1 Tessalonicesi 1,1-5b – commento

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1 Tessalonicesi 1,1-5b

1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace!

2 Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente 3 memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo.
4 Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. 5 Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito santo e con profonda convinzione.

COMMENTO

1 Tessalonicesi 1,1-5b

L’elezione dei tessalonicesi
La lettera ai cristiani di Tessalonica è con ogni probabilità la più antica dell’epistolario paolino in quanto fu scritta da Paolo all’inizio degli anni Cinquanta, durante il suo secondo viaggio missionario, poco dopo aver lasciato la città. La missiva si apre con un breve prescritto (1,1) a cui fa seguito un lungo ringraziamento (1,2-3,13); vengono poi alcune raccomandazioni su temi specifici di vita cristiana (4,1-5,24) seguite dal postscritto (5,25,28). Il testo liturgico riporta il prescritto e l’inizio del ringraziamento.
Il prescritto della lettera è molto sintetico: «Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace! » (v. 1). Paolo si presenta con il suo nome greco, senza aggiungere nessuna delle sue qualifiche apostoliche. Questo semplice modo di presentarsi è indice di familiarità e al tempo stesso denota un’assenza di contestazione nei suoi confronti, quale apparirà invece nelle lettere successive. L’apostolo si associa due collaboratori, Silvano e Timoteo. Il primo è lo stesso personaggio, chiamato Sila, che secondo gli Atti egli ha scelto come compagno nel secondo viaggio missionario dopo essersi separato da Barnaba (cfr. At 15,40); di lui parlerà ancora in seguito nel corso della lettera (cfr. 1Ts 3,2). Timoteo invece è un cristiano di madre ebraica che l’apostolo ha preso con sé, sempre nel secondo viaggio, a Listra, dopo averlo fatto circoncidere (cfr. At 16,1-3). Sia l’uno che l’altro avevano partecipato attivamente all’evangelizzazione di Tessalonica (cfr. At 17,1). Paolo non dice che essi abbiano scritto la lettera con lui, ma li sente così vicini e partecipi della sua attività da parlare anche a nome loro.
Paolo scrive alla «chiesa dei tessalonicesi». Il termine «chiesa» (ekklesia) traduce l’ebraico qahal che indica nell’AT la comunità del popolo di Dio. Egli suppone dunque che il gruppetto di persone che in Tessalonica hanno aderito a Cristo sia la rappresentanza, in quella città, del popolo di Israele, ormai entrato nella fase finale della salvezza inaugurata da Cristo. Questa loro dignità proviene dal fatto di essere «in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo»: mediante Gesù di Nazareth, considerato da loro come Cristo, cioè il Messia, sono entrati in un rapporto strettissimo con Dio Padre. Il prescritto termina con l’usuale augurio di grazia e di pace. Il termine «pace» (eirêne, shalôm) rappresenta il saluto tipico del mondo ebraico e significa la pienezza di ogni bene,  spirituale e materiale, in un rapporto di comunione con l’unico Dio. Il termine «grazia» (charis) è un adattamento cristiano di chaire, salve, saluto tipico del mondo greco. Dall’unione dei due termini risulta l’idea di una pace che è dono di Dio e come tale deve essere ricercata e accolta da tutti i credenti in Cristo.
Una volta terminato il prescritto Paolo inizia il ringraziamento, che si prolungherà fino a 3,13. Egli ringrazia continuamente Dio per i cristiani di Tessalonica, ricordandoli sempre nelle sue preghiere (v. 2). Paolo si presenta qui come un uomo di preghiera, che porta nel cuore davanti a Dio i cristiani da lui convertiti. In questa preghiera è incluso il ricordo del loro impegno nella fede, della loro operosità nella carità e della loro costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo (v. 3). L’«impegno nella fede» (ergon tês pisteôs, l’opera della fede) indica quell’operare che ha origine dalla fede, cioè la fede che opera mediante l’amore (cfr. Gal 5,6). L’«operosità nella carità» (kopon tês agapês, fatica dell’amore), è quell’affaticarsi per gli altri che è espressione di amore. Infine la «costante speranza» (hypomonê tês elpidos, la pazienza della speranza) è la capacità di sopportare le tribolazioni della vita, continuamente alimentata dalla speranza nel compimento finale (cfr. Rm 8,18). Appaiono qui per la prima volta le tre virtù “teologali”, le quali indicano uno stretto rapporto con Dio che dà origine a un impegno d’amore e di servizio nei confronti dei fratelli (cfr. anche in seguito 1Ts 5,8).
L’intensità della vita cristiana dei tessalonicesi viene fatta risalire da Paolo a un dono speciale di Dio: perciò li chiama «fratelli amati da Dio» e si dice consapevole dell’elezione  che essi hanno ricevuto (v. 4). L’«elezione» (eklogê) era prerogativa del popolo di Israele (cfr. Dt 7,7); in forza dell’elezione ricevuta, i tessalonicesi sono diventati il popolo eletto degli ultimi tempi.
Infine Paolo mette in luce il motivo per cui si sente di fare affermazioni così elevate circa la vita cristiana dei tessalonicesi: il suo «vangelo» (euanghelion) si è diffuso fra loro «non soltanto per mezzo della parola (logos), ma anche con potenza (dynamis), con Spirito Santo e con profonda convinzione (plêrophoria, sicurezza)»: i tessalonicesi ne sono al corrente, perché sanno bene come egli (con i suoi collaboratori) sisono comportati in mezzo ad essi per il loro bene (v. 5ab). La potenza che ha accompagnato la parola da lui annunziata non consiste in opere miracolose, ma nella sua capacità di provocare quella fede vivace e spontanea che rivela l’azione dello Spirito.

Linee interpretative
La preghiera che Paolo rivolge a Dio per i cristiani di Tessalonica rivela tutta la stima e il rispetto che egli ha per questo gruppetto di credenti in Cristo. Egli non li considera come suoi seguaci, ma come persone che Dio ha amato e ha chiamato ad essere il suo popolo in forza della loro adesione a Cristo. Il fatto che essi siano entrati a far parte della chiesa non viene visto da Paolo come frutto della sua opera evangelizzatrice, ma come il risultato dell’azione potente di Dio che, mediante la sua parola e l’opera dello Spirito, ha conferito loro il dono della fede.
La vita dei membri della comunità di Tessalonica è totalmente illuminata e guidata dal nuovo rapporto con Dio a cui Cristo li ha iniziati. Essa si caratterizza per l’esercizio delle tre “virtù teologali” che sono la fede, la speranza e l’amore. Esse non consistono semplicemente in profondi sentimenti del cuore, ma portano inevitabilmente all’azione. All’origine di tutto c’è una fede impegnata, che si manifesta nelle opere spesso faticose suggerite dall’amore, il quale a sua volta è sostenuto da quella pazienza che è il risultato di una speranza incrollabile. L’agire del credente non è dunque frutto di un bisogno superficiale di autorealizzazione, ma deriva dal profondo del cuore in cui Dio opera per mezzo dello Spirito.
 

Publié dans : Lettera ai Tessalonicesi - prima |le 14 octobre, 2011 |Pas de Commentaires »

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