Archive pour août, 2011

Papa Benedetto confessore. L’esordio a Madrid (di Sandro Magister)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348569

Papa Benedetto confessore. L’esordio a Madrid

Una novità nel programma della prossima Giornata Mondiale della Gioventù: il papa che amministra il sacramento del perdono. Con il Figlio di Dio « disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato »

di Sandro Magister

ROMA, 5 luglio 2011 – La Giornata Mondiale della Gioventù, si sa, non è un’invenzione di Benedetto XVI, ma del suo predecessore.
Papa Joseph Ratzinger, però, vi ha introdotto due novità di rilievo.

La prima a Colonia, nell’estate del 2005. Al culmine della veglia notturna papa Benedetto si inginocchiò davanti all’ostia consacrata. A lungo e in silenzio. Con centinaia di migliaia di giovani toccati da quel gesto adorante.
Da allora, con papa Benedetto, l’adorazione eucaristica silenziosa è divenuta una costante non solo delle Giornate Mondiali della Gioventù, ma anche di altri incontri di massa, ad esempio la veglia nell’Hyde Park di Londra, il 18 settembre del 2010.
La seconda novità entrerà in campo invece a Madrid, la mattina del prossimo 20 agosto, nei Jardines del Buen Retiro. Nella XXVI Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà nella capitale della Spagna, il papa amministrerà in pubblico il sacramento della confessione, per un’ora, prima di celebrare la messa nella cattedrale.
Per l’esattezza, le confessioni fanno parte del programma delle Giornate Mondiali della Gioventù a partire dalla sua edizione di Roma del 2000, quando il Circo Massimo diventò per molte ore il più grande confessionale a cielo aperto che si ricordi.
Mai però finora il papa in persona ha confessato dei giovani durante una Giornata Mondiale della Gioventù.
Giovanni Paolo II usava scendere nel confessionale della basilica di San Pietro una volta all’anno, il mercoledì santo, per un paio d’ore.
Benedetto XVI ha compiuto questo gesto due sole volte, finora: in due celebrazioni penitenziali con i giovani della diocesi di Roma, nella basilica di San Pietro, il giovedì prima della Domenica delle Palme, il 29 marzo 2007 e il 13 marzo 2008.
Ma che il sacramento della confessione sia al centro della sua cura pastorale è fuori dubbio.
Ne ha parlato numerose volte. Soprattutto ai sacerdoti. Per l’Anno Sacerdotale da lui indetto tra il 2009 e il 2010 ha proposto come modello il Curato d’Ars, un santo che passava nel confessionale ogni giorno una decina di ore, con penitenti che accorrevano a lui, umile parroco di campagna, dall’intera Francia.
Per citare solo due suoi richiami, Benedetto XVI ha dedicato interamente al sacramento della confessione il discorso che ha rivolto l’11 marzo 2010 alla Penitenzeria Apostolica:
> « Cari amici… »
E da ultimo, ha cominciato proprio parlando del sacramento del perdono l’omelia della festa dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno, che coincideva con il sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale:
« Cari fratelli e sorelle, ‘Non vi chiamo più servi ma amici’ (cfr. Gv 15, 15). A sessant’anni dal giorno della mia ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande arcivescovo, il cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. ‘Non più servi ma amici’: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola cerimoniale, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che egli conosce in modo del tutto particolare e che così lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo ‘Io’ una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua passione, egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: ‘Non più servi ma amici’. Egli mi affida le parole della consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. ‘Non siete più servi ma amici’: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà ». [...]
All’intensità con cui Benedetto XVI promuove una rinascita della confessione non è finora corrisposta una sensibile messa in pratica dei suoi appelli, da parte di vescovi e sacerdoti.
Il tema è stato ampiamente trascurato anche dai media.
Il gesto pubblico che Benedetto XVI compirà a Madrid il prossimo 20 agosto, confessando durante la Giornata Mondiale della Gioventù, richiamerà l’attenzione su questo cruciale deficit della pratica cristiana d’oggi?

LA MUSICA LITURGICA TRADIZIONALE È PER GENTE SEMPLICE?

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27699?l=italian

LA MUSICA LITURGICA TRADIZIONALE È PER GENTE SEMPLICE?

di Aurelio Porfiri*

MACAO, martedì, 23 agosto 2011 (ZENIT.org).- La lettura della raccolta degli scritti in materia di liturgia e musica di Joseph Ratzinger (Volume XI dell’Opera Omnia ma primo significativamente ad essere pubblicato), oggi Papa Benedetto XVI, mi offre spunti veramente interessanti di riflessione, chiavi di lettura di un momento non facile nella vita liturgica della Chiesa cattolica. In effetti, l’attuale Papa ha attraversato gli ultimi decenni da protagonista, come teologo, Cardinale, Prefetto e ora Pontefice. Egli è stato ed è osservatore privilegiato dei vari sviluppi che si sono susseguiti negli ultimi decenni. A pag. 573, per esempio, dove tratta del “Fondamento Teologico della Musica Sacra”, egli riporta delle osservazioni molto interessanti citando due notissimi teologi, Karl Rahner e Herbert Vorgrimler e la loro lettura della Sacrosanctum Concilium in materia specificamente di musica per la liturgia:
“Nell’edizione tedesca dei testi del Concilio Vaticano II, curata da Karl Rahner e Herbert Vorgrimler e largamente diffusa, il breve commento del capitolo della Costituzione su ‘La Sacra Liturgia’ riguardante la musica è introdotto dalla sorprendente osservazione secondo cui l’arte autentica, come essa si trova nella musica sacra, ‘a causa della sua natura esoterica nel senso buono della parola’ sarebbe ‘difficilmente conciliabile con la natura della liturgia e con il supremo principio della riforma liturgica’”.
Certo, questa affermazione ha sorpreso anche me e io penso che merita una breve considerazione. In effetti ci troviamo sempre di fronte ad un problema ermeneutico, sul come interpretare i testi. Ma in questo caso, mi sembra veramente che ci sia una deriva del senso stesso del testo della Costituzione conciliare che in realtà come tutti sanno, afferma praticamente il contrario. Cioè che il patrimonio della musica liturgica deve essere salvaguardato ed incrementato (114). Ma a proposito di questo punto, i due insigni teologi suggeriscono che non va inteso come se ciò debba avvenire nell’ambito della liturgia. Così in me si fa largo una domanda impellente: dove dovrebbe essere salvaguardato ed incrementato? Provo ad immaginare lo scenario suggerito dai teologi: in realtà i padri conciliari avrebbero suggerito nel punto 114 che la musica liturgica tradizionale deve essere conservata al di fuori della liturgia, magari nei concerti (ma perché incrementarla?) ma non ha più posto nella liturgia. Ma perché i padri conciliari semplicemente non hanno detto questo con chiarezza, ricorrendo ad una frase che sembra suggerire il contrario? Già, perché se poi quella frase è letta insieme a quelle sul canto gregoriano, sulle Scholae Cantorum, sulla formazione, sull’organo, si deve ammettere che l’interpretazione degli illustri teologi si fa veramente ardita.
Ma qual è il problema della musica liturgica tradizionale? Essa è “esoterica” (nel senso buono della parola, però), non accessibile alla gente semplice. In realtà qui mi sembra ci sia un problema con cosa si intenda per “accessibile” e sul ruolo della musica nella liturgia. Essa non è lì per trasmettere “informazioni” o dilettare, ma è lì per elevare colui che ascolta ad una maggiore contemplazione del Mistero che viene celebrato. Così la sua funzione è esattamente non di abbassarsi al livello in cui siamo ma di elevarci al livello in cui dovremmo essere. Certo non adempirebbe questa funzione se essa fosse cervellotica o banale. Ma questo non è il caso della grande tradizione musicale della Chiesa cattolica e di coloro che ancora scrivono musica per la liturgia, anche in lingue diverse dal latino, con l’intento di elevare con il potere della musica alla contemplazione delle realtà soprannaturali. I teologi di cui sopra suggeriscono che dovrebbe essere impiegata la musica d’uso, il linguaggio a cui siamo quotidianamente sottoposti, la musica pop. Ma la liturgia non dovrebbe essere una porta verso l’altrove? Perché si cerca di naturalizzare tutto? Certamente l’impiego della musica cosiddetta d’uso nella liturgia si configura come un abuso, nei confronti della stessa musica pop che ha una funzione diversa e nei confronti della natura della liturgia e del principio supremo della riforma liturgica che è la partecipazione ma alle realtà significate dalla liturgia, non a quelle che noi significhiamo.
Io potrei chiede rispettosamente agli illustri teologi: ma i vostri scritti, così densi e difficili alla lettura, non sono anche essi di élite e al di fuori della gente comune? Loro mi risponderebbero che non scrivono per la gente comune ma per altri specialisti e che per comunicare alcuni concetti necessitano di un linguaggio specialistico. Ecco, perché questo non è vero anche per l’arte nella liturgia? Certo essa è per tutti, ma non nel senso di livellamento al basso (poi si dovrebbe capire cosa significa oggi gente semplice ma questo porterebbe lontanissimo…). Per comunicare certi concetti hai bisogno di un linguaggio altro. Ma al contrario dello scrivere in modo criptico deve ancora essere dimostrato che la musica liturgica intesa nel senso tradizionale non comunichi anche alla gente cosiddetta semplice. Quello che vedo io è che la Chiesa nel corso dei secoli ha voluto offrire ai suoi figli semplici e non il dono prezioso della bellezza nella liturgia. Come ogni Madre farebbe per coloro che ama.

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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 24 août, 2011 |Pas de commentaires »

San Bartolomeo Apostolo

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http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Crivelli%20opere/11%20san%20bartolomeo.htm

Publié dans:immagini sacre |on 23 août, 2011 |Pas de commentaires »

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

dal sito:

http://www.centropoiesis.it/mediacri/pregare_il_silenzio.htm

Pregare il Silenzio.          

A cura di Giuseppe Sulis

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

Che il silenzio è quella “cosa bella” (Gn 1,12), di cui l’Artista Divino si compiace (gli è riuscita bene!).

Che il silenzio  è quella “bella azione” che Lui tanto gradisce, come il profumo della donna (Mc 14,6). Che il silenzio “risuona? nell’universo. Pochi sono convinti che il silenzio può essere la lingua più adatta per la preghiera. C’è chi ha imparato a pregare con le parole, solo con le parole. Ma non riesce a pregare solo con il silenzio. “ … Un tempo per tacere e un tempo per parlare”, ammonisce il Qohelet (3, 7). Qualcuno, però, anche condizionato dalla formazione ricevuta, il tempo per tacere nella preghiera – e non solo nella preghiera – proprio non riesce a indovinarlo. Eppure T. Merton sostiene che “il silenzio costituisce la vita di preghiera”. E Saint-Exupéry assicura: “La preghiera è un esercizio del silenzio”. San Giovanni della Croce, da parte sua, ha coniato una formula indimenticabile: “tacere per consentire a Dio di parlare”. Del resto, i Padri latini avevano detto, con altrettanta concisione: “Verbo crescente, verba deficiunt”. Ossia, a mano a mano che la Sua Parola si impossessa del tuo essere, le parole vengono meno. Potremmo parafrasare così: la preghiera “cresce” dentro di te in maniera inversamente proporzionale alle parole. O, se preferiamo, il progresso nella preghiera è parallelo al progredire nel silenzio. L’acqua che cade in una brocca vuota fa molto rumore. Quando però il livello dell’acqua aumenta, il rumore si attenua sempre più, fino a sparire del tutto allorché il vaso è colmo. Per molti, invece, il silenzio nella preghiera risulta imbarazzante, quasi sconveniente. Non si sentono a loro agio nel silenzio. Affidano il tutto alle parole. E non si rendono conto che unicamente il silenzio esprime il tutto (per dire il niente ci voglio tante parole …). Il silenzio è pienezza. Stare in silenzio, nella preghiera, equivale a stare in ascolto. Proprio come gli alberi che, nel bosco, captano messaggi segreti portati dal vento. Il silenzio è la lingua del mistero. Non ci può essere adorazione senza silenzio. Il silenzio è rivelazione. Il silenzio è il linguaggio della profondità. Direi che il silenzio non rappresenta tanto l’altra faccia della Parola, ma è Parola esso stesso. Dopo aver parlato, Dio tace, ed esige da noi il silenzio, non perché la comunicazione sia terminata, ma perché restano altre cose da dire, altre confidenze, che possono essere espresse unicamente dal silenzio. Le realtà più segrete vengono affidate al silenzio. Il silenzio è il linguaggio dell’amore. “Quando l’amante parla all’amata, l’amata da più ascolto al silenzio che alla parola: “Taci”, sembra sussurrare, “taci perché possa udirti”” (Max Picard). Il silenzio è il modo adottato da Dio per bussare alla porta. E il silenzio è il tuo modo di aprirGli. Il Signore lascia dire ai libri, agli individui che parlano a nome Suo. Lui, però, sta dietro alle pagine e alle parole, taciturno. Aspetta che quelli abbiano finito, perché tu ti accorga del tuo Suo silenzio e capisca, attraverso il silenzio, ciò che di essenziale c’è da capire. Quello è il Suo modo più convincente di spiegarsi. Se le parole di Dio non risuonano come silenzio, non sono nemmeno parole di Dio. Dio tace di fronte alle tue domande, non interviene nei “colloqui” di cui tanto ti compiaci, non dice nulla neppure delle sciocchezze che fai. Sembra che Dio non abbia nulla da dire, non voglia sapere nulla. In realtà, Lui ti parla tacendo, e ti ascolta senza sentirti. Non per nulla i veri uomini di Dio sono dei solitari e dei taciturni. Chi si avvicina a Lui, si allontana necessariamente dalle chiacchiere e dal rumore. E chi Lo trova, normalmente non ritrova più le parole. Fare silenzio, in certi casi, non vuole dire semplicemente sospendere il parlare, ma disimparare a parlare. La vicinanza di Dio ammutolisce. La luce è esplosione di silenzio. Prega, dunque nel silenzio. Prega col silenzio. Prega il silenzio. Il silenzio rappresenta il rito più bello, la liturgia più grandiosa.

… E se proprio non puoi fare a meno di parlare, accetta tuttavia che le tue parole vengano inghiottite nella profondità del silenzio di Dio.

… Silenzio

(testi tratti dagli scritti di A. Pronzato) 

Publié dans:MEDITAZIONI |on 23 août, 2011 |Pas de commentaires »

24 AGOSTO: SAN BARTOLOMEO APOSTOLO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

dal sito:

http://www.orientecristiano.com/documenti/catechesi/san-bartolomeo-apostolo-tra-oriente-e-occidente.html

SAN BARTOLOMEO APOSTOLO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Domenica 23 Agosto 2009 

Scritto Da Padre Stefano Caprio     
 
 La figura dell’apostolo Bartolomeo non è tra quelle più memorabili del collegio apostolico, e non avrebbe alcun ruolo attivo nei Vangeli se non venisse identificato con il “pio israelita” Natanaele di Gv 1,45-51, dove viene trascinato all’incontro con Gesù da Filippo (v. Mt 10,3), che gli assicura di aver trovato il Messia; è interessante che nell’invito che Filippo rivolge a Natanaele Gesù venga identificato con grande precisione come “figlio di Giuseppe di Nazareth”, un appellativo unico nei Vangeli, probabilmente dovuto al formalismo giudaico di cui pare imbevuto l’interlocutore.
Infatti il futuro apostolo sottolinea subito l’incongruenza con una domanda che rende l’incontro intenso e teso fin dall’inizio: “può mai venire qualcosa di buono da Nazareth?”, in cui si sottintende la scarsità di riferimenti messianici relativi alla cittadina della Galilea, una regione decisamente non prioritaria nella storia della santità ebraica.
Nella domanda si esprime quindi lo scetticismo dell’antico Israele ad accogliere Gesù, e più in generale la grande obiezione del pregiudizio del mondo nei confronti di Cristo: si attende il bene solo da ciò che già viene compreso dai progetti e dalle ideologie dominanti, non dall’imprevedibile rivelazione di Dio.
Al pregiudizio risponde l’appello cristiano per eccellenza, quello all’esperienza personale e diretta: “vieni e vedi”. E ad esso segue l’incontro vero e proprio, che corrisponde e supera lo spessore del giudizio preconfezionato.
Gesù infatti prende l’iniziativa ed esclama un elogio quasi senza pari nel Vangelo: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità!”, che colpisce al cuore Natanaele, superando la barriera che aveva innalzato e svelando ciò che costituisce la struttura profonda della sua anima: l’attesa di questo incontro, il desiderio di vedere il Messia. Infatti la reazione del discepolo (perché fin da subito egli riconosce la vittoria del maestro, riconosce di appartenergli) è solo apparentemente sospettosa: “Come mi conosci?”, che può sembrare una presa di distanza, un “per caso ci conosciamo?”, ma in realtà esprime l’evidenza di un rapporto definitivo e miracoloso, “come fai a conoscere il mio cuore?”.
Gesù gli spiega di averlo visto da lontano, “prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico”, uno sguardo amoroso e sconvolgente, lo sguardo di chi coglie anche nel lontano dettaglio i segreti dell’animo umano. È questo che travolge l’apostolo, che prorompe in una triplice professione di fede: “Maestro, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re d’Israele!”, una delle formule più solenni di tutto il Vangelo, la fede del “vero Israele”.
Gesù, come poi farà con Tommaso dopo la risurrezione, accoglie quasi con distacco questo improvviso entusiasmo: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”, annunciando la sua venuta nella gloria degli angeli alla fine dei tempi.
      Curiosamente, la storia della Chiesa apostolica riprenderà questa vicinanza spirituale dei due apostoli, Bartolomeo e Tommaso, apparentemente non legati tra loro da altri segni o parole. I due apostoli più scettici seguiranno itinerari simili, che li porteranno in Oriente, fino agli sterminati territori dell’India. Non si tratta di una missione comune: mentre a Tommaso viene chiaramente attribuita l’evangelizzazione degli indiani, che nella loro più antica denominazione vennero chiamati “cristiani di S. Tommaso”, di Bartolomeo si accenna che predicò “in Armenia, India e Mesopotamia”, senza peraltro lasciare memorie specifiche o leggende che raccontino tale missione nei particolari, tranne un accenno relativo al maestro alessandrino Panteno, che recandosi tra gli indiani trovò che “alcuni del luogo avevano imparato a conoscere Cristo, e che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione”. Nella storia degli armeni si attribuisce a S. Bartolomeo un viaggio apostolico congiunto a un altro apostolo, Giuda, in cui si sarebbero gettate le basi per l’evangelizzazione poi portata a compimento alla fine del terzo secolo da s. Gregorio l’Illuminatore, che convertendo il re armeno Tiridate II fece dell’Armenia il primo regno cristiano (301), prima ancora dello stesso Impero romano. Le Chiese nei territori orientali dell’Impero hanno in realtà storie assai più nebulose di quelle dei territori greci e latini, ma possiamo comunque annoverare l’apostolo Bartolomeo tra i padri della Chiesa Orientale, quella più vicina alla mentalità e alle tradizioni delle stesse comunità giudaiche.
Come tutti gli apostoli, anche Bartolomeo seguì l’esempio di Cristo fino al martirio. In Oriente si ritiene che anch’egli sia stato crocifisso, mentre nell’Occidente cristiano si tramandarono altre due varianti, quelle della morte per decapitazione o per scuoiamento; ed è quest’ultima versione che si è affermata nell’arte e nella letteratura, con rappresentazioni molto realistiche. Bartolomeo ha infatti suscitato grande devozione nel Medioevo, come del resto tutti gli apostoli; le sue reliquie sono contese ancora oggi tra Roma e Benevento, che ritengono entrambe di detenere quelle originali, dopo aver a lungo pellegrinato in Mesopotamia e nei territori bizantini. Il passaggio da Oriente a Occidente è ricordato da Gregorio di Tours (538-594), che lo ha descritto con tratti miracolosi (la cassa di piombo con il corpo di Bartolomeo, gettata in mare dai pagani dalla costa d’Asia, cioè l’attuale costa turca sull’Egeo, avrebbe galleggiato fino a Lipari). Nel 999 (anche se comunemente si continua a indicare la data del 983) le reliquie furono traslate a Roma per ordine di Ottone III, che le depose nella chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, da lui edificata originariamente in memoria dell’amico san Adalberto, vescovo di Praga e martire nel 997.
      La memoria dell’apostolo illumina quindi l’apertura del secondo millennio cristiano, inaugurato proprio dall’imperatore germanico insieme al papa Silvestro II. Scavi recenti hanno ritrovato all’Isola tiberina la profonda cavità rettangolare in cui erano state adagiate le reliquie dell’apostolo.
Ci siamo ormai inoltrati nel terzo millennio dell’era cristiana, e la memoria degli apostoli rimane per noi un punto di riferimento sempre attuale e imprescindibile per ritrovare la freschezza del Vangelo di Cristo. Gli apostoli ci annunciano il Cristo vivente, da loro incontrato in presa diretta e testimoniato nella gloria del Risorto, che si fa contemporaneo a ciascuno di noi. Nella loro esperienza noi riviviamo anche la gioiosa esuberanza della Chiesa indivisa, la Chiesa primitiva nella sua comunione universale, senza il peso delle divisioni storiche, pur nella vastità dei territori da loro percorsi e nella diversità delle tradizioni da loro stessi generate. In un mondo sempre più scettico e sfiduciato, abbandonato al nichilismo di orizzonti sempre più angusti e all’egoismo di mentalità sempre più indifferenti alla comune ricerca della verità sull’uomo, sul mondo e su Dio, ci rivolgiamo all’apostolo Bartolomeo, uomo diffidente ma “senza falsità”, che seppe riconoscere il Signore della vita grazie a uno sguardo gettato da lontano.
     Con lui chiediamo anche noi a Cristo: “come mi conosci?”, poiché noi stessi facciamo fatica a conoscere ciò che abbiamo nel cuore, ma non smettiamo di cercarlo ogni momento.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 23 août, 2011 |Pas de commentaires »

Beata Vergine Maria Regina

Beata Vergine Maria Regina dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 22 août, 2011 |Pas de commentaires »

HO LAVORATO CON QUESTE MIE MANI – (Atti 20,34)

dal sito:

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Pagine_Bibliche/Ho_lavorato.doc

Contributo della Comunità al sussidio per l’evangelizzazione dei giovani lavoratori

Le mani del giovane e il cuore del Cristo,
pubblicato dall’Ufficio Nazionale CEI e dall’Ufficio Regionale della Calabria
per i Problemi Sociali e il Lavoro,

Maggio 2000.

HO LAVORATO CON QUESTE MIE MANI – (Atti 20,34)

1. Il fatto
“Sarebbe assurdo che, mentre tutti gli altri uomini provvedono a mantenere mogli e figli a costo di grandi fatiche e patimenti, ed inoltre pagano le tasse, offrono a Dio le primizie  e per quel che possono alleviano la miseria dei mendicanti; sarebbe assurdo, dicevo, che i monaci non debbano procurarsi il necessario con il loro lavoro… e debbano invece restarsene seduti, a braccia conserte, sfruttando il lavoro degli altri”[1].
Sapete dove ho sentito queste ‘opinioni’? No, non in piazza, mentre passava il prete con la macchina sportiva e il cellulare in mano. Questi discorsi provengono da molto lontano nel tempo, quando, nei primi secoli del cristianesimo, si cominciavano a vedere uomini di chiesa che avevano fatto “dell’ozio un’arte di vivere”[2]. E la gente ne era giustamente scandalizzata e indispettita.
 E sapete perché?
 In principio non era così. I primi cristiani sapevano bene quanto fosse necessario “mangiare il proprio pane”, vivere cioè lavorando, e non alle spalle degli altri. E questo valeva non solo per i cristiani della domenica, ma anche per gli apostoli.
Prendiamo il caso di san Paolo.
 Sulla via di Damasco fa un’esperienza travolgente: gli appare Gesù (At 9,1-19). Ne rimane folgorato e cambia vita: da persecutore dei cristiani diventa apostolo delle genti e fondatore di nuove comunità cristiane. Siamo intorno al 36 d.C. 
 Dal 46 comincia a viaggiare in lungo e in largo per tutto il Mediterraneo orientale. Obiettivo: dare testimonianza a Cristo e costruire la sua Chiesa. Si calcola che i suoi itinerari abbiano raggiunto gli oltre diecimila miglia (più di 15000 km: un’impresa, per quei tempi!), fra pericoli d’ogni genere, fatiche e persecuzioni. Ed è grazie a lui che noi occidentali siamo diventati cristiani!
Ma cos’è che ci lascia stupiti di quest’uomo infaticabile che ha saputo trovare il tempo per pregare e predicare, fondare nuove comunità e seguire il loro cammino, scrivere lettere d’incoraggiamento e discutere questioni difficili con gli altri apostoli, affrontando persino la tensione di processi ingiusti, i trasferimenti da un carcere all’altro ed, infine, la condanna a morte?
Che, pur facendo tutto questo, abbia voluto a tutti i costi guadagnarsi da vivere, lavorando con fatica e sforzo notte e giorno. Per non essere di peso a nessuno. E dare l’esempio.           
  Come hanno fatto Gesù e Giuseppe, in quell’umile bottega di Nazareth.
2. Il testo
Molte volte san Paolo tira fuori la questione del lavoro nelle sue lettere. E lo fa per esortare chi già lavora, per mettere in guardia i cristiani dall’insidia dell’ozio e bacchettare i perditempo che vivevano disordinatamente. Ed ogni volta si pone sempre come esempio per far capire che l’apostolo non deve essere un professionista ‘pagato’ della religione, ma un uomo a servizio di tutti, che vive come tutti. E se questo lo deve fare un apostolo, che in fondo avrebbe anche il diritto di essere ‘sostenuto’ nel suo ministero, a maggior ragione il cristiano ‘semplice’…
Da queste lettere abbiamo estratto alcune frasi per dare un’idea di questa sua insistenza sulla necessità del lavoro.
“Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani.” (At 20,34)
“Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani.” (1Cor 4,12)
“Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità.” (Ef 4,28)
“Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio.”(1Ts 2,9)
“Ma vi esortiamo, fratelli, …a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno.” (1Ts 4,11.12)
“7 …noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, 8 né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. 9 Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. 10 E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. 11 Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12 A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13 Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene.” (2Ts 3,7-13)
“Sfòrzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi,…” (2Tm 2,15)
3. La spiegazione
  Come abbiamo visto da questi testi, l’apostolo Paolo ci tiene a far sapere alle sue comunità che egli non dipende da nessuno, ma che si sostiene con il lavoro delle sue mani: « Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani» (At 20,34).
Dal libro degli Atti degli Apostoli sappiamo inoltre che il suo mestiere era quello di fabbricatore di tende. Anzi nel testo troviamo quest’altra notizia: a Corinto era stato ospitato in casa di Aquila e Priscilla e, «siccome faceva lo stesso mestiere, rimase con loro e li aiutava a fabbricare tende» (At 18,3). Erano, insomma, in sintonia l’uno con l’altro, nello stile dell’accoglienza reciproca e della condivisione, mettendo sulla stessa tavola il pane della cooperazione e il vino della solidarietà.
Fabbricatore di tende: un mestiere duro, che richiedeva abilità manuale. Non solo, bisognava maneggiare strumenti di lavoro pesanti. E le mani a sera erano così intorpidite che non riusciva neanche a scrivere. A quei tempi, poi, dato che di solito si scriveva sul papiro, mettere nero su bianco era così lento e faticoso che si impiegava un’ora per buttar giù 72 parole. E a quanto pare l’apostolo, non riuscendo per la stanchezza, dettava le sue lettere ai discepoli o agli amici e, alla fine, firmava di suo pugno, aggiungendo appena un saluto.
 sue mani malferme, le dita stanche… secondo voi, poteva evitarseli certi fastidi, visto che già faceva molto per le sue comunità? Oppure faceva bene ad agire così, dato che quello era una specie di ingrediente educativo, indispensabile per poter dire con libertà e senza mezzi termini: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”?
 In ogni caso, ciò che deve farci riflettere è che in diverse occasioni egli sottolinea l’aspetto lavorativo della sua vita e, pur avendo a disposizione alcuni fondi o contributi delle comunità, decide di farne a meno. Perché agisce così? Ce lo dice lui stesso: per non compromettere l’annuncio del vangelo, innanzi tutto (cfr. 1Ts 2,9); per essere d’esempio; perché è questo che dà decoro all’uomo, cioè dignità. Anzi, condivide il suo guadagno con i poveri, con la spontaneità del padre attento alle necessità dei figli e con la tenacia dell’uomo che ha fatto una scelta chiara di ben-essere e non di bene-stare, che vuol dire dare precedenza assoluta all’essere (dignità, solidarietà, sobrietà) e non all’avere (denaro, potere e piacere!).
Qual è allora il messaggio?
Semplice: “non mangiare gratuitamente il pane”, ma vivere del lavoro delle proprie mani.
E per voi giovani vuol dire non dipendere dalla famiglia e cominciare a darsi da fare. Non continuare a chiedere a papà la paghetta settimanale né a far diventare lo studio una giustificazione perenne alla pigrizia.
In pratica, anche se state ancora sui libri, trovatevi, magari part-time (o d’estate, come fanno in molti), un lavoretto da fare per dare una mano a far quadrare i conti di casa. E se già lavorate, mettetevi nelle condizioni di poter fare del bene, condividendo ciò che guadagnate con chi non riesce ancora a spuntarla. Condividere è ciò che dà senso al vostro produrre. E non solo per una questione di solidarietà.  Nella logica della condivisione, infatti, sia pur a lungo termine, si finisce per produrre di più e quindi guadagnare di più, perché si crea una forza-lavoro più numerosa, compatta, solidale, unita e quindi più capace di proporsi efficacemente.
Ecco il senso del cooperare, che continuamente rimbalza in queste nostre riflessioni. Certo, bisogna credere che la “perseveranza nella carità non è ingenuità”; pagare di persona, buttarsi con gratuità, sognare con semplicità. Ma bisogna anche riconoscere i propri limiti, preventivare con lucidità e…, alla fine, azzardare il rischio di vie nuove, custodendo sempre la convinzione che la provvidenza aiuta gli audaci e che tutto quanto abbiamo seminato, anche se con qualche lacrima, tutto raccoglieremo nella gioia[3].
Non mancherà la fatica. E la fatica esige costanza. San Paolo ce lo ricorda, con la saggezza di chi l’ha già sperimentato in prima persona. Ecco perché dice con forza persuasiva: “Non stancatevi di fare del bene”.
Questa espressione – “Non stancatevi” – deriva da un verbo che, nella lingua originale greca, descrive l’atteggiamento del lottatore che si trova in palestra o sul ring. Non riuscendo più a sostenere la violenza dell’avversario, si lascia andare, rinuncia alla lotta, si rassegna a perdere. Nel nostro contesto, “non stancatevi” è in un invito a non mollare dinanzi ad un lavoro duro, a non rassegnarsi ad una occupazione precaria, ma allo stesso tempo suona come un ammonimento tagliente, senza peli sulla lingua: non lasciarti prendere dall’avidità dell’avere, ma tieni aperta la porta alle esigenze degli altri, perché ognuno possa sentirti amico lungo il cammino, e tu possa sperimentare l’amicizia di chi, nella vita, si è fatto già strada.
Ascoltiamo Graziella, una giovane lavoratrice della cooperativa “Neilos” di Rossano (Cs). La sua esperienza è un esempio tipico di cooperazione, in cui il bene comune si sposa felicemente con quello individuale, e ognuno riesce a tirar fuori il meglio di sé, vincendo timidezze e paure.
“Insieme ai miei amici del gruppo parrocchiale abbiamo fatto una revisione di vita sulla nostra condizione di disoccupazione, è nata così l’idea di fare una cooperativa di servizi turistici per la nostra città.
Ci siamo preparati cercando di conoscere a fondo la storia della nostra città, ci siamo divisi i compiti e abbiamo iniziato le attività. Questo lavoro mi dà molte soddisfazioni. A volte non penso che il mio sia un lavoro, perché lo vivo così bene che non mi pesa. Le decisioni le prendiamo tutti insieme, mi sento sempre partecipe. A volte mi stupisco di me stessa; riesco a parlare davanti a tante persone quando faccio la guida turistica. E pensare che prima ero timida! Il lavoro sicuramente mi ha fatto crescere come persona. Mi sento realizzata. Sento che questa è la mia vocazione”.
4. È vero che…
·Cosa si cerca di solito nel lavoro: guadagno, carriera, realizzazione personale, collaborazione…?
·Quali sono per te gli aspetti più importanti del lavoro?
·In che modo nel lavoro entrano in gioco i rapporti con gli altri? Come attraverso il lavoro possiamo costruire relazioni nuove con gli altri?
· Attraverso l’esperienza di Paolo scopriamo che il lavoro non è una dimensione staccata dalla vita di fede. Che significato ha oggi la fede cristiana rispetto al lavoro ed ai problemi ad esso collegati (disoccupazione, giustizia, rispetto della dignità, costruzione di un mondo nuovo…)?
5. Impegni da prendere
Cerca, insieme con le persone che ti stanno accanto e che con te lavorano o come te cercano lavoro, spazi di dialogo, d’informazione e di formazione.
Dialogo: per entrare in sintonia l’uno con l’altro, accogliersi, acquisire insieme la capacità di analisi, imparare a programmare con responsabilità e verificarsi con schiettezza e ricerca sincera della verità.
Informazione: per diventare competenti in ciò che si fa, correggere il tiro se è il caso, e saper valorizzare opportunità e risorse.
Formazione: per dare un’anima a ciò che si fa e scoprire “le cose nuove per le quali il Signore ci chiama a operare in fedeltà”[4].
6. Preghiamo insieme
Signore, sono un giovane lavoratore;  da quando ho 16 anni sono operaio in una piccola azienda. Ti ringrazio, perché per me il lavoro è una cosa molto importante, perché mi sento utile e posso aiutare la mia famiglia ad andare avanti.
Nel lavoro condivido la mia vita con altri lavoratori, e in loro ho la possibilità di incontrarti. Ti ringrazio, perché attraverso l’ascolto della tua Parola ho imparato a scorgere i segni del Regno nella fatica quotidiana dei miei compagni. Da quando ho cominciato a lavorare ho la fortuna, con un gruppo di giovani del mio quartiere, di confrontare la mia esperienza con la Tua Parola, Questo mi aiuta a vivere la mia fede nella realtà del mondo del lavoro, dove sento di poter partecipare alla costruzione del Tuo progetto di vita piena e gioiosa per l’uomo. In questi anni ho scoperto che non per tutti il lavoro è un’esperienza positiva. Spesso, sperimentiamo la solitudine, e molti di noi, lavorando in piccole aziende dove il sindacato non può entrare, vivono situazioni pesanti, ritmi massacranti, costretti a fare tante ore dl straordinario che lasciano pochissimo tempo al riposo, all’incontro con gli amici e allo stare in famiglia. Dove lavoro io, siamo a contatto con acidi e vernici, ma i controlli sulla salute e sugli impianti sono inesistenti. Non sempre siamo solidali tra noi, anche perché abbiamo paura di pagare di persona e dì rimetterci del nostro. Signore, aiutaci a non cedere davanti alle difficoltà; aiutaci a capire che il lavoro, come il sabato, deve essere a servizio dell’uomo; aiutaci a continuare a lottare, seguendo il tuo esempio, perché queste situazioni di sofferenza e di ingiustizia trovino sempre più dei militanti credenti che se ne facciano carico in un progetto di liberazione e di costruzione del Regno

[1] TEODORETO DI CIRO, Historia religiosa 10.
[2] GREGORIO DI NISSA, De virginitate = GCS 25,184.
[3] Cfr. Sal 126,5. Vedi anche CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo dei Giovani/2, Roma 1997, p.399.
[4] COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E DEL LAVORO DELLA CEI, Le comunità cristiane educano al sociale e al politico, n.18.

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