GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO (la base paolina dello studio è notevole)

dal sito:

http://www.biblia.org/index.php/archivio/approfondimenti-culturali.html

APPROFONDIMENTI CULTURALI -XXXVII (ANNO XIX, N. 3)

GEREMIA & DIETRICH BONHOEFFER GEMELLI IN CRISTO

‘FRAMMENTI’ PER UNA RICERCA’

Riproduciamo il testo dell’intervento svolto da Marco Tommasino nel corso del seminario estivo dedicato a Geremia. Per ragioni di spazio abbiamo dovuto tagliare la suggestiva cornice narrativa del testo,salvandone però integralmente il messaggio. Ce ne scusiamo con l’autore e lo ringraziamo per le sue riflessioni. Tommasino si presenta come un fisico e un informatico e non come teologo e biblista: gli amanti della Bibbia auspicano il moltiplicarsi di questi fisici e informatici.

Ringraziamenti
Ho dedicato questa ricerca ad alcune persone che con la loro vicinanza e amicizia continuano ad aiutarmi a rinnovare l’uomo interiore di giorno in giorno, mentre quello esteriore si va disfacendo [cfr.2Cor 4,16]. Questa è donata ai nuovi amici di Biblia, alla mia maestra di Bibbia, Eugenia Verna che ha il dono di annunciare la Parola, alla comunità di Bose per la lunga amicizia, e a Paolo De Benedetti da parte di mia nipote Alice.

DB ha capito il libro di Geremia
Il libro di Geremia è croce e delizia di esegeti e semplici lettori per la sua ‘non linearità’. Ma ormai è canonico: e quindi deve avere un suo senso compiuto. Il testo di Geremia trova una definizione della sua unità in questo pensiero di Bonhoeffer. Nella lettera ad Eberhard Bethge del 23 febbraio 1944 scrive:

… la nostra esistenza spirituale resta incompiuta. Tutto dipende ormai dal fatto se sia possibile ancora scorgere, sulla base della frammentarietà della nostra vita, in che modo era progettato e pensato il tutto, e di quale materiale sia fatto. Ci sono poi frammenti che ormai fanno parte solo della spazzatura (per i quali sarebbe troppo anche un « inferno » decoroso) ed altri che restano significativi attraverso i secoli, perché il loro completamento può essere solo affare di Dio, cioè frammenti che devono essere frammenti -penso ad esempio all’Arte della fuga [di J.S. Bach]. Se la nostra vita rispecchia anche solo da lontano un frammento di questo tipo, nel quale i diversi temi che si aggiungono sempre più numerosi si armonizzano almeno per un breve istante, e nel quale il grande contrappunto viene mantenuto stabilmente dall’inizio alla fine, sicché poi, dopo l’interruzione, al massimo si può intonare ancora il corale « Così mi avanzo davanti al tuo trono » -allora non dobbiamo lamentarci neppure della nostra vita frammentaria, ma dovremo anzi esserne contenti. Non mi esce più dalla testa il capitolo 45 di Geremia. Forse ti ricordi ancora di quel sabato sera a Finkenwalde, quando l’ho commentato? Anche qui, un frammento di vita -necessariamente tale - »ma la tua anima te la darò come bottino ».

Geremia & DB gemelli
Con quali prove?
Due anni fa ho capito che Geremia aveva influenzato profondamente il pensiero di Bonhoeffer. Dal vicariato a Barcellona nel 1928 fino a Tegel, alle soglie della fine, egli riprende più e più volte il pensiero di Geremia con una passione fortissima. Allora ho pensato: forse si può dire che c’è tra i due un legame più forte di un semplice interesse? Si può arrivare a dire che Geremia ha gettato il suo mantello nella storia ed è finito addosso a Bonhoeffer? O che Geremia è risuscitato dai morti?

Santi e profeti
Geremia è santo canonizzato, e Bonhoeffer? Nel 1998 a seguito di un rifacimento del transetto
ovest dell’Abbazia di Westminster, sono state poste dieci statue di martiri cristiani di ogni confessione che, nel passato recente, hanno dato la loro vita per il Vangelo. Tra di loro ci sono Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Massimiliano Kolbe e Oscar Romero. Anche lui ora gode di un certo riconoscimento ufficiale. Geremia è profeta, riconosciuto da tutti, anche da chi lo aveva rifiutato. E Bonhoeffer? Ma chi è il profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona: profeta? Bonhoeffer, nel 1928, parla del profeta in una conferenza a Barcellona:
Un profeta è un uomo che si sa preso da Dio e chiamato in un momento determinato, sconvolgente della sua vita, ed ora non può più fare altro che andare in mezzo agli uomini e annunziare la volontà di Dio. La vocazione è diventata il punto di svolta della sua vita, e per lui c’è ancora soltanto una cosa, il seguire questa vocazione, ammesso pure che questa lo porti all’infelicità e alla morte. Così dice Amos (3,8): « Il Signore Iddio parla, chi può non profetare? ».

Profeti in un tempo di crisi
Qual è il tempo in cui hanno vissuto Geremia e DB? Un tempo di crisi. Un’epoca in cui Dio vaga
senza meta per il suo regno gridando: « Consolatemi, consolatemi, o mio popolo » perché il suo popolo va verso la Shoà. Egli è come Rachele, che « piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata perché non sono più » (Ger 31,15). È un tempo in cui il Signore dice ai suoi profeti: « Ecco, vi metto le mie parole sulla bocca./Ecco, oggi vi costituisco/sopra i popoli e sopra i regni/per sradicare e demolire,/per distruggere e abbattere,/per edificare e piantare » (Ger 1,10). Geremia e DB vivono nello stesso tempo storico, un tempo di Shoà: la prima e l’ultima.

Frammenti di storia
Uno sguardo alle biografie fa intravedere rassomiglianze e parallelismi.
Prima di tutto l’amico/discepolo/segretario. Tutti i due hanno un compagno di vita e di lotta e che si occupa di trasmettere pensieri e racconti di vita: Baruch e Eberhard Bethge. A entrambi viene lasciato un viatico: a te darò la vita come bottino (Ger 45,4). Geremia deve rinunciare a esercitare il sacerdozio, come avrebbe richiesto il suo stato di famiglia. Bonhoeffer non sarà mai pastore in una parrocchia tedesca. I contrasti con le autorità civili e religiose sono continui, i due tendono a isolarsi. Non in una torre d’avorio, ma perché devono annunciare una parola che non ammette sconti, nemmeno per loro stessi. Geremia è insidiato dalla sua stessa famiglia: gli uomini di Anatòt attentano alla sua vita dicendo: « Non profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra » (Ger 11,21). Il sacerdote e sovrintendente-capo del tempio Pascùr lo fa fustigare e lo imprigiona, dopo l’episodio della brocca spezzata (Ger 20,2). I sacerdoti e i profeti chiedono per lui una sentenza di morte, perché aveva osato predicare nel
tempio, ricordando la fine del santuario di Silo (Ger 26,1-11). È accusato di disfattismo e tradimento: « Tu passi ai Caldei! » (Ger 37,13). È imprigionato più volte (Ger 20,2; 32,2;37). A Bonhoeffer nel 1936 viene ritirata l’autorizzazione all’insegnamento universitario. Nel settembre del 1940 gli viene vietato di parlare in pubblico ed è obbligato a segnalare i propri movimenti alla polizia « a motivo della sua azione disgregatrice in mezzo al popolo ». Nel marzo
del 1941 riceve il divieto di stampare e pubblicare. Il 5 aprile 1943 è arrestato.

La vocazione
Dice Geremia:
Mi fu rivolta la parola del Signore:
« Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,/prima che tu uscissi alla luce,/ ti avevo consacrato;/ti ho stabilito profeta delle nazioni » (Ger 1,4-5). Bonhoeffer nutrì il desiderio di divenire pastore e teologo fin da bambino, e lo mantenne finché non l’ebbe realizzato. Ma quando capì che la sua vita al servizio diretto di Dio non sarebbe stata « un’esistenza silenziosa e quieta da pastore » come quella pensata da suo padre?
A 22 anni, mentre era vicario a Barcellona, così egli si dichiara:
Ogni parola deve esser detta dal presente per il presente, e se non sempre nella forma più esplicita, tuttavia in modo sufficientemente chiaro per l’osservatore dei nostri giorni. Siamo uomini del XX secolo e dobbiamo, ci piaccia o no, adattarci a questo fatto, o piuttosto dobbiamo avere tanto amore per questo nostro tempo, per questa nostra generazione, da esserle solidali nella miseria e nella speranza. È sufficiente questo per capire quale sarebbe stata la sua via. Ancora nella stessa conferenza dedica ampie parti al dramma di Geremia: Colui che era legato al suo popolo con amore bruciante, doveva sperimentare il carcere come un vigliacco o un disertore, poi la completa emarginazione con l’esser gettato in una profonda cisterna, finché accadde quello che egli aveva profetizzato: Gerusalemme cadde, in un attimo fu conquistata, il tempio distrutto, la famiglia del re giustiziata, e il popolo portato in prigionia, lontano dalla terra tanto celebrata, dal tempio, dalla patria che il Signore gli aveva dato. L’ultima parola che il vegliardo Geremia riceve da Dio, è sconsolata: « Ecco: ciò che ho costruito, Io lo demolisco, ciò che ho piantato, Io lo sbarbo… e tu pretendi grandi cose per te? » (Ger 45,4 s.). Dio stesso soffre: come può allora un uomo lamentarsi del dolore! … Si era alla fine, i profeti erano stati sconfitti, la tragedia della loro vita era compiuta, il sipario calava, il quinto atto era finito; eppure nella notte che aveva fatto irruzione, si annunciava già da lontano l’albeggiare di un giorno… Ancora torna la vita di Geremia nell’omelia Dolore della vocazione, a Londra nel ’34, in cui medita una confessione di Geremia (Ger 20,7: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza, ed hai vinto »). E Geremia era fatto della nostra carne e sangue, era un uomo come noi. Soffre delle continue umiliazioni, dello scherno, della violenza, della brutalità degli altri, e così infatti, dopo una tortura straziante, durata tutta una notte, si sfoga in questa preghiera: « Tu mi hai sedotto, o Signore, ed io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza, ed hai vinto ». Dio, tu hai voluto utilizzarmi per le tue azioni. Mi hai teso insidie, non mi hai più lasciato libero, all’improvviso, nei punti più impensabili, mi hai tagliato la strada, mi hai attirato e affascinato, ti sei reso docile e disponibile il mio cuore, mi hai parlato del tuo desiderio e del tuo amore eterno, della tua fedeltà e della tua forza; quando cercavo la forza, tu mi rafforzavi, quando cercavo un appiglio, tu mi sostenevi, quando cercavo il perdono, tu mi perdonavi la colpa. … Mi hai catturato come uno sprovveduto, ed ora non posso più liberarmi, ora mi trascini via, come tua preda, mi leghi insieme ad altri al tuo carro di trionfo e ci trascini al tuo seguito, perché partecipiamo al tuo trionfo, strapazzati e torturati. Potevamo saperlo che il tuo amore è così doloroso, la tua grazia così dura? … Migliaia di membri della chiesa e di pastori oggi nella chiesa del nostro paese corrono il pericolo della repressione e della persecuzione a causa della loro testimonianza per la verità. Non sono andati a cercarsi questa strada per ostinazione e arbitrio, ma vi sono stati portati, sono stati costretti a percorrerla. Spesso contro la loro volontà, contro la loro carne e sangue, perché Dio aveva loro fatto violenza, perché non riuscivano più a resistere a Dio, perché dietro di loro si era chiusa una porta, ed essi non potevano più tornare indietro rispetto alla parola di Dio, al suo appello, al suo comando. Frequentemente desideravano godere interiormente di pace, quiete e silenzio, di non esser più costretti ad ammonire, minacciare, protestare, o testimoniare la verità. Ma erano costretti: guai a noi se non predicassimo il Vangelo! « O Dio, perché ci sei così vicino? ». Il non potersi più liberare da Dio: ecco l’inquietudine angosciosa di ogni vita cristiana.

La grande rinuncia
Dio chiede ai suoi una rinuncia senza sconti.
Geremia Mi fu rivolta questa parola del Signore: Non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo … (Ger 16,1-2). A Geremia è richiesto il celibato. È la prima volta nell’AT. Ma non è una scelta semplice. Tre volte piange perché cesseranno nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa (Ger 7,34; 16,9; 25,10). Sì, il profeta ha obbedito al comando del Signore, ma gli è rimasta una grande nostalgia. …/ Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo! …/A questo punto mi sono destato e ho guardato; il mio sonno mi parve soave (Ger 31,22.26). È forse uno dei semi del Cantico di Cantici? Ed ecco prorompere tra le profezie di salvezza il canto di gioia per quello che gli è negato. Dice il Signore: In questo luogo, di cui voi dite: Esso è desolato, senza uomini e senza bestiame; nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, che sono desolate, senza uomini, senza abitanti e senza bestiame, si udranno ancora voci di giubilo e voci di gioia, la voce dello sposo e la voce della sposa … (Ger 33,10-11). La storia di DB è molto più triste. Nel 1941 scrive a Erwin Sutz un inno all’amore sponsale: Negli anni passati ho scritto parecchie lettere per le nozze di qualcuno dei fratelli … In tutti casi la caratteristica principale di questo avvenimento che era sempre dato dal fatto che uno si arrischi, in questi tempi ‘ultimi’ a fare un passo di questo genere, in cui si dice di sì alla terra e al suo futuro. In tutti questi casi mi era chiarissimo che si può fare questo passo da cristiani solo se realmente ci si fonda su una fede forte e sulla grazia. Poiché proprio in mezzo alla rovina si può costruire; proprio quando si vive ora per ora, giorno per giorno, si vuol costruire un futuro; proprio quando si è scacciati dalla terra, si vuol costruire uno spazio, che in mezzo alla generale miseria sia uno spazio di felicità. E ciò che è sbalorditivo è che Dio consente questa singolare aspirazione, che Dio consente al nostro volere, mentre dovrebbe essere piuttosto il contrario. Per cui il matrimonio diventa qualcosa di interamente nuovo, di forte, di splendido per noi che vogliamo essere cristiani in Germania. …
Ma soprattutto ha scoperto e vissuto l’amore per Maria, un amore forte, pieno di speranza. Non ben visto dalla famiglia di lei, riesce a superare anche questo ostacolo. Ecco quello che viene dal profondo del suo cuore, nell’agosto del ’43: Tu non puoi immaginare che cosa nella mia attuale situazione significhi l’avere te. Sono sicuro che qui c’è la guida speciale di Dio…Ogni giorno resto sorpreso per quanto immeritatamente io abbia ricevuto questa felicità, e ogni giorno sono profondamente commosso pensando a quale dura scuola Dio ti abbia condotto in questo ultimo anno. E ora il suo volere sembra sia che io debba arrecarti dolore e sofferenza… in modo tale che il nostro reciproco amore possa acquisire le giuste basi e la giusta capacità di resistenza (endurance). Quando dunque penso alla situazione del mondo, alla totale oscurità che circonda il nostro destino personale e alla mia attuale detenzione, allora credo che la nostra unione può essere solo un segno della grazia e della bontà di Dio, che ci chiama alla fede. Saremmo ciechi se non lo vedessimo. Nel momento del grande bisogno del suo popolo, Geremia dice: « In questo paese si debbono ancora comprare case e campi » (Ger 32,15), un segno della fiducia nel futuro. È qui che è in gioco la fede. Possa Dio donarcela ogni giorno … Ma, all’inizio di giugno, la verità si fa strada nella poesia Passato inviata a Maria, una delle sue confessioni: « Te ne sei andata, amata felicità e dolore duramente amato,/che nome ti darò?… ». Io credo che a questo punto Bonhoeffer abbia pensato anche lui: Mi hai ingannato, Signore, e io mi sono lasciato ingannare; mi hai fatto forza e hai prevalso (Ger 20,7). Però insiste e protesta: « Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/di ritorno,/il mio passato,/te! ». La risposta che posso immaginare è dura: « Se, correndo con i pedoni, ti stanchi,/come potrai gareggiare con i cavalli?/Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica,/che farai nella boscaglia del Giordano? (Ger 12,5) « Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò/e starai alla mia presenza; …/io sarò con te/per salvarti e per liberarti./Oracolo del Signore. Ti libererò dalle mani dei malvagi/e ti riscatterò dalle mani dei violenti » (Ger 15,19-21).
Ma l’esito finale è purtroppo un altro.

Il ‘riv’
Geremia: una protesta contro la sofferenza si intitola un bel commento di Henry Mottu. Sì, Geremia discute continuamente con Dio e lo chiama a testimone del male che lo circonda e del
dolore che gli provoca l’essergli fedele. Tu sei troppo giusto, Signore, / perché io possa discutere con te; / ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. / Perché le cose degli empi prosperano? (Ger 12,1) Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio? (Ger 15,11)
Non essere per me causa di spavento, / tu, mio solo rifugio nel giorno della sventura (Ger 17,17). Prestami ascolto, Signore, / e odi la voce dei miei avversari. / Si rende forse male per bene? / Poiché essi hanno scavato una fossa alla mia vita. / Ricordati quando mi presentavo a te, / per parlare in loro favore, / per stornare da loro la tua ira (Ger 18,19-20). Mi dicevo: « Non penserò più a lui, / non parlerò più in suo nome! ». / Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa (Ger 20,9). In DB la protesta, mi sembra che abbia un altro taglio. È il carattere della persona che è diverso? O anche perché tra i due su cui il « verbum Domini factum est » (così più di 40 volte la Vulgata traduce ‘la parola del Signore fu rivolta a Geremia’) c’è stata, storicamente, la Parola di Dio fatta carne?

Ancora dalla poesia Passato:
…/È come se con tenaglie roventi mi si strappassero/ brani di carne,/ quando tu, mia vita passata, veloce ti allontani./ Dispetto ed ira mi assale, pongo domande furiose e vane./ Perché? perché? perché? ripeto./ Se i miei sensi non ti possono trattenere,/ vita che passi, che sei passata,/ io voglio pensare e ancora pensare,/ finché troverò ciò che ho perduto./ … Io voglio la mia vita, la mia vita esigo/ di ritorno,/il mio passato,/ te!/… Dalla poesia ‘Chi sono io? sempre del 8 luglio 1944: « Chi sono? Questo porre domande da soli è derisione./ Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio! »

Per edificare e piantare
Ecco, oggi vi costituisco sopra i popoli e sopra i regni … per edificare e piantare (cfr. Ger 1,10). Geremia ha lasciato profonde parole di speranza al suo popolo: per un futuro storico abbastanza vicino. Voglio soffermarmi in particolare sulla cosiddetta lettera agli esiliati (Ger 29): Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da
Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie; costoro abbiano figlie e figli. Moltiplicatevi lì e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere (Ger 29,4-7). Anche Bonhoeffer ha lasciato molte tracce per il cammino della chiesa e dei singoli credenti. Mi soffermo su una delle sue ultime riflessioni dal carcere. Il giorno seguente al fallito attentato a Hitler, il 21 luglio 1944, egli scrive ad Eberhard Bethge queste sconvolgenti righe:

Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà [essere in questo mondo] della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi -un santo, un peccatore pentito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano -, e questo io chiamo essere-aldiquà [essere in questo mondo], cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità -allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani (cfr. Geremia 45). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita [nella vita di questo mondo] partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.

Padre, è giunta l’ora
Resistenza e sottomissione.
Ecco il ‘sia fatta la tua volontà’ di Geremia. … Geremia rispose a tutti i capi e a tutto il popolo: « Il Signore mi ha mandato a profetizzare contro questo tempio e contro questa città le cose che avete ascoltate. Or dunque migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e ascoltate la voce del Signore vostro Dio e il Signore ritratterà il male che ha annunziato contro di voi. Quanto a me, eccomi in mano vostra, fate di me come vi sembra bene e giusto … (Ger 26,12-14). Nella poesia La morte di Mosè del settembre 1944 DB aveva già ricapitolato tutta la sua vita. Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri,/ Dio, questo popolo io l’ho amato./ Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi/e aver scorto la sua salvezza: questo mi basta./ Reggimi, prendimi! Il mio bastone s’incurva,/ preparami la tomba, o fedele Iddio. Con la poesia Delle potenze benigne del 19 dicembre 1944, scritta alla fidanzata e ai famigliari, egli annuncia la sua sottomissione completa al Signore: …/oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite/la salvezza per la quale ci hai creato./E tu ci porgi il pesante calice, amaro,/della sofferenza, ripieno fino all’orlo,/e così lo prendiamo grati, senza tremare/dalla tua buona e amata mano./E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,/per questo mondo e lo splendore del suo sole,/e allora vogliamo ricordare ciò che è passato/ e così appartiene a te la nostra intera vita./…
Ora DB aspetta solo di essere innalzato. La sua ultima parola è: « È la fine, per me l’inizio della vita ». Il richiamo immediato è a quello che Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Io sono frumento di Dio e sono macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro di Cristo ».

La morte
La morte di Geremia e Bonhoeffer non è come quella di Mosè, che « morì sulla bocca del Signore » che poi lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor (cfr. Dt 34,6). Ma di tutti e due è chiara la scelta:/Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato … (Es 32,32). Geremia
Leggiamo nella Bibbia:
Così egli [Geremia liberato dai babilonesi] rimase in mezzo al popolo (Ger 39,14b). Allora Geremia andò in Mizpà da Godolia figlio di Achikàm, e si stabilì con lui in mezzo al popolo che era rimasto nel paese. (Ger 40,6). Giovanni figlio di Kàreca e tutti i capi delle bande armate e tutto il popolo non obbedirono all’invito del Signore di rimanere nel paese di Giuda… e andarono nel paese d’Egitto, non avendo dato ascolto alla voce del Signore, e giunsero fino a Tafni [portando con sé a forza Geremia] (Ger 43,4.7).
Come muore Geremia? La Bibbia non lo dice.
L’apocrifo Vite dei profeti racconta: Geremia era di Anatot e morì a Dafne in Egitto, lapidato dai suoi concittadini.
Dove è sepolto? Ancora leggiamo nelle Vite dei profeti:
[Geremia] Riposa nel perimetro del palazzo di Faraone, poiché gli Egiziani lo onorarono per aver ricevuto del bene da lui.
Bonhoeffer è portato a Flossenbürg. Il 5 aprile del 1945 Hitler aveva definito la lista dei congiurati che dovevano assolutamente essere eliminati: tra di essi il suo nome. L’esecuzione ha luogo lunedì 9 aprile, dopo la domenica in Albis, e se ne hanno solo testimonianze indirette. I condannati vengono appesi, nudi, a un gancio e strangolati. Anche lui muore sospeso tra cielo e terra, come il suo Signore. dove sono? Forse Geremia è nelle sabbie del deserto. E Bonhoeffer, insieme a tanti in quell’ora, forse « passati per un camino, ora sono nel vento ». Solidali fino in fondo con il loro popolo tanto amato, anche nella polvere.

Tu, Geremia, il profeta più solo
Prima di lasciare la conclusione a Geremia, tento di riassumere questi miei « frammenti » con
queste variazioni su una poesia di David Maria Turoldo: Tu, Geremia, il profeta più solo,/ sei dell’autentica chiesa la voce;/ annuncio di Cristo come nessuno,/ di quanti oggi puoi esser figura?/Certo, del nostro fratello più vero/ Dietrich Bonhoeffer il pastore,/ solidale con il suo popolo e con la/ chiesa per cambiarne il cuore./Chiesa, voi chiese, popoli tutti/godete e tremate:/è stato Dio, è tutto da Dio! …/O vocazioni assolute e terribili,/questi destini assurdi e terribili!/Tu -voce antica -già scelto dall’utero/ sedotto da quando eri un fanciullo/ e lui a te gemello in Cristo:/ più che dall’uomo uccisi da Dio.

l’ultimo « riv »
Parole di Geremia al suo Signore:
Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te;/ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla tua giustizia,/ vorrei fare un ultimo « riv »:/ci hai preso nelle tue mani,/ci hai plasmato nel ventre di nostra madre/ ci hai consacrato, benedetto,/ ci hai spezzato con prove
e dolori,/ ci hai dati agli uomini come profeti./Perché? perché? Lammah?/Dio, Dio nostro, perché ci hai abbandonati?/

Parole del Signore a Geremia e DB:
Mi chiedete questo proprio voi che/ invece di patire per le vostre sofferenze,/ avete preso parte alla mia sofferenza/nella vita del mondo?/A me che ho abbandonato la mia casa,/ho ripudiato la mia eredità;/ho consegnato ciò che ho di più caro/nelle mani dei suoi nemici?/A me, che ho consegnato il mio Figlio tanto amato,/ l’unigenito, che era tutta la mia gioia,/ nelle mani degli empi, voi domandate perché?/ Nel giorno dell’angoscia il Signore vi risponde,/ infatti così è stato detto:/ Mi invocherà e gli risponderò: con lui sono nell’angoscia./Mi sono caricato delle vostre sofferenze,/mi sono addossato i vostri dolori./Nella vostra angoscia sono anche io angosciato./Ma ora tutto il vostro passato io vi rendo/-oracolo del Signore -,/ bruciato nella fiamma del mio amore,/e vi farò dono della vita come bottino,/ la mia vita per i secoli dei secoli. Amen.

Marco Tommasino

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