Santi e animali tra fiaba e realtà

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Santi e animali tra fiaba e realtà

La relazione santo-animale è un’autentica categoria interpretativa, una chiave d’accesso per sondare il rapporto uomo-animale, quel forte legame affettivo e talvolta terapeutico che lega una bestia a un essere umano.

di Fabio Scarsato
San Francesco e il lupo. Una bella immagine tratta dal volume Frate Francesco e i suoi fioretti stampato per la prima volta per le Edizioni Messaggero nel 1974.A ogni santo il suo «animale». Se ci sono tanti animali nella vita degli uomini, ce ne sono altrettanti nella vita dei santi. Finzione o realtà, leggenda o fantasia, le pagine ingiallite che narrano delle imprese dei santi sono popolate da animali dalle più svariate connotazioni e peculiarità, che non mettono mai in ombra le doti di santità di colui che li incontra nel proprio cammino, ma semmai le esaltano. È stato sostando su queste idee e sulle diverse «ipotesi» di lettura, che la comunità francescana di Sanzeno, nella trentina Val di Non, ha deciso di organizzare un convegno che prende spunto proprio dalla raffigurazione più famosa di san Romedio, il santo eremita venerato in uno dei più suggestivi e incantati santuari delle Alpi trentine. Stando alla leggenda, san Romedio sarebbe riuscito ad ammansire un orso dopo che questi gli aveva divorato il cavallo. Immediato il paragone con un altro grande santo, Francesco d’Assisi, alle prese con una fiera che infestava in modo preoccupante i nostri boschi nel Medioevo: il feroce lupo di Gubbio. Tanti i riferimenti: sant’Antonio abate e il porcellino, san Rocco e il cane, sant’Antonio di Padova e i pesci (ma anche la mula), san Serafino di Sarov e un altro orso, san Girolamo e il leone, sant’Agnese e l’agnellino, sant’Eustazio e il cervo. Infine san Colmano, il quale viveva con un gallo che cantava quando era ora di svegliarsi, un topolino che gli mordicchiava l’orecchio fin quando non si alzava e una mosca che gli teneva il segno del libro che leggeva prima di addormentarsi… Ma anche Elia e il corvo, Giona e la balena, Baalam e l’asina. La relazione santo-animale» è un’autentica categoria interpretativa, una chiave d’accesso per sondare il rapporto «uomo-animale» colto nelle sue dimensioni talvolta anche problematiche.

«Da san Romedio a san Francesco»
Ecco dunque l’obiettivo che ci siamo proposti per questo convegno: approfondire da più punti di vista la relazione tra «santità» e «istintualità» per capire meglio il tempo che stiamo vivendo e il nostro rapportarci alle altre creature viventi che ci circondano. Lo slogan della due giorni potrebbe essere a ragion veduta la scritta che abitualmente accoglie i pellegrini al santuario di san Romedio: «Fatto stupendo o cosa strana! L’orso, la belva si fa umana. Stupor maggiore che l’uomo nato, in belva cerchi esser cangiato». Evidentemente nella sua ricchezza di temi e stimoli il rapporto santo-animale si presta a varie letture, sia di tipo etico-didascalico sia moraleggiante, un po’ come accade per le favole, altro «ambiente» pieno di animali. Di volta in volta l’animale diventerà il «pretesto» di qualche predica che vuol castigare i costumi, proiettando di fatto sulla bestiola in questione vizi o virtù tutte umane. Altre volte una peculiarità propria di un insetto – pensiamo alla proverbiale operosità attribuita alle api – lo può rendere esemplare alla stessa razza umana. In alcuni casi l’animale diventa, più o meno a ragione, immagine «prestata» al linguaggio umano in difficoltà di fronte a concetti troppo complessi o elevati, simbolo di qualcosa di diverso: del cammino di conversione piuttosto che di quello di perdizione, della fedeltà invece che del tradimento.

Strumento della provvidenza
L’animale diventa persino «strumento» del destino o della Provvidenza a seconda delle convinzioni del soggetto. In tutti questi casi è, suo malgrado, inevitabilmente legato a doppio filo alle vicende umane. Molte altre volte, per fortuna, gli animali presenti nella vita dei santi non saranno altro che quello che sono: in alcuni casi persino pericolosi per l’uomo tanto quanto per il sant’uomo. Quando uno dei contadini corre a dire a san Giovanni Gualberto che un orso sta facendo strage di mucche, il santo non interviene con un miracolo, ma risponde secco: «Va’ ad ammazzarlo!».
Dalle bestie feroci passiamo all’immagine più fiabesca degli «animali da compagnia»: san Colombano aveva uno scoiattolo che si divertiva a intrufolarsi per le ampie maniche e scorazzargli sotto la veste. Animali compagni nelle fatiche del lavoro o del viaggio.
A livello molto più profondo, quello che tratta della relazione santo e animale è certamente un «genere» letterario utile per parlare del monaco o del santo che vive in armonia con l’intera creazione, così come profetizzato da Isaia: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno assieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi». L’intensità di queste immagini ci ricorda che la comunione perfetta tra l’uomo e il creato, o almeno la nostalgia dei tempi paradisiaci, è un tratto essenziale della santità (san Ciarano aveva fondato un monastero con un cinghiale, un tasso, una volpe, un lupo e una cerva). Ecologisti o meno, sarà comunque bene pensarci. La santità è comunione: «Dio mio e mio tutto!», avrebbe esclamato Francesco d’Assisi.
L’approccio al convegno non può che essere «interdisciplinare» ed «ecumenico», in ossequio alla tradizione di questi due santuari trentini: la Basilica dei santi martiri Sisinio, Martirio e Alessandro (missionari provenienti dalla lontana Cappadocia e martirizzati a Sanzeno il 29 maggio del 397) e l’eremo di san Romedio (che arrivò in questo luogo dall’Austria attorno all’anno Mille attirato proprio dalla fama dei martiri cappadoci), entrambi serviti da una comunità di frati minori conventuali. Quella dell’incontro e dell’ascolto reciproco, della comune ricerca della verità e della conoscenza l’uno dell’altro, è ormai l’unica strada che ci è data da percorrere per continuare a essere autenticamente «animali umani».   

Appunti

San Romedio e l’orso
Leggenda vuole che un giorno san Romedio, mentre era in procinto di recarsi in quel di Trento, si imbatté in un grande orso inferocito, il quale sbranò il suo cavallo, unico mezzo di locomozione che possedeva per spostarsi da una valle all’altra a predicare il vangelo. Il santo, visto quel che era accaduto al suo cavallo, decise di ammansire l’orso e trasformarlo, più per necessità che per punizione, nel suo compagno di viaggio. Da quel momento in poi la bestia feroce tramutata da animale selvaggio in docile cavalcatura, sparì dai boschi trentini e fu vista solo e soltanto a fianco del santo. In che proporzione stiano leggenda e realtà non è dato sapere: gli scritti medievali non osservano la moderna distinzione tra verità e finzione, storia e narrazione edificante, ma mirano piuttosto a lanciare un messaggio alla persona di fede. Nel vocabolario medievale dunque, più feroce e selvaggia è la bestia, più colui che la doma è potente e pertanto vicino a Dio. Allo stesso modo quello del santo che vive in comunione con la natura è un tema ricorrente che rimanda al simbolismo biblico del paradiso terrestre. Ai frati che custodiscono il monastero di san Romedio e la basilica dei Santi Martiri, capita però di tanto in tanto, passeggiando per i boschi rigogliosi che ancora conservano il ricordo di san Romedio, di incrociare splendidi orsi bruni lungo il proprio cammino. Nel paesino di Sanzeno, borgata immersa in una cornice verde e ancora incontaminata dove la natura è padrona del tempo che scorre, vivono dal 2005 quattro francescani conventuali (padre Emilio Dall’Agnol, padre Franco Bonafè, padre Fabio Scarsato e padre Zeno Carcereri), impegnati a custodire e ad animare i due luoghi di culto situati a circa 700 metri di altezza e distanti un paio di chilometri l’uno dall’altro. La giornata a Sanzeno trascorre nell’accoglienza degli ospiti: dei pellegrini in gita così come dei singoli gruppi che si recano in Val di Non attratti dalla leggenda di san Romedio, dal fascino del santuario e di un cristianesimo che conserva intatte le fonti più antiche. Una vita di testimonianza scandita dalla catechesi sui martiri e dall’annuncio della Parola, senza tralasciare l’aspetto del silenzio e della contemplazione. I frati si dedicano alla pastorale giovanile di tutta la zona, organizzando campi scuola immersi nel verde per i ragazzi delle parrocchie della valle. Affacciata sul massiccio del Brenta, la basilica sorge sul luogo dove furono uccisi, un venerdì mattina dell’anno del Signore 397, Sisinio, Martirio e Alessandro, i tre evangelizzatori giunti dalla lontana Cappadocia (Turchia). In una lettera di sant’Agostino, allora vescovo di Ippona, scritta appena quindici anni dopo il martirio, il santo dimostra di essere a conoscenza dell’episodio, che cita a proposito del perdono. A Sanzeno convivono, e grazie ai frati si conservano, due volti speculari della cattolicità: la spiritualità più nordica di san Romedio, tirolese originario di Innsbruck, e il sapore orientale dei martiri cappadoci che per primi portarono, da stranieri, la fede nel Trentino. «Ecco perché – spiega fra Fabio Scarsato – in questo santuario si respira un’aria ecumenica».

(Marta Artico)

Publié dans : ANIMALI, SANTI |le 1 septembre, 2011 |Pas de Commentaires »

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