaico, Chiesa Russa di Bari dans immagini sacre 800px-Mosaico_chiesa_russa_di_Bari

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Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

MONS. GIUSSANI, SULLE ORME DI SAN PAOLO

dal sito:

http://cristianesimocattolico.splinder.com/post/20365832/mons-giussani-sulle-orme-di-san-paolo

MONS. GIUSSANI, SULLE ORME DI SAN PAOLO

Don Luigi Giussani nella parole di Massimo Camisasca

Riportiamo di seguito l’intervista a don Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, pubblicata sul decimo numero della rivista Paulus (aprile 2009), dedicato al tema “Paolo educatore alla libertà”.

di Paolo Pegoraro,
da Zenit (20/04/09)

«L’educazione è l’introduzione alla realtà totale». Basterebbe questa sola citazione di don Luigi Giussani per intuire che il suo nome dovrà figurare tra i grandi della pedagogia. Anche se il termine “pedagogo” appare molto riduttivo: Benedetto XVI ha definito l’educatore come «testimone della verità e del bene» (Lettera sul compito urgente dell’educazione). Una distinzione, questa, molto cara anche a san Paolo. Abbiamo chiesto a don Massimo Camisasca – amico di don Giussani, autore di una sua importante biografia e della trilogia dedicata alla storia di Comunione e Liberazione – di raccontarci il rapporto tra l’Apostolo e l’educatore.
«Comunione» e «libertà» sono due termini chiave nell’epistolario paolino. San Paolo occupa un posto particolare nella riflessione e nell’esperienza di don Giussani?
Penso che, assieme a san Giovanni, san Paolo sia l’autore di tutto il Nuovo Testamento più citato da don Giussani. Non è un caso. Da San Giovanni, Giussani traeva la penetrazione del mistero dell’incarnazione; da san Paolo l’identità del cristiano come persona resa nuova dall’immersione nell’evento di grazia della morte e resurrezione di Gesù. Quando si avranno a disposizione le ricorrenze bibliche dell’intera opera di Giussani certamente un posto particolare occuperà la Lettera ai Galati: “Tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28)… “Ciò che conta è l’essere nuova creatura” (Gal 6, 15)… “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2, 20). Giussani ha commentato tutto san Paolo, ma questi temi che ho citato sono stati quelli centrali della sua predicazione, soprattutto durante gli anni ’70 e ’80, quando l’ontologia cristiana sembrava dissolversi in un’azione per gli altri che aveva perso le proprie radici. Per questo, giustamente, il nome che il movimento prenderà, dal 1969 in poi, è un’endiadi di due parole paoline. La comunione, affermata come la vera strada per la salvezza dell’uomo, dono di Dio agli uomini, è proprio quell’essere uno in Gesù Cristo di cui parla Paolo. E la liberazione, termine nuovo con cui esprimere la parola salvezza, rivela l’attualità dell’umanesimo cristiano. Come ai tempi di Paolo, anche oggi la libertà è l’esperienza più attesa e interessante per l’uomo.
San Paolo dimostra la ragionevolezza della fede e la necessità di aprirsi all’Altro. Nei tre volumi del PerCorso trovo citati per ben 3 volte questi testi paolini: il discorso all’Areopago e Romani 7, 24 («Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»).
L’insegnamento e l’opera educativa di Giussani sono tesi a mostrare che la fede è il vertice della conoscenza. Certo, un vertice che è dono di Dio all’uomo, ma che non smentisce in nulla le esigenze della ragione. Le compie soltanto. Anzi, la fede è un rapporto fiduciale con un testimone che mi comunica qualcosa o qualcuno che conosco attraverso di lui. Un testimone a cui debbo fiducia, perché so che non sbaglia e non vuole mentirmi. è l’itinerario della nostra stessa vita quotidiana a essere permeato da questa dinamica. Ecco il cuore dell’insegnamento di Giussani sul senso religioso, sulla moralità nei rapporti umani, sull’educazione che Dio ha operato nel suo popolo d’Israele, e infine su quella che Gesù ha vissuto presso gli apostoli e i discepoli, e più in generale verso coloro che incontrava. È ancora oggi l’educazione di cui la Chiesa si sente responsabile verso gli uomini del nostro tempo. Ripercorrendo e commentando l’episodio del discorso di Paolo all’Areopago, Giussani aveva modo, già durante le lezioni ai liceali del Berchet che ho potuto ascoltare nella mia giovinezza, di mostrare in Paolo i fili di questa pedagogia: “Ciò che voi attendete, anche senza saperlo, io l’ho visto, l’ho incontrato. E voglio testimoniarlo”.
Paolo aggiunge che la ragione – senza la fede – può smarrire se stessa. Ne Il senso religioso, Giussani riprende Rm 1,22-31 dove si afferma che la ragione o giunge naturalmente alla conoscenza di Dio, o si chiude nei «vani ragionamenti» delle idolatrie… ovvero delle ideologie.
Nel primo capitolo della Lettera ai Romani san Paolo denuncia il pervertimento della ragione andando ben al di là di un’accusa al mondo pagano di allora. Non è un caso che Giussani si appoggiasse proprio a quel testo per mostrare i possibili rischi della ragione che perde il senso del proprio limite e così anche della propria grandezza. La ragione che vaneggia nei suoi ragionamenti, che rifiuta di riconoscere Dio, che non sa più stupirsi di fronte alle sue perfezioni, di fronte alla perfezione delle opere da lui compiute. È ciò di cui parla san Paolo ai cristiani di allora, ma è anche la lettura che Giussani fa della crisi della ragione nell’epoca moderna. C’è una straordinaria continuità tra il discorso giussaniano sulla ragione e quello condotto da Benedetto XVI in questi primi anni del suo pontificato.
San Paolo, uomo sempre aperto al Mistero di una realtà inesauribile, ci sorprende con un’affermazione attualissima: «Se qualcuno crede di conoscere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere» (1Cor 8, 2).
Ciò che Paolo vuole colpire è la superbia degli intellettuali. Di coloro cioè che ritengono la conoscenza superiore a ogni carità. Mentre, all’opposto, è soltanto l’amore che conosce. C’è un filone molto importante, anzi decisivo, per comprendere l’animo e il pensiero di don Giussani. Ed è quello della conoscenza affettiva. Per lui veramente solo l’amore conosce. Da ragazzi ci ricordava questa espressione di sant’Agostino: nemo cognoscitur nisi per amicitiam, nessuno è conosciuto se non attraverso l’amicizia. È l’ipotesi positiva con cui guardare alla vita che abbiamo visto in lui, con cui guardare agli uomini, soprattutto a quelli nuovi, sconosciuti, attraverso cui la novità entra nella nostra esistenza, quel nuovo orizzonte che sa parlarci di Dio. Non dobbiamo dimenticare la definizione di cultura che ha dato don Giussani, tratta proprio da san Paolo: “Vagliate ogni cosa, trattenete il valore” (cfr. 1Ts 5, 21)… così lui amava tradurre.
In Filippesi 4, 8 Paolo invita a considerare ciò che è «vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato…». Qual è stata la novità pedagogica di don Giussani nel parlare all’uomo contemporaneo?
L’atmosfera giussaniana è molto vicina a questo versetto della Lettera ai Filippesi, come anche di quelli che lo precedono. Si parla di “gioia nel Signore”, determinata dalla certezza della sua presenza. E non è un caso che Giussani abbia commentato più volte questi testi, proprio nell’imminenza del Natale. In particolare il versetto 8 indica l’apertura dell’animo di Paolo, dell’animo cristiano. Il cristianesimo non è una rinuncia, è un’affermazione. San Paolo – che pure dirà “considero tutto spazzatura di fronte a Cristo” – sa benissimo che quella frase è l’espressione di una positività di tutto, e non di un’esclusione. Proprio perché in Cristo c’è tutto e tutto trova il suo valore, si può rinunciare a ciò che non c’entra con lui. Giussani ha saputo parlare all’uomo contemporaneo innanzitutto perché gli ha mostrato che seguire Cristo è un atto vitale, in cui tutto ciò che è interessante per l’uomo trova la sua pienezza e la sua fioritura. La letteratura – soprattutto la poesia, la pittura, la musica, il cinema, il teatro… tutto l’umano insomma – era oggetto dell’attenzione e dell’interesse di don Giussani. Nulla sentiva estraneo al dialogo fra l’uomo e Cristo.  E tutto era espressione dell’uomo che cerca o dell’uomo che infine ha trovato.
Proprio come Paolo, Giussani non è stato solo un “pedagogo” eccezionale, ma un vero “padre in Cristo”. Può darci una sua testimonianza personale?
L’insegnamento e l’opera educativa sono stati inscindibilmente l’anima di tutta la vita di don Giussani. La sua scuola di religione, come amava dire, prima al Berchet e poi all’Università Cattolica, è stata certamente il fuoco di tutta la sua vita, il luogo da cui tutto è partito. Ma quel fuoco, quelle parole, dovevano poi scendere nell’animo e nella mente dei ragazzi, dovevano diventare giudizio, passione, costruzione. Da qui la sua tensione di educatore, che si sviluppava sia nel dialogo personale, sia – e soprattutto – nella creazione di luoghi umani in cui le persone potessero trovare quella compagnia quotidiana che fa sperimentare le parole nell’impatto con la vita di tutti i giorni. È nella comunità, infatti, che lo Spirito plasma la nostra persona, soprattutto attraverso la docilità a Dio, cioè la preghiera, attraverso la grazia dei sacramenti, attraverso la carità dei fratelli, attraverso la testimonianza di Cristo negli ambienti della vita dell’uomo. Sono rimasto talmente affascinato dall’opera di don Giussani come insegnante ed educatore che ho cercato di mettermi sulle sue tracce. Con lui ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Filosofia, dopo la terza liceo. Volevo allora diventare domenicano. Poi ho incominciato a insegnare nei licei e all’università. L’insegnamento nelle scuole è stata una delle passioni della mia vita, purtroppo vissuta solo in modo frammentario. Altre occupazioni, infatti, mi hanno allontanato dalla scuola. Ma, per fortuna, sono sempre state occupazioni legate all’educazione dei ragazzi. Così, anche quando non insegnavo a scuola, ero pur sempre un insegnante per coloro che sceglievano di partecipare alla mia stessa vita. In un libro recentemente pubblicato su don Giussani [Don Giussani. La sua esperienza dell’uomo e di Dio, San Paolo 2009], che è una prima sintesi di tutto il suo pensiero, mi sono permesso di scrivere che l’educazione è la cifra riassuntiva dell’intera esistenza del sacerdote di Desio. E ho invitato a rileggere Il rischio educativo, un libro nato addirittura nel 1960, ma sempre attuale».
E proprio nell’omonima conferenza del 1985, Giussani affermava che – per lui – la più bella frase della Bibbia è il motto paolino “In spe contra spem”, riferito alla sempre incerta risposta alla proposta educativa.
Non è un caso che Giussani abbia intitolato quella raccolta di suoi scritti sull’educazione con un’espressione che coinvolge la parola “rischio”. L’animo battagliero di Giussani si è riconosciuto bene in questa frase di san Paolo: sperare contro ogni speranza, sperare cioè oltre l’apparente fallimento di ogni speranza umana. I francesi hanno due belle parole: espoir e esperance. Noi, in italiano, non abbiamo questa sfumatura. Don Giussani sapeva che il cammino dell’uomo è pieno di cadute, di ribellioni, di drammi, di rivolte, di sangue. Ma sapeva anche molto bene che Dio non viene meno nelle sue promesse. Per questo, allontanato dal suo movimento nel 1965, ha atteso pazientemente il momento e la possibilità di ritornarvi. Criticato da molti, ha visto infine l’abbraccio della Chiesa nel riconoscimento pontificio del 1982. Nel maggio 1998, ormai quasi impossibilitato a muoversi, in Piazza San Pietro a Roma si è inginocchiato davanti al Papa, nel momento conclusivo della sua vita pubblica, quando veniva riconosciuto non soltanto attraverso un decreto della Santa Sede, come 16 anni prima, ma sotto gli occhi di tutto il mondo. Don Giussani ha visto la crisi del proprio movimento, nel 1965-68, ma non ha dubitato che potesse continuare. “La nostra comunione – disse allora – inizia con un inizio che rimane per l’eternità. Dio, infatti, non fa le cose per togliere. L’unico vero delitto, dal punto di vista del comportamento storico, può essere l’impazienza”.
La Fraternità missionaria San Carlo da lei fondata a partire dal carisma di CL è oggi presente in 20 Paesi di quattro continenti. Si parla del problema delle vocazioni… ma lei, quando guarda negli occhi un giovane che dice il suo “Sì!”, cosa vede? cosa fa lasciare tutto per andare in capo al mondo?
Il problema delle vocazioni è per me unicamente un problema dei responsabili delle comunità. Dio, infatti, chiama ed attrae sempre. Ma chiama attraverso gli uomini e quando gli uomini non sono più credibili il suo richiamo, la sua voce, giunge stentorea, e non affascinante. Per questo, di fronte al bene delle nostre comunità, siamo in campo soprattutto noi, i responsabili, la nostra fede e la nostra carità. Quando arriva un nuovo seminarista nel mio seminario, quando uno di loro conclude il suo itinerario e viene ordinato, quando mi dice “Sì” rispetto a una nuova destinazione missionaria, ciò che vedo è esattamente il mondo nel giorno della Creazione. Ogni sì è il primo sì, quando dal nulla assoluto tutto è uscito, quando nel dialogo misteriosissimo fra il Padre e il Figlio a un certo punto è scaturito l’universo, e in esso l’uomo, la natura, le cose. Penso poi al sì di Maria, che è lo spazio eterno e temporale di ogni sì. Ogni vocazione scaturisce e viene accompagnata permanentemente da quella obbedienza. Anch’io mi chiedo ogni volta, e mi sono chiesto soprattutto quando ho visto partire i primi missionari per la Siberia, e poi quelli per Taiwan: “Che cosa può permettere a un ragazzo di andare così lontano, e per sempre?”. Soltanto la scoperta che egli, in realtà, ha ottenuto una tale pienezza di vita e di doni da non perdere nulla. Da questo punto di vista la vita comune è un grande dono. Nella carità affettiva di una comunità come la nostra non sono eliminate le differenze, né le difficoltà, le tensioni o le liti, ma è assicurato un luogo in cui il cuore può trovare la propria pace. Chi va lontano scopre che questa è la modalità per essere vicino, perché ogni vicinanza è assicurata nel tempo soltanto dal sacrificio.

Publié dans:Mons. Giussani |on 26 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

San Paolo, il cristianesimo e l’Europa moderna : L’insospettabile vantaggio di essere in pochi

 dal sito:

http://www.cmc.milano.it/Archivio/2011/Articoli/090508RiesnerOsservatore.pdf

(da L’Osservatore Romano 8 maggio 2009)

San Paolo, il cristianesimo e l’Europa moderna

L’insospettabile vantaggio di essere in pochi

Il Centro Culturale di Milano ha ospitato il 6 maggio una conferenza intitolata:  « Dalla terra alle Genti:  san Paolo fondatore del cristianesimo o apostolo di Gesù? ». Ne pubblichiamo un estratto.

di Rainer Riesner
Università di Dortmund (Germania)
Il Nuovo Testamento è caratterizzato dalla presenza di due grandi teologi, Giovanni e Paolo. Il pensiero teologico di Giovanni è meditativo, e ha influenzato profondamente fino a oggi le Chiese orientali. Paolo ha posto al servizio della fede anche un acuto conflitto di natura logica, ispirando lo stesso Agostino, in qualità di uno dei maggiori pensatori dell’antichità cristiana.
Paolo ricevette la propria formazione teologica presso la scuola del famoso rabbino Gamaliele il Vecchio (Atti, 22, 3). Nel i secolo i letterati ebrei prendevano parte apertamente ai dibattiti intellettuali del loro tempo. All’epoca del figlio di Gamaliele si dissertava non solo dell’Antico Testamento ma anche della « saggezza greca » (Talmud babilonese, Sota 49b; Baba Kama 83a).
Paolo, nella sua veste di cristiano, non dimenticò quanto aveva appreso da Gamaliele. Nelle sue lettere, l’apostolo si serviva delle tecniche logiche e retoriche all’epoca riconosciute e comunemente utilizzate.
I grandi teologi corrono sempre il rischio di soccombere al fascino del proprio pensiero o di un sistema di pensiero altrui. Il più grande studioso della Bibbia nell’ambito della chiesa antica, al contempo eminente filosofo, era Origene. Anche egli era soggetto al rischio, e in alcuni punti è effettivamente caduto in questa trappola, di privilegiare il proprio pensiero teologico rispetto alla tradizione della fede generalmente riconosciuta. Anche Paolo è stato spesso dipinto come un pensatore solitario, isolato dal cristianesimo originario, anche se il giudizio a tal proposito non è stato affatto unanime. Per alcuni, egli è il precursore dell’indipendenza del pensiero teologico nei confronti della tradizione ecclesiastica. Secondo l’opinione di altri, con la sua complicata teologia Paolo avrebbe invece deturpato il semplice insegnamento di Gesù, trasformandolo in un cristianesimo dogmatico. Anche oggi Gesù e Paolo vengono spesso contrapposti. Ma Paolo non credette solo a Gesù crocifisso e risorto. L’apostolo sapeva anche molte cose sulla predicazione di Gesù, e le espone in vari punti delle proprie lettere. E ciò lo si nota solo sapendo come gli scribi ebrei solitamente citano i testi sacri. Li conoscono perfettamente a memoria, e spesso è loro sufficiente una sola parola chiave per ricordarli. Quando Paolo parlava di « fede » che « muove le montagne » (1 Corinzi, 13, 2), si riferiva naturalmente alle parole pronunciate da Gesù (Matteo, 17, 20).
Ma per Paolo era anche estremamente importante essere in accordo con la tradizione di fede tramandata dalla comunità originaria di Gerusalemme. Quando alcuni nella comunità di Corinto palesarono pensieri errati in merito alla risurrezione dei morti, l’apostolo ricordò la formula di professione della fede che aveva insegnato loro. Questa formula non era frutto del suo pensiero, bensì della tradizione (1 Corinzi, 15, 1-5).
Risale con molta probabilità alla comunità originaria che si era raccolta intorno all’apostolo Pietro a Gerusalemme (cfr. 1 Corinzi, 15, 5-11). Da quando, sulla via per Damasco, Gesù risorto era apparso a Paolo nella sua magnificenza divina, all’apostolo parve chiaro che non si poteva più parlare di Gesù come di un semplice essere umano (2 Corinzi, 4, 1-6). Ma anche in questo caso, per Paolo era essenziale non propugnare da solo questa sostanziale convinzione cristologica. Nella lettera ai Filippesi citò un brano (Filippesi, 2, 6-11) la cui forma linguistica indica che originariamente era formulato in una lingua semitica. In questo punto si parla chiaramente della divinità di Gesù (Filippesi, 2, 6). Secondo fonti affidabili del patriarca Girolamo, i genitori di Paolo erano originari di Giscala (De viris illustribus, 5), una roccaforte degli zeloti nell’Alta Galilea (Giuseppe Flavio, Bellum Judaicum, ii, 585 e seguenti). Se un fariseo come Paolo e altri devoti ebrei palestinesi riconobbero in Gesù il vero Dio, questo fatto non può essere spiegato con l’antico sincretismo, ma solo con la realtà della risurrezione di Gesù.
Ai cristiani di Corinto, fin troppo affascinati dai doni carismatici, Paolo dovette ricordare il fondamento della tradizione di fede e l’importanza della ragione (1 Corinzi, 14, 19). Ma Paolo non riduce la fede cristiana alla ragione e alla tradizione. Proprio nei confronti dei Corinzi, Paolo lascia intravedere la propria esperienza spirituale, nella quale non mancavano né la preghiera in lingue straniere infusa dallo Spirito Santo (1 Corinzi, 14, 18), né le visioni celestiali (2 Corinzi, 12, 1-4). Paolo ha anche parlato apertamente del suo miracoloso dono apostolico (2 Corinzi, 12, 12). La storia intellettuale europea degli ultimi due secoli è caratterizzata da grandi mutazioni. In alcuni momenti le tradizioni erano prive di valore, mentre in altri rappresentavano tutto. A epoche caratterizzate dal razionalismo hanno fatto seguito epoche dominate da una grande irrazionalità. Il nostro tempo è segnato dal fatto che viviamo tutto contemporaneamente, e anche i cristiani e le Chiese non ne sono immuni. Paolo può insegnarci il giusto equilibrio fra tradizione di fede, pensiero razionale ed esperienza spirituale personale.
Quando Paolo giunse ad Atene si arrabbiò per l’antico sincretismo, dominato da un mondo di idoli imperscrutabili (Atti, 17, 16). Ma non inneggiò all’assalto dei templi pagani e nemmeno invitò a boicottarli. Piuttosto, propugnò la fede nell’unico Dio, rivelatosi in Gesù Cristo, servendosi esclusivamente della forza di convincimento delle parole, nella sinagoga, nelle discussioni con i filosofi e durante l’interrogatorio del consigliere ateniese Areopago (Atti, 17, 17). Si auspicherebbe che i cristiani seguissero sempre questo esempio dell’apostolo, invece di cedere alla tentazione di sostituire il convincimento con la coercizione. È anche evidente l’elevato valore attribuito da Paolo alla coscienza umana, pur se debole e ingannevole (Romani, 14; 1 Corinzi, 8-10).
Del resto, anche prima dell’illuminismo, singoli cristiani avevano fatto proprio l’impulso alla libertà di fede e di coscienza proclamata da Paolo. Nel 1610 il cristiano evangelico Thomas Helwys pubblicò uno scritto che non solo si faceva paladino della tolleranza nei confronti dei protestanti, ma che sostanzialmente richiedeva quanto segue:  « Il re non deve ergersi a giudice fra Dio e l’uomo. Che si tratti di eretici, turchi, ebrei o altro, non spetta al potere temporale comminare seppur minime pene per tale ragione » (A Short Declaration of the Mystery of Iniquity, ristampa 1998). Pensieri di questo genere vennero portati in America dai profughi religiosi, contribuendo a far sì che la Costituzione degli Stati Uniti del 1787, quindi ancora prima della rivoluzione francese, proclamasse la libertà di fede e di coscienza. Uno dei nostri scopi precipui nell’Europa moderna consiste proprio nel difendere entrambi questi ideali, e nel far ciò dovremo tenere presente sempre più che la libertà di fede e di coscienza vale anche per i cristiani.
La nostra epoca presenta delle similitudini con quella dell’apostolo Paolo, nel senso che non è più considerato ovvio essere un cristiano. La fede cristiana viene percepita come una delle tante offerte proposte nel mercato delle religioni. Inoltre, notiamo una sempre maggiore ostilità nei confronti del cristianesimo. La rivendicazione della verità religiosa viene considerata arrogante e molti precetti etici sono ritenuti oppressivi. Tuttavia, il fatto che essere cristiani non sia più scontato, presenta anche dei vantaggi. I cristiani devono nuovamente concentrarsi sulla particolarità e unicità della loro fede. Pertanto, fra i cristiani appartenenti a Chiese molto diverse, che non vogliono semplicemente adeguarsi allo spirito del tempo, cresce la consapevolezza di condividere elementi in comune. Una tale comunanza di intenti, che fortunatamente viene continuamente sottolineata anche da Papa Benedetto, si fonda sulla consapevolezza che l’Europa necessita di una nuova evangelizzazione! L’apostolo Paolo può fungere da esempio in tal senso? Paolo è riuscito a ispirarci con la sua fede e il suo coraggio. La sfida che ha affrontato era estremamente più grande di quella che sta di fronte a noi. Cos’era una manciata di cristiani in confronto al potente impero romano e all’affascinante cultura pagana dell’ellenismo? Dal punto di vista umano, niente! Ma Paolo ha contrapposto a tale punto di vista la propria convinzione:  « Tutto posso in colui che mi dà la forza » (Filippesi, 4, 13). Questa frase non è stata scritta da Paolo in un momento qualsiasi, ma durante la sua prigionia. L’apostolo sperimentò allora la stessa situazione condivisa oggi dai cristiani in molti Paesi del mondo:  si può imprigionare chi annuncia il Vangelo, ma non il Vangelo (Filippesi, 1, 12-14).
Paolo si è affidato alla potenza di Dio e dello Spirito Santo, ma questo non gli ha impedito di operare nella sua missione in modo strategico e metodico. Solo due indicazioni a tale proposito. Paolo si è concentrato sulle città di provincia come Salonicco, Corinto ed Efeso. Credeva, a ragione, che in seguito alla costituzione di comunità in questi punti nevralgici per le comunicazioni il Vangelo potesse diffondersi nelle regioni limitrofe. Tuttavia, queste regioni erano molto distanti dal punto di vista geografico, cosicché sussisteva il rischio di uno sviluppo non omogeneo. L’apostolo lo scongiurò recandosi in visita in questi luoghi, inviando lettere e collaboratori. L’organizzazione di un collegamento fra così tanti collaboratori e gruppi era per l’epoca un enorme impegno dal punto di vista logistico. Uno studioso inglese definisce questo fenomeno come The Holy Internet (M. A. Thompson, in:  R. Bauckham, The Gospels for All Christians, 1998, 49-70). Questo ci fornisce un’importante indicazione. Non si tratta solo di emulare i metodi missionari di Paolo. Grazie alla radio, alla televisione e in particolare a internet, abbiamo a disposizione delle opportunità di comunicazione con le quali possiamo raggiungere anche le persone che vivono nei paesi più remoti. Paolo si complimenterebbe di cuore con noi per questa modernità, se concordiamo con lui su di un punto:  esiste solo « un Vangelo di Gesù Cristo » (Galati, 1, 8) ed « è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo e poi del Greco » (Romani, 1, 16). Anche oggi non sussiste alcun motivo per vergognarsi di questo Vangelo.

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Edward Burne-Jones, L’albero della vita (cartone preparatorio per il mosaico di San Paolo dentro le Mura, Roma)

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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7) (Carlo Maria Martini)

 dal sito:

 http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2935
 
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Trasmettere la fede celebrandola in famiglia (2Tim 1,1-7)

Questa grazia chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale…

Poiché questa nostra è una lectio divina, prima di ascoltare la Parola di Dio prolunghiamo ulteriormente l’invocazione al Signore, implorando il dono di una lettura feconda.
 
Spirito Santo,
che hai ispirato queste parole della Scrittura,
donaci di penetrarle con animo libero,
di conoscere la tua grazia, la misericordia del Padre,
la potenza di Gesù, e di sentirle nel nostro cuore!
Per Cristo nostro Signore.
Amen
 
Sostiamo a questo punto sui versetti iniziali di 2Tim 1, facendone occasione di riflessione con qualche domanda, che mi permetterò di rivolgere direttamente allo stesso Timoteo, provando ad ascoltarne le risposte che saprebbe fornirci.
 
[1.1] Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, [1.2] al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
[1.3] Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; [1.4] mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. [1.5] Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te.
[1.6] Per questo motivo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. [1.7] Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.
[1.8] Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio! [1.9] Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, [1.10] ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, [1.11] del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro.
                                                                                                             (2Tim 1,1-11)
 
1. Un mondo di affetti intensi
Nel Nuovo Testamento questa seconda lettera a Timoteo (2Tim) – insieme alla prima a Timoteo (1Tim), nonché a quelle inviate a Tito (Ti) e Filemone (Filem) –, è una delle poche scritte a destinatari singoli e «privati», dal momento che la maggioranza delle lettere paoline e delle restanti apostoliche sono per lo più indirizzate a comunità.
In questo pacchetto di lettere indirizzate a singoli destinatari, la 2Tim possiede l’originalità di essere certamente la più affettuosa e ricca di emozioni, la più intima e familiare. Traboccante di affetti profondi, merita d’essere letta proprio con tutta la profondità del nostro cuore.
Nell’intestazione (quella che di solito apponiamo sopra la busta, indicando chi scrive – cioè Paolo – e a chi si scrive – appunto a Timoteo–) Paolo si qualifica come apostolo di Cristo, dotato quindi di un’autorità proveniente da Cristo stesso, per volontà di Dio, quindi in obbedienza al disegno di salvezza di Dio sull’umanità. Il tutto nel nome del compito apostolico: «per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù». Scopo di Paolo apostolo è quindi di infondere speranza, conforto, gioia, apertura di cuore. Così, egli si rivolge a Timoteo chiamandolo «mio diletto» – cioè amato –, anzi: «mio diletto figlio», forse perché appunto suo figlio spirituale nel Battesimo, avendolo lui generato alla fede. Vorrei attualizzare, considerando come, a mia propria volta, anch’io potrei senz’altro rivolgermi così a Mons. Merisi, come diletto figlio, perché per parte mia l’ho generato nel sacramento dell’episcopato. E provo a parafrasare così: A te, diletto Timoteo, a te, Mons. Giuseppe Merisi – e naturalmente per estensione a tutti voi qui presenti, eccomi propiziare e augurare, nella speciale comunione liturgica – questi tre doni divini meravigliosi – grazia, misericordia, e pace da parte di Dio Padre, e di Gesù Signore nostro –  doni che escludono ogni amarezza, timore, o sospetto, e ci immettono nella serenità, limpidità, trasparenza del Padre e del Figlio.
Appena dopo l’intestazione consueta, la lettera esordisce con il solito ringraziamento dell’apostolo elevato a Dio per tutti i suoi benefici. Qui però il ringraziamento è molto breve: anzi, nemmeno ne viene espresso il motivo, sentendosi Paolo subito sollecitato a passare all’intensità delle memorie. Memoria anzitutto di sé, del proprio impegno al servizio di Dio: «Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati». Colpisce qui che Paolo consideri la propria fede, il proprio apostolico servizio di Dio collocandolo nella identica linea di continuità dei suoi stessi antenati, cioè, evidentemente, in virtù della sua fede ebraica! Certo, c’è stato il fatto di Gesù, straordinario. Ma Gesù non ha rotto questa continuità, sicchè anche in questa occasione, Paolo è in perfetta comunione con i suoi antenati, così come già in At 23, là dove, a un certo momento, in mezzo ad una concitatissima assemblea, rivolgendosi ai suoi fratelli ebrei, soprattutto farisei, esclama: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti!» (At 23,6). Evidentemente Paolo non avverte nessuna sostanziale diversità rispetto alla loro fede, al contrario si riconosce in perfetta continuità, anche se è intervenuta la grande novità di Cristo (ma in continuità perfetta con ciò che credevano i suoi antenati).
Questo Paolo, che si sente in forte e lineare continuità con il proprio popolo, si ricorda sempre di Timoteo nelle sue preghiere, notte e giorno (2Tim 1,3). Permettetemi un’altra attualizzazione personale: anch’io a Gerusalemme prego notte e giorno per tutte le intenzioni di mia conoscenza, qui a Milano, in Lombardia, e del mondo intero, e posso quindi capire cosa voglia dire: «mi ricordo di te nelle preghiere». In particolare, tornano alla mente di Paolo le lacrime di Timoteo (1,4). Nella prospettiva di una lettera molto sensibile alla dimensione personale, probabilmente Paolo va rammentando qui il momento del loro congedo, quando cioè Timoteo dovette distaccarsi  proprio da lui, suo maestro e padre nel vangelo. Aggiungendo subito: «sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia»,  si dimostra pieno di sentimenti e di affetto vivi (come quando scrive ai Filippesi e la prima ai Tessalonicesi). Sull’onda dei ricordi, Paolo ha poi ben presente la fede schietta di Timoteo,«fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (1,5). Anche qui, nessuna soluzione di continuità. Tra la mamma e la nonna di Timoteo da un lato e lo stesso Timoteo dall’altro, è intervenuto nientemeno che Gesù, morto e risorto. Ma Nonna Lòide e Mamma Eunìce credevano con quella medesima fede comunque giunta aanche a Timoteo, e che a propria volta raggiunge la sua pienezza con la fede nella risurrezione di Gesù, in ogni caso fondata sulla stessa solidità su cui sta fondata la fede dei suoi antenati.
 
2. Una buona grammatica di fede: verbi, aggettivi, nomi e metafore di Dio
Proprio questa solida fede ebraica vorrei un poco approfondire, magari di nuovo interpellando direttamente a Timoteo, domandandogli:
 «Timoteo, qual era questa tua  fede, qual era la fede della tua nonna, la fede di tua madre?».
E ho ragion di credere che egli potrebbe risponderci più o meno così:
 «È come la vostra, certamente. Forse con qualche diversa sfumatura, perché voi – direbbe Timoteo –, voi occidentali, partite sempre dall’alto delle definizioni concettuali. Dovendo parlare di Dio, cercate subito un nome altisonante e grandioso, come p. es. “motore immobile” (Aristotele parlava così), o “essere supremo”, o “principio e fine di ogni cosa”. Cercate cioè un nome con cui definire Dio. Invece, nella nostra fede di matrice ebraica, noi non abbiamo cercato anzitutto questo nome. Infatti la grammatica – per così dire – della nostra fede, partiva  e parte piuttosto dai verbi, che dai nomi, passa per gli aggettivi, e arriva ai nomi soltanto in conclusione, e sempre intendendoli come metafore. Non abbiamo mai tentato di dare un nome a questo essere misterioso che pure si è davvero definito “Sono Colui che sono!”, ma restando quindi nell’ombra del mistero».
A questo figlio diletto di Paolo, torniamo allora a chiedere:
 «Spiegaci un po’ questa grammatica della tua fede. Quali sono questi verbi attraverso i quali voi avete conosciuto Dio, non passando per una definizione astratta, ma attraverso la percezione di un agire concreto?».
«Ebbene – risponderebbe ancora Timoteo –, se ne potrebbero menzionar molti di questi verbi. Ma io ve ne menziono solo qualcuno».
Potremmo dire anzitutto: Dio crea il cielo, la terra, l’uomo, tutto ciò che abita nella terra, come dice il profeta: «Il Signore Dio crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alle genti che la abitano e l’alito a quanti camminano su di essa» (Is 42,5). Ecco come è concreta questa descrizione! Inoltre, Dio è «Colui che fa promesse, per esempio ad Abramo: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore, io ti benedirò con ogni benedizione, renderò molto numerosa la tua discendenza come le stelle del cielo, e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22,16-17). Quindi, un Dio che promette. Ma anche un Dio che libera. Dice a Mosè: «Di’ agli Israeliti, io vi libererò dalla loro schiavitù (degli Egiziani) e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi» (Es 6,6). Dio libera, Dio riscatta, Dio salva. «Non temere» – dice – «perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Is 43,1). Dio quindi libera, riscatta, salva, comanda: «osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare» (Es 34,11;35,1).
Si dice anche, in quella bella apertura della trasmissione radiofonica che io ascolto ogni mattina a Gerusalemme: SHEMÂ ISRA’EL, ’ADONAJ ’ELOHENU, ’ADONAJ ’EHAD: «Ascolta Israele: il Signore tuo Dio è uno solo! Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore» (Dt 6,4ss.),… .Dio comanda, ordina.
Ancora qualche altro verbo per Dio che guida e che perdona:
 «Ricordatevi» – dice al popolo, dopo il cammino nel deserto – «ricordatevi di tutto il cammino per cui il Signore vi ha guidato in questi quarant’anni nel deserto» (Dt 6,2ss.).«Pesano su di noi le nostre colpe» – confessa il Sl 64,4– «ma tu perdoni i nostri peccati!». E poi ancora tantissimi altri verbi, che troviamo leggendo la Scrittura: Dio chiama Mosè dal roveto ardente; Dio sceglie il suo popolo per amore…Tutti questi verbi designano non tanto un essere misterioso, sconosciuto, al di là delle nubi, ma Qualcuno che si coinvolge con l’uomo, viene a toccare la nostra esistenza, si fa nostro partner – per così dire, – e che ci coinvolge nel suo stesso coinvolgimento. Per questo la parola chiave spesso usata è patto (berit), cioè il rapporto liberamente instaurabile tra due soggetti, rapporto che deve essere fatto di lealtà, di fedeltà, di amore. Quindi è un Dio la cui indipendenza è chiara, ma è come presupposta. Ci importa soprattutto il fatto che in ogni caso egli opera per noi, ci è vicino. Fa – per così dire – il tifo per noi, si mette dalla nostra parte, ci sorregge, ci spinge, ci chiama, ci anima.
Ecco la fede ebraica, come l’aveva ricevuta Timoteo prima del battesimo: concepita non astrattamente, ma a partire da esperienze concrete, dalle azioni messe in opera da Dio, espresse attraverso tutti questi verbi.
Ma da questa molteplicità di suoi interventi espressi dai verbi, si ricavano poi gli aggettivi che servono a qualificare questo essere misterioso così vicino all’uomo.
Ricordiamo tutti l’impressionante serie di aggettivi di Es 34,5-7, là dove Mosè, mentre Dio gli passa davanti (di spalle, tuttavia, perché faccia a faccia sarebbe un incontro insostenibile per chiunque: Es 33,18-23), lo sente gridare lui stesso il proprio nome:
 
«Il Signore, il Signore,
Dio misericordioso e pietoso,
 lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà,
che conserva il suo favore per mille generazioni,
che perdona la colpa, la trasgressione…!».
 
Ecco dunque anche degli aggettivi – ricavati dai verbi – capaci di qualificare questo Dio.
I verbi vengono dunque per primi, a indicare le azioni costanti di Dio. Per secondi, invece, intervengono gli aggettivi, che tentano di caratterizzarne l’azione costante (p. es. Es 34,6-7). Solo in terzo luogo, ecco allora arrivare i nomi di Dio, non vere e proprie definizioni dell’essere supremo, ma più spesso semplici ed efficacissime metafore, distinte dagli esegeti in diverse categorie, quando – per esempio – parlano di metafore di governo piuttosto che di metafore di sostegno.
Metafore di governo sono quelle che proclamano che Dio è giudice (Sal 7; 9; 75; 94; 96), re (Is 6; Dn 4; Sal 29; 96; 145), guerriero vittorioso (Es 15,1-18; Is 40,10; 52,10). Dio è padre (Dt 32,6; Is 63,10; 64,7; Ger 3,19-20; Mal 2,10; Sal 103,9-14), madre (Dt 32,18; Is 66,13).
Metafore di sostegno: Dio è pastore (Is 40,10-11; Sal 23), artista (Gen 2,7-8; Is 45,9.11.18…), vignaiolo (Es 15,17; Is 5,1-7; Ger 2,21…), guaritore (Dt 32,39; Os 6,1). In ogni caso, tutte metafore[2].
«Ecco la nostra fede» – direbbe Timoteo –, «quella che ho ricevuto da mia mamma Eunìce e da mia nonna Loide, la fede che fu ed è capace di accogliere Gesù, come la presenza di Dio che si fa vicino alla nostra storia!».
 
3. Trasmettere la fede celebrando la festa in famiglia
A questo punto legittimamente voi tutti mi domanderete: ma da questa visione del passato quali conclusioni derivano per la nostra trasmissione della fede, per la nostra catechesi?
Voglio riferirmi ancora qui all’esperienza del popolo ebraico, quella che quotidianamente vado facendo in Israele, dove per trasmettere la fede non ci sono catechismo, catechisti, e nemmeno ore di religione. Come viene allora trasmessa la fede? In famiglia, non attraverso delle definizioni astratte, fatte imparare a memoria, ma attraverso la celebrazione delle varie feste. Le feste sono il grande luogo di insegnamento della fede per il bambino ebraico. E le feste, per esempio in questi giorni – io sono stato assente, ma l’anno scorso ero presente, si celebrava la festa bellissima del capodanno ebraico, Rosh-haschanah, che cade a settembre, appunto all’inizio dell’anno. Poi la festa  autunnale di Sukkot, cioè dei Tabernacoli o delle Tende, legata al raccolto dei frutti della terra, quando, nel giardino di casa o sul piccolo terrazzo, o sul balconcino ogni famiglia, con qualche semplice stuoia o frasca, si costruisce una casetta dove per una settimana si reca a pregare e a mangiare certi cibi, per non dimenticarsi dei quarant’anni di cammino nel deserto, quando Israele, prima di vivere dei frutti della terra promessa, veniva sostentato gratuitamente tutti i giorni dalla mano provvida di Dio. Successivamente ecco lo Yom-Kippur, il giorno solennissimo dell’espiazione, liturgicamente parlando più importante, di digiuno totale. Poi la festa di Chanukkah, che celebra la rinnovazione del tempio. Poi ancora Purim, una parola che vuol dire «sorti», il carnevale ebraico, quando si festeggia il cambio delle sorti con cui gli ebrei, destinati a sterminio, furono salvati per coraggiosa intercessione di Ester presso il re Assuero. E infine la grande festa di Pesach, della Pasqua di liberazione del popolo dalla schiavitù di Egitto, che è solennissima come da noi, cui segue la festa della Pentecoste, della Simchat-Torah,  cioè della «gioia-per-il-dono-della-Legge».
Va detto che ognuna di queste diverse feste è vissuta in famiglia con speciale intensità. Ognuna ha le sue preghiere proprie, che la mamma fa recitare a tutta la famiglia, a tutti i bambini. Per ognuna ci sono giochi, canti e colori propri. E quindi i bambini imparano così, celebrando nella vita, udendo raccontare la storia del popolo e di questo Dio misericordioso, vicino, fedele, presente, attraverso l’esperienza quotidiana.
Tornando a noi, certamente sono molto importanti il catechismo e la catechesi, e come vorrei che quest’ultima fosse promossa e attuata in maniera vigorosa! Ma dobbiamo anche ritornare a scommettere sulla trasmissione in famiglia. E anche qui, appunto, non pretendendo dai genitori di trasformarsi in piccoli teologi che insegnano delle formule a memoria – questo lo potranno quanti sono in grado di farlo – ma soprattutto perché i genitori facciano pregare i figli e celebrino con loro le feste liturgiche nel tempo e modo dovuto.
Ho potuto perciò vedere con gioia un vostro libro di preghiere per la famiglia. Ma queste preghiere vanno inculcate insieme al senso delle diverse festività, per cui abbiamo moltissime splendide occasioni: l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, il mese di maggio, le feste della Madonna, le feste dei Santi, le feste del santo Patrono.
Se ogni famiglia, in qualche maniera saprà dare anche solo un segno per ognuna di queste feste – non solo nella preghiera, ma anche nel cibo, nei piccoli regali, anche in qualche ornamento esteriore –, allora ecco che il bambino avrà appreso senza bisogno di speciali artifizi di memoria, perchè questa gli si fisserà indelebilmente nelle cose, nell’esperienza vissuta e quindi memorabile, consentendogli di entrare in modo graduale, simpatico, gioioso nell’atmosfera, nel mondo della fede. Ed è così che Paolo poteva appunto far conto sulla fede di Timoteo, e dirgli: «la fede che tu hai ricevuto dalla tua mamma e dalla tua nonna, e che ora è anche in te» (2Tim 1,5).
Questa grazia dunque chiediamo: che le nostre famiglie – anche quelle magari un po’ più lontane – sappiano insegnar così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltretutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale; e allora ci sarà quella gioia sentita di chi vive la fede profonda in Dio, in Gesù; di chi vive la gioia della Risurrezione del Signore, l’attesa del suo ritorno, la pienezza della grazia di Dio sparsa sull’umanità intera.
E vorrei quindi concludere come il brano della Lettera a Timoteo, dicendo anzitutto a me e al mio carissimo confratello, mons. Giuseppe Merisi: «Ravviviamo il dono di Dio che è in noi per l’imposizione delle mani!» (cf 2Tim 1,6). Un appello questo valido certo per tutti i presbiteri, i diaconi, i vescovi; ma anche estensibile proprio alle famiglie, che vivono del sacramento del matrimonio, e a tutti quanti i credenti senza differenze in forza del sacramento del Battesimo e della Cresima.
«Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza». In tanti modi e non senza motivo, di questi giorni si va scrivendo di una certa paura e timidezza dell’Europa, quasi quella afasica di chi se ne sta così, a bocca aperta, senza parlare nè sapersi pronunciare. Ebbene, poiché «Dio non ci ha dato questo spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza!» (1,7), proprio questo Spirito auguro e invoco per il vostro Vescovo, per tutti voi, per l’intera Chiesa italiana: ma anche per tutte le nostre realtà, perché sappiamo proclamare con fermezza, gioia e fede che il Signore è risorto e vive, ci ama, ed è qui in mezzo a noi.
———————————————
[1] Giuseppe Merisi Vescovo di Lodi, Educare alla fede oggi: il coraggio di raccogliere la sfida. Piano Pastorale Diocesano 2006-2009, Sollicitudo Arti Grafiche Lodi 2006.
[2] Per parlare di Dio con le metafore bibliche dominanti, come pure secondo la sequenza qui proposta (verbi-aggettivi-nomi), si consulti W. Brueggemann, Teologia dell’Antico Testamento. Testimonianza, dibattimento, perorazione (BB 27),  Queriniana Brescia 2002, 198-418.
(Teologo Borèl) Novembre 2006 – autore: card. Carlo Maria Martini

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