UNA VOCE DI ESILE SILENZIO (posso dire veramente bello?)

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UNA VOCE DI ESILE SILENZIO

ROMA, sabato, 23 luglio 2011 (ZENIT.org).- Di seguito riportiamo il brano iniziale della recente lettera pastorale dell’Arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori,dal titolo Nel Silenzio la Parola (Mandragora, Firenze 2011).

* * *
«Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna» (I Re 19,11b-13). Preda della paura e della disperazione a causa della persecuzione abbattutasi su di lui per aver difesa la vera fede, Elia sta sfuggendo; Dio lo pone sul cammino che lo conduce alla montagna sacra, il monte Oreb; lì avviene l’incontro che ridà slancio e progetto alla sua missione di profeta, l’incontro con Dio.
La manifestazione di Dio assume, all’inizio, le forme della rivelazione divina che il lettore della Bibbia ben conosce dal racconto della consegna della legge sul Sinai, l’esperienza che fonda l’identità del popolo di Dio nell’esodo dall’Egitto (cfr. Es 19,16-19). Ma, nell’esperienza di Elia, nessuna di quelle forme sembra capace di contenere la grandezza, l’alterità, il mistero di Dio: vento, terremoto e fuoco passano senza che Dio si sia manifestato. Alla fine Dio giunge, ma lo fa nel «sussurro di una brezza leggera». Ancora più eloquente è il testo se tradotto alla lettera: «una voce di esile silenzio».
L’incontro dell’uomo con Dio congiunge insieme due realtà percepite sempre in una irrisolta tensione nell’esperienza umana: la parola e il silenzio. Osserva Romano Guardini: «La parola è una delle forme fondamentali della vita umana; l’altra forma è il silenzio, ed è mistero altrettanto grande… Le due cose ne fanno una sola. Parlare significativamente può soltanto colui che può anche tacere, altrimenti sono chiacchiere; tacere significativamente può soltanto colui che può anche parlare, altrimenti è un muto. In tutti e due questi misteri vive l’uomo; la loro unità esprime la sua essenza».
Con afflato poetico, così si esprime Jean Guitton: «Esiste un silenzio che è un elemento primordiale sul quale la parola scivola e si muove, come il cigno sull’acqua. Per ascoltare con profitto una parola, conviene creare dapprima in noi stessi questo lago immobile. E, dopo aver ascoltato, occorre lasciare che le onde concentriche della parola si propaghino, si smorzino, spirino nel silenzio. La parola sorge dal silenzio, e al silenzio ritorna»
Il contrasto tra silenzio e parola sta assumendo gradi di polarità estrema in questo nostro tempo, in cui la parola si presenta così spesso come un confondersi di molte e contrastanti voci, soffocando quel poco di silenzio che ciascuno cerca di salvare per sé. Così che il contrasto oggi non è tanto tra la parola e il silenzio, bensì tra il rumore e la quiete.
Nel racconto del profeta Elia troviamo enunciata la sostanza di una delle problematiche più vive per l’uomo di oggi e di sempre: come cogliere il messaggio della parola, traendola dal caos del rumore? Come, in mezzo al frastuono che uccide gli spazi di silenzio, riuscire a distinguere e quindi a discernere la parola vera nel groviglio delle molti voci concorrenti? La vicenda di Elia sul monte Oreb svela che non è impresa disperata comporre insieme voce e silenzio; questo compito, al contrario, appartiene al cuore stesso dell’esperienza che l’uomo può fare di Dio; è la condizione, l’essenza e il frutto dell’incontro con lui. Dalla pagina biblica si apre un orizzonte di speranza per le nostre confuse giornate.
Non è difficile cogliere quanto importante sia trovare una soluzione a questo interrogativo, se non vogliamo che il Vangelo sia percepito come una voce tra le altre, parte del chiasso confuso, non diversa da una delle tante voci che chiedono la nostra attenzione e pretendono il nostro consenso. Anzi, per lo più non lo pretendono, ma lo impongono, o verrebbero farlo. Questa è infatti la dimensione più insidiosa con cui il frastuono delle parole ci viene oggi comunicato: in una condizione di pervasività assoluta e con un aggressivo potere mistificatore. Una condizione in cui il diritto della persona alla propria identità, a scelte di matura libertà, al rispetto di una soggettività che ripudia ogni massificazione è costantemente messo alla prova e in molti caso violato. Ha scritto lucidamente Massimo Baldini:«Alla morte del silenzio segue inevitabilmente la morte della parola».
Perché la parola, la parola di verità, si distingua dal rumore – sembra dirci la vicenda del profeta Elia – è necessario nutrire questa parola del dovuto silenzio, senza il quale è impossibile apprezzarne il valore. Tutto ci appare frastuono, tumulto, bagliore: fenomeni che possono attirare l’attenzione e magari turbare i sensi, ma non permettono la presa di distanza necessaria per cogliere il significato. Solo collocandoci in modo equilibrato tanto nel silenzio quanto nella parola, possiamo sperare di costruire una trama significativa della vita.

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