Archive pour septembre, 2011

17 settembre: San Francesco d’Assisi, Impressione delle Stimmate

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/91753

San Francesco d’Assisi, Impressione delle Stimmate

17 settembre

Il Martirologio Romano al 17 settembre rievoca: “Sul monte della Verna, in Toscana, la commemorazione dell’Impressione delle sacre Stimmate, che, per meravigliosa grazia di Dio, furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di san Francesco, Fondatore dell’Ordine dei Minori”.
Poche e sintetiche parole per descrivere un evento straordinario, e mai sino ad allora verificatosi, che si compì sul monte della Verna, mentre un’estate della prima metà del ‘200 volgeva al termine, e che schiere innumerevoli di santi, uomini e donne di Dio, ripeterono nella loro vita.
Anche numerosi artisti si ispirarono a quel primo episodio, immortalandolo in tele ed affreschi. Basti solo ricordare qui, tra i più famosi, quelli di Giotto nella Basilica superiore del Poverello in Assisi.
Poche parole quelle del Martirologio, dunque. Maggiori dettagli li forniscono i primi biografi del Santo. In special modo, S. Bonaventura da Bagnoregio che, nella sua “Legenda Major”, non manca di riferirne con dovizia anche i particolari.
Correva l’anno 1224. S. Francesco d’Assisi, due anni prima di morire, voleva trascorrere nel silenzio e nella solitudine quaranta giorni di digiuno in onore dell’arcangelo S. Michele. Era, del resto, abitudine del Santo d’Assisi ritirarsi, come Gesù, in luoghi solitari e romitori per attendere alla meditazione ed all’unione intima con il Signore nella preghiera. Sapeva, infatti, che ogni apostolato era sterile se non sostenuto da una crescita spirituale della propria vita interiore. Molti luoghi dell’Umbria, della Toscana e del Lazio vantano di aver ospitato il Poverello d’Assisi in questi suoi frequenti ritiri.
La Verna era uno di questi e certamente era quello che il Santo prediligeva. Già all’epoca di Francesco era un monte selvaggio – un “crudo sasso” come direbbe Dante Alighieri – che s’innalza verso il cielo nella valle del Casentino. La sommità del monte è tagliata per buona parte da una roccia a strapiombo, tanto da farla assomigliare ad una fortezza inaccessibile. La leggenda vuole che la fenditura profonda visibile, con enormi blocchi sospesi, si sia generata a seguito del terremoto che succedette alla morte di Gesù sul Golgota.
Esso era proprietà del conte Orlando da Chiusi di Casentino, il quale, nutrendo una grande venerazione per Francesco, volle donarglielo. Qui i frati del Poverello vi costruirono una piccola capanna.
In quello luogo Francesco era intento a meditare, per divina ispirazione, sulla Passione di Gesù quando avvenne l’evento prodigioso. Pregava così: “O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch’ io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”.
La sua preghiera non rimase inascoltata. Fu fatto degno, infatti, di ricevere sul proprio corpo i segni visibili della Passione di Cristo. Il prodigio avvenne in maniera così mirabile che i pastori e gli abitanti dei dintorni riferirono ai frati di aver visto per circa un’ora il monte della Verna incendiato di un vivo fulgore, tanto da temere un incendio o che si fosse levato il sole prima del solito.
Scriveva S. Bonaventura da Bagnoregio: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Fu Gesù stesso, nella sua apparizione, a chiarire a Francesco il senso di tale prodigio: “Sai tu … quello ch’ io t’ho fatto? Io t’ho donato le Stimmate che sono i segnali della mia passione, acciò che tu sia il mio gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al limbo, e tutte l’anime ch’ io vi trovai ne trassi in virtù di queste mie Istimate; e così a te concedo ch’ ogni anno, il dì della morte tua, tu vadi al purgatorio, e tutte l’anime de’ tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio degli altri i quali saranno istati a te molto divoti, i quali tu vi troverai, tu ne tragga in virtù delle tue Istimate e menile alla gloria di paradiso, acciò che tu sia a me conforme nella morte, come tu se’ nella vita” (“Delle Sacre Sante Istimate di Santo Francesco e delle loro considerazioni”, III considerazione).
Continuava ancora S. Bonaventura che, scomparendo, la visione lasciò nel cuore del Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
A proposito ancora dei segni della Passione, il primo biografo del Santo, l’abruzzese Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sosteneva che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del Poverello d’Assisi), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Nonostante le ampie descrizioni e resoconti ed il fatto che vi fossero numerosi testimoni oculari delle stigmate, non può tacersi la circostanza che la bolla di canonizzazione di S. Francesco del 19 luglio 1228 “Mira circa nos”, risalente ad appena due anni dopo la morte del Santo, non ne faccia alcun cenno.
Non mancarono in verità, già da parte di alcuni contemporanei, contestazioni ed opposizioni, ritenendo quei segni impressi nelle carni del Patrono d’Italia frutto di una frode.
Lo stesso Gregorio IX, prima di procedere alla canonizzazione di Francesco, pare nutrisse dei dubbi riguardo a quel fatto prodigioso. E’ sempre S. Bonaventura, nel capitolo della sua “Legenda Major” dedicato alla “Potenza miracolosa della Stimmate” del Poverello, a parlarne.
Scriveva che “Papa Gregorio IX, di felice memoria, al quale il Santo aveva profetizzato l’elezione alla cattedra di Pietro, nutriva in cuore, prima di canonizzare l’alfiere della croce (cioè S. Francesco), dei dubbi sulla ferita del costato. Ebbene, una notte, come lo stesso glorioso presule raccontava tra le lacrime, gli apparve in sogno il beato Francesco che, con volto piuttosto severo, lo rimproverò per quelle esitazioni e, alzando bene il braccio destro, scoprì la ferita e gli chiese una fiala, per raccogliere il sangue zampillante che fluiva dal costato. Il sommo Pontefice, in visione, porse la fiala richiesta e la vide riempirsi fino all’orlo di sangue vivo. Da allora egli si infiammò di grandissima devozione e ferventissimo zelo per quel sacro miracolo, al punto da non riuscire a sopportare che qualcuno osasse, nella sua superbia e presunzione, misconoscere la realtà dei quei segni fulgentissimi, senza rimproverarlo duramente” (Leg. Maj., II, 1, 2).
Tale episodio fu magistralmente rievocato da Giotto negli affreschi della Basilica superiore del Santo in Assisi.
La Chiesa, comunque, dopo maturo giudizio, con ben nove bolle pontificie (di Gregorio IX, di Alessandro IV e di Niccolò III), susseguitesi tra il 1237 ed il 1291, difese la realtà delle stigmate di Francesco, senza peraltro esprimere un’interpretazione definitiva del fenomeno, la cui genesi è soprannaturale e deriva dall’Amore.
Non a caso un dottore della Chiesa, S. Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell’amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d’Assisi con l’amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”. S. Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d’amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
La Chiesa riconobbe la straordinarietà del fenomeno verificatosi nel 1224, inteso quale segno privilegiato concesso da Cristo al suo umile servo di Assisi, anche da un punto di vista liturgico, inserendo la ricorrenza nel calendario. Papa Benedetto XI Boccasini da Treviso, infatti, concesse all’Ordine Francescano ed all’intero Orbe cattolico di celebrarne annualmente il ricordo il 17 settembre.

Autore: Francesco Patruno

Publié dans:Santi: San Francesco D'Assisi |on 17 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia prima lettura: Mangiate, bevete!

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13286.html

Omelia (03-08-2008)

don Marco Pratesi

Mangiate, bevete!

La profezia del Secondo Isaia volge oramai verso la sua conclusione, e il profeta, come un venditore ambulante, invita tutti quanti ad approfittare della sua offerta, incredibilmente vantaggiosa, e a doppio titolo: è roba buona, e gratuita. Chi accetta l’offerta beve e mangia gratis cose buone! Chi accoglie la parola profetica accoglie già da subito, fidandosi della promessa in essa proclamata, la speranza certa della liberazione dall’esilio. Questa accoglienza presuppone che da un lato si abbia fame e sete, e che dall’altro si smetta di spendere per ciò che non sazia e non disseta. Bisogna cioè evitare la rassegnazione, la perdita di ogni slancio verso il riscatto; e la coltivazione di soluzioni umane che lasciano comunque scontenti.
Per partecipare a questo banchetto occorre dunque saper « porgere orecchio », ascoltare, in quanto solo l’ascolto della Parola consente una reale uscita dalle prospettive umane, siano esse disperate o illusorie; e questo è sapienza (il brano ha toni sapienziali, cf. Proverbi 9,1-6).
Chi saprà ascoltare, potrà finalmente rispondere alla domanda angosciata di Israele in esilio: l’alleanza è oramai finita? Dio si sente ancora il Dio di Israele? La disfatta della dinastia davidica significa che Dio non ritiene più di dover restare fedele alle sue promesse? La risposta del profeta è chiara, e anche inedita: Dio stabilisce una nuova alleanza, nella quale gli atti di amore gratuito dei quali Davide è stato oggetto saranno per tutto il popolo, e i favori assicurati a uno estesi a tutti. L’esilio dunque, invece di essere una battuta d’arresto o addirittura la fine del progetto di Dio, rappresenta un suo ulteriore progresso.
Non per niente si tratta di una pericope letta nella notte di Pasqua: Dio fa del proprio apparente scacco e del trionfo del male il momento della propria gloria e dell’adempimento del suo piano salvifico, e la sofferenza del Giusto diviene nutrimento per chiunque crede: « I poveri mangeranno e saranno saziati » (Sal 21,26).
Chi è sapiente sappia riconoscere i cibi falsi: da un lato essi non saziano, non riempiono mai, lasciano nella frustrazione, anzi la aggravano; dall’altro sono cibi da pagare, e cari. Chi li offre, infatti – ossia gli idoli -, chiede sempre di più offrendo sempre meno: si dà fondo a tutte le risorse ritrovandosi alla fine soltanto impoveriti e sfruttati. Chi è sapiente sappia riconoscere che di fronte a Dio l’unico atteggiamento corretto è quello del povero che sa ricevere tutto gratis, sfuggendo alla multiforme e sempreverde illusione di un proprio « diritto » ai beni della salvezza.
Un cibo che è gratis, un cibo che sazia, « mangiate, bevete »: viene spontaneo pensare all’Eucaristia, la doppia mensa della Parola e del Pane dove Dio rinnova la promessa di gratuita salvezza e dove sempre di nuovo ad essa noi aderiamo; banchetto che anticipa la pienezza definitiva promessa oltre ogni pianto, alla fine del tempo (cf. Is 25,6-10).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (18-09-2011) : Come possiamo essere operai zelanti?

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/23451.html

Omelia (18-09-2011)

Gaetano Salvati

Come possiamo essere operai zelanti?

San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, invita ciascuno a manifestare gratitudine per il dono di grazia ricevuto da Gesù e a non essere in nessun caso invidiosi della dolcezza di cui ci parla il Signore nella parabola. Il Maestro, infatti, sollecita il cristiano a perseverare nella fede, nella speranza e nella carità, per poter discernere, nelle azioni quotidiane, la benevolenza di Dio verso i peccatori.
Il padrone che esce all’alba « per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna » (Mt 20,1), è Dio che, incarnandosi e morendo in croce, convoca l’uomo, caduto nell’impotenza di raggiungere da solo la salvezza, a lavorare per il Suo regno, cioè a partecipare alla vita divina, alla piena comunione con Dio, fine ultimo del nostro essere cristiani. La sequenza giornaliera, alba – sera, è l’inizio e la fine del nostro viaggio sulla terra: chi ha aderito con tutto se stesso agli insegnamenti del Maestro, non importa se ha vissuto tutta la vita da cristiano modello o si è convertito prima di morire, sarà dato in premio la vita eterna, qui rappresentata da « un denaro » (v. 10). L’invidia dei lavoratori della prima ora, è l’insensibilità verso la missione che spetta ad ogni cristiano. Ciascuno di noi è impegnato, come il padrone, a chiamare degli operai per la vigna, cioè ad evangelizzare, per far gustare a ognuno il frutto della misericordia divina, il perdono, segno concreto dell?inizio della vita nuova in Cristo. Tale è la missione d’amore che Gesù ha voluto per la Sua Chiesa: essa, costituita esclusivamente sull’amore infinito del nostro Salvatore, che ha redento tutti gli uomini di qualsiasi razza, cultura, lingua, pensiero politico, e non sulla meritocrazia, per cui gioisce con il Suo Signore per ogni peccatore convertito, e loda la Sua magnanimità, è la comunità redenta aperta all’uomo, alle sue reali necessità, alla sua cosciente e incosciente necessità di Dio; per cui è indispensabile, obbligatorio, essere dei missionari solerti della Parola nel mondo.
Ma, in che modo possiamo essere dei divulgatori della novità del Vangelo, operai zelanti della vigna del Signore? Solo se coltiviamo il seme della fede, mediante la partecipazione ai sacramenti, saremo in grado di dedicare la nostra esistenza alla missione che Cristo ha iniziato con la sua risurrezione e con l’invio dello Spirito, e testimonieremo con la vita, il Vangelo della speranza contro l’angoscia e la depressione che attanaglia i cuori degli uomini; e saremo annunciatori della Buona Novella con l’amore (carità) verso tutti, espressione tangibile della presenza di Gesù in mezzo a noi. Amen.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 17 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

DOMENICA 18 SETTEMBRE – XXV DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A25page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Fil 1,20c-24.27a
Per me vivere è Cristo

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési.
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 46, 13; CCL 41, 539-540)

I cristiani deboli
Dice il Signore: «Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme» (Ez 34, 4).
Parla ai cattivi pastori, ai falsi pastori, ai pastori che cercano i loro interessi, non quelli di Gesù Cristo, che sono molto solleciti dei proventi del loro ufficio, ma che non hanno affatto cura del gregge, e non rinfrancano chi è malato.
Poiché si parla di malati e di infermi, anche se sembra trattarsi della stessa cosa, una differenza si potrebbe ammettere. Infatti, a considerare bene le parole in se stesse, malato è propriamente chi è già tocco dal male, mentre infermo è colui che non è fermo e quindi solo debole.
Per chi è debole bisogna temere che la tentazione lo assalga e lo abbatta, Il malato invece è già affetto da qualche passione, e questa gli impedisce di entrare nella via di Dio, di sottomettersi al giogo di Cristo.
Alcuni uomini, che vogliono vivere bene e hanno fatto già il proposito di vivere virtuosamente, hanno minore capacità di sopportare il male, che disponibilità a fare il bene. Ora invece è proprio della virtù cristiana non solo operare il bene, ma anche saper sopportare i mali. Coloro dunque che sembrano fervorosi nel fare il bene, ma non vogliono o non sanno sopportare le sofferenze che incalzano, sono infermi ossia deboli. Ma chi ama il mondo per qualche insana voglia e si distoglie anche dalla stesse opere buone, è già vinto dal male ed è malato. La malattia lo rende come privo di forze e incapace di fare qualcosa di buono. Tale era nell’anima quel paralitico che non poté essere introdotto davanti al Signore. Allora coloro che lo trasportavano scoprirono il tetto e di lì lo calarono giù. Anche tu devi comportarti come se volessi fare la stessa cosa nel mondo interiore dell’uomo: scoperchiare il suo tetto e deporre davanti al Signore l’anima stessa paralitica, fiaccata in tutte le membra ed incapace di fare opere buone, oppressa dai suoi peccati e sofferente per la malattia della sua cupidigia.
Il medico c’è, è nascosto e sta dentro il cuore. Questo è il vero senso occulto della Scrittura da spiegare.
Se dunque ti trovi davanti a un malato rattrappito nelle membra e colpito da paralisi interiore, per farlo giungere al medico, apri il tetto e fa’ calar giù il paralitico, cioè fallo entrare in se stesso e svelagli ciò che sta nascosto nelle pieghe del suo cuore. Mostragli il suo male e il medico che deve curarlo.
A chi trascura di fare ciò, avete udito quale rimprovero viene rivolto? Questo: «Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite» (Ez 34, 4). Il ferito di cui si parla qui è come abbiamo già detto, colui che si trova come terrorizzato dalle tentazioni. La medicina da offrire in tal caso è contenuta in queste consolanti parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione ci darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10, 13).

Semplicita virtu da riscoprire. Essere semplici non e cosi semplice…

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4061

 Febbraio 2007

Semplicita virtu da riscoprire. Essere semplici non e cosi semplice

La semplicita e la virtu della persona che e priva di artificio e affettazione, che non finge e non e preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non e mossa da calcolo, e trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.

La vita moderna, societa di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessita e dall’abbondanza, fa sentire forse in modo piu acuto il bisogno di ritorno all’essenziale, di riduzione della complessita, di semplificazione della vita stessa: nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realta. Sembra inoltre che di maggior semplicita si senta il bisogno anche quando si leggono le analisi, spesso acute e dettagliate, sui vari aspetti della vita religiosa, oggi, e si ipotizzano proposte per far fronte ai problemi del momento… In fondo, gli istituti religiosi dove le cose funzionano bene si assomigliano un po’ tutti (mentre le situazioni di crisi presentano ciascuna una propria specificita), la vita di consacrazione autentica e in realta qualcosa di semplice e cio fa apparire non necessario riproporre ogni volta elaborate sintesi teologiche e approfonditi richiami dottrinali. La stessa vita cristiana, in definitiva, e qualcosa di semplice sia nella sua formulazione che nella traduzione pratica, come sottolinea spesso Benedetto XVI, il quale ci ricorda anche che «il segno di Dio e la semplicita».1
 
LA PERSONA  SEMPLICE
Volendo descrivere la semplicita, si puo affermare che essa si riscontra nella persona che e priva di artificio e affettazione, che non finge e non e preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non e mossa da calcolo, e trasparente e naturale. Semplicita e oblio di sé, autenticita, distacco, serenita, modestia; suoi opposti sono il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la doppiezza, la complessita. La semplicita e quiete contro inquietudine, leggerezza contro gravita, spontaneita contro riflessione. «La semplicita non e una virtu che si aggiunge all’esistenza. E l’esistenza stessa, in quanto nulla vi si aggiunge. Sicché e la piu lieve delle virtu, la piu trasparente, e la piu rara. E il contrario della letteratura: e la vita senza discorsi e senza menzogne, senza esagerazione, senza magniloquenza. E la vita insignificante, e la vera».2
Parlando di semplicita si affaccia spontaneamente alla mente l’immagine del bambino: egli si presenta come una persona ridotta alla sua espressione piu semplice, e la vita senza menzogne o esagerazioni, e liberta e leggerezza, e incuranza, e immediatezza. J. Guitton parla della semplicita – pur non citandola espressamente – quando, in un’immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, cosi si rivolge a lui: «I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravita, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto e piu difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti gia coperte di rughe che tutto e piu facile di quanto non si fosse creduto!».3
 
SEMPLICITA E VITA CRISTIANA
 Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicita – che e sinonimo di verita, abbandono, umilta, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicita, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesu: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtu cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carita ostentata, un’umilta ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una poverta scelta per protesta?
Semplicita e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; cio spiega perché Gesu raccomanda di essere come i bambini,4 perché il loro e uno stato di abbandono, non sono presi dall’impazienza di crescere e di fare, non sono segnati dalla serieta del vivere. Sono l’immagine piu eloquente e convincente di quell’atteggiamento evangelico descritto da Gesu quando dice: “Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…” (Mt 7,26-28).
La semplicita peraltro non e certamente virtu infantile, e piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, e frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa. Si puo fare qualche esempio.
La semplicita fa si che la Chiesa, nel suo rapporto con il mondo, preferisca in tutto il vangelo agli artifici della politica umana e si presenti al mondo con quello stile sobrio, semplice, diretto, concentrato sull’essenziale che caratterizza in modo tanto evidente lo stile di papa Benedetto XVI. Questo papa si presenta come un cristiano dalla personalita accattivante, dotato di saggezza, semplicita, umanita; un uomo dal cuore grande, che e sempre pienamente se stesso, nella semplicita e gentilezza dei suoi atteggiamenti, nella serenita e mitezza che traspaiono dal suo volto.
La semplicita dovrebbe trasparire nelle nostre liturgie, accompagnata a decoro e buon gusto, cosi da evitare pesantezze e oscurita nei riti, nelle parole, negli ornamenti delle chiese.
La semplicita evangelica caratterizza uno stile di esercizio dell’autorita che rifugge dalle tattiche, dallo sfoggio di titoli e insegne, da ogni forma di privilegio, e si caratterizza per il tratto umile e di servizio.
Anche il nostro parlare e i rapporti interpersonali guadagnano in autenticita quando sono ispirati a semplicita. Essa ci porta, infatti, a evitare ostentazioni di sentimenti che non si provano, forme di servilismo e piaggeria, la retorica vuota del discorso e il ricorso a espressioni linguistiche che suonano come frasi fatte e di moda,5 la falsa modestia che cela la compiacenza vanitosa. L’enfasi orna, complica: quando le parole non vengono dal cuore e rimbalzano come un’eco lontana, si impone autocontrollo e sobrieta.
 
LA SEMPLICITA DERISA
 La semplicita non va confusa con l’ingenuita, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Cio che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti e il fatto che essa e sempre congiunta alla virtu della prudenza: questa fa si che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal si o dal no della volonta, ma fa dipendere il si o il no della volonta dalla verita, da come stanno veramente le cose,6 perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realta concreta.
E facile immaginare che chiunque si presentasse non tanto come una persona semplice quanto piuttosto ingenua o sprovveduta sarebbe oggetto di derisione e compatimento, considerata alla stregua di chi non sa curare i propri interessi, e facilmente manipolabile, uno che non fara strada nella vita… Detto questo, pero, occorre aggiungere che la persona genuinamente semplice – cioe colei che vive la semplicita secondo lo spirito evangelico – puo comunque essere sottovalutata o guardata con una certa aria di sufficienza, quasi si tratti di un soggetto un po’ fuori moda e che non sta al passo con i tempi. D’altra parte, questo e sempre il destino di chi e autenticamente cristiano e segue l’esempio di Gesu “mite e umile di cuore”. In un mondo segnato dalla brama di potere, di successo, di affermazione – e a questo non sfugge a volte anche il mondo ecclesiastico – puo dunque capitare che la semplicita sia poco apprezzata, guardata con diffidenza, ritenuta poco funzionale e, infine, anche piu o meno apertamente derisa. Ecco allora che si tende a servirsi del proprio ruolo come di uno schermo dietro il quale proteggersi; si adotta uno stile allusivo, un dire e non dire, che non appare necessario né dettato dalla prudenza; si assume un atteggiamento reticente e un’aria di gravita come di chi e chiamato a svolgere un compito assai difficile e di grande responsabilita; ci si guarda dal manifestare i propri sentimenti per non esporsi alla critica o al pericolo di essere considerati dei deboli; alla comunicazione diretta con la persona interessata si preferisce l’informazione indiretta o generica; al parlare semplice e piano si preferisce il linguaggio ricercato e ad effetto.
Merita di essere citata, a questo riguardo, una pagina di s. Gregorio Magno per rendersi conto di quanto essa sia sempre attuale. Nel suo Commento al libro di Giobbe, il santo sottolinea come venga derisa la semplicita di Giobbe. Scrive infatti: «Ma “viene derisa la semplicita del giusto” (Gb 12,4 volg.). La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene cosi com’e, nell’evitare la falsita, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare piu volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subita a causa della verita. Ma questa semplicita del giusto viene derisa, perché la purezza di intenzione e creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto cio che si fa con innocenza, e ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta, e tutto cio che la verita approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo”.7
 
LA SEMPLICITA DEI SANTI
 Noi parliamo della semplicita, ma i santi l’hanno vissuta e testimoniata. Conviene, dunque, rivolgere a loro l’attenzione per comprenderla meglio e apprezzarla di piu. Naturalmente, qui e possibile limitarsi soltanto a qualche esempio.
San Francesco amo sempre e in modo particolarissimo la pura e santa semplicita in se stesso e negli altri. Tommaso da Celano ci ha lasciato una testimonianza significativa: «Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicita, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicita, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.
E quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicita che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. E la semplicita che in tutte le leggi divine lascia le tortuosita delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosita a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nocciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.
E questa la semplicita che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che piu facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtu, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicita”».8
San Francesco di Sales, santo della dolcezza e della mitezza, in un suo Trattenimento con le suore della congregazione da lui fondata afferma che la semplicita «non si cura di quello che fanno o possono fare gli altri… Questa virtu ha molta affinita con l’umilta… E solo l’amor proprio che ci fa guardare se quanto abbiamo detto e stato ricevuto bene o male: la santa semplicita invece non sta dietro alle sue parole e azioni; ma ne lascia la cura alla Divina Provvidenza, alla quale e essenzialmente affidata. Percio va avanti rettamente per il suo cammino senza guardare né a destra né a sinistra».9 E poco piu avanti il santo aggiunge: «Colui che e attento a piacere amorosamente all’Amante Divino, non ha il tempo per ritornare con affanno su se stesso: poiché l’anima sua tende continuamente dove l’attrae l’amore. Questo esercizio di abbandono continuo in Dio, nella sua semplicita, comprende eminentemente tutta la perfezione degli altri esercizi: e poiché la pratica di esso e gradita a Dio, dobbiamo usarlo di preferenza su tutte le altre pratiche».10
L’abbandono alla volonta di Dio in santa semplicita segna tutta la vita di s. Teresa di Gesu bambino, come si puo facilmente ricavare da ogni pagina della sua autobiografia. In una sua poesia, immagina che la Madonna si rivolga a una postulante dicendole che «la virtu che in te veder m’e caro – sovra ogni altra, e la semplicita»;11 quando poi un giorno sr. Agnese la invita a dire qualche parola edificante al medico della comunita, rispose: «Oh! Madre mia, questo non e il mio metodo… Io non amo che la semplicita; il contrario mi fa orrore».12
Infine, non si puo non citare papa Giovanni XXIII, il quale deve soprattutto alla sua bonta e semplicita il fascino che sempre ha esercitato su chi l’ha potuto incontrare e continua a esercitare su chi lo accosta attraverso i suoi scritti. «Per questo papa bastava avere dei concetti semplici, avere un sonno tranquillo, abbandonarsi al Signore come un bambino ed essere senza ambizioni e umile».13 Annota nel suo Il Giornale dell’anima: «l’essere semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. E una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno».14
E difficile resistere al piacere di offrire un’ampia spigolatura di citazioni raccolte dai suoi scritti, dove egli richiama ed esalta la virtu della semplicita…; mi limito quindi a due sole citazioni.
Durante il ritiro annuale nel novembre del 1948 faceva questa riflessione: «Piu mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e piu riconosco che la via piu sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio alla Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principii, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicita e di calma… Oh, la semplicita del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di s. Francesco, delle pagine piu squisite di s. Gregorio, nei Morali: “Deridetur justi simplicitas”, con quel che segue! Come sempre piu gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicita e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesu e dei suoi santi! Questo e l’accorgimento piu sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda ugualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilita, a cio che vi e di piu alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformita alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Hoc est philosophiae culmen: simplicem esse cum prudentia”. Il pensiero e di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’oriente. Signore Gesu, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicita che, tenendomi umile, mi avvicina di piu al vostro spirito ed attira e salva le anime».15
Ormai papa e vicino al compimento degli ottant’anni, scriveva questa pagina straordinaria, quasi sintesi di una saggezza accumulata con il trascorrere degli anni: «Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece e piu conforme all’esempio di Gesu la semplicita piu attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicita puo suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il “simplex, rectus et timens Deum” e sempre il piu degno e il piu forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli e semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell’animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui… La semplicita non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicita e amore, la prudenza e pensiero. L’amore prega, l’intelligenza vigila. Vigilate et orate». Conciliazione perfetta. L’amore e come la colomba che geme, l’intelligenza operativa e come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino».16
«Splendore di cio che e semplice!», affermava Heidegger, anche se tutti siamo consapevoli che «non e cosi semplice essere semplice» (P. Reverdy). Eppure, «che cosa di piu semplice della semplicita? Cosa di piu leggero? E la virtu dei saggi e la saggezza dei santi».17 
 
Note:
1 Benedetto XVI, Omelia della Messa di mezzanotte di Natale, 25 dicembre 2006.
2 Comte-Sponville A., Piccolo trattato delle grandi virtu, Casa Editrice Corbaccio, Milano 1996, 174.
3 GUITTON J, Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40.
4 Mt 18,3.
5 Anche nel campo ecclesiale si vanno diffondendo frasi fatte, luoghi comuni, slogan stantii: un campionario linguistico che viene ormai designato con il termine ecclesialese. Gli esempi abbondano: intercettare i bisogni, passaggi epocali, opzione preferenziale, ottica comunionale, atteggiamenti profetici, lasciarsi provocare dalle urgenze…
6 Cf. Pieper J., Sulla Prudenza, Morcelliana, Brescia 1956.
7 Cf. Liturgia delle Ore, seconda lettura del venerdi della ottava settimana del Tempo ordinario.
8 Tommaso da Celano, “Vita seconda di s. Francesco d’Assisi”, in Fonti Francescane, Assisi 1977, n. 189.
9 Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, Pia Societa S. Paolo, Roma 1941, 217.
10 Ibidem, 225.
11 S. Teresa di Gesu bambino, Storia di un’anima, L.I.C.E., Torino 1943, 448.
12 Ibidem, p. 328.
13 Guitton J, Il libro della saggezza e delle virtu ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999, 257.
14 Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1964, 284.
15 Ibidem, pp. 275-276.
16 Ibidem, pp. 314-315.
17 Comte-Sponville A., Piccolo Trattato, 182.

(Teologo Borel) Febbraio 2007 – autore: Aldo Basso

Publié dans:MEDITAZIONI, TEOLOGIA |on 16 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il correre del cristiano (su San Paolo) (Mons. Ignazio Sanna)

non trovo la data, dal sito:

http://sportperlavita.blogspot.com/p/danze-di-gruppo.html

Correre nella fede

Il correre del cristiano

(su San Paolo)

di Mons. Ignazio Sanna Arcivescovo di Oristano

1. I riferimenti biblici
L’immagine della corsa la si trova in molti testi delle lettere paoline. L’Apostolo, portando l’annuncio del vangelo, paragona spesso il cammino del cristiano verso l’eternità allo sforzo dell’atleta per conquistare la vittoria. In questo e in altri paragoni, egli dimostra di conoscere bene gare, lotte, corse, e di riconoscere il valore dell’attività sportiva, come capacità di superare l’ostacolo e di vincere nel rispetto delle regole. Ribadisce, infatti, che « anche nelle gare atletiche non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole » (2Tm 2, 5), e sottolinea la precarietà dei risultati, sia perché anche dopo la vittoria la corsa continua (« corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti(Eb 12, 1), e sia perché il traguardo si sposta sempre più in là, il premio ricevuto è provvisorio, ed è in gioco una salvezza che va oltre la gara. Ai Filippesi egli scrive: « Fratelli, dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta, per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù »(Fil 3, 13-14). Nella lettera a Timoteo, egli afferma che, terminata la corsa, ha conservato la fede (2Tm 4,7), perché ha tenuto lo sguardo fisso su Gesù, l’autore e il perfezionatore della fede. Per lui, la meta non è la vittoria su se stessi in uno sforzo in cui compiacersi, ma la perfezione cristiana, che va oltre il successo temporaneo ed è un dono di Dio. Egli, consapevole di non correre invano (1Cor 9, 26), avendo dato fiducia a Cristo, lascia cadere tutto ciò che è intralcio, e tende unicamente a essere partecipe del Cristo pasquale.
L’immagine del competere è ben rappresentata dai racconti biblici della lotta dell’uomo con il serpente e da quella di Giacobbe con l’angelo. Nel duello uomo-serpente vince il serpente e l’uomo diventa Adamo, conoscitore del bene e del male, affine a Dio, ma in conflitto con se stesso, perché si scopre nudo, in conflitto con la donna che partorirà i figli nel dolore, in conflitto con il suolo da cui trarrà con dolore il cibo per tutti i giorni della sua vita. Il serpente che è nel cuore dell’uomo continuerà ad operare nei serpenti della storia, i quali rendono tragiche tutte le lotte del bene contro il male, dell’amore contro l’odio. Nella lotta Giacobbe-angelo, vince Giacobbe, che, dopo la vittoria, diventa Israele, colui che ha combattuto con Dio e con gli uomini e ha vinto (Gn 32, 25.29). Anche l’angelo che è nell’uomo si manifesterà negli angeli della storia, non in quelli che consigliano di non superare i limiti della velocità, di usare la cintura di sicurezza, che suggeriscono i numeri del lotto, ma quelli che aiutano gli uomini a « lottare sino alla morte per la verità e li assicurano che il Signore Iddio combatterà per loro » (Cf Sir 3, 28).
L’immagine del confliggere è ben rappresentata dal testo della lettera che S. Paolo scrive ai cristiani di Roma: « c’è in me il desiderio del bene, scrive l’Apostolo, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti, acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! » (Rm, 718-24).
Infine, l’immagine della vita del credente nel suo complesso potrebbe essere riassunta in questi due testi biblici: « camminare secondo lo Spirito » (Gal 5, 25); « correre con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede » (Eb 12, 1-2). Il camminare e il correre esprimono la dimensione della libertà dell’uomo, del suo dinamismo, della sua responsabilità, della sua iniziativa, della sua avventura, della sua progettualità. Il « secondo lo
Spirito » e il « tenere lo sguardo fisso su Gesù » esprimono l’adesione umana al disegno di Dio sulla vita di ogni singolo uomo. Un disegno concepito da Dio nel cuore dell’eternità, ma che viene realizzato dall’uomo nel cuore della storia(Qo, 3, 11: « Egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine »). In estrema sintesi, i due testi biblici mettono in evidenza che la vita dell’uomo è il frutto di due libertà e l’opera di due amori.
2. Il riscontro esistenziale
E’ un dato di fatto, ora, che la vita dell’uomo, che si sviluppa in un continuo rapporto dialettico di libertà umana e obbedienza divina, si articola secondo la sequenza del correre, del competere, del confliggere. E’ anche un dato di fatto che i verbi che riassumono le vicende della vita, sono tutti all’infinito: correre, competere, confliggere, contemplare. Ma i verbi all’infinito li troviamo solo nella grammatica e nel vocabolario. Nella vita, essi sono sempre coniugati in un continuo alternarsi di tempi e in un continuo intreccio di vicende personali e sociali. Il correre del giovane è diverso dal correre del vecchio. Il correre del soldato è diverso dal correre dell’atleta. Si corre per raggiungere la meta e si corre per sfuggire al pericolo. Si corre verso la vita e si corre verso la morte. Spesso, poi, si corre da soli, cedendo inevitabilmente a forme di individualismo, che lasciano per strada i più deboli e i meno protetti, e trasformano la collaborazione in concorrenza. Il correre della società globalizzata, infine, è, paradossalmente, un correre senza correre, perché, nella globalizzazione, tutto è istantaneo, tutto avviene in tempo reale.
La coniugazione proposta ha messo prima il correre e poi il contemplare (attratti), non per fare una graduatoria della loro importanza, ma per far vedere come dalla vita quotidiana molto spesso si sia eliminato il tempo dello stupore, il tempo della meraviglia, e lo si abbia sostituito con quello dello stress, della competizione sfrenata, della conflittualità permanente. Una tale impostazione della vita evidenzia che, per lo meno inconsciamente, si è ancora dipendenti dalla visione greca del « pànta réi òs potamòs », cioè di uno scorrere del tempo fine a se stesso, senza una meta da raggiungere e una missione da compiere. Sappiamo benissimo, invece, che il cristiano cammina verso una meta futura, e che, nel suo camminare, il da dove della protologia determina il verso dove dell’escatologia. Il tempo di Dio è la misura del tempo dell’uomo. La promessa fatta all’inizio della storia della salvezza dà senso sia al correre del tempo presente che alla meta del tempo futuro. E’ estremamente importante ribadire che la promessa non ci àncora ad un passato che ormai non torna più, ma ci proietta verso un futuro che è allo stesso tempo avvento e speranza.
A ben riflettere, la Bibbia non ci presenta mai Dio che corre, e neppure Gesù che corre. Il correre è sempre riferito all’uomo. Il camminare, invece, è riferito a Dio. Dio cammina, anzi, secondo la descrizione della Genesi, passeggia nel giardino dell’Eden alla brezza del giorno (Gn 3, 8). Gesù cammina per le strade della Palestina, insegnando e compiendo miracoli, cammina con i discepoli di Emmaus, per spiegare loro il senso delle Scritture, per riscaldare il loro cuore senza speranza, per suscitare in essi « la prima e forse la più commovente preghiera della comunità cristiana dopo la Pasqua »: « resta con noi Signore, perché si fa sera » (Card. Martini, In principio la Parola, n.3). L’uomo corre e non si ferma. Dio soccorre e si ferma. Il levita della parabola evangelica corre per celebrare il culto del tempio. Il samaritano della storia si ferma per onorare il dovere della compassione. L’uomo corre per non vedere la sua miseria e quella del prossimo. Dio si ferma a vedere la miseria dell’uomo, ad ascoltare il grido di aiuto che sale dal cuore del peccatore.
La Bibbia ci ricorda, inoltre, che « per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo » (Qo3, 1), e che, quindi, c’è un tempo per correre e un tempo per non correre. Essa ci parla del lavoro e del riposo di Dio. Dio si è riposato al settimo giorno della sua opera creatrice e, sorprendentemente, ha consacrato e benedetto non i giorni del suo lavoro ma il giorno del suo
riposo, il sabato, consacrandolo e benedicendolo come giorno di festa e di ringraziamento (Gn 2, 2). Il sabato impedisce che l’uomo venga degradato a livello di semplice macchina produttiva. In quanto sacramento dell’alleanza, esso opera come permanente correttivo ad ogni intento umano di confondere l’ordine dei mezzi, cioè l’attività umana, con quello dei fini, la salvezza divina. La società contemporanea, invece, consacra e benedice solo il tempo del successo e della competizione. In essa c’è addirittura qualcuno che non riposa mai, che lavora 24 ore su 24 ore. Questo qualcuno sono i soldi. Essi producono profitto ininterrottamente, in base alla durata e alla quantità. Il cristiano non si lascia influenzare dalle ideologie e dalle mode della cultura egemone. Egli sa trovare il coraggio per andare contro corrente e vivere trent’anni al capezzale di una figlia che può soltanto respirare e qualche volta piangere. Sa lasciare spazio ai bisogni dello spirito, perché la spiritualità nutre i desideri dell’anima ed è un bisogno insopprimibile che non può essere gratificato dai vari allenatori dell’anima. Sa prendersi del tempo per ringraziare chi lo ama e perdonare chi lo odia. Egli è convinto che « se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori » (Sal127, 1); è convinto che tutto quello che possiede gli è stato donato (1Cor 4, 7: « che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto »?). Quello che veramente conta per il cristiano di oggi e di sempre non è il tempo della fatica, non è la quantità del lavoro, non è la ricompensa della propria prestazione, bensì la gratuità dell’amore. Un gesto d’amore è senza ragione, senza tempo, senza ricompensa. Esso gratifica chi lo riceve, e nobilita chi lo dà. L’uomo è nato per amare ed essere amato. Nella misura in cui egli ama dà al mondo un supplemento di umanità e di nobiltà.
3. La via del cristiano
Se riflettiamo bene sulle vicende della vita, il camminare dell’uomo non è sempre un camminare secondo lo Spirito, anche perché non sempre le vie del Signore sono le vie dell’uomo, i pensieri del Signore sono i pensieri dell’uomo. Spesso c’è conflitto interiore tra la volontà di Dio, che non si conosce, e i progetti dell’uomo, che si vogliono realizzare. Talvolta si corre, ma non si sa perché si corre. Tal’altra si corre, ma non si sa verso che cosa si corra. Ilcome si corre è il mezzo, il verso dove si corre è il fine. Il problema è che il verso dove, ossia la meta, la civitas futura (Eb 13, 14), il cielo nuovo e la terra nuova, sono in una dimensione escatologica e non si vedono, mentre il come è nella concretezza quotidiana e si vede. Il dramma della trascendenza sta precisamente nel fatto che essa supera la percezione dei sensi, e, scavalcando ogni concretezza e gratificazione immediata, si colloca nella sfera di quell’ »essenziale », che, secondo la nota massima del piccolo principe, è invisibile agli occhi. In effetti, è proprio vero che ci sono molte più cose tra cielo e terra di quelle che la filosofia può immaginare e la scienza dell’uomo descrivere. Dio rimane sempre più grande del cuore dell’uomo ed eccede la sua intelligenza. Dio non lo si capisce. Dio lo si prega. S. Agostino ammonisce che: si comprehendis non est Deus. La contemplazione del suo mistero produce comunione. La pretesa di comprendere la sua natura produce divisione, sia nella vita dei credenti che nella comunità dei popoli.
Ora, la via del cristiano è quella che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli nel cammino sulle strade della Samaria e della Giudea per arrivare a Gerusalemme (Lc 9, 51-19,28). I discepoli, sulla base di quegli insegnamenti, sono chiamati a dare testimonianza della sequela di Gesù con atteggiamenti concreti nel vivere quotidiano, quali l’annuncio del vangelo, l’uso dei beni, il distacco dalla seduzione delle ricchezze, la fede nel Cristo, l’amore del prossimo, la preghiera fiduciosa e perseverante, il coraggio della testimonianza, la vigilanza cristiana e l’attesa del Regno, la conversione, l’amore per i poveri e i peccatori come imitazione dell’amore di Dio, l’impegno nel mondo. L’insieme di questi insegnamenti, di fatto, ha caratterizzato la comunità dei discepoli sin dall’inizio della storia del cristianesimo. Essi hanno costituito la cosiddetta « via », che, praticata da tutti coloro che seguivano Gesù, ha ispirato molti testimoni delle beatitudini e altrettanti martiri della fede. Quando quella via si allontanava dagli insegnamenti del Maestro, la comunità reagiva e
ne difendeva l’autenticità. Lo fece con Apollo, una sorta di predicatore improvvisato e di discepolo senza sequela. In quella circostanza, sono state precisamente le donne della comunità ad insegnare ad Apollo la giusta via della fede e della grazia, quasi a sottolineare con i fatti che non l’autorità dell’insegnamento e neppure l’erudizione della scienza conducono l’uomo all’incontro con Dio, bensì l’esperienza della grazia e la testimonianza della comunione.
Ai nostri giorni la « via » del cristiano si allontana dagli insegnamenti del Maestro non solo quando, nel percorrere le strade delle preoccupazioni intramondane, si trasforma in una storia senza promessa, e, conseguentemente, in una storia senza trascendenza, senza salvezza, senza futuro. Essa si allontana dagli insegnamenti del Maestro anche quando diventa una promessa senza storia, cioè un messaggio non incarnato nelle vicende della vita, un annuncio non recepito dalla cultura del tempo, una fede in un Dio senza mondo. E’ senz’altro vero che, da una parte, l’annuncio cristiano è intero e, dall’altra, che gli annunciatori cristiani sono limitati. Ma il linguaggio degli annunciatori, quando è ispirato dal vangelo, è sempre un’evocazione dell’infinito; è una proiezione della speranza umana sull’orizzonte dell’eternità, dove non c’è più il mare, perché domina il bene, e dove non ci sono più porte, perché vince la libertà. L’evocazione dell’infinito raggiunge il culmine della sua efficacia quando unisce in un unico cammino il passo dell’uomo e il passo di Dio. Utilizzando un’immagine del salmista, si può affermare che il cristiano, con il suo annuncio, « piega il cielo » su ogni uomo che ama il prossimo e opera il bene (cf Sal 144, 5: « Signore, piega il tuo cielo e scendi, tocca i monti ed essi fumeranno »). Con l’esercizio della contemplazione, egli fa sì che le azioni semplici della vita diventino le gocce d’acqua nelle quali si riflette il cielo, e le aspirazioni più recondite dell’animo umano rievochino l’eco della promessa di salvezza.
Il Concilio ricorda opportunamente che: « la Chiesa, comunione degli uomini in grazia, è il nuovo Israele che cammina nel secolo presente alla ricerca della città futura e permanente » (LG, 9); che « la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto » (LG, 48). Il cristiano, di conseguenza, è colui che è in cammino, certo nella speranza della meta, ma insicuro nella prassi del raggiungimento di questa meta. Lo stesso San Paolo teme di essere squalificato nella gara della vita (1Cor 9, 27) e ammonisce, perciò, che coloro che pensano di essere ben saldi nella loro fede e nella grazia di Dio devono continuamente vigilare per non cadere nel peccato (1Cor10, 12; Rm 11, 20-21). Le squalifiche della vita sono per tutti una realtà della storia e una minaccia del futuro.
4. La corsa dei discepoli
mondo. La missione del cristianesimo in mezzo all’umanità è una missione di amicizia, di comprensione, di incoraggiamento, di promozione, di elevazione: una missione, cioè di salvezza » (Giovanni Paolo II).
4.1. In ultima analisi, se una corsa ci deve essere nella vita del cristiano essa non può che essere la corsa del discepolo e dell’evangelizzatore. Il profeta Isaia chiama belli « i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, del messaggero di bene che annunzia la salvezza » (Is 52, 7). In altri termini, la corsa del cristiano è la corsa delle donne e degli apostoli Pietro e Giovanni al sepolcro. Una corsa della speranza verso la risurrezione, una corsa della vita contro la morte, una corsa della fede contro l’incertezza. « Non sapevo come sarebbe finita, ha dichiarato mamma Anna Maria Torretta. Non sapevo se ce l’avremmo fatta, però mi sentivo serena. E sentivo che dovevo camminare su questa strada: indipendentemente da quel che poteva avvenire. A volte ci si muove in una terribile oscurità, ma c’è sempre una luce che brilla, una stella. E devi guardarla. Anche se sei immerso nel silenzio. In quel silenzio, il Signore ti parla ». Tutta la storia del cristianesimo, di fatto, è una storia di fede, che ha trasformato le strade dell’umanità nelle strade della speranza. I cristiani sono paroikòi, cioè sono in qualche modo coloro che sono accampati su questa terra e non hanno in essa una stabile dimora. Per essi, ogni patria è terra straniera, e ogni terra straniera è patria. Ma dove essi passano riconsegnano il mondo a Dio e Dio al mondo, perché guardano al mondo con immensa simpatia, « se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al
4.2 Ma dove abbiamo lasciato il contemplare nelle nostre riflessioni?
Ovviamente, non abbiamo dimenticato la contemplazione! Nel ricordarla alla fine, vogliamo invitare al discernimento, per scoprire la presenza di Dio tra le fessure delle cose. Sulla scia di Rahner possiamo dire che il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà un cristiano. E con ciò non intendiamo dire che si deve tutti provare delle esperienze mistiche per essere cristiani, ma che, in un mondo pluralistico e secolarizzato, non è più sufficiente nascere cristiani ma lo si deve diventare con la forza della ragione e il coraggio della fede. Il cristiano, dunque, è chiamato a contemplare ad occhi aperti, è chiamato a gettare semi di contemplazione sul terreno della storia e non fuori di essa. E’ chiamato a scoprire nelle voci dell’umanità l’eco della voce di Dio, che crea chiamando e chiama creando. Con tale discernimento egli aiuta ogni uomo di buona volontà a seguire l’eco della voce divina sino alla sua origine, alla sua fonte, cioè il Verbo di Dio incarnato, Gesù il Cristo, la « nostra pace ». Nella contemplazione del suo volto trovano pace tutti gli uomini di buona volontà!

Battesimo di Gesù

Battesimo di Gesù dans immagini sacre dsc_0120

http://gregoriomarinaro.wordpress.com/category/galleria-fotografica/opere-sacre/

Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2011 |Pas de commentaires »
1...45678...13

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01