Archive pour juillet, 2011

Sant’Anna

Sant'Anna dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

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IL LINGUAGGIO DEI SEGNI

dal sito:

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/CULTURA/SEMIOLOGIA/illinguaggiodeisegnitheodossios.htm

Padre Theodossios Maria della Croce               

IL LINGUAGGIO DEI SEGNI

Il tempo passa, l’Eternità rimane; ecco il permanente prisma attraverso il quale si debbono vedere e filtrare le cose, tutte le cose, tutti i pensieri, tutti i sentimenti, tutti i ricordi, tutte le generosità e tutte le miserie, tutti i momenti di splendore dell’infanzia e tutti i ripiegamenti su se stessa dell’anima colpita. Quel che permane è l’Eternità, eterno è soltanto l’amore.
Paesaggi solinghi, prati e giardini dall’infinita tenerezza, azzurri mari sotto l’azzurro cielo d’estate, fiori delicati offerti piamente da anime delicate, elevatissime montagne e pacifici rivi, finestre aperte su verdi distese, profumi di timo e d’incenso e di cera pura, croci bianche piantate su desertiche colline, lontani rumori della sera nelle piane e fertili campagne, voci amiche vibranti di eterna fedeltà che attraversano l’ora profumata del crepuscolo, infermità e piaghe profonde offerte con dolcezza e senza ribellione, offerte per la libertà e la gioia di anime sconosciute, presenze che popolano tutte le solitudini e solitudini di amore infinito che trascendono ogni presenza, sbagli dall’origine santa, riuscite senza merito che riempiono l’anima di segreta tristezza nelle ore di lode e di ovazione, brividi di solitudine e di vuoto cosmici dinanzi all’immagine dell’infinito universo, mobile e senza amore; brividi e calde lacrime di riconoscenza dinanzi alla piccola discreta vibrazione dell’infinito amore del Creatore, sussurri di dolce saggezza in seno ad amicizie stabilite da Dio nell’eternità, empiono la mia anima quando penso a ciascuno di voi mentre penosamente ci avviciniamo al mistero delle festività di dolore e di resurrezione.
Ormai per milioni di uomini la nostalgia della bellezza e dell’amore eterno non fa parte del « reale ». Tutto un linguaggio, linguaggio umano, sensibile, tutte le sfumature e le delicatezze nel significato delle parole dispaiono nella coscienza e nella sensibilità di milioni e milioni di uomini. Mentre lo scopo della creazione ed il mezzo per raggiungerlo come individui, come popoli e come razze, restano immutabili. Così ogni anima fedele ed amante è portata, in mezzo ad ogni tribolazione, a percepire e a vivere, per quanto le è possibile e permesso, dietro ogni cosa il suo segno, il suo linguaggio intimo di creatura creata innocente prima di ogni alterazione, per sentire dietro ogni cosa l’amore eterno di Dio e della sua creazione in Lui.
Sulle foglie degli alberi, trasparenti ed auree di sole, si legge il messaggio del Verbo: la speranza. Si legge un appello, un sogno ed una promessa. Tutta la creazione contiene il segno infinitamente variabile ed assolutamente unico della finalità della creazione. Al fondo dell’orizzonte riluce l’orizzonte interiore. E sull’orizzonte interiore riluce il volto dell’Amore eterno, il volto umano e divino; volto del molteplice infinito e dell’uno infinito, poiché è il volto del Creatore e del Figlio unico del Creatore e dello Spirito tre volte Santo del Creatore.
I più piccoli fiori dei campi, l’intimo degli occhi amici, i pianeti e le galassie, i barlumi della lampada ad olio davanti ad una icona, le tombe dei bambini piccoli e i cimiteri dei secoli, tutte le acque pure e i profumi soavi dei campi e delle foreste, il vento salato dell’oceano contengono un canto segreto, un canto dolce, discreto e infinito, il canto del Signore.
I fiori e gli alberi e le pietre preziose, come gli umili sassi, le acque, le distese e le montagne, ogni cosa è una bella lettera e una parola del linguaggio nascosto della vita eterna. Per questo la Sacra Scrittura e tutti gli scritti sacri dei servitori di Dio sono pieni di paragoni e di riferimenti alla natura. I fiori esprimono una pienezza spirituale che sale dal fondo della creazione iniziale della terra d’origine. Le pietre preziose esprimono la fissità delle virtù conquistate, e ogni elemento contiene qualità immutabili accanto a elementi corrosivi. Ed ecco che San Paolo scrive: « Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità » (Rom. 1, 20). l fiori e gli alberi e le pietre preziose, come gli umili sassi, le acque, le distese e le montagne, ogni cosa è una bella lettera e una parola del linguaggio nascosto della vita eterna. Per questo la Sacra Scrittura e tutti gli scritti sacri dei servitori di Dio sono pieni di paragoni e di riferimenti alla natura. I fiori esprimono una pienezza spirituale che sale dal fondo della creazione iniziale della terra d’origine. Le pietre preziose esprimono la fissità delle virtù conquistate, e ogni elemento contiene qualità immutabili accanto a elementi corrosivi. Ed ecco che San Paolo scrive: « Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità » (Rom. 1, 20).
L’anima di buona volontà, quando è entrata definitivamente nella via dell’umiltà fondamentale, comincia a essere riconoscente per la più piccola rotella che l’uomo può fabbricare, per la più piccola medicina, per l’acqua dei fiumi e della pioggia, per la lana degli abiti, per la legge del suono che permette lo strumento musicale, per il metallo che permette lo strumento del medico e l’ago calamitato; è riconoscente per le leggi che conosce del mondo naturale, per la percezione dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, nei rapporti con la natura finita, per i colori, per i fiori, per il firmamento. E’ riconoscente perché, grazie all’apertura dell’umiltà fondamentale e della morte, capisce il linguaggio di tutto l’universo visibile e di tutte le leggi della natura, che non parlano d’altro che di questa vita d’ordine e di pace e di amore eterno del Regno.
Per comprendere e penetrare ciò che vuol dire « la bontà delle cose », cioè quello che le cose esprimono e il loro segno, i libri servono a poco quando l’uomo è appesantito sul suo « Io »; è necessario che egli sia libero ed è liberato dal suo io quando entra nella gloria dell’amore, quando si interessa ai suoi fratelli, quando si interessa, per esempio, a scrivere una lettera tenera alla mamma che ama; allora l’uomo è libero, è allegro e sorridente.
E’ assolutamente impossibile cogliere il mistero di un paesaggio, cogliere il mistero degli animali, il mistero del rapporto degli uomini con gli animali, se ogni giorno non armonizziamo il nostro sapere con la conoscenza intima vissuta, se non siamo continuamente mossi dal desiderio di essere uniti alla Verità eterna.
Le cose esprimono un’immensa bontà, quando manifestano all’uomo il messaggio dell’amore di Dio. E gli esseri umani stessi contengono un grande segreto sacro e possono contenere un’immensa bontà, un amore che è una partecipazione all’amore di Dio.
Quando si comunica con la Creazione, vi è una grande nostalgia perché dietro ogni espressione è consegnata, è celata ovunque, la grande bontà di Dio. Vi è celata anche la morte perché l’uomo non può più comunicare soltanto con la bontà delle cose, e se vuole separarsi egoisticamente dal male della morte, amando se stesso, allora egli si separa in se stesso e abbandona l’opera della Creazione.
E’ ciò che vuole il diavolo che odia la Creazione, che odia l’uomo. La forma con cui più si manifesta il peccato e il disordine iniziale, è la chiusura alla penetrazione del mistero della Creazione, il chiudersi all’amore delle opere di Dio. Quando la natura non è dominata dall’amore eterno dell’uomo, la bontà delle cose si perde.
Per essere costantemente con Dio, è necessario amarlo pienamente, amare ciò che ha voluto fare: ha voluto salvare il mondo, cioè ha voluto che l’uomo possa comunicare con la bontà delle cose, con la bontà della Creazione, con Lui. Così devo essere pieno di disponibilità per comprendere la bontà delle cose: la bontà della fiamma d’olio, la bontà del colore verde di un campo la bontà di un sorriso, la bontà di un sopracciglio, la bontà di una pietra, la bontà del calore in una camera quando rientro dopo il freddo, la bontà misteriosa che emana dalla foresta, bontà della terra, delle foglie, delle cortecce; la vibrazione di bontà che emana da un uomo, dal suo spirito, dal suo cuore, dai suoi capelli, dalle sue orecchie, dalle sue ossa.
E come mai ci sono tanti crimini? Assenza d’amore. Tante volgarità? Assenza d’amore. Là dove non c’è amore tutto è sporco, dove c’è l’amore tutto diviene santo, perché qualunque sia l’amore dell’uomo, anche il più ordinario, esso è una partecipazione all’amore di Dio, e Cristo è venuto per santificarlo.
Tutto ciò che è senza amore conduce alla morte, anche se è fatto in nome di Dio. Per questo San Paolo ha detto, e lo ripeterò fino alla fine della mia vita: posso possedere tutta la sapienza e conoscere tutte le lingue, posso dare il mio corpo in olocausto, se non ho la carità sono un cembalo squillante.
Quando siete stati in contatto con la bontà delle cose, quando cioè, il contatto con il mondo esterno ha elevato la vostra anima e vi ha riempiti di gioia d’amore sacro, eravate liberi, senza problemi; quando ci si appesantisce si entra nelle tenebre.
Non crediate che la bontà consista nel non volere il male. La bontà non è di non volere il male, è un’attività continua, come una luce continua. E quando l’altro, vicino a noi, è debole e appesantito su se stesso o soddisfatto di sé, o meditativo o un po’ cupo, dobbiamo essere luce per dissolvere le sue tenebre.
Credetemi, la conoscenza è un cammino senza fine, è un cammino per conoscere Dio. Si avanza, si avanza… Ciò che è definito è la via, e la via è unica: amare, volere il bene, avere una pazienza senza fine, non disperare mai.
L’uomo di verità scopre la firma del Creatore impressa nell’intimità di ogni cosa, ed entra nel cammino che conduce fuori dalla storia. Scopre che Cristo è entrato nella storia per liberare l’uomo dalla Grande Illusione. Così ai piedi della Croce inizia il cammino della liberazione, in cui l’uomo scopre a poco a poco il linguaggio mistico di tutte le cose visibili. E allora viene il giorno in cui l’universo tace e la storia tace. L’Illusione si dissolve. La falsa immagine dell’universo è rovesciata. E l’anima conosce e vive, perché conosce il reale eterno, l’Ineffabile.
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Fonte : http://viasacra.net/segni.html 

Nota biografica sull’Autore :
Il Padre Theodossios Maria della Croce (1909-1989), nato in Grecia, vissuto a Parigi dove svolse una intensa attività nel campo della cultura e dell’arte, in seguito convertito al cattolicesimo e diventato sacerdote fondò la Fraternità della Santissima Vergine Maria ad Atene e poi a Roma. La sede principale della sua opera si trova a Bagnoregio (Italia), patria di San Bonaventura , dove il Fondatore è morto ed è sepolto nella chiesa della SS. Annunziata. 

Publié dans:MEDITAZIONI, TEOLOGIA |on 26 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto: Afraate, il «Saggio»

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071121_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 novembre 2007

Afraate, il «Saggio»

Cari fratelli e sorelle,

nella nostra escursione nel mondo dei Padri della Chiesa, vorrei oggi guidarvi in una parte poco conosciuta di questo universo della fede, cioè nei territori in cui sono fiorite le Chiese di lingua semitica, non ancora influenzate dal pensiero greco. Queste Chiese, lungo il IV secolo, si sviluppano nel vicino Oriente, dalla Terra Santa al Libano e alla Mesopotamia. In quel secolo, che è un periodo di formazione a livello ecclesiale e letterario, tali comunità conoscono l’affermarsi del fenomeno ascetico-monastico con caratteristiche autoctone, che non subiscono l’influsso del monachesimo egiziano. Le comunità siriache del IV secolo rappresentano quindi il mondo semitico da cui è uscita la Bibbia stessa, e sono espressione di un cristianesimo, la cui formulazione teologica non è ancora entrata in contatto con correnti culturali diverse, ma vive in forme proprie di pensiero. Sono Chiese in cui l’ascetismo sotto varie forme eremitiche (eremiti nel deserto, nelle caverne, reclusi, stiliti), e il monachesimo sotto forme di vita comunitaria, esercitano un ruolo di vitale importanza nello sviluppo del pensiero teologico e spirituale.
Vorrei presentare questo mondo attraverso la grande figura di Afraate, conosciuto anche col soprannome di «Saggio», uno dei personaggi più importanti e allo stesso tempo più enigmatici del cristianesimo siriaco del IV secolo. Originario della regione di Ninive-Mossul, oggi in Iraq, visse nella prima metà del IV secolo. Abbiamo poche notizie sulla sua vita; intrattenne comunque rapporti stretti con gli ambienti ascetico-monastici della Chiesa siriaca, di cui ci ha conservato notizie nella sua opera e a cui dedica parte della sua riflessione. Secondo alcune fonti fu anzi a capo di un monastero, e infine fu anche consacrato Vescovo. Scrisse 23 discorsi conosciuti con il nome di Esposizioni o Dimostrazioni, in cui tratta diversi temi di vita cristiana, come la fede, l’amore, il digiuno, l’umiltà, la preghiera, la stessa vita ascetica e anche il rapporto tra giudaismo e cristianesimo, tra Antico e Nuovo Testamento. Scrive in uno stile semplice, con delle frasi brevi e con parallelismi a volte contrastanti; riesce tuttavia a tessere un discorso coerente con uno sviluppo ben articolato dei vari argomenti che affronta.
Afraate era originario di una comunità ecclesiale che si trovava alla frontiera tra il giudaismo ed il cristianesimo. Era una comunità molto legata alla Chiesa-madre di Gerusalemme, e i suoi Vescovi venivano scelti tradizionalmente fra i cosiddetti «familiari» di Giacomo, il «fratello del Signore» (cfr Mc 6,3): erano cioè persone collegate per sangue e per fede alla Chiesa gerosolimitana. La lingua di Afraate è quella siriaca, una lingua quindi semitica come l’ebraico dell’Antico Testamento e come l’aramaico parlato dallo stesso Gesù. La comunità ecclesiale, in cui si trovò a vivere Afraate, era una comunità che cercava di restare fedele alla tradizione giudeo-cristiana, di cui si sentiva figlia. Essa manteneva perciò uno stretto rapporto con il mondo ebraico e con i suoi Libri sacri. Significativamente Afraate si definisce «discepolo della Sacra Scrittura» dell’Antico e del Nuovo Testamento (Esposizione 22,26), che considera sua unica fonte di ispirazione, ricorrendovi in modo così abbondante, da farne il centro della sua riflessione.
Diversi sono gli argomenti che Afraate sviluppa nelle sue Esposizioni. Fedele alla tradizione siriaca, spesso presenta la salvezza operata da Cristo come una guarigione e, quindi, Cristo stesso come medico. Il peccato, invece, è visto come una ferita, che solo la penitenza può risanare: «Un uomo che è stato ferito in battaglia, dice Afraate, non ha vergogna di mettersi nelle mani di un saggio medico…; allo stesso modo, chi è stato ferito da Satana non deve vergognarsi di riconoscere la sua colpa e di allontanarsi da essa, domandando la medicina della penitenza» (Esposizione 7,3). Un altro aspetto importante nell’opera di Afraate è il suo insegnamento sulla preghiera e, in modo speciale, su Cristo come maestro di preghiera. Il cristiano prega seguendo l’insegnamento di Gesù e il suo esempio di orante: «Il nostro Salvatore ha insegnato a pregare così, dicendo: “Prega nel segreto Colui che è nascosto, ma che vede tutto”; e ancora: “Entra nella tua camera e prega il tuo Padre nel segreto, e il Padre che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt 6,6)… Quello che il nostro Salvatore vuol mostrare è che Dio conosce i desideri e i pensieri del cuore» (Esposizione 4,10).
Per Afraate la vita cristiana è incentrata nell’imitazione di Cristo, nel prendere il suo giogo e nel seguirlo sulla via del Vangelo. Una delle virtù che più conviene al discepolo di Cristo è l’umiltà. Essa non è un aspetto secondario nella vita spirituale del cristiano: la natura dell’uomo è umile, ed è Dio che la esalta alla sua stessa gloria. L’umiltà, osserva Afraate, non è un valore negativo: «Se la radice dell’uomo è piantata nella terra, i suoi frutti salgono davanti al Signore della grandezza» (Esposizione 9,14). Restando umile, anche nella realtà terrena in cui vive, il cristiano può entrare in relazione col Signore: «L’umile è umile, ma il suo cuore si innalza ad altezze eccelse. Gli occhi del suo volto osservano la terra e gli occhi della mente l’altezza eccelsa» (Esposizione 9,2).
La visione che Afraate ha dell’uomo e della sua realtà corporale è molto positiva: il corpo umano, sull’esempio di Cristo umile, è chiamato alla bellezza, alla gioia, alla luce. «Dio si avvicina all’uomo che ama – egli osserva – ed è giusto amare l’umiltà e restare nella condizione di umiltà. Gli umili sono semplici, pazienti, amati, integri, retti, esperti nel bene, prudenti, sereni, sapienti, quieti, pacifici, misericordiosi, pronti a convertirsi, benevoli, profondi, ponderati, belli e desiderabili» (Esposizione 9,14). Spesso in Afraate la vita cristiana viene presentata in una chiara dimensione ascetica e spirituale: la fede ne è la base, il fondamento; essa fa dell’uomo un tempio dove Cristo stesso abita. La fede quindi rende possibile una carità sincera, che si esprime nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Un altro aspetto importante in Afraate è il digiuno, che è da lui inteso in senso ampio. Egli parla del digiuno dal cibo come di pratica necessaria per essere caritatevoli e vergini, del digiuno costituito dalla continenza in vista della santità, del digiuno dalle parole vane o detestabili, del digiuno dalla collera, del digiuno dalla proprietà di beni in vista del ministero, del digiuno dal sonno per attendere alla preghiera.
Cari fratelli e sorelle, ritorniamo ancora – per concludere – all’insegnamento di Afraate sulla preghiera. Secondo questo antico «Saggio», la preghiera si realizza quando Cristo abita nel cuore del cristiano, e lo invita a un impegno coerente di carità verso il prossimo. Scrive infatti:
«Da’ sollievo agli affranti, visita i malati,
sii sollecito verso i poveri: questa è la preghiera.
La preghiera è buona, e le sue opere sono belle.
La preghiera è accetta, quando dà sollievo al prossimo.
La preghiera è ascoltata,
quando in essa si trova anche il perdono delle offese.
La preghiera è forte,
quando è piena della forza di Dio» (Esposizione 4,14-16).

Con queste parole Afraate ci invita a una preghiera che diventa vita cristiana, vita realizzata, vita penetrata dalla fede, dall’apertura a Dio e, così, dall’amore per il prossimo.

San Giacomo Maggiore

San Giacomo Maggiore dans immagini sacre 250px-Dijon_fine_arts_museum_mg_1626

http://it.cathopedia.org/wiki/San_Giacomo_apostolo

Publié dans:immagini sacre |on 25 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

26 luglio – Sant’Anna e San Gioacchino (m) – Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo

dal sito:

http://www.ora-et-labora.net/annagioacchino.html

26 luglio – Sant’Anna e San Gioacchino (m)

Secondo un’antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant’Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17).  O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino é Dio.
O Giacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo.
O Giachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

25 luglio: San Giacomo il Maggiore

dal sito:

http://www.sangiacomolevanto.org/sanilmaggiore.htm

San Giacomo il Maggiore

Apostolo e martire

25 luglio – Festa

ETIMOLOGIA: Giacomo è un nome di origine ebraica e significa « Dio ti protegga ». Esistono circa 50 santi e beati con questo nome, ma il più popolare è San Giacomo Apostolo detto Maggiore. La sua festa si celebra il 25 luglio. Giacomo esiste anche in versione femminile – Giacoma, inoltre in forme derivanti: Giacobbe, Jacopo, Iacopo, (soprattutto in Toscana) , Jakob (tedesco, polacco), James (inglese), Jacques (francese) Iago (spagnolo).

PATRONATI: San Giacomo è patrono e protettore di numerose città e paesi, fra altri : Pisa, Pesaro, Pistoia, Averara, e di Bellino (Cn), Compostela, Spagna, Portogallo, Quatemala
E’ considerato Patrono di pellegrini, viandanti e questuanti, farmacisti, droghieri, cappellai e calzettai; va invocato contro i reumatismi e per il bel tempo.

EMBLEMA: Il suo attributo principale è il bastone e la zucca, attributi secondari possono essere: otre e la borsa da pellegrino, vestito e cappello da pellegrino, conchiglia.
I primi dati biografici sull’Apostolo Giacomo, detto anche il Maggiore,per distinguerlo dall’apostolo omonimo Giacomo di Alfeo, provengono fondamentalmente dai Vangeli. Sappiamo che era figlio di Zebedeo, pescatore in Betsaida, e di Salomé, nonché fratello di Giovanni l’Evangelista. Si suole pensare che la famiglia di Zebedeo fosse imparentata con la Sacra Famiglia, a giudicare dalla familiarità con cui Salomé chiedeva a Gesù incarichi privilegiati per i suoi due figli.

Circa il luogo di nascita, sono molti gli autori che lo collocano nella località di Jaffa, vicino a Nazareth, sulle rive del lago Genesareth. Il suo mestiere era la pesca, attività a cui partecipavano anche i fratelli Simone (San Pietro) e Andrea. In questo gruppo di pescatori Gesù elesse i suoi primi quattro discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni.
San Luca racconta (Lc.9,51) che andando verso Gerusalemme, mentre passava per un villaggio della Samaria, gli abitanti non vollero dar loro riparo e Giacomo con suo fratello desiderarono « che venisse fuoco dal cielo e che li consumasse ».
In un’altra occasione chiesero a Gesù di essere i primi, al di sopra di Pietro(Mt.20,23). Tutto ciò pare indicare in loro un temperamento ed un carattere forte e deciso. Per questo Gesù dette loro il nome di « Boanerghes », cioè figli del tuono (MC III, 17) nome che ne rispecchia l’indole ardente, schietta ed aperta. La sua veemenza e perseveranza nella predicazione sono testimoniate nel Codice Calixtino (XII secolo), libro fondamentale della tradizione giacobea, che lo qualifica come « santo di mirabile forza, benedetto nel suo modo di vivere, stupefacente per le sue virtù, di grande ingegno, di brillante eloquenza ».
Negli avvenimenti chiave viene scelto come testimone speciale. È uno degli eletti che assiste nel Tabor alla Trasfigurazione; accompagna Cristo nell’orto di Getsemani; è testimone della resurrezione della figlia di Jairo. Queste circostanze indicano senza dubbio l’affetto che nutriva Cristo per questo Apostolo.
Dopo la crocefissione di Cristo, Giacomo il Maggiore, totalmente identificato con la dottrina del suo maestro, si convertì nel principale predicatore nella comunità di Gerusalemme, riscuotendo grande ammirazione per il fervore e la sincerità delle sue parole.
In quell’epoca si svolgeva un intenso commercio di minerali come lo stagno, l’oro, il ferro ed il rame dalla Galizia alle coste della Palestina. Nei viaggi di ritorno venivano portati oggetti ornamentali, lastre di marmo, spezie ed altri prodotti comperati ad Alessandria ed in altri porti ancora più orientali, di grande importanza commerciale.
Si pensa che l’Apostolo abbia realizzato il viaggio dalla Palestina alla Spagna in una di queste navi, sbarcando nelle coste dell’Andalusia, terra in cui cominciò la sua predicazione. Proseguì la sua missione evangelizzatrice a Coimbra e a Braga, passando, secondo la tradizione, attraverso Iria Flavia nel Finis Terrae ispanico, dove proseguì la predicazione.
Nel Breviario degli Apostoli (fine del VI secolo) viene attribuita per la prima volta a San Giacomo l’evangelizzazione della « Hispania » e delle regioni occidentali, si sottolinea il suo ruolo di strumento straordinario per la diffusione della tradizione apostolica, così come si parla della sua sepoltura in Arca Marmárica. Successivamente, già nella seconda metà del VII secolo, un erudito monaco inglese chiamato il Venerabile Beda, cita di nuovo questo avvenimento nella sua opera, ed indica con sorprendente esattezza il luogo della Galizia dove si troverebbe il corpo dell’Apostolo.
La tradizione popolare indica la presenza del corpo di San Giacomo nelle cime prossime alla valle di Padrón, ove esisteva il culto delle acque. Ambrosio de Morales nel XVI secolo, nella sua opera il Viaggio Santo dice: » Salendo sulla montagna, a metà del fianco, c’è una chiesa dove dicono che l’Apostolo pregasse e dicesse messa, e sotto l’altare maggiore si protende sin fuori della chiesa una sorgente ricca d’acqua , la più fredda e delicata che abbia provato in Galizia ». Questo luogo esiste attualmente ed ha ricevuto il nome affettuoso di « O Santiaguiño do Monte ». Uno degli autori dei sermoni raccolti nel Codice Calixtino, riferendosi alla predicazione di San Giacomo in Galizia, dice che  » colui che vanno a venerare le genti, Giacomo, figlio di Zebedeo, la terra della Galizia invia al cielo stellato ».
Il ritorno in Terra Santa, si svolse lungo la via romana di Lugo, attraverso la Penisola, passando per Astorga e Zaragoza, ove, sconfortato, Giacomo riceve la consolazione ed il conforto della Vergine, che gli appare (secondo la tradizione il 2 gennaio del 40), secondo la tradizione, sulle rive del fiume Ebro, in cima ad una colonna romana di quarzo, e gli chiede di costruire una chiesa in quel luogo. Questo avvenimento servì per spiegare la fondazione della Chiesa di Nuestra Señora del Pilar a Zaragoza, oggi basilica ed importante santuario mariano del cattolicesimo spagnolo. Da questa terra, attraverso l’Ebro, San Giacomo probabilmente si diresse a Valencia, per imbarcarsi poi in un porto della provincia di Murcia o in Andalusia e far ritorno in Palestina tra il 42 ed il 44 d.C..
Oramai in Palestina, Giacomo, assieme al gruppo dei « Dodici », entra a far parte delle colonne portanti della Chiesa Primitiva di Gerusalemme, ricoprendo un ruolo di grande importanza all’interno della comunità cristiana della Città Santa. In un clima di grande inquietudine religiosa, dove di giorno in giorno aumentava il desiderio di sradicare l’incipiente cristianesimo, sappiamo che fu proibito agli apostoli di predicare. Giacomo tuttavia, disprezzando tale divieto, annunciava il suo messaggio evangelizzatore a tutto il popolo, entrando nelle sinagoghe e discutendo la parola dei profeti. La sua gran capacità comunicativa, la sua dialettica e la sua attraente personalità, fecero di lui uno degli apostoli più seguiti nella sua missione evangelizzatrice.
Erode Agrippa I, re della Giudea, per placare le proteste delle autorità religiose, per compiacere i giudei ed assestare un duro colpo alla comunità cristiana, lo sceglie in quanto figura assai rappresentativa e lo condanna a morte per decapitazione. In questo modo diventa il PRIMO MARTIRE DEL COLLEGIO APOSTOLICO. Questa del martirio di San Giacomo il Maggiore è l’ultima notizia tratta dal Nuovo Testamento.
Secondo la tradizione, lo scriba Josias, incaricato di condurre Giacomo al supplizio, è testimone del miracolo della guarigione di un paralitico che invoca il santo. Josias, turbato e pentito, si converte al cristianesimo e supplica il perdono dell’Apostolo: questi chiede come ultima grazia un recipiente pieno d’acqua e lo battezza. Ambedue verranno decapitati nell’anno 44.
Dice la leggenda che due dei discepoli di San Giacomo, Attanasio e Teodoro, raccolsero il suo corpo e la testa e li trasportarono in nave da Gerusalemme fino in Galizia. Dopo sette giorni di navigazione giunsero sulle coste della Galizia, ad Iria Flavia, vicino l’attuale paese di nome Padrón.
Nel racconto della sepoltura dei resti di San Giacomo, impregnato di leggenda, appare Lupa, una dama pagana ricca ed influente, che viveva allora nel castello Lupario o castello di Francos, a poca distanza dall’attuale Santiago. I discepoli, alla ricerca di un terreno dove seppellire il loro maestro, chiesero alla nobildonna il permesso di inumarlo nel suo feudo. Lupa li rimette alla decisione al governatore romano Filotro, che risiedeva a Dugium, vicino Finisterra. Ben lungi dall’intendere le loro ragioni, il governatore romano ordina la loro incarcerazione.
Secondo la tradizione, i discepoli furono liberati miracolosamente da un angelo e si dettero alla fuga inseguiti dai soldati romani. Giunti al ponte di Ons o Ponte Pías, sul fiume Tambre, ed attraversatolo, questo crollò provvidenzialmente permettendogli di fuggire.
La regina Lupa, simulando un cambio di atteggiamento, li portò al Monte Iliciano, oggi noto col nome di Pico Sacro, e gli offrì dei buoi selvaggi che vivevano in libertà ed un carro per trasportare i resti dell’Apostolo da Padrón fino a Santiago. I discepoli si avvicinarono agli animali che, dinnanzi agli occhi esterrefatti di Lupa, si lasciarono porre di buon grado il giogo. La regina dopo quest’esperienza decide di abbandonare le sue credenze per convertirsi al cristianesimo.
Narra la leggenda che i buoi cominciarono il loro cammino senza ricevere nessuna guida, ad un certo punto si fermarono per la sete ed iniziarono a scavare con i loro zoccoli il terreno, facendone zampillare poco dopo dell’acqua. Si trattava dell’attuale sorgente del Franco, vicino al Collegio Fonseca, luogo dove posteriormente sarà edificata, in ricordo, la piccola cappella dell’Apostolo, nell’attuale « rua del Franco ». I buoi proseguirono il loro cammino e giunsero in un terreno di proprietà di Lupa, che lo donò per la costruzione del monumento funerario. In quel medesimo luogo, secoli dopo fu costruita la cattedrale, centro spirituale che presiede la città di Santiago.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 25 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

UNA VOCE DI ESILE SILENZIO (posso dire veramente bello?)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27500?l=italian

UNA VOCE DI ESILE SILENZIO

ROMA, sabato, 23 luglio 2011 (ZENIT.org).- Di seguito riportiamo il brano iniziale della recente lettera pastorale dell’Arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori,dal titolo Nel Silenzio la Parola (Mandragora, Firenze 2011).

* * *
«Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna» (I Re 19,11b-13). Preda della paura e della disperazione a causa della persecuzione abbattutasi su di lui per aver difesa la vera fede, Elia sta sfuggendo; Dio lo pone sul cammino che lo conduce alla montagna sacra, il monte Oreb; lì avviene l’incontro che ridà slancio e progetto alla sua missione di profeta, l’incontro con Dio.
La manifestazione di Dio assume, all’inizio, le forme della rivelazione divina che il lettore della Bibbia ben conosce dal racconto della consegna della legge sul Sinai, l’esperienza che fonda l’identità del popolo di Dio nell’esodo dall’Egitto (cfr. Es 19,16-19). Ma, nell’esperienza di Elia, nessuna di quelle forme sembra capace di contenere la grandezza, l’alterità, il mistero di Dio: vento, terremoto e fuoco passano senza che Dio si sia manifestato. Alla fine Dio giunge, ma lo fa nel «sussurro di una brezza leggera». Ancora più eloquente è il testo se tradotto alla lettera: «una voce di esile silenzio».
L’incontro dell’uomo con Dio congiunge insieme due realtà percepite sempre in una irrisolta tensione nell’esperienza umana: la parola e il silenzio. Osserva Romano Guardini: «La parola è una delle forme fondamentali della vita umana; l’altra forma è il silenzio, ed è mistero altrettanto grande… Le due cose ne fanno una sola. Parlare significativamente può soltanto colui che può anche tacere, altrimenti sono chiacchiere; tacere significativamente può soltanto colui che può anche parlare, altrimenti è un muto. In tutti e due questi misteri vive l’uomo; la loro unità esprime la sua essenza».
Con afflato poetico, così si esprime Jean Guitton: «Esiste un silenzio che è un elemento primordiale sul quale la parola scivola e si muove, come il cigno sull’acqua. Per ascoltare con profitto una parola, conviene creare dapprima in noi stessi questo lago immobile. E, dopo aver ascoltato, occorre lasciare che le onde concentriche della parola si propaghino, si smorzino, spirino nel silenzio. La parola sorge dal silenzio, e al silenzio ritorna»
Il contrasto tra silenzio e parola sta assumendo gradi di polarità estrema in questo nostro tempo, in cui la parola si presenta così spesso come un confondersi di molte e contrastanti voci, soffocando quel poco di silenzio che ciascuno cerca di salvare per sé. Così che il contrasto oggi non è tanto tra la parola e il silenzio, bensì tra il rumore e la quiete.
Nel racconto del profeta Elia troviamo enunciata la sostanza di una delle problematiche più vive per l’uomo di oggi e di sempre: come cogliere il messaggio della parola, traendola dal caos del rumore? Come, in mezzo al frastuono che uccide gli spazi di silenzio, riuscire a distinguere e quindi a discernere la parola vera nel groviglio delle molti voci concorrenti? La vicenda di Elia sul monte Oreb svela che non è impresa disperata comporre insieme voce e silenzio; questo compito, al contrario, appartiene al cuore stesso dell’esperienza che l’uomo può fare di Dio; è la condizione, l’essenza e il frutto dell’incontro con lui. Dalla pagina biblica si apre un orizzonte di speranza per le nostre confuse giornate.
Non è difficile cogliere quanto importante sia trovare una soluzione a questo interrogativo, se non vogliamo che il Vangelo sia percepito come una voce tra le altre, parte del chiasso confuso, non diversa da una delle tante voci che chiedono la nostra attenzione e pretendono il nostro consenso. Anzi, per lo più non lo pretendono, ma lo impongono, o verrebbero farlo. Questa è infatti la dimensione più insidiosa con cui il frastuono delle parole ci viene oggi comunicato: in una condizione di pervasività assoluta e con un aggressivo potere mistificatore. Una condizione in cui il diritto della persona alla propria identità, a scelte di matura libertà, al rispetto di una soggettività che ripudia ogni massificazione è costantemente messo alla prova e in molti caso violato. Ha scritto lucidamente Massimo Baldini:«Alla morte del silenzio segue inevitabilmente la morte della parola».
Perché la parola, la parola di verità, si distingua dal rumore – sembra dirci la vicenda del profeta Elia – è necessario nutrire questa parola del dovuto silenzio, senza il quale è impossibile apprezzarne il valore. Tutto ci appare frastuono, tumulto, bagliore: fenomeni che possono attirare l’attenzione e magari turbare i sensi, ma non permettono la presa di distanza necessaria per cogliere il significato. Solo collocandoci in modo equilibrato tanto nel silenzio quanto nella parola, possiamo sperare di costruire una trama significativa della vita.

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