Archive pour mai, 2011

Omelia prima lettura per il 20 maggio 2011: Noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta.

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18414.html

Omelia (30-04-2010)

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta.

Come vivere questa Parola?
Nel discorso di Paolo nella sinagoga, salta agli occhi la frequente ripetizione di uno stesso concetto: è avvenuto come era scritto, secondo quanto annunciato dalle Scritture.
L’intera storia della salvezza appare cosa già scritta. L’unico regista è Dio e nulla può impedire la realizzazione del suo disegno: infatti quanti non hanno accolto la salvezza e hanno messo a morte Gesù, in verità proprio in tal modo hanno collaborato al compimento delle Scritture.
Vi è dunque una collaborazione, per così dire, inconsapevole degli uomini al piano divino. Ciò è senz’altro consolante: l’amore di Dio vince ogni resistenza. Ma nel discorso di Paolo c’è anche un secondo tema dominante: della salvezza che si è compiuta secondo quanto era scritto, gli apostoli sono testimoni ed essa sono stati invitati ad annunziare al mondo intero. Se c’è una collaborazione inconsapevole degli uomini al disegno salvifico di Dio, Dio stesso però richiede anche una collaborazione consapevole: di generazione in generazione, egli manifesta il mistero pasquale, cuore della storia della salvezza, ad alcuni uomini, affinché essi lo rendano noto a tutti gli uomini e tutti possano essere salvati.

Nella mia pausa contemplativa, ascolterò l’annunzio dell’apostolo, lascerò che faccia eco nel mio cuore, affinché anch’io sia abilitato a testimoniare la resurrezione di Cristo.

Signore Gesù, che anch’io ascolti le parole che con amore il Padre ha detto a te: « Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato » (v 33; cf Sal 2,7).

Le parole di un esegeta
Il cristiano vive del suo Signore, ma la storia della salvezza è affidata alla testimonianza responsabile del credente, sacramento di salvezza nel mondo
Silvano Fausti

Omelia (20-05-2011): Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22497.html

Omelia (20-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me

Oggi Gesù chiede ai suoi discepoli che abbiano fede in Dio e anche in Lui. Loro devono prestare a Gesù la stessa fede che prestano a Dio, cioè al Dio di Abramo, Isacco, Giaccone, Mosè, di tutti i Profeti e Saggi dell’Antico Testamento.
La sua Parola è verità come è verità la Parola del Padre. È degna di fede come è degna quella del Padre. È portatrice di vita eterna come quella del Padre, senza alcuna differenza. Quanto Gesù ha detto finora e continuerà a dire loro lo dovranno credere senza alcun dubbio, alcuna esitazione, incertezza. Da questa fede nella sua Parola nascerà nei loro cuore una speranza nuova.
Se l’uomo avesse fede nella Parola di Gesù! Se veramente credesse che solo la sua è Parola di vita eterna! Se intenerisse il suo cuore e rendesse umile il suo spirito! Solo dalla fede nella Parola di Gesù può nascere la vera speranza nei cuori. Solo da essa matura la gioia, la pace, la carità, ogni misericordia e pietà, ogni perdono e compassione. Solo per mezzo di essa la vera luce illumina le menti e riscalda i cuori.
Quale fede dovranno ora avere in Gesù i suoi discepoli? Gesù non muore come tutti gli altri uomini. Questi lasciano il mondo dei viventi e più non ritornano, né con il corpo né con lo spirito. Vi è una separazione definitiva, per sempre. La morte di Gesù dura invece solo tre giorni, il tempo per essere messo nel sepolcro, il tempo di attestare che Lui veramente è stato ucciso. Veramente ha offerto la sua vita per la redenzione del mondo. Subito dopo Gesù ritornerà per essere sempre con loro.
Neanche i suoi discepoli dovranno stare per sempre sulla terra. Anche loro lo dovranno raggiungere nella morte. Per questo Gesù li precede: per preparare un posto nella casa del Padre suo. Nella casa del Padre vi sono molte dimore. Lui va, prepara per loro un posto. Torna, li prende e li porta con sé per essere eternamente insieme. Loro sanno la via che conduce nella casa del Padre. Poiché la sanno, la possono anche percorrere. La terra durerà per loro solo un momento. Poi verrà l’eternità beata.
Tommaso risponde a Gesù che loro non sanno dove Gesù sta per recarsi. Non conoscendo il luogo, come possono sperare di conoscere la via? La risposta di Gesù è immediata: « Io sono la via, la verità, la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Nella Casa del Padre si entra percorrendo una sola via: la Parola di Gesù vissuta però alla sua maniera, non alla nostra. Come visse Gesù la Parola del Padre? Realizzandola in ogni sua parte. Trasformandola in opera di carità, misericordia, perdono, preghiera, compassione. Incarnandola in ogni momento della sua permanenza sulla nostra terra. Facendo di essa la sua sola Legge di vita. Si entra nella Casa del Padre credendo e obbedendo allo stesso modo di Gesù Signore. L’esemplarità di Cristo deve essere la nostra stessa vita. È trasformandoci in Lui e conformandoci a Lui che possiamo entrare in Paradiso. È lasciandoci trasportare dal suo corpo che noi entreremo nella vita eterna.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, ottienici una perfetta fede in Cristo Signore. La sua sia per noi la sola Parola di vita eterna. Angeli e Santi di Dio, aiutateci.

Abraham Covenant

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http://www.artbible.net/1T/Gen1501_AbrahamCovenant_18/index_4.htm

Publié dans:immagini sacre |on 19 mai, 2011 |Pas de commentaires »

LA GRAZIA DEL DIALOGO

dal sito:

http://www.piccolifiglidellaluce.it/autorivari.htm

LA GRAZIA DEL DIALOGO

(Ignazio Larranaga)
 
Signore Dio, ti lodiamo e ti glorifichiamo per la bellezza di questo dono che si chiama dialogo.
E’ un « figlio » prediletto di Dio perché è simile alla corrente alternata che rifluisce incessantemente in seno alla Santa Trinità.
Il dialogo scioglie i nodi,  dissipa i sospetti,  apre le porte,  risolve i conflitti,  fa crescere la persona.
E’ vincolo di unità  e fonte di fratellanza.
O Signore Gesù, quando appare la tensione concedimi l’umiltà necessaria per non vler imporre la mia verità contrastando la verità del mio fratello, fa’ che io sappia tacere al momeno opportuno e aspettare che egli abbia completato il suo pensiero.
Dammi la saggezza per capire che nessun essere umano è in grado di possedere l’intera verità assoluta, e che non c’è errore o stravaganza ai miei occhi che non racchiuda qualche elemento di verità.
Dammi la saggezza per riconoscere che anch’io, posso sbagliare su qualche aspetto della verità, e che dalla verità del fratello posso invece arricchirmi.
E infine dammi la generosità di pensare che anch’egli ricerca onestamente la verità, e di accogliere senza pregiudizi e con benevolenza le opinioni degli altri.
O Signore Gesù, dacci la grazia del dialogo. Amen 
 

un ritratto: San Giovanni Crisostomo (344-407): una modernità stupefacente

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article4922.html

UN RITRATTO

San Giovanni Crisostomo (344-407): una modernità stupefacente

La Lettera da Calcutta alla pagina 3 cita un testo di San Giovanni Crisostomo, che ricorda il legame inalienabile tra l’Eucaristia e la solidarietà con i più miseri:
«Vuoi onorare il corpo del Salvatore? Colui che ha detto: Questo è il mio corpo, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare. Ciò che non avete fatto ad uno dei più umili, lo avete rifiutato a me! Onora dunque il cristo condividendo i tuoi beni con i poveri» (Omelia 50 su Matteo).
Chi era dunque colui che l’Oriente cristiano ha soprannominato «bocca d’oro» per i suoi doni poetici nell’espressione della preghiera? Quali aspetti della sua vita posso ancora oggi incoraggiarci?
La vita di Giovanni ha tre linee direttrici: una capacità eccezionale di spiegare la buona novella del Cristo con passione e con le parole della cultura del suo tempo; un forte accento posto sulle implicazioni sociali del Vangelo; uno sforzo per rendere bella la preghiera comune e per trasmettere la riflessione teologica in forma poetica. Giovanni nasce ad Antiochia, nell’attuale Turchia, da una famiglia aristocratica. Molto segnato dalla fede di sua madre, studia la Scrittura sotto la direzione di maestri della scuola di Antiochia che cercavano di tradurre il pensiero biblico nelle categorie di pensiero greco, senza perdere il senso originale.
Staccandosi presto da sua madre che lo voleva tenere presso di sé come «monaco in casa», raggiunge la montagna e inizia una vita di preghiera solitaria rompendo completamente con la società. Subentra una crisi di coscienza: fuggire i problemi della società volendo mantenere puro il proprio attaccamento al Vangelo oppure andare nel mondo per trasmettere l’amore di Cristo «amico degli uomini», come amerà poi ripetere? Alla fine sceglie di uscire dal suo distacco brutale dal mondo e ritorna ad Antiochia dove è ordinato prete nel 386. Diventa famoso per la sua capacità di avvicinare il testo biblico alla vita delle persone e alle loro domande. Talvolta può parlare due ore di fila, tra le acclamazioni e gli applausi del popolo. In risposta al lusso e all’oziosità dei ricchi, sottolinea l’importanza della comunione dei beni, del lavoro, la necessità della liberazione degli schiavi, chiama alla condivisione individuale e collettiva (pensa anche a un piano per abolire la miseria ad Antiochia). La solidarietà, più che l’opera di una buona coscienza, è per lui un sacramento, il segno della presenza reale di Cristo nel nostro mondo. Commentando spesso la frase di Gesù: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», concludeva che il povero è un «altro Cristo» e che il «sacramento dell’altare» deve prolungarsi «nella strada» con il «sacramento del fratello».
Nel 397, molto a suo malgrado, Giovanni è scelto, a motivo dei suoi talenti d’oratore, come arcivescovo della capitale dell’Impero d’Oriente. A Costantinopoli, attento al popolo, egli moltiplica gli ospedali e i centri d’accoglienza, annuncia la Buona Novella nelle campagne e anche ai Goti che si sono installati nella regione. Adotta delle opzioni politiche molto coraggiose, opponendosi al ministro che voleva abolire il diritto d’asilo, poi più tardi proteggendolo dalla sommossa quando, caduto in disgrazia, egli cerca rifugio nella basilica. Cerca di rendere più umile l’alto clero e di ricordare alla corte imperiale le esigenze del Vangelo.
È troppo per i suoi nemici che si coalizzano e che nel 404 lo esiliano in Armenia. Vi resta tre anni in libertà vigilata. Tuttavia la sua corrispondenza, l’afflusso di visitatori, tra i quali molti Antiocheni, inquieta il potere che lo deporta più lontano, sulle rive del mar Nero. Una lunga strada fatta a piedi, stremante. A Comana, esausto, si prepara a morire, indossa vesti bianche, si comunica, prega per coloro che lo circondano e rende lo spirito dicendo: «Gloria a Dio per tutto».
Qualche domanda per lasciar riecheggiare la vita di Giovanni nella nostra:
 La sua vocazione ha esatto di non sempre soddisfare i desideri di sua madre: devo anch’io talvolta andare contro ciò che certe persone aspettano da me?
 Circa il «sacramento del fratello» che posto hanno gli altri e i loro bisogni nella mia vita?
 Il suo impegno monastico è stato finalmente vissuto nel bel mezzo della società: che impegni ho io nella società? Qual è oggi il posto dei cristiani nella vita politica di un paese? È talvolta ­necessario, in nome della fede in Cristo, resistere al potere o alla moda?

Ultimo aggiornamento: 26 giugno 2007

29 giugno, San Pietro e Paolo apostoli – Dai Discorsi di san Gregorio Palamas.

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/29%20giugno%20san%20pietro%20e%20paolo.htm

29 giugno

SANTI PIETRO E PAOLO apostoli
 
Dai Discorsi di san Gregorio Palamas.
 
Homilia 28. PG 151,355-362.
 
Gli apostoli fanno brillare una luce che non conosce mutamento o declino sopra coloro che abitano nella regione delle tenebre, poi li rendono partecipi di questa luce, anzi suoi figli. Cosi ognuno di essi potrà splendere come un sole quando nella sua gloria si manifesterà il Verbo, uomo e Dio, luce sovressenziale.
Tutti questi astri, che oggi sorgono, rallegrano la Chiesa, perché le loro congiunzioni non producono nessuna eclissi, ma accendono una sovrabbondanza di luce. Cristo splende nella sua sfera eccelsa, senza gettare ombra su quelli che ruotano in regioni meno elevate. E tutti questi astri si muovono in piena luce, senza che vi sia alternanza fra il giorno e la notte, o i loro raggi differiscano per luminosità, dal momento che il loro splendore proviene da un’unica fonte.
2 Tutti coloro che fanno parte di Cristo, fonte perenne di luce eterna, hanno il medesimo fulgore e la sua gloriosa luminosità. La congiunzione di questi astri si manifesta cosi agli occhi dei fedeli attraverso un duplice sfavillio.
Satana, il primo ribelle, riuscì a far apostatare Adamo, il primo uomo, il progenitore dell’umanità. Quando dunque Satana vide Dio creare Pietro, il capostipite dei fedeli,
e dirgli: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa 1.( Mt 16,18 ), nella sua malvagità suicida, cercò di tentare Pietro come aveva tentato Adamo.
Colui che è il maligno per eccellenza sapeva che Pietro era dotato d’intelletto e incendiato d’amore per Cristo. Perciò non s’azzardò ad assalirlo di petto, ma con fare sornione lo aggredì di fianco, per spingerlo a violare il suo dovere.
3 Nell’ora della passione il Signore disse ai suoi discepoli:
 Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte2.( Mt 26,31 ). Pietro, incredulo non solo lo contraddice, ma si esalta sopra gli altri, affermando: Anche se tutti si scandalizzassero di te. io non mi scandalizzerò mai.3.( Mt 26,33 )
Dopo l’arresto di Gesù, Pietro, come punito per la sua presunzione, abbandona il Signore più degli altri. Ma più degli altri umiliato, egli avrebbe a suo tempo ritrovato un onore più grande.
Infatti il suo comportamento è ben differente da quello di Adamo. Questi, una volta tentato, era caduto vinto precipitando cosi nella morte, mentre Pietro, dopo essere stato atterrato, riesce a rialzarsi e trionfa sul tentatore.
In che modo Pietro fu vincitore? Rendendosi conto del suo stato, provandone un dolore cocente, effondendosi in lacrime di penitenza, assai preziose per espiare. Il salmo dice infatti: Un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi, 4.( Sal 50,19 )
 perché il rincrescimento di avere offeso Dio opera una guarigione irreversibile. E chi semina una preghiera intrisa di pianto, meriterà il perdono intessuto di allegrezza.
4 Possiamo notare che Pietro espiò in modo adeguato il suo rinnegamento, non solo pentendosi e facendo penitenza, ma anche perché l’orgoglio che lo spingeva al protagonismo fu espulso radicalmente dalla sua anima.
Il Signore lo volle dimostrare a tutti quando il terzo giorno risuscitò dai morti, dopo la passione sofferta per noi nella sua carne. Nel vangelo infatti egli dice a Pietro, accennando agli apostoli: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?5.( Gv 21,15 )
La risposta ci rivela un Pietro umile, davvero convertito. Al Getsemani, senza essere interpellato, si era spontaneamente messo sopra gli altri, dicendo: Anche se tutti si scandalizzassero di te. io non mi scandalizzerò mai.3.( Mt 26,33 )
 Ma dopo la risurrezione, quando Gesù gli domanda se lo ama più degli altri, Pietro risponde di si, sul fatto di amare, ma tralascia di far menzione del grado, limitandosi a dire: Certo, Signore, tu lo sai che ti amo!
5 Gesù disse a Simon Pietro:  »Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? ». Gli rispose: « Certo, Signore, tu lo sai che ti amo ».5.( Gv 21,15 )
Quando Gesù vede che Pietro gli ha conservato l’amore e ha acquistato l’umiltà, da compimento alla sua promessa e gli dice: Pasci i miei agnelli. 5.( Gv 21,15 )
In precedenza, quando il Signore aveva paragonato l’assemblea dei fedeli a una costruzione, aveva promesso a Pietro di costituirlo a fondamento, dicendo: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa 1.( Mt 16,18 ) Nel racconto evangelico della pesca miracolosa, Gesù aveva pure detto a Pietro: D’ora in poi sarai pescatore di uomini. 6.( Lc 5,10 )
 Infine, dopo la risurrezione, Gesù paragona i suoi discepoli ad un gregge e chiede a Pietro di esserne il pastore, affermando: Pasci i miei agnelli. 5.( Gv 21,15 )
Vedete, fratelli, come il Signore arde dal desiderio della nostra salvezza! Non cerca che il nostro amore, in modo da poterci guidare ai pascoli e all’ovile della salvezza. Desideriamo perciò anche noi la salvezza, obbediamo in parole e nei fatti a coloro che devono essere le nostre guide in questo cammino. Basterà che bussiamo alla porta della salvezza e subito si presenterà la guida designata dal nostro Salvatore. Nel suo amore eterno per gli uomini, il Signore stesso sembra non aspettare che la nostra richiesta, anzi la previene e si affretta a presentarci il capo che ci guiderà alla salvezza definitiva.
6 Davanti alla triplice interrogazione del Signore, Pietro è addolorato, perché pensa che Gesù non si fidi di lui.. E’ convinto di amare Gesù e che il Maestro lo sa meglio di lui. Con le spalle al muro e senza via d’uscita, Pietro dichiara il suo affetto e proclama l’onnipotenza del suo interlocutore, dicendo: Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo.7.( Gv 21,17 )
Dopo una simile confessione, Gesù costituisce Pietro pastore, anzi supremo pastore della sua Chiesa e gli promette la forza necessaria per resistere fino alla morte di croce, mentre per l’innanzi Pietro era crollato davanti alle parole di una servetta.
Gesù gli afferma: In verità. in verità ti dico: quando eri più giovane – non solo di corpo, ma spiritualmente – ti cingevi la veste da solo. e andavi dove volevi. ossia seguivi i tuoi impulsi e vivevi secondo i tuoi desideri naturali. Ma quando sarai vecchio – quando cioè sarai pervenuto anche alla maturità dello spirito – tenderai le tue mani. E queste ultime parole alludono alla morte di croce; il verbo tendere è alla forma attiva, per specificare che Pietro si lascerà crocifiggere di sua libera volontà.
7 Tenderai le tue mani,, e un altro ti cingerà la veste cioè ti fortificherà – e ti porterà dove tu non vuoi.8.( Gv 21,18 )
Il testo da un lato segnala che la nostra natura non vuole dissolversi nella morte per l’istinto congenito verso la vita, e d’altro canto il martirio di Pietro oltrepassa ampiamente le sue forze naturali. Il succo delle parole del Signore è questo: « A causa mia e rafforzato da me, tu sopporterai supplizi che normalmente la natura umana è incapace di assumere ».
Questo è Pietro e assai pochi lo conoscono sotto tale angolatura.
E Paolo, chi è? Chi potrà far conoscere la sua pazienza nel sopportare ogni cosa per Cristo, fino alla morte? La morte, Paolo l’affrontava ogni giorno, pur continuando a vivere. Rammentiamoci di quando ha scritto: Non sono più io che vivo. ma Cristo vive in me. 9.( Gal 2,20 )
Per amore di Cristo, egli considerava tutto come spazzatura, al punto da stimare il futuro come qualcosa di secondario nei confronti di quell’amore. Egli dice infatti: Io sono persuaso che ne morte ne vita, ne angeli ne principati, ne presente ne avvenire, ne potenze, ne altezza ne profondità, ne alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore. 10.( Rm 8,39 )
Pieno di zelo per Dio, Paolo non mirò che a infonderlo anche in noi.
8 Tra gli apostoli, Paolo non è inferiore per gloria al solo Pietro. Considera la sua umiltà quando esclama: lo sono l’infimo degli apostoli. e non sono degno neppure di,essere chiamato apostolo. 11.( 1 Cor 15,9 )
Se Paolo eguaglia Pietro per la fede, lo zelo, l’umiltà .e la carità, perché non ricevette in parte il medesimo premio da parte di Dio che giudica con giustizia e tutto pesa su un’esatta bilancia?
All’uno il Signore dice: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. In ordine all’altro, dichiara ad Anania: Egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli.12.( At 9.15 )Di che nome si tratta? Certamente di quello della Chiesa di Cristo di cui Pietro garantì la costruzione.
Vedete come Pietro e Paolo sono eguali in gloria, come la Chiesa di Cristo riposa sul fondamento di loro due? Ecco perché in questo giorno la Chiesa gli attribuisce una solennità comune, per cui oggi celebriamo una festa in loro onore. 
 

Omelia sulla prima lettura: Noi ci rivolgiamo ai pagani

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9801.html

Omelia (29-04-2007)

don Marco Pratesi

Noi ci rivolgiamo ai pagani

La prima lettura ci riporta al primo viaggio missionario di Paolo. Siamo ad Antiochia di Pisidia, e per la prima volta la missione cristiana si rivolge decisamente ai pagani (i precedenti episodi sono fatti isolati).
Il Risorto, costituito Signore (Kyrios) dal Padre, è dotato di ogni potere (Mt 28,18), tra cui la capacità di aprire la mente dei discepoli all’intelligenza della Scrittura (Lc 24,45). In questo caso, un testo di Isaia (49,6) apre la comunità alla chiara consapevolezza di una missione universale: Dio la chiama ad essere luce delle genti.
Israele era primo destinatario di questa luce, alla quale era stato lungamente preparato a partire da Abramo. Aveva gli strumenti per accogliere quella luce definitiva che gli apriva il senso ultimo della Legge.
Israele inoltre, accogliendo in Gesù il proprio Messia, doveva essere anche lo strumento di questa luce ultima, escatologica, in mezzo ai popoli.
Di fatto, Israele ha adempiuto a questa missione: non dimentichiamo che gli apostoli e molti dei primissimi cristiani erano Israeliti. Però solo in una sua parte, in un resto (Rm 11,4-5). Come vediamo in questa lettura, la reazione di alcuni all’annunzio è la contraddizione fino alla persecuzione. Si sentono scavalcati, si mettono in competizione, nasce gelosia e rivalità.
Questo rifiuto non è certo la causa della missione ai pagani; ne cambia però la modalità. La Chiesa, nei suoi apostoli, testimoni qualificati del Risorto, invita i Giudei alla fede in Gesù, per portarla insieme al mondo. Di fronte al rifiuto, non può che continuare la propria missione senza di loro: « noi ci rivolgiamo ai pagani » (v. 46). Va da sé che questo non ha nulla a che vedere con un disconoscimento della ricchezza della tradizione religiosa d’Israele né, peggio, con un atteggiamento di superiorità e disprezzo.
C’è un piano di Dio sulla storia, che nessuno può annullare (Sal 33,11). La corsa della Parola (2Ts 3,1) è inarrestabile. Il rifiuto non blocca Dio e il suo progetto, e anzi per certi versi gli apre nuove porte. Spesso la Parola trova un rifiuto laddove ci aspetteremmo accoglienza, e viceversa viene accolta da chi non sembra averne titolo. È l’esperienza di Gesù, i primi che diventano ultimi e viceversa, che si ripete per la sua Chiesa.
Ogni uomo è posto davanti alla grazia di Dio (v. 43), e decide liberamente quale atteggiamento tenere di fronte ad essa. Chi rifiuta, rende vano per sé il piano della salvezza. Chi accetta, sperimenta da subito la gioia (vv. 48 e 52) e pone la sua vita nella prospettiva dell’eternità (vv. 46 e 48).
Attenzione: si tratta di un’accettazione che non va mai data per scontata, che non può mai diventare motivo di superbia. Per evitare che di fatto si muti in concreto seppur inavvertito rifiuto, essa va continuamente coltivata con cura e verificata con umiltà.
S. Paolo lo dice chiaro e tondo ai cristiani provenienti dal paganesimo, e in essi a tutti noi: « non t’insuperbire, ma temi » (Rm 11,20). I doni di Dio bisogna saperli custodire. Occorre « perseverare nella bontà di Dio » (Rm 11,22), rimanere saldamente attaccati a quella grazia, vivere di e in quella gratuità. Solo così e a tale condizione possiamo essere autenticamente quanto Dio ci chiede: luce del mondo.

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