Archive pour octobre, 2011

Omelia per il 23 ottobre 2011: Basta con l’incoerenza e l’ipocrisia

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/5487.html

Omelia (30-10-2005)

Comunità  Missionaria Villaregia (giovani)

Basta con l’incoerenza e l’ipocrisia

Anche nel Vangelo di questa domenica troviamo Gesù che rimprovera i Farisei. Proprio non gli andavano giù. Anzitutto chi sono? I farisei, al tempo di Gesù, erano un gruppo di persone che, come dice Gesù, « dicono ma non fanno » e ciò che fanno è « per essere ammirati dagli uomini ».
Di cosa dunque li rimprovera Gesù? Anzitutto di incoerenza: « dicono e non fanno », legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono neppure toccarli con un dito; li rimprovera, inoltre, di ipocrisia e ostentazione: fanno tutte le loro opere per essere ammirati dagli uomini, vogliono essere riveriti, salutati, allargano i loro filatteri.
Per meglio comprendere il rimprovero di Gesù cerchiamo di capire cosa sono i filatteri. I Filatteri erano quelle piccole teche di cuoio a forma cubica che contenevano dei rotolini di pergamena con passi biblici e che si legavano al braccio sinistro e sulla fronte mediante legacci. Il rituale per indossarli era ed è molto complesso e minuzioso. Si legava innanzitutto una teca al braccio, al di sopra del gomito di fronte al cuore, avvolgendo accuratamente i legacci attorno all’avambraccio, alla mano e al dito medio. Si passava poi all’altro astuccio, suddiviso in quattro piccoli scompartimenti, ciascuno con un suo rotolino a scritta biblica: lo si applicava al centro della fronte annodandolo dietro il capo. Chi è stato al Muro del Pianto di Gerusalemme avrà visto molti ebrei ortodossi pregare indossando i filatteri.
La loro origine era in realtà simbolica e suggestiva, come si dice nei passi scritti sui rotolini: « Questi precetti che oggi ti do ti restino incisi nel cuore, te li legherai come segno sopra la tua mano e come ricordo tra i tuoi occhi ». Era questa la rappresentazione viva della fede nella parola di Dio che è alimento e guida della coscienza (il cuore), dell’azione (la mano) e della mente (la fronte). Purtroppo la pura esecuzione rituale aveva trasformato questo simbolo in un freddo atto religioso estrinseco. Gesù, poi, evoca il gesto di « allungare le frange », dette in ebraico zizit: erano delle nappe o treccine di tessuto munite di un cordoncino violaceo o blu poste ai quattro angoli della veste esterna. Queste frange sono ancor oggi applicate dagli ebrei soprattutto al loro mantello ufficiale di preghiera, il talled o tallit. Anche in questo caso il significato spirituale dell’ornamento era suggestivo, come spiega la Bibbia: « Le frange saranno per voi un segno: vedendole, vi ricorderete di tutti i comandamenti del Signore e li metterete in pratica. Così non vi smarrirete seguendo i desideri dei vostri cuori e dei vostri occhi che vi trascinano all’infedeltà » (Nm 15, 38-39).
Naturalmente tutta la spiritualità si perde quando il gesto diventa solo una rubrica da osservare minuziosamente, come facevano i Farisei. Da ultimo Gesù polemizza coi titoli « accademici » e ufficiali che scribi e sacerdoti esigevano dal popolo e dai discepoli. Si tratta di un vezzo che perdura nei secoli e che è penetrato anche nella cristianità: piuttosto inoffensivo quando è espressione di ingenuità, neutro quando è semplice indicazione di funzione, pericoloso quando è manifestazione di vanagloria. Tra quei titoli Gesù in particolare sottolinea il più noto, rabbi, « mio maestro », attribuito anticamente agli studiosi delle tradizioni giudaiche e ai dottori della legge e divenuto poi il nostro termine « rabbino ». Anche in questo caso Gesù non respinge la missione dell’insegnamento, tant’è vero che dichiara, proprio in apertura al brano che oggi leggiamo: « Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo ». Egli denunzia, invece, l’altezzosa boria di questi « sapienti » che si ammantano della loro scienza teologica e disprezzano « la gente maledetta che non conosce la Legge » (Gv 7, 49).
C’è, quindi, una teologia che può essere orgogliosa, che si autocompiace, che si illude di possedere tutta la verità, come c’è una religiosità di superficie, colorata e vana, che non intacca la profondità del cuore e della vita. Oggi Gesù scuote certi « praticanti » troppo convinti di salvarsi con un po’ di osservanza, polemizza contro un certo devozionismo risorgente, ci invita a non confondere grandi manifestazioni di massa con adesioni genuine al Cristo, ci convince a fondere fede e religione per essere veramente i discepoli che « dicono e fanno ».
Incoerenza e ipocrisia: due mali di cui forse oggi nessuno è esente. Quanti « dicono e non fanno »? Abbiamo riempito la storia di parole vuote, e molti ostentano se stessi, anziché essere autentici testimoni della verità proclamata. Siamo tutti tentati di fariseismo e dunque l’ammonimento di Gesù oggi è rivolto a ciascuno di noi. Se oggi Gesù dovesse guardare a chi riveste ruoli di responsabilità probabilmente rivolgerebbe gli stessi rimproveri. Il Fariseo non è solo un personaggio del giudaismo, egli è un « tipico » personaggio di ogni esperienza religiosa, compresa quella cristiana. Fariseo è ognuno di noi quando riduce il Vangelo all’apparire più che all’essere, al dire più che al fare, alla legalità più che alla moralità interiore, alle opere della legge più che alla fede che vivifica le opere, al compromesso accomodante più che alla testimonianza coraggiosa e crocifissa, alla glorificazione del proprio io più che alla gloria di Dio.
A cosa invita Gesù? Egli vuole fondare una società diversa, vuole stabilire tra i suoi, rapporti nuovi. Per questo non si ferma al rimprovero, ma come spesso fa’, rivolge ai suoi una esortazione. « Non fatevi chiamare Rabbi, cioè maestri: uno solo è il Maestro, voi siete tutti fratelli. » La fraternità è dunque il rapporto nuovo che Gesù instaura tra i suoi. Fratello è uno che appartiene alla stessa famiglia, porta lo stesso nome, ha gli stessi diritti. I fratelli più piccoli, all’interno della famiglia, imparano dai fratelli maggiori, dal loro agire. I fratelli maggiori guardano ai minori scoprendovi sempre novità: è un affetto mutuo che lega i fratelli e il perdono circola come linfa normale, che ristabilisce i rapporti interrotti.
L’uomo ha in se stesso il desiderio di primeggiare. E Gesù non annulla questo, ma dice: « In questa relazione, se c’è un primato sia quello del servizio »: « Il più grande tra voi sia vostro servo ». E’ il servizio che ci rende fratelli. Servire è accorgersi del bisogno dell’altro, è avere uno sguardo costantemente rivolto all’altro e non centrato in se stessi. E’ l’altro, allora, la mia verità. E’ l’altro che determina il mio agire, il mio pensare, il mio modo di amare.
Gesù inoltre fa un’altra affermazione importante, anche per noi oggi: « Nessuno tra voi è maestro, uno solo è il Maestro ». Cosa vuole dirci Gesù? Nessuno possiede in se stesso la Verità, solo Gesù è la Verità. Ciascuno possiede solo un pezzetto di verità, ha in mano come un piccolo pezzo di un puzzle e solo insieme componiamo la verità tutta intera. La verità non è data nemmeno dalla maggioranza, non è un rapporto democratico; la verità va cercata insieme, nell’ascolto mutuo, nella invocazione dello Spirito, rivelatore della Verità tutta intera, la verità è raggiunta nell’accordo che rende presente Gesù, in Persona, lui è la Verità, l’unico Maestro.
Più che mai oggi il mondo ha bisogno di maestri, ma come diceva Paolo VI, di testimoni della Verità, di persone coerenti che dicono quanto fanno: Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta…. di ciascuno di noi.

Buona settimana.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

23 OTTOBRE 2011 – XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

23 OTTOBRE 2011 – XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A31page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Ts 2,7-9.13
Avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.
Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio.
Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo (Nn. 78)

Promuovere la pace
La pace non è semplicemente assenza di guerra, né si riduce solamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti e neppure nasce da un dominio dispotico, ma si definisce giustamente e propriamente «opera della giustizia» (Is 32,17). Essa è frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo fondatore. È un bene che deve essere attuato dagli uomini che anelano ad una giustizia sempre più perfetta.
Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti. Perciò la pace non è mai acquisita una volta per tutte, ma la si deve costruire continuamente. E siccome per di più la volontà umana è labile e, oltre tutto, ferita dal peccato, l’acquisto della pace richiede il costante dominio delle passioni di ciascuno e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia questo non basta ancora. Una pace così configurata non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi in tutta libertà e fiducia le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. Per costruire la pace, poi, sono assolutamente necessarie la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l’impegno di ritener sacra la loro dignità e, infine, la pratica continua della fratellanza. Così la pace sarà frutto anche dell’amore, che va al di là di quanto la giustizia da sola può dare.
La pace terrena, poi, che nasce dall’amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo che promana da Dio Padre. Infatti lo stesso Figlio di Dio, fatto uomo, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha distrutto nella sua carne l’odio (cfr. Ef 2,16; Col 1,20.22). Nella gloria della sua risurrezione ha diffuso nei cuori degli uomini lo Spirito di amore.
Perciò tutti i cristiani sono fortemente chiamati a vivere secondo la verità nella carità» (Ef 4,15) e a unirsi con gli uomini veramente amanti della pace per implorarla e tradurla in atto.
Mossi dal medesimo Spirito, non possiamo non lodare coloro che, rinunziando ad atti di violenza nel rivendicare i loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché questo si possa fare senza ledere i diritti e i doveri degli altri o della comunità
.

Russian Orthodox Icons depicting Christ as the Holy Wisdom of God

Russian Orthodox Icons depicting Christ as the Holy Wisdom of God dans immagini sacre 818v

http://wapedia.mobi/en/Sophiology

Publié dans:immagini sacre |on 28 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI, 28 ottobre: Simone il Cananeo e Giuda Taddeo

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061011_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 11 ottobre 2006

Simone il Cananeo e Giuda Taddeo

(festa 28 ottobre)

Cari fratelli e sorelle,

oggi prendiamo in considerazione due dei dodici Apostoli: Simone il Cananeo e Giuda Taddeo (da non confondere con Giuda Iscariota). Li consideriamo insieme, non solo perché nelle liste dei Dodici sono sempre riportati l’uno accanto all’altro (cfr Mt 10,4; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13), ma anche perché le notizie che li riguardano non sono molte, a parte il fatto che il Canone neotestamentario conserva una lettera attribuita a Giuda Taddeo.
Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). E’ ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.
Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come “Teodòro, Teòdoto”. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.
A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13).
Oggi noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell’indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D’altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Perciò il testo epistolare continua così: “Ma voi, carissimi – parla a tutti noi -, costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna; convincete quelli che sono vacillanti…” (vv. 20-22). La Lettera si conclude con queste bellissime parole: “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen” (vv. 24-25).
Si vede bene che l’autore di queste righe vive in pienezza la propria fede, alla quale appartengono realtà grandi come l’integrità morale e la gioia, la fiducia e infine la lode, essendo il tutto motivato soltanto dalla bontà del nostro unico Dio e dalla misericordia del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, tanto Simone il Cananeo quanto Giuda Taddeo ci aiutino a riscoprire sempre di nuovo e a vivere instancabilmente la bellezza della fede cristiana, sapendone dare testimonianza forte e insieme serena.

IL RABBINO ROSEN AD ASSISI EVENTO (il testo è in inglese, questa è una traduzione Google, mi fa piacere postare questo articolo)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-33746?l=english

(il testo è in inglese, questa è una traduzione Google, mi fa piacere postare questo articolo)

IL RABBINO ROSEN AD ASSISI EVENTO

« C’è nessun altro valore che siamo obbligati ad uscire del nostro modo di perseguire come siamo per la pace »

ASSISI, Italia, Ottobre 27, 2011 ( Zenit.org ) .- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso tenuto oggi ad Assisi in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, dal rabbino David Rosen.
* * *
Per definizione, un pellegrinaggio è molto più di un viaggio. Le parole ebraiche di pellegrinaggio sono, « aliyah la’regel », che si traducono come ascendente per il piede-festival. Il concetto biblico di salita era sia letterale e spirituale. E ‘stato letterale, perché è venuto su per le montagne della Giudea a Gerusalemme, al Tempio Santo. Tuttavia, il simbolismo fisico ha cercato di infondere uno stato della mente nella coscienza del pellegrino, di ascesa spirituale, di essere ancora più vicini a Dio, e di conseguenza per essere in accordo con la Volontà Divina e comandamenti.
Questa visione di pellegrinaggio, di ascesa, è fondamentale per la visione profetica della costituzione del Regno dei Cieli in terra – la visione messianica della pace universale. Nelle parole del profeta Isaia (2, 3 e 4) « … E molti popoli devono andare avanti e dire ‘saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri, perché da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Gerusalemme ‘Egli sarà giudice fra le genti e discernere per molti popoli. e si forgeranno le loro spade in vomeri, le loro . lance in falci Nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non impareranno più la guerra « e continua il profeta (11, 6-9) … « Il lupo dimorerà con l’agnello e il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leone e il bestiame ingrassato staranno insieme e un fanciullo li guiderà La mucca e l’orsa pascoleranno insieme i loro figli sono a carico. giù, e il leone mangerà la paglia come il bestiame Un bambino deve giocare una buca serpente e un bambino metterà la mano nel covo una vipera ha Essi non sono male né danno in tutto il mio santo monte, perché la terra sarà piena.. della conoscenza del Signore come le acque ricoprono il mare.  »
Vi è un commento molto conosciuto del grande rabbino Meir Simcha di Dwinsk, che ha vissuto cento anni fa. Egli ha osservato che questa visione di pace aveva già avuto luogo nella storia religiosa dell’umanità – nell’arca di Noè. Già lì, gli animali predatori hanno dovuto vivere una vita vegetariano e le loro potenziali prede potrebbero vivere in pace. Tuttavia, egli sottolinea che la profonda differenza tra la situazione nell’arca di Noè e la visione di Isaia, è che in arca di Noè non c’era altra scelta. Questa era l’unica opzione disponibile per gli animali per sopravvivere al diluvio. Visione di Isaia invece, nasce dalla « conoscenza del Signore », è una visione che emana dalla più profonda comprensione spirituale e volontà.
Per molti nel nostro mondo, la pace è una necessità pragmatica come in effetti lo è, e non dobbiamo sminuire in alcun modo dalla benedizione per il nostro mondo da un tale pragmatismo. Tuttavia ciò che gli uomini e donne di fede cercano e per i quali si sforzano « per salire al monte del Signore », è l’apprezzamento di pace come espressione sublime di Volontà Divina e l’immagine divina in cui viene creato ogni persona umana.
Per dimostrare questa aspirazione in modo visibile già ad Assisi 25 anni fa, abbiamo un debito di riconoscenza alla memoria del beato Giovanni Paolo II « e noi dobbiamo rendere grazie profonda al suo successore Papa Benedetto XVI per continuare in questo percorso.
I saggi del Talmud ci insegnano che non solo la pace è il nome di Dio (Shabbat 10b – vedi Giudici 6:24), ma è il presupposto essenziale per la redenzione, come è scritto (Isaia 52:7) « Egli annunzia la pace … Egli annuncia la salvezza « (Deuteronomio Rabbah 20:10). Inoltre i nostri saggi sottolineano che non vi è nessun altro valore che siamo obbligati ad andare fuori dal nostro modo di perseguire come siamo per la pace, come è scritto (Salmi 34:15) « cerca la pace e perseguire esso ».
Possa questo incontro di oggi rinvigorire tutti gli uomini e le donne di fede e di buona volontà per ridondare i nostri sforzi per rendere questo obiettivo una realtà, la realtà che porta vera benedizione e guarigione per l’umanità, come sta scritto: « pace, pace ai lontani e ai il vicino e io lo guarire « (Isaia 57:19).

Publié dans:EBRAISMO - STUDI |on 28 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

UNITI NELLA PREGHIERA PER I DEFUNTI – In Cristo la fragranza di una eterna primavera

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28492?l=italian

UNITI NELLA PREGHIERA PER I DEFUNTI

In Cristo la fragranza di una eterna primavera

di padre Mario Piatti icms


ROMA, venerdì, 28 ottobre 2011 (ZENIT.org) – “Mille anni ante oculos tuos tamquam dies hesterna, quae praeteriit” (ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri, che è trascorso. Salmo 89).Tutto trascorre e scivola via per sempre, lasciando solo le vestigia delle epoche precedenti, con i loro monumenti e la testimonianza di un mondo che non esiste più, se non nella faticosa ricostruzione dei posteri.
Tutto passa, tutto scorre, tutto fluisce, apparentemente verso il nulla, da cui tutto è emerso. Mille anni sono come un giorno… Noi viviamo nella perenne illusione che tutto proceda senza fine, senza battute di arresto; che il nostro orizzonte quotidiano, popolato dagli stessi volti rassicuranti e sostenuto da incrollabili certezze, non finisca mai e che la vita prosegua, salda e sicura, per sempre.
Ma non è così. Il “conto alla rovescia”, anche per chi ha posto ciecamente la sua fiducia nelle cose del mondo, non tarda a profilarsi, generando immancabilmente delusione, amarezza e rabbia. Le stagioni si succedono, l’una all’altra, senza tregua e i sogni della giovinezza svaniscono, senza più ritorno.
“Povera polvere imperfetta”: tale – diceva una bella meditazione di un Padre – è la nostra natura e la nostra condizione, se valutiamo onestamente e con sincerità la vita. Siamo povera polvere, piena zeppa di fragilità e di errori, schiava del proprio orgoglio e di maldestre ambizioni, destinate tutte a sfumare in un momento.
Forse anche noi credenti, in fondo, accogliamo con imbarazzo e con fastidio qualche salutare richiamo alla vanità del presente e ai “Novissimi”, imparati un giorno al Catechismo e poi facilmente rimossi e dimenticati, quale scomodo e ingombrante bagaglio, da accantonare in qualche remoto angolo della memoria. Eppure Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso costituiscono Verità di Fede essenziali e centrali, poste nel cuore stesso dell’annuncio cristiano. Gesù è venuto proprio per liberarci da una condanna eterna, per indicarci la sola via della salvezza e metterci in guardia, perché evitassimo l’orrendo rischio di perdere per sempre noi stessi.
Nel dialogo che Gesù intesse con Nicodemo, il notturno visitatore del Maestro (cfr. Gv 3), si parla di una “rinascita dall’alto”. Come è possibile, domanda stupito il fariseo, che un uomo vecchio rinasca? Può forse ritornare nel grembo della madre? Può ricominciare ancora tutto da capo, quando i segni degli anni sono profonde incisioni sul volto, accompagnate spesso da dolorose ferite nell’anima? Può forse la nostra vita – unica, sola, irripetibile – avviata inesorabilmente al suo declino, ritrovare speranza e luce, riassaporando l’antica ebbrezza e la fragranza di una nuova primavera?
In verità, soltanto in Cristo, solo in Lui, Signore del tempo e dell’eternità, immortale Re della Gloria, vincitore per sempre del peccato e della morte, si può ricominciare a sperare. Solo la sua Grazia restituisce al cuore una imprevista ventata di amore e di fiducia, spalancandoci alla prospettiva di una vita finalmente priva dei limiti dello spazio e del tempo. Soltanto Lui, sebbene uomo come noi e come noi sepolto nell’abisso oscuro e atroce della morte, ha infranto la catena e sciolto i vincoli che lo tenevano prigioniero.
In Gesù riappare il pallido chiarore di un’alba nuova, inattesa, che prelude all’abbagliante luce della visione di Dio; uno spiraglio si apre, dentro il desolante quadro delle nostre città e delle nostre coscienze. Solo Lui, Signore del tempo e della eternità, ha la chiave per introdurci nel mistero che ci avvolge. Solo Cristo Gesù, Uomo e Dio, si pone sul crinale dei nostri giorni e pronuncia finalmente una parola nuova e insperata tra le rovine del presente e ci rammenta che non tutto è finito per sempre. Quel tenue e pallido chiarore è il
primo segno – fragilissimo ma tenace – di una vita che sta per ricominciare.
Insegnaci a contare i nostri giorni, dice ancora il Salmo. Tre bambini, alla Cova da Iria, appresero rapidamente la sapienza della Fede, non persero più un istante della vita, ma tutto orientarono alla meta ultima, al Cuore di Dio, al loro, e nostro, ultimo destino.
Fatima è scuola di speranza, terrena ed eterna. È scuola di impegno, coraggioso e generoso, perché la nostra vita –apparentemente posta tra due nulla- ha un valore infinito, ogni attimo conduce al Cielo o ci condanna inesorabilmente all’eterno fallimento.
Fatima è luce di cristiana speranza, nella penombra e nelle tenebre della nostra condizione umana. L’inferno e il paradiso non sono così distanti, come spesso pensiamo: li portiamo dentro di noi e ci costringono, ogni momento, a scegliere, a prendere posizione, per il Bene o per il Male. Nel mese che riconduce la nostra attenzione e il nostro affetto a chi ci ha preceduto nel cammino della vita, siamo invitati a guardare oltre il presente, a non fermarci alla superficie delle cose, ma a considerare la realtà con gli occhi e con il cuore di Dio. Imparando, ancora una volta, dai più piccoli e dai più semplici, come i tre fanciulli di Fatima.
| Mo

Publié dans:LA PREGHIERA - TEMI |on 28 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Madre di Dio del Roveto ardente

Madre di Dio del Roveto ardente dans immagini sacre maria-roveto-ardente-20010
http://iconecristiane.it/iconografi/clarisse-alessano/?pid=2349

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2011 |Pas de commentaires »
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