Prima lettura : Malachia 1,14b-2,2b.8-10 – commento

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi1.asp?ID_festa=89

I LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario – 31a Domenica

TESTO DELLA PRIMA LETTURA

Malachia 1,14b-2,2b.8-10

14b Io sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni.
2,1 Ora a voi questo monito, o sacerdoti. 2 Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni
8 Voi vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete rotto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. 9 Perciò anch’io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge.
10 Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro profanando l’alleanza dei nostri padri.

COMMENTO

Malachia 1,14b-2,2b.8-10

Le responsabilità dei sacerdoti

Il libretto di Malachia, il cui nome significa «mio messaggero» (cfr. 1,1; 3,1), contiene gli oracoli di un profeta del postesilio, il quale annunzia ai giudei la venuta del «messaggero di JHWH», identificato poi con Elia, e l’approssimarsi del giudizio. La sua attività si colloca dopo la ricostruzione del tempio (515 a.C.), verso la metà del sec. V a.C., quando svolgevano la loro opera i due riformatori Neemia e Esdra. Costoro infatti denunziano gli stessi abusi contro cui egli ha combattuto. Ciò si ricava senza difficoltà dal semplice elenco dei temi affrontati nei suoi oracoli, i quali sono stati raccolti senza un ordine specifico: 1) elezione di Israele (1,1-5); 2) colpe dei sacerdoti e minacce nei loro confronti (1,6-2,9); 3) contro i matrimoni con donne straniere e la pratica del divorzio (2,10-16); 4) giudizio di JHWH e la venuta del suo messaggero (2,17-3,5); 5) mancato pagamento delle decime (3,6-12); 6) il giorno di JHWH (3,12-21); 7) la venuta di Elia (3,22-24). Il testo liturgico prende qualche versetto della seconda parte e conclude con il versetto iniziale della terza.
Le colpe commesse dai sacerdoti riguardano il campo loro specifico, cioè il culto, e in particolare la scelta delle vittime da offrire a JHWH. Dopo averle segnalate (cfr. 2,12-14a), JHWH proclama: «Io sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni» (1,14b). Il titolo di «re» è stato attribuito a JHWH nel contesto dell’esodo: infatti Israele sarà tra tutti i popoli la sua «proprietà» particolare (Es 19,5), cioè un popolo che, a differenza di tutti gli altri, sarà governato direttamente da lui (cfr. Es 15,18; Dt 33,5; Nm 23,21). All’epoca di Samuele le correnti profetiche si oppongono all’introduzione della monarchia proprio in base al principio secondo cui JHWH è l’unico re di Israele (cfr. 1Sam 8,7). La regalità di JHWH viene riaffermata al termine dell’esilio dal Deuteroisaia (Is 52,7; cfr. Sof 3,14,15; Mi 4,6-7). In questo periodo Egli comincia ad essere considerato non più solo come re di Israele, ma come re universale, che sostiene l’universo da lui creato e guida la storia di tutta l’umanità (cfr. 1Cron 29,11-12; Sal 47,2-3.9-10; 93,1; 96,7-10; 99,1-2). La regalità diventa così una prerogativa che riguarda la natura stessa di Dio, ma che sulla terra si manifesterà pienamente solo alla fine dei tempi (cfr. Dn 2,36-45; 7,27). Su questa linea Malachia immagina JHWH come il «grande re», il cui potere, a immagine degli imperi dell’antichità, si estende su tutta la terra: perciò il suo nome è «terribile» (nôra’, temuto) fra le nazioni, in quanto suscita un misto di sentimenti che vanno dalla paura alla venerazione.
In questa veste di sovrano universale, JHWH si rivolge anzitutto ai sacerdoti: «Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni» (2,1-2a). Siccome questo re supremo risiede nel tempio di Gerusalemme, i suoi ministri sono anzitutto i sacerdoti che vi operano. Dopo le accuse circostanziate sollevate contro di loro (1,6-14), viene ora un monito (mizwah, precetto), cioè un duro richiamo ai loro doveri, ai quali sono collegate severe sanzioni in caso di trasgressione. Ai sacerdoti erano promesse particolari benedizioni (Es 32,29; cfr. Es 29; Lv 8-9), che comportavano privilegi speciali, come prelevare parti delle vittime, ottenere abitazioni e ricevere terre da coltivare. Se essi però non ascoltano, cioè non obbediscono al loro Dio e non danno gloria al suo nome, non solo saranno privati delle benedizioni a loro assegnate, ma queste si trasformeranno in maledizioni: in altre parole perderanno i loro privilegi, e in più saranno disprezzati ed oppressi.
Nei successivi vv. 2b-7 (omessi dalla liturgia), il profeta mostra come tali maledizioni si siano già attuate, e porta come motivo il fatto che i sacerdoti hanno tradito l’alleanza che JHWH aveva concluso con Levi, loro progenitore (Dt 33,8-11): in base ad essa le labbra del sacerdote, in quanto «messaggero» di JHWH, avrebbero dovuto custodire la «conoscenza» (da’at) e dalla sua bocca si sarebbe aspettata l’«istruzione» (tôrah, legge). Al sacerdote compete dunque l’insegnamento dei comandamenti di Dio, frutto di una profonda esperienza personale (conoscenza) di Dio stesso. In mancanza di ciò il sacerdote perde la sua ragione di essere e il suo status.
Dopo aver indicato ciò che Dio si aspettava dai sacerdoti, il profeta prosegue nella sua accusa, che ripete in due frasi parallele in forma chiastica: «Voi (invece) vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete rotto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. Perciò anch’io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge» (vv. 8-9). La colpa dei sacerdoti consiste nell’essersi allontanati dalla retta via, e di conseguenza nell’aver allontanato molti dall’incontro con JHWH a motivo del loro cattivo esempio e dei loro consigli perversi; essi hanno rotto l’alleanza di Levi, cioè sono venuti meno alle condizioni del servizio che spettava loro in quanto discendenti di Levi. Il versetto parallelo ripete lo stesso concetto con altre parole: i sacerdoti hanno perso prestigio e dignità davanti a tutto il popolo perché non hanno osservato le disposizioni (lett. le vie) di JHWH, hanno usato parzialità nella (applicazione della) legge. Un esempio di questo comportamento è quello attribuito ai figli di Eli (cfr. 1Sam 2,12-17). Per persone dotate di un incarico pubblico il venir meno ai propri doveri comporta tutta una serie di ripercussioni negative nella società in cui operano.
Il versetto conclusivo del testo liturgico è quello con cui si introduce il tema successivo dei matrimoni misti: «Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro profanando l’alleanza dei nostri padri?» (v. 10). Parlando di un unico padre di tutti Malachia non allude né ad Adamo, capostipite di tutto il genere umano, e neppure ad Abramo, progenitore di Israele, ma a Dio, in quanto creatore e padre di tutti gli uomini. Siccome l’alleanza con Lui sta alla base dei rapporti sociali, il rifiuto di obbedirgli comporta non solo un crimine di carattere religioso, ma anche la rovina del popolo. Questa frase, staccata dal suo contesto in cui si denunzia la disgregazione causata dai matrimoni misti e dai facili divorzi, e collegata con il brano precedente, non fa altro che sottolineare la responsabilità dei sacerdoti, i quali vengono meno al loro ruolo di custodi dell’alleanza.

Linee interpretative
Nella società israelitica, profondamente orientata in senso teocratico, ai sacerdoti competeva un ruolo fondamentale nella guida non solo religiosa, ma anche politica di tutto il popolo. Malachia ha il pregio di aver messo in luce le responsabilità dei sacerdoti e i guasti che provoca un comportamento guidato unicamente dall’interesse personale o di gruppo. Il profeta pone l’accento anzitutto su quello che è l’atteggiamento “spirituale” del sacerdote, il quale deve avere la «conoscenza» di JHWH, cioè deve non solo conoscere i suoi comandamenti, ma essere essere personalmente fedele a Lui, in modo da esserne un efficace intermediario nei confronti del popolo. In sostanza il sacerdote deve essere impregnato dello spirito dell’alleanza e deve condividerne le idealità e la dinamica interna. Solo così potrà essere una guida efficace, capece non solo di non portare il popolo fuori strada, ma anche di aggregarlo e di sostenerlo nel difficile campo della giustizia sociale.
Il fatto che Malachia, un profeta, si rivolga con tanta libertà ai sacerdoti, dotati di un grande potere non solo religioso ma anche politico, mette in luce una peculiarità dell’antico Israele. Nessuna delle figure che esercitano una leadership nel popolo di Dio può essere considerata come autoreferenziale. È dalla dialettica interna di diversi carismi e poteri che deriva al popolo la possibilità di trovare la via giusta nella fedeltà al Dio dell’alleanza. Quando si dà per scontato che una categoria di responsabili comunitari sia superiore a ogni critica e contestazione, si crea facilmente una conduzione autoritaria del gruppo, il cui effetto immediato è il disimpegno dei più, e di conseguenza il blocco della ricerca e del progresso: il gruppo si chiude a riccio e cessa così di adattarsi a un mondo che cambia, venendo meno al compito di interpretare la volontà di Dio in nuovi contesti culturali e ambiti di vita.

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