Archive pour mai, 2011

Omelia (19-05-2011): Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22496.html

Omelia (19-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me

Siamo nel Cenacolo. Gesù finisce di lavare i piedi ai suoi discepoli, riprende le sue vesti e ricomincia ad ammaestrare i suoi apostoli.
Il Padre ha mandato Cristo Gesù. Il Padre è più grande di Cristo Gesù. Cristo Gesù deve al Padre ogni obbedienza. Deve vivere di purissimo e santo ascolto. Non può sostituirsi a Lui. Se si fosse sostituito, sarebbe stato un impostore. Avrebbe preso il posto del Padre, che non è consentito ad alcuno di usurpare.
Gesù manda i suoi apostoli nel mondo. Gesù è più grande degli Apostoli. È il loro Signore. È colui che li ha fatti e costituiti. Mai loro dovranno prendere il posto di Gesù. Sempre dovranno vivere di perfetta e santa obbedienza. Mai dovranno sostituirsi a Lui, neanche in un piccolissimo pensiero. Loro dovranno essere fedeli a Gesù allo stesso modo che Gesù è stato fedele al Padre. Se loro faranno questo, saranno beati, perché vivranno secondo la loro verità. La beatitudine di un uomo è sempre nel rispetto della sua verità. Loro sono discepoli, non maestri; inviati non invianti. Per poter parlare, dovranno perennemente ascoltare il loro Maestro, il loro Signore, Colui che li ha inviati.
Gesù non ha scelto Giuda per errore, per mancanza di conoscenza, per una svista, o perché lo ha dovuto accogliere per una particolare raccomandazione da parte di qualche uomo. Nulla di tutto questo. Gesù ha scelto Giuda per farne un suo vero Apostolo. Non lo ha scelto perché fosse o divenisse il suo traditore. Traditore Giuda si è fatto. Gesù vedeva la sua caduta dalla fede, il suo cambiamento di cuore e di mente, avrebbe voluto salvarlo, ma nulla ha potuto fare. La volontà di Giuda si è chiusa ad ogni richiamo di grazia e di misericordia, di verità e di luce.
Se Gesù nel Cenacolo rivela che uno di loro sta per tradirlo, non lo rivela per mettere in difficoltà il traditore. Lo fa unicamente per manifestare agli altri discepoli la sua divina essenza, il suo essere Dio. Gesù coglie ogni occasione per rivelare ai suoi Apostoli la verità del sua Persona. « Io sono ». Questo è il suo nome. « Io sono » è il nome di Dio. È il nome del Dio che è Gesù. I discepoli non si trovano dinanzi ad un puro e semplice uomo. Loro stanno dinanzi ad un uomo che è Dio. Sono dinanzi al loro Dio che si è fatto uomo: « Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi ».
Loro sono mandati nel mondo non per essere i messaggeri di un uomo. Loro sono i messaggeri di Dio, sono gli inviati del Figlio Unigenito del Padre. Tra loro e Cristo Signore vi dovrà essere la stessa relazione che vi è tra Gesù e il Padre. Chi vede Gesù vede il Padre. Chi accoglie Gesù accoglie il Padre. Chi vede i discepoli vede Gesù. Chi accoglie i discepoli, accoglie Gesù. Accogliendo i discepoli si accoglie il Padre. Questo potrà avvenire se tra Gesù e i discepoli vi sarà la stessa obbedienza che vi è tra il Padre e Cristo. Cristo vive di perenne ascolto del Padre, i discepoli devono vivere per ascoltare sempre e solo il loro Maestro e Signore.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, donaci la virtù dell’ascolto e della pronta obbedienza. Angeli e Santi di Dio, fate che chi vede noi veda Cristo Signore.

Cristo è Risorto

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Publié dans:immagini sacre |on 18 mai, 2011 |Pas de commentaires »

Gal. 5,1.13-26

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/spirito4.pdf

Gal. 5,1.13-26

Paolo afferma in modo categorico che la vocazione cristiana è una vocazione alla libertà (Gal.5,13). Il cristiano è un figlio. Non ha ricevuto uno spirito da schiavo che lo opprima nella paura, ma uno spirito di filiazione divina per il quale può gridare a Dio: « Papà, Padre! » (cfr. Rom.8,15 ). Di qui la sua dignità non solo di persona presente a se stessa, attiva e ricettiva nel non lasciarsi condizionare da pressioni ambientali ( libertà di spirito: grande valore umano!), ma di persona che assume la capacità, il rischio della libertà nello Spirito, cioè di realizzare se stessa, fuori dalle pressioni del suo « ego », nel dono totale di sé ai fratelli per amore di Dio e sul modello di Cristo.
Sono due i nuclei narrativi:
cap.5,1.13-15 È focalizzato il significato cristiano della libertà che è « AGÀPE « , amore.
vv. 16-24 Viene evidenziata una forte opposizione: vita e opere della carne, vita e frutto dello Spirito.
vv.25-26 e cap.6,1-2 Si dice qual è il comportamento di chi vive secondo lo Spirito.
vv.1.13-15 Nella prima parte di questo capitolo, Paolo ha rimproverato i Galati che cercavano la « giustificazione » (=salvezza) nella legge mosaica e nelle sue pratiche. Ha asserito che in Cristo Gesù non è l’essere o no circoncisi ad avere effetto salvifico, ma la fede in Lui che si attua mediante la carità (v.6). Conviene essere fermamente persuasi che, liberati da Cristo per una vocazione alla libertà e quindi per un cammino nella libertà, non è il caso di ricadere nella schiavitù. Ci sono due tipi di schiavitù: quella di riprendere il giogo della legge con le sue pesantezze e prescrizioni esteriori e vissute nell’esteriorità o quella che sta al polo opposto. Sembra, ma non è libertà. Si tratta di permissività e licenza nel concedersi alla carne (sarx), cioè a un tipo di vita sbagliata, incline alle passioni, all’istintività egoistica con le sue pretese.
Paolo sa che dove l’ « ego » trionfa, gl’individualismi scatenano divisioni, litigi, un « mordersi a vicenda » (v.15). La libertà, al contrario, si realizza per mezzo della carità – incredibile, ma vero
per la forza dello Spirito! – nell’essere in permanenza gli uni schiavi degli altri. Qui Paolo tocca un vertice del suo argomentare motivando:
« PerchéÈ la legge trova la sua pienezza in una sola parola: AMERAI IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO » (v.14).
Altrove egli aveva detto:

« CHI AMA L’ALTRO HA GIÀ PORTATO A COMPIMENTO LA LEGGE » (Rom. 13,8), « LA CARITA’ E’ LA PIENEZZA DELLA LEGGE » ( Rom. 13,10).

È dunque evidente: non sei mai così libero come quando scegli di servire l’altro per amore di Dio.
vv.16-24 « Spirito » e « carne » sono visti come principi operativi antitetici: l’uno libera perfino dalla legge, nel senso che l’adempimento di essa non è forzato, ma mosso dal dinamismo interiore dello Spirito-Amore; l’altro schiavizza perché fa cadere nel peccato.
Paolo esemplifica enumerando peccati di 4 categorie:
1. Disordine nel campo sessuale (fornicazione, impurità, debolezza)
2. Peccati contro la religione (idolatria, magia)
3. Peccati contro la carità (notare come si parte dalle ostilità che allignano nell’intimo per giungere all’esplosione in varie manifestazioni)
4. Peccati contro la temperanza (orge, ubriachezze).
Tutto questo, dice Paolo inequivocabilmente, non permette di accedere all’eredità escatologica del Regno di Dio.
vv.22-24 Al contrario il frutto dello Spirito (notare il singolare che richiama il « frutto » per eccellenza maturato sulla radice di Iesse: Gesù, il suo stile di vita virtuoso, ricco d’amore!)si articola in una gamma di atteggiamenti tipici di chi, come Gesù, vive animato dallo Spirito d’Amore e perciò ama, gioisce, è nella pace, edifica il « sé », s’apre a magnanimità, bontà, benevolenza, ispira e dà fiducia, è mite ( quindi umile), costruisce dei rapporti interpersonali ispirati a carità, padroneggia i propri impulsi (ciò vale tanto per l’ambito personale che per quello relazionale ). Come non sentire risuonare gli stessi atteggiamenti presenti in 1Cor.13, celebre inno alla carità? Quel che si evidenzia sempre più è che libertà e amore s’identificano. E l’amore è sì anche impegno nostro, ma anzitutto è dono dello Spirito: « L’amore di Dio e’ versato nei nostri cuori mediante lo spirito che ci e’ stato donato » (Rm.5,5). La legge non si occupa di cose del genere (v.24), proprio perché la persona che ama è animata e guidata dallo Spirito. E chi appartiene a Cristo (a causa del battesimo, tanto più per la consacrazione religiosa) in forza e amore di Spirito Santo crocifigge la propria parte istintiva, incline al male (carne) in Cristo Gesù Crocifisso; è in Lui che s’appropria dello Spirito Santo vivificante e liberante.
v.25 e cap.6,1-2 Se la nostra vita è continuamente sorretta dall’energia dello Spirito, s’instaura in noi un modo esistenziale capace di non schiavizzarsi in vanagloria, competizioni, invidie; un modo libero d’impegnarsi alla cura di sé e degli altri nella mitezza e nella pazienza che, col vicendevole portare i pesi esistenziali, compie l’intera legge di Cristo. Sì, perché è proprio in questa pazienza che si manifesta concretamente l’amore.
E « l’amore e’ la pienezza della legge » (Rm.13,10).
Lo Spirito, capace perfino di dare la vita alle ossa aride di cui parla Ezechiele (37,4); lo Spirito che opera il trapianto del cuore (togliendo il cuore di pietra ne dà uno di carne), è capace, come già detto (Ger.31,33), di far vivere dal di dentro con motivazioni interiori d’amore quella legge di Dio che sostanzialmente è espressione della sua volontà.
Davvero: « dove c’e’ lo spirito del signore e’ libertà’ » ( 2 Cor.3,12), perché è lo Spirito a condurci all’intera e intima verità delle cose che Gesù ci ha insegnato (cfr. Gv.16,13-15) con l’esempio e con la Parola.
Ma questa libertà, fuori da ogni equivoco, ci riconduce a una carità che è impegno d’amore fino alla concretezza del servire.
« non sono venuto per essere servito, ma per servire « , dice Gesù. E Paolo:
« libero da tutti mi sono fatto schiavo di tutti  » ( 1 Cor. 9,19).
È importante educarci ed educare le giovani generazioni di suore a questa vera libertà di spirito e secondo lo Spirito.
Il vento delle interpretazioni errate e superficiali del Concilio Vaticano II ha tentato di spazzare via l’adesione alla Legge, alle Costituzioni. Risultato: in alcuni consacrati si è evidenziato ancora di più un attaccamento esteriore, legalistico, sostanziato di paure; in altri (e sono più numerosi) s’è ingenerata l’insofferenza delle Legge, di ogni disciplina, il culto dello spontaneismo spirituale che è superficialità o addirittura vuoto di fede.
La Legge di Dio e della Chiesa (per noi le Costituzioni) hanno sempre ragione d’essere perché c’impediscono di scivolare nel campo minato del soggettivismo, della faciloneria, del rischio di barattare le proprie estrosità egoistiche col disegno di Dio.
Bisogna però tenere sempre ben presente il fatto che l’osservanza senza amore di Spirito Santo è priva di significato, porta frustrazioni nel campo dell’affettività, delle realizzazioni personali, della vita singola e comunitaria.

« CHI ALL’OSSERVANZA IN QUANTO TALE ACCORDA UN VALORE IN SÉ SI SFORZERÀ DI CONSERVARLA INTATTA AD OGNI COSTO, POTRÀ IMMAGINARE CHE IN QUALCHE MODO OBBEDISCE ANCORA ALLA LEGGE, ANCHE SE GIUNGE A DISTORCERLA O, COME SUCCEDEVA AI FARISEI, AD USARE MALIZIA CON ESSA (cfr. Mc.7,10-13) ».

Essere donne libere ed educatrici a libertà oggi è più che mai indispensabile.
Occorre però chiarezza d’idee ed impegno perseverante. Liberi non si è; si diventa con un diuturno esercizio di preghiera, di consenso « a crocifiggere la carne e i suoi desideri » (5,24), vivendo e amando in forza dello Spirito, seguendo lo Spirito (cfr. V.25) « portando i pesi gli uni degli altri » (v. 6,2) perché non coartati dalla legge, ma per un amore di carità continuamente impetrato dallo Spirito d’Amore.
Scrive un autore:

« TALI ANIME SONO LIBERE PERCHÉ SUL PIANO PSICOLOGICO COMPIONO IL BENE NON IN VIRTÙ DELL’ORDINE CHE VIENE IMPOSTO, MA IN FORZA DEL MOTO INTERIORE CHE FA LORO DESIDERARE DI COMPIERE LA VOLONTÀ DI DIO COME UN’ESIGENZA DEL LORO AMORE. ESSE AMANO TALMENTE CHE NON POTREBBERO NON VOLERE CIÒ CHE L’AMATO DESIDERA.
MA IL PRECETTO NON LE VINCOLA, NÉ LE COARTA O INFASTIDISCE LA PROIBIZIONE, NÉ EVITANO IL MALE IN FORZA DELLA PROIBIZIONE. ESSE PERCEPISCONO  CHE IN LORO SI REALIZZA LA PAROLA PROFETICA DI GEREMIA RIPRESA DALLA LETTERA AGLI EBREI: <> « 

Risulta dunque evidente che un ritorno all’interiorità è anche cammino di libertà vera, dove proprio il massimo della libertà spinge al dono totale di sé nel servizio (cfr. 5,13).
Come mi percepisco: interiormente libera o condizionata dal giudizio degli altri, dai vari fattori ambientali in cui vivo?
Qual è il mio rapporto con la Legge? Amo talmente il Signore che vi aderisco con libertà di cuore o sono paurosa, formale nella mia osservanza?
Aderisco alla Legge in funzione delle persone da amare e servire per amore di Dio o amo la Legge per la Legge, oppure sostanzialmente non amo che d’essere libera (?) di far ciò che mi appaga al momento?
Ricordo che lo Spirito Santo è certissimamente dato a chi lo invoca dal Padre con fede: quello Spirito che mi fa libera di amare? (Cfr. Lc.11,13)
Ä Riassaporo un bellissima affermazione del Concilio Vaticano II . La lascio entrare in me a livelli profondi: « Questo popolo missionario ha (…) per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio nel cuore del quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ed ha per legge il precetto nuovo di amare come lo stesso Cristo ci ha amato  » (L.G. 2,9).
Ä Mi concedo del tempo per pregare:
O Spirito Santo,
Amore, vita e libertà dell’anima mia,
libera il mio essere da tutto ciò che non è amore di Dio e delle persone a cominciare da quelle che vivono con me.

Publié dans:Lettera ai Galati |on 18 mai, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (18-05-2011): Chi vede me, vede colui che mi ha mandato

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22495.html

Omelia (18-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Chi vede me, vede colui che mi ha mandato

Con le parole del Vangelo di questo giorno, Gesù chiude il suo insegnamento pubblico. Esso è la sintesi perfetta, piena, completa della sua verità. Vediamolo punto per punto.
Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato: Gesù è Apostolo del Padre, il suo Angelo, il suo Inviato. Lui non porta una parola sua. La sua è Parola del Padre. Il Padre parla per mezzo di Lui e per mezzo di Lui anche agisce, compie le sue opere. Chi crede in Cristo crede in Dio. È Cristo la vera fede nel Dio Creatore, Signore, Salvatore del suo popolo. Senza la fede in Cristo si è senza la vera fede in Dio.
Chi vede me, vede colui che mi ha mandato: Gesù è la manifestazione in carne umana della verità, carità, misericordia, bontà, salvezza del Padre. Vi è tra Lui e il Padre una identità perfettissima di opera e di parola. Chi sente parlare Cristo sente parlare il Padre. Chi vede operare Cristo vede operare il Padre. Un uomo non può dire nessuna delle sue parole. Un uomo non può fare nessuna delle sue opere. È il Padre che agisce in Cristo e per mezzo di Lui. È questa la verità di Cristo Gesù: Lui e il Padre sono una cosa sola. Non sono due, ma una cosa sola.
Nessun altro è luce per natura. Solo Gesù è luce per natura. Tutti gli altri per natura sono tenebra. Illuminati da Cristo, possono sono essere testimoni della luce vera.
Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».
Non sono venuto pe condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Gesù non è venuto come Giudice, ma come Salvatore e Redentore. Giudice è ciascuno di noi. Ognuno deve giudicare la verità della sua Parola, delle sue opere ed aprirsi ad essa. Se si apre, si salva. Se si chiude, si condanna.
Io non ho parlato da me stesso. Le cose che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me. Questa perfezione profetica è solo di Cristo Gesù. Gesù, in tutta la sua vita, pubblica e privata, con molti e con pochi, tra gli amici o gli estranei, non ha mai detto una sola parola che non fosse Parola di Dio.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, donaci la vera fede in Gesù Signore. Facci veri giudici della sua verità. Angeli e Santi di Dio, venite in nostro soccorso e aiuto.

Un feto umano in uno schizzo di Leonardo Da Vinci

Un feto umano in uno schizzo di Leonardo Da Vinci dans immagini varie image002

http://www.giorgiocarnevale.eu/GravidanzaMaternita.htm

Publié dans:immagini varie |on 17 mai, 2011 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LA CELEBRAZIONE DELLA X GIORNATA DELLA PACE – 1° GENNAIO 1977: SE VUOI LA PACE, DIFENDI LA VITA

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/messages/peace/documents/hf_p-vi_mes_19761208_x-world-day-for-peace_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LA CELEBRAZIONE DELLA
X GIORNATA DELLA PACE –
1° GENNAIO 1977 

SE VUOI LA PACE, DIFENDI LA VITA

Uomini grandi e responsabili!
Uomini innumerevoli e sconosciuti!
Uomini Amici!

Eccoci ancora una volta, la decima volta, a voi! con voi! All’alba del nuovo anno 1977, noi siamo alla vostra porta e bussiamo (cfr. Apoc. 3, 20). Apriteci, per favore. Noi siamo il solito Pellegrino, che percorre le vie del mondo, senza stancarsi mai, e senza smarrire la strada. Siamo inviati per portarvi il solito annuncio; siamo profeti della Pace! Sì, Pace, Pace, noi andiamo gridando, come messaggeri d’un’idea fissa, d’un’idea antica, ma sempre nuova per la necessità ricorrente che la reclama, come una scoperta, come un dovere, come una beatitudine! L’idea della Pace sembra acquisita, come espressione equivalente e perfettiva della civiltà. Non vi è civiltà senza la Pace. Ma in realtà la Pace non è mai né completa, né sicura. Avete osservato come le stesse acquisizioni del progresso possono essere cause di conflitti; e quali conflitti! Non giudicate superfluo, e perciò noioso, il nostro annuale massaggio in favore della Pace.
Sul quadrante della psicologia dell’umanità la Pace ha segnato dopo l’ultima guerra mondiale un’ora di fortuna. Sulle immense rovine, ben diverse, sì, nei vari Paesi, ma universali, sola vittoriosa si è vista dominare la Pace, finalmente. E subito le opere, le istituzioni, che sono proprie della Pace, sono fiorite, come una vegetazione primaverile; e molte di esse resistono e vigoreggiano ancora; sono le conquiste del mondo nuovo; e il mondo fa bene ad esserne fiero e a conservarne l’efficienza e lo sviluppo; sono le opere e le istituzioni che segnano un gradino ascensionale nel progresso dell’umanità. Ascoltiamo un istante, a questo punto, una voce autorevole, paterna e profetica; quella del nostro venerato Predecessore, Papa Giovanni XXIII:
« La convivenza umana, venerabili Fratelli e diletti figli, deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale: quale comunicazione di conoscenze nella luce del vero; esercizio di diritti e adempimento di doveri; impulso e richiamo al bene morale; e come nobile comune godimento del bello in tutte le sue legittime espressioni; permanente disposizione ad effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi; anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali: valori nei quali trovano la loro perenne vivificazione e il loro orientamento di fondo le espressioni culturali, il mondo economico, le istituzioni sociali, i movimenti e regimi politici, gli ordinamenti giuridici e tutti gli altri elementi esteriori, in cui si articola e si esprime la convivenza nel suo evolversi incessante» Enciclica Pacem in terris, 11 Aprile 1963; in Acta Apostolicae Sedis, LV, 1963, pag. 266).
Ma questa fase terapeutica della Pace cede il passo a nuove contestazioni, sia come a residui di reviviscenti contese, solo provvisoriamente composte; sia come a fenomeni storici nuovi, nascenti dalle strutture sociali in continua evoluzione. La Pace ritorna ad essere in sofferenza, nei sentimenti degli uomini dapprima, poi in contestazioni parziali e locali, e poi in spaventosi programmi di armamenti, che calcolano a freddo il potenziale di terrificanti distruzioni, superiori alla stessa nostra capacità di tradurle in misure concrete. Tentativi lodevolissimi per scongiurare simili conflagrazioni sorgono qua e là; e noi auguriamo che essi possano avere ragione sui pericoli incommensurabili, a cui tali tentativi stanno cercando preventivo rimedio.
Uomini Fratelli! questo non basta. Il concetto della Pace, come ideale direttivo dell’effettiva attività dell’umano consorzio, sembra soccombere ad un fatale sopravvento dell’incapacità del mondo a governarsi nella Pace e con la Pace. La Pace non è un fatto autogeno, se pur ad esso tendono gli impulsi profondi della natura umana; la Pace è l’ordine; e all’ordine aspira ogni cosa, ogni fatto, come ad un destino precostituito, come ad una ragion d’essere preconcepita, ma che si realizza in concomitanza ed in collaborazione con molteplici fattori. Per questo la Pace è un vertice che suppone una interiore e complessa struttura di sostegno; essa è come un corpo flessibile che deve essere corroborato da uno scheletro robusto. Essa è una costruzione che deve la sua stabilità e la sua eccellenza allo sforzo portante di cause e di condizioni., che spesso le mancano, ed anche quando sono operanti non sempre resistono alla funzione loro assegnata, affinché la piramide della Pace sia stabile nella sua base ed alta nella sua sommità.
Ma di fronte a questa analisi della Pace, che ne conferma l’eccellenza e la necessità, e nello stesso tempo ne rileva là instabilità e la fragilità, noi riaffermiamo la nostra convinzione: la Pace è doverosa, la Pace è possibile. È questo il nostro ricorrente messaggio, che fa proprio l’ideale della civiltà, fa eco all’aspirazione dei Popoli, conforta la speranza degli uomini umili e deboli e nobilita con la giustizia la sicurezza dei forti. È il messaggio dell’ottimismo, è il presagio dell’avvenire. Non è un sogno la Pace, non è un’utopia, non è un’illusione. E nemmeno essa è una fatica di Sisifo: no, essa può essere prolungata e corroborata; essa può segnare le più belle pagine della storia, non solo con i fasti della potenza e della gloria, ma ancora più con quelli anche migliori dell’umana virtù, della bontà popolare, della prosperità collettiva della vera civiltà: la civiltà dell’amore.
È davvero possibile? Sì, lo è; lo deve essere. Ma siamo sinceri: la Pace, ripetiamo, è doverosa, è possibile, ma non senza il concorso di molte e non facili condizioni. Il discorso sulle condizioni della Pace, noi ce ne rendiamo conto, è molto difficile e molto lungo. Noi non oseremo qui affrontarlo. Noi lo lasciamo agli esperti. Ma non vogliamo tacerne un aspetto, che è senza dubbio primordiale. Ci basta ora richiamarlo e raccomandarlo alla riflessione degli uomini buoni e intelligenti. Ed è questo: il rapporto della Pace con la concezione che il mondo ha della Vita umana.
Pace e Vita: sono beni supremi nell’ordine civile; e sono beni correlativi.
Vogliamo la Pace? difendiamo la Vita!
Può questo binomio « Pace e Vita » apparire quasi una tautologia, uno slogan retorico; ma tale non è. Esso rappresenta una conquista lungamente contesa lungo il cammino dell’umano progresso; un cammino non ancora giunto al suo finale traguardo. Quante volte nella drammatica storia dell’umanità il binomio « Pace e Vita » racchiude uno scontro feroce dei due termini, non un abbraccio fraterno. La Pace è cercata e conquistata con la morte, e non con la Vita; e la Vita si afferma non con la Pace, ma con la lotta, come un triste fato necessario alla propria difesa.
La parentela fra la Pace e la Vita sembra scaturire dalla natura delle cose; ma non sempre, non ancora, dalla logica del pensiero e della condotta degli uomini. E questa, se vogliamo comprendere la dinamica del progresso umano, è il paradosso, è la novità che noi, per quest’anno di grazia 1977, e poi per sempre, dobbiamo affermare. E non è facile, non è semplice riuscirvi, perché troppe obiezioni, formidabili obiezioni, custodite nell’arsenale immenso delle pseudo-convinzioni, dei pregiudizi empirici ed utilitari, delle cosiddette ragioni di Stato, o dei costumi storici e tradizionali, vi oppongono, ancora oggi, ostacoli, che sembrano insuperabili. Con questa tragica conclusione: se Pace e Vita possono illogicamente, ma praticamente dissociarsi, si delinea sull’orizzonte del futuro una catastrofe che, ai nostri giorni, potrebbe essere senza misura e senza rimedio sia per la Pace, che per la Vita. Hiroshima è documento terribilmente eloquente e paradigma spaventosamente profetico a questo riguardo. La Pace, se per deprecabile ipotesi, fosse concepita avulsa dal connaturato rispetto con la Vita, potrebbe imporsi come un triste trionfo della morte; vengono alla mente le parole di Cornelio Tacito: « … ubi solitudinem faciunt, pacem appellant » (Vita di Agricola, 30). E reciprocamente: si può esaltare con egoistica e quasi idolatrica preferenza la Vita privilegiata di alcuni a prezzo dell’altrui oppressione, o soppressione: è Pace cotesta?
Per ritrovare la chiave della verità in questo conflitto, che da teorico e morale si fa tragicamente reale, e che profana e insanguina, ancora oggi, tante pagine dell’umana convivenza, bisogna senz’altro riconoscere il primato alla Vita, come valore e come condizione della Pace. Ecco la formula: « se vuoi la Pace, difendi la Vita ». La Vita è il vertice della Pace. Se la logica del nostro operare parte dalla sacralità della Vita, la guerra, come mezzo normale e abituale per l’affermazione del diritto e quindi della Pace, è virtualmente squalificata. La Pace altro non è che il sopravvento incontestabile del diritto e alla fine la felice celebrazione della Vita.
Qui l’esemplificazione è senza fine, come senza fine è la casistica delle avventure, o per meglio dire delle sventure, in cui la Vita è posta in gioco nel confronto con la Pace. Noi facciamo nostra la classifica che, a tale proposito, è stata presentata secondo « tre imperativi essenziali ». Occorre, sostengono questi imperativi, che per avere la Pace autentica e felice si debba: difendere la Vita, risanare la Vita, promuovere la Vita.
La politica dei grandi armamenti è subito chiamata in causa. L’antica sentenza, che ha fatto e fa scuola nella politica: si vis pacem, para bellum non è ammissibile senza radicali riserve (cfr. Lc. 14, 31). Noi con la schietta audacia dei nostri principii, denunciamo così il falso e pericoloso programma della « corsa agli armamenti », della gara segreta alla superiorità bellica fra i popoli. Anche se, per una superstite felice saggezza, o se per un tacito, ma già tremendo « braccio di ferro» nell’equilibrio delle avverse forze micidiali, la guerra (e quale guerra sarebbe!) non scoppia, come non compiangere l’incalcolabile dispendio di mezzi economici e di umane energie per conservare ad ogni singolo Stato la sua corazza di armi sempre più costose, sempre più efficienti, a danno dei bilanci scolastici, culturali, agricoli, sanitari, civili: Pace e Vita sopportano pesi enormi e incalcolabili per mantenere una Pace fondata sulla perpetua minaccia alla Vita, come pure per difendere la Vita mediante una costante minaccia alla Pace. Si dirà: è ineluttabile. Può essere in una concezione ancora tanto imperfetta della civiltà. Ma riconosciamo almeno che questa sfida costituzionale, che la gara agli armamenti stabilisce fra la Vita e la Pace, è una formula in se stessa fallace, e che va corretta, superata. Lode dunque allo sforzo già iniziato per ridurre e alla fine per eliminare questa assurda guerra fredda risultante dal progressivo aumento del rispettivo potenziale bellico delle Nazioni, quasi queste dovessero essere senza scampo nemiche fra loro, e quasi fossero incapaci di accorgersi che tale concezione dei rapporti internazionali si dovrebbe un giorno risolvere nella rovina della Pace quanto d’innumerevoli vite umane.
Ma non è solo la guerra che uccide la Pace. Ogni delitto contro la Vita è un attentato contro la Pace, specialmente se esso intacca il costume del Popolo, come spesso diventa oggi con orrenda e talora legale facilità la soppressione della Vita nascente, con l’aborto. Si usano invocare a favore dell’aborto motivazioni come le seguenti: l’aborto mira a frenare l’aumento molesto della popolazione, a eliminare esseri condannati alla malformazione, al disonore sociale, alla miseria proletaria; eccetera; sembra piuttosto giovare che nuocere alla Pace. Ma così non è. La soppressione d’una Vita nascitura, o già venuta alla luce viola innanzitutto il principio morale sacrosanto, a cui sempre la concezione dell’umana esistenza deve riferirsi: la Vita umana è sacra fin dal primo momento del suo concepimento e fino all’ultimo istante della sua sopravvivenza naturale nel tempo. È sacra: che vuol dire? vuol dire che essa è sottratta a qualsiasi. arbitrario potere soppressivo; è intangibile, è degna d’ogni rispetto, d’ogni cura, d’ogni doveroso sacrificio. Per chi crede in Dio è spontaneo ed istintivo, è doveroso per legge religiosa trascendente; ed anche per chi non ha questa fortuna di ammettere la mano di Dio protettrice e vindice d’ogni essere umano, è e dev’essere in virtù dell’umana dignità intuitivo questo stesso senso del sacro, cioè dell’intangibile, dell’inviolabile proprio d’un’esistenza umana vivente. Lo sanno, lo sentono quelli che hanno avuto la sventura, la implacabile colpa, il sempre rinascente rimorso d’aver volontariamente soppresso una Vita; la voce del sangue innocente grida nel cuore della persona omicida con straziante insistenza: la Pace interiore non è possibile per via di sofismi egoistici! E se lo è, un attentato alla Pace, cioè al sistema protettivo generale dell’ordine, dell’umana e sicura convivenza, alla Pace, in una parola, è stato perpetrato: Vita singola e Pace generale sono sempre collegati da un’inscindibile parentela. Se vogliamo che l’ordine sociale progrediente si regga sopra i principii intangibili, non offendiamolo nel cuore del suo essenziale sistema: il rispetto alla vita umana. Anche sotto questo aspetto Pace e Vita sono solidali alla base dell’ordine e della civiltà.
Il discorso può prolungarsi passando in rassegna le cento forme con cui oggi l’offesa alla vita sembra diventare costume, là dove la delinquenza individuale si organizza per diventare collettiva, per assicurarsi l’omertà e la complicità d’interi ceti di cittadini, per fare della vendetta privata un vile dovere collettivo, del terrorismo un fenomeno di legittima affermazione politica o sociale, della tortura poliziesca un metodo efficace della forza pubblica non più rivolta a ristabilire l’ordine, ma ad imporre una ignobile repressione. Impossibile che la Pace fiorisca dove l’incolumità della vita è in tal modo compromessa. Dove la violenza infierisce la vera Pace finisce. Mentre dove i diritti dell’uomo sono realmente professati e pubblicamente riconosciuti e difesi, la Pace diventa l’atmosfera lieta ed operosa della convivenza sociale.
Documenti del nostro civile progresso sono i testi degli impegni internazionali per la tutela dei Diritti degli Uomini, per la Difesa del fanciullo, per la salvaguardia delle libertà fondamentali dell’uomo. Sono l’epopea della Pace, in quanto sono scudo alla Vita. Sono completi ? sono osservati? Noi tutti avvertiamo che la civiltà si esprime in tali dichiarazioni, e che trova in esse l’avallo della propria realtà, piena e gloriosa, se esse sono trasfuse nelle coscienze e nei costumi; realtà irrisa e violata, se esse rimangono lettera morta.
Uomini, Uomini della maturità del secolo ventesimo, voi avete segnato le Carte gloriose della vostra raggiunta pienezza umana, se tali carte sono vere; avete sigillato per la storia la vostra condanna morale, se esse sono documenti di velleità retoriche o di ipocrisia giuridica. Il metro è là: nella equazione fra la vera Pace e la dignità della Vita.
Accogliete la nostra supplicante implorazione: che tale equazione si compia e che su di essa un nuovo fastigio si eriga nell’orizzonte della nostra civiltà della Vita e della Pace, la civiltà, noi ancora diciamo, dell’amore.
Tutto è detto?
No; resta una insoluta questione: come realizzare tale programma di civiltà? come affratellare veramente la Vita e la Pace?
Rispondiamo in termini che possono essere inaccessibili a quanti hanno chiuso l’orizzonte della Realtà alla sola visuale naturale. Occorre fare ricorso a quel mondo religioso, che noi chiamiamo «soprannaturale». Occorre la fede per scoprire quel sistema di efficienze operanti nel complesso dell’umana vicenda, dove l’opera trascendente di Dio s’innesta e l’abilità ad effetti superiori, umanamente parlando impossibili. Occorre la religione, quella viva e vera, per renderli possibili. Occorre l’aiuto del « Dio della pace » (Phil. 4, 9).
Beati noi se questo conosciamo e crediamo; e se secondo questa fede sappiamo scoprire e mettere in azione il rapporto fra la Vita e la Pace.
Perché vi è un’eccezione capitale al ragionamento su esposto, che antepone la Vita alla Pace, e fa dipendere la Pace dalla inviolabilità della Vita; è l’eccezione che si verifica nei casi in cui entra in gioco un bene superiore alla Vita stessa. Si tratta d’un Bene di soverchiante valore a quello della Vita medesima, come la verità, la giustizia, la libertà civile, l’amore del prossimo, la Fede … Allora interviene la parola di Cristo: « Chi ama la propria Vita (più di questi Beni superiori), la perde» (cfr. Io. 12, 25). Questo vi indica che come la Pace dev’essere concepita in ordine alla Vita, e come dall’ordinato benessere assicurato alla Vita deve la Pace risultare essa stessa l’armonia che rende ordinata e felice, interiormente, socialmente l’umana esistenza, così questa umana esistenza, la Vita, cioè, non può, né deve sottrarsi alle finalità superiori che le conferiscono la sua primaria ragion d’essere: perché si vive? che cosa dà alla Vita, oltre la ordinata tranquillità della Pace, la sua dignità, la sua spirituale pienezza, la sua morale grandezza, e diciamo pure, la sua religiosa finalità? Sarà forse perduta la Pace, la vera Pace, se sarà data cittadinanza nell’area della nostra Vita all’Amore, nella sua più alta espressione, che è il sacrificio? E se il sacrificio davvero entra in un disegno di Redenzione e di titolo meritorio per una esistenza trascendente la forma e la misura temporale, non ricupererà esso a livello superiore ed eterno la Pace, la sua vera, centuplicata Pace della Vita eterna? (cfr. Mt. 19, 29). Chi è alunno della scuola di Cristo può comprendere questo linguaggio trascendente (cfr. Mt. 19, 11). E perché noi non potremmo essere questi alunni? Egli, Cristo, «è la nostra Pace» (cfr. Eph. 2, 11).

Noi lo auguriamo a tutti quanti giunge questo nostro benedicente messaggio di Pace e di Vita!

Dal Vaticano, 8 dicembre 1976.

PAULUS PP. VI

Omelia (17-05-2011): Le mie pecore ascoltano la mia voce

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22494.html

Omelia (17-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Le mie pecore ascoltano la mia voce

Gesù parla ai Giudei per immagini, similitudini, parabole. In esse la verità è tutta intera, ma è come nascosta. Quanti sono semplici e puri di cuore, la comprendono perché lo Spirito Santo li illumina e li aiuta. Quanti invece sono superbi, arroganti, spiritualmente prepotenti, perché pieni di se stessi e delle loro convinzioni errate, false, bugiarde, ingannevoli, nulla comprendono. Hanno occhi e non vedono, orecchi e non sentono, intelligenza e non afferrano, hanno cuore che non si apre alla vera fede.
Gesù non può parlare apertamente. I cuori di molti sono ostili alla sua verità. Sono chiusi ad una sana rivelazione. I cuori superbi cercano la verità, ma per condannare Gesù, per toglierlo di mezzo perché persona scomoda religiosamente e socialmente. Per questo lo interrogano: « Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamene ». La risposta aperta di Gesù non è per l’accoglienza, ma per la condanna. Non è per la fede, ma per l’ostinazione nell’incredulità. Non è per la conversione, ma per il loro radicamento nella più grande falsità.
Gesù risponde loro che non è la parola chiara, aperta, senza equivoci la verità di una persona. Tutti possono dire di se stessi quello che vogliono. Lo dicono, ma lo sono anche? Questo i Giudei avrebbero dovuto saperlo, anche perché secondo la loro Legge nessuno poteva testimoniare su se stesso. Gesù dona la regola eterna per sapere la verità di un uomo. Sono le sue opere. Attraverso le opere si rivela l’essenza di un cuore, di una vita, di una missione. Se le opere sono umane, la persona viene da se stessa. Se le sue opere sono divine, la persona viene da Dio. Se se le sue opere sono malvagie, cattive, maligne, la persona viene dal principe di questo mondo.
Gesù sta compiendo opere che solo Dio può compiere e nessun altro. Se Lui compie opere divine, è segno che Dio è con Lui. Se Dio è con Gesù è segno che Gesù è stato mandato da Dio. Dio mai potrà essere con una persona da Lui non mandata, non inviata, non incaricata. Ci sono le testimonianze delle opere e loro non credono. Perché? Perché non sono sue pecore. Il Padre non gliele ha date. Poiché non sono sue pecore, non credono neanche che Lui sia il loro Buon Pastore.
Che una persona sia vera pecora di Gesù lo attesta il fatto che essa mai si smarrirà nella falsità e nella menzogna del principe di questo mondo. Essa resterà invece sempre nella verità luminosa e splendente di Gesù Signore. Nessuno potrà mai strappare una pecora dalla mano di Gesù, perché la mano di Gesù è mano del Padre e il Padre è il più grande di tutti. Il Padre e Cristo sono una sola forza, una sola volontà di salvezza, una sola protezione e custodia, una sola carità, un solo amore, una sola luce, una sola santità, un solo desiderio di redenzione. L’unità tra Cristo e il Padre è inscindibile, inseparabile, dura per l’eternità. Nessuno mai li potrà dividere.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, fateci vere pecore di Gesù .

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