Archive pour mai, 2011

Liberare gli schiavi (1Cor, tema e citazione)

dal sito:

http://www.giovaniemissione.it/spiritualita/andcat22.htm

Liberare gli schiavi

Gim di Roma Gennaio 2004

Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo affronta varie questioni disciplinari, tra le quali, quella abbastanza cruciale della circoncisione. Al capitolo 7,20 afferma: Circoncisione o incirconcisione è niente. Ciò che conta è l’osservanza del comandamento del Signore. E’ in gioco qualcosa di importante. La circoncisione marcherà per il popolo di Israele l’avvenuta liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e l’appartenenza del popolo stesso a Dio. Essa, dunque, era un segno di libertà. Paradossalmente, tuttavia, proprio l’esenzione da essa per i credenti provenienti dal paganesimo, diventa una questione di libertà. E’ importante, dunque, cercare di penetrare il senso che l’apostolo attribuisce a questa “nuova” libertà che Cristo è venuto a portare. In particolare si possono sottolineare tre aspetti di essa:
1. La libertà cristiana non è primariamente una condizione esteriore. Essa è piuttosto una qualità dell’interiorità. Ovviamente anche per l’antico Israele la circoncisione rimaneva un segno esterno di una libertà più profonda legata all’alleanza con Dio ed alla circoncisione del cuore tanto annunciata dai profeti. Non di meno, con la grazia, interviene qualcosa di veramente nuovo. Le circostanze esterne diventano veramente relative: non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero… né uomo né donna… ma tutti siete una persona sola in Cristo… Gal 3,27 La libertà, dunque, diventa una dimensione della personalità interiore della persona.
Dove, dunque, sperimento questo bisogno di libertà?
Ovviamente qualsiasi circostanza che mi limita mi fa sentire il bisogno di libertà: la mia storia, limitazioni nelle possibilità a me date di realizzazione, il mio carattere che non mi piace, le mie sofferenze interne od esterne… insomma tutto ciò che mi porta alla mormorazione oppure alla ribellione segnala un bisogno di libertà. La novità del discorso evangelico però sta proprio qui: se la libertà è innanzitutto una qualità della tua personalità interiore allora non questa libertà non è semplicemente libertà da quelle circostanze esterne, ma piuttosto dalla tua stessa ribellione o non accettazione. Non si tratta di cercare un semplice cambio delle circostanze ma un modo nuovo di esserci in quelle circostanze. Solo allora si aprono cammini di liberazione vera. Paolo insiste su questo punto: ognuno rimanga nella condizione in cui è stato chiamato… se sei schiavo non te ne fare una preoccupazione… Sta forse Paolo suggerendo la passività? No. Egli aggiunge subito: ma se puoi acquistare la libertà cerca di fare uso di ciò.
Il punto è un altro: finché tu cerchi una libertà dalle semplici circostanze esterne rischi di cadere in una schiavitù ancora peggiore: quella di costruirti un’immagine, un idolo che ti faccia sentire a posto e che ti permetta di affermare te stesso. Se sei stato chiamato da schiavo non fartene una preoccupazione. Non farne una questione di immagine, di competizione, di arrivismo, di confronto con gli altri perché in tal caso non stai cercando la libertà di Cristo ma piuttosto proprio quelle stesse cose che tengono schiavi gli altri che pure si dicono liberi. La ricerca di una libertà interiore sposta allora il fuoco della tua preoccupazione: non mi preoccupo d’essere libero da questo o da quello. Voglio essere libero per questo o per quello. Per un bene. Per una finalità che vada oltre l’affermazione del mio io. Non voglio semplicemente avere la libertà. Voglio saperla usare. Voglio che essa serva a costruire qualcosa. Qui si inserisce la seconda dimensione della libertà cristiana.
2. La libertà cristiana è una qualità dell’interiorità che si esprime primariamente nella capacità di aprirsi ad un altro. Di rendersi disponibili. Il bambino non è libero quando fa i capricci, ma quando impara a dire un “si” responsabile, a rispondere all’altro. C’è un inganno nella cultura attuale: uno è libero se può fare quello che vuole. Ma quando tu fai quello che vuoi che cosa fai? Sei costantemente orientato a cercare quello che ti piace, ti interessa, ti serve. Sei portato a dominare sull’altro. Ti chiudi all’altro per affermare te stesso. Libero, in realtà, non è colui che fa quello che vuole ma colui che può fare ciò che l’amore vuole. Ciò che conta è l’osservanza del comandamento del Signore. Fate tutto senza mormorazione… “qualunque cosa fate, fatela di cuore, come per il Signore e non per gli uomini” (Col 3,23) Non per gli uomini, per un vantaggio, per costruire un’immagine, per un interesse, bensì di cuore, gratuitamente, a partire da un’esigenza interiore di servizio e di amore. Quando la libertà è posta nel suo giusto contesto dell’amore non solo essa diventa una qualità dell’interiorità ma anche qualcosa che per crescere desidera vincolarsi. Io voglio essere tutto a tutti pur di guadagnarne qualcuno. La vera libertà di “Pinocchio” è cominciata quando finalmente si è “vincolato” a suo Padre, dopo averlo ritrovato nella pancia della balena, nell’esperienza della morte e della prigionia. Il discorso, dunque, non è quello di restare burattini. Ma nemmeno quello di diventare liberi come un fine a se stesso. Si tratta di diventare figli, liberi nella figliolanza, persone che hanno accolto in sé la personalità interiore di Cristo, il Figlio per eccellenza. “Colui che è chiamato da libero, dunque, è schiavo di Cristo” (v 22) La sua libertà consiste nella capacità di dimenticare se stesso per amare e servire come Cristo.
3. La terza dimensione della libertà cristiana è quella del dono. Tale libertà, cioè, non è un diritto. Non è qualcosa che puoi conquistarti con i tuoi sforzi o con la buona volontà. “Siete stati comprati a caro prezzo” (v 23) Sei stato riscattato. Tu non avevi il prezzo della tua libertà. Un altro ha pagato per te (parabola dei due servi insolventi).
Paolo aggiunge una raccomandazione che è conseguenza di questo riscatto: non diventate schiavi di uomini. Nella misura in cui la tua interiorità resiste a vincolarsi all’amore di Cristo essa resta in balia degli uomini: paure, rispetto umano, compromessi, falsi valori… Negli Atti si rivela la facilità con cui Demetrio, il costruttore di idoli, riesce a manipolare le folle (19, 23-24). Si tratta di persone apparentemente libere ma che in realtà non hanno interiorità, un riferimento chiaro ai criteri dell’amore e del bene concreto. Cose che si ripetono ai nostri giorni con il caso della Parmalat, Cirio ed altre cose del genere.
Cerchiamo in una scena di vita vissuta un’esemplificazione delle dimensioni della libertà cristiana appena descritte. Ci rifacciamo al caso della fuga di Onesimo dal suo padrone Filemone e della lettera che successivamente Paolo gli scriverà per invitarlo a perdonare lo schiavo fuggito e ad affrancarlo nel Signore Gesù.
Paolo, dunque, è egli stesso prigioniero e in catene. Eppure non si lascia condizionare dalle circostanze esterne. Agisce come uno che può donare libertà allo schiavo Onesimo, ma anche allo stesso Filemone. Li conduce alla libertà di Cristo.
Filemone è libero. Eppure viene da Paolo richiamato alla sottomissione e quindi ad esercitare accoglienza verso Onesimo.
Onesimo, infine, è uno schiavo che cerca la libertà. All’inizio cerca una libertà solo esteriore e scappa. Poi incontra Paolo e viene aiutato a cercare l’essenziale: una libertà più profonda che consiste in una ritrovata relazione con Filemone e nella capacità di rimettersi a servizio ma con un cuore nuovo.
Da cosa si percepisce nell’atteggiamento di Paolo che la sua libertà è una qualità dell’interiorità?

-         L’apertura di Paolo a relazioni di amore gratuito, di collaborazione e non di interessi o vantaggi soggettivi: ho gioia per il tuo amore e per il fatto che per merito tuo il cuore dei santi è stato ricreato (v.7).

-         La gratitudine invece della mormorazione: ringrazio il mio Dio… provo gioia e consolazione. Paolo potrebbe confrontare la sua situazione di prigionia con quella di Filemone che è di libertà e provarne rabbia o dispetto o gelosia. Invece ringrazia.

-         Il ricordo che perdura invece della labilità degli affetti: ogni volta che mi ricordo di te nelle mie preghiere ringrazio Dio. 

Come Paolo esercita la sua libertà e la sua autorità?  non in termini di dominio sull’altro ma di disponibilità verso la volontà dell’altro.

-         Desideravo tenerlo per me … ma non l’ho trattenuto (13). Paolo non ritiene il proprio criterio come volontà di Dio o come principio di decisione.

-         Non ho voluto decidere a tua insaputa…(14) La sua libertà non consiste nel decidere da solo, senza Filemone… “affinché l’opera buona sia spontanea e non imposta dal fatto compiuto.

-         Metti sul mio conto, pagherò personalmente (18-19)… Paolo accetta di pagare il costo implicito nella ricerca di un vero bene, nell’esercizio della vera libertà di amare. Sei anche tu davvero libero di soffrire qualcosa per fare il bene? 

La libertà di cui parla Paolo non è un semplice diritto ma un dono

-         Non ti dico – parla a Filemone – che tu devi a me anche te stesso (19). Anche tu sei stato riscattato. Si fratello. Che io possa servirmi di te nel Signore. La libertà che ho ricevuto non ha prezzo. Sei debitore di amore.

-         Ho fiducia nella tua docilità sapendo che farai di più di quello che ti chiedo. Proprio perché anche la libertà di Filemone è un dono che egli non potrai mai ripagare, Paolo, è fiducioso che non si limiterà a rispettare diritti e ragioni ma che farà di più. 

E’ vero, dunque, che Paolo non si rivolge immediatamente alle strutture esterne di schiavitù e di libertà, ma è pur vero che lo stile di amore che egli annuncia fa esplodere al loro interno questo strutture in modo che nasca una libertà relazionale totalmente nuova:

-         la libertà di chiedere senza paura e di dare più dello stretto necessario o dovuto

-         la libertà di creare subito delle relazioni di fraternità laddove le strutture sociali tardano a cambiare. La libertà di vivere già in quelle strutture in termini di amore.

-         La libertà di perdonare. Di servire, cioè di scoprire la bellezza di rendersi utili (onesimo significa: inutile). Quello che una volta non ti fu utile – proprio perché materialmente schiavo – adesso che torna libero è utile a te e a me. Questa è una sapienza di vita: ogni volta che ti limiti ad usare la vita o gli altri per te stesso non ne ricavi nulla di utile. Non ti giova.

-         La libertà di scoprire una profondità ed una stabilità di relazioni che l’egoismo e l’individualismo non permettono: ti rimando il mio cuore (12), ti è stato sottratto per un tempo breve perché tu possa riaverlo per sempre (16), non come schiavo ma come fratello (16)

SABATO 21 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

SABATO 21 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 13, 44-52
Noi ci rivolgiamo ai pagani

Dagli Atti degli Apostoli
Il sabato seguente quasi tutta la città [di Antiòchia] si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo.
Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero.
La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio.
I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sulla lettera ai Romani» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
(Cap. 15, 7; PG 74, 854-855)

Il mondo intero è stato salvato per la clemenza superna estesa a tutti
In molti formiamo un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri, stringendoci Cristo nell’unità con il legame della carità, come sta scritto: «Egli è colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, annullando la legge fatta di prescrizioni e di decreti» (Ef 2, 14). Bisogna dunque che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Se un membro soffre, tutte le membra ne soffrano e se un membro viene onorato, tutte le membra gioiscano.
«Perciò accoglietevi», dice, «gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio» (Rm 15, 7). Ci accoglieremo vicendevolmente se cercheremo di aver gli stessi sentimenti, sopportando l’uno il peso dell’altro e conservando «l’unità dello spirito nel vincolo della pace» (Ef 4, 3). Allo stesso modo Dio ha accolto anche noi in Cristo. Infatti è veritiero colui che disse: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il Figlio suo (cfr. Gv 3, 16).
Cristo fu sacrificato per la vita di tutti e tutti siamo stati trasferiti dalla morte alla vita e redenti dalla morte e dal peccato.
Cristo si è fatto ministro dei circoncisi per dimostrare la fedeltà di Dio. Infatti Dio aveva promesso ai progenitori degli Ebrei che avrebbe benedetto la loro discendenza e l’avrebbe moltiplicata come le stelle del cielo. Per questo Dio, il Verbo che crea e conserva ogni cosa creata e dà a tutti la sua salvezza divina, si fece uomo e apparve visibilmente come tale. Venne in questo mondo nella carne non per farsi servire, ma piuttosto, come dice egli stesso, per servire e dare la sua vita a redenzione di tutti.
Asserì con forza di essere venuto appositamente per adempire le promesse fatte a Israele. Disse infatti: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15, 24). Con tutta verità Paolo dice che Cristo fu ministro dei circoncisi per ratificare le promesse fatte ai padri. L’Unigenito fu sacrificato da Dio Padre perché i pagani ottenessero misericordia e lo glorificassero come creatore e pastore di tutti, salvatore e redentore. La clemenza superna fu dunque estesa a tutti anche ai pagani e così il mistero della sapienza in Cristo non fallì il suo scopo di bontà. Al posto di coloro che erano decaduti, fu salvato, per la misericordia di Dio, il mondo intero!

Responsorio   At 13, 46-47
R. Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio: ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, * ecco noi ci rivolgiamo ai pagani, alleluia.
V. Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce alle genti,
R. ecco noi ci rivolgiamo ai pagani, alleluia

VENERDÌ 20 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

VENERDÌ 20 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 13, 26-33
Dio ha compiuto per noi la promessa risuscitando Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, [Paolo, giunto ad Antiòchia di Pisìdia, diceva nella sinagoga:]
«Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza.
Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non hanno riconosciuto Gesù e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso.
Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo.
E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 36, 1-2; 37-38; Funk, 1, 145-149)
 
Molti sono i sentieri, una la via
Carissimi, la via, in cui trovare la salvezza, è Gesù Cristo, sacerdote del nostro sacrificio, difensore e sostegno della nostra debolezza.
Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per lui noi contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per lui il Signore ha voluto che gustassimo la scienza immortale. Egli, che è l’irradiazione della gloria di Dio, è tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4).
Prestiamo servizio, dunque, o fratelli, con ogni alacrità sotto i suoi comandi, santi e perfetti.
Guardiamo i soldati che militano sotto i nostri capi, con quanta disciplina, docilità e sottomissione eseguiscono gli ordini ricevuti. Non tutti sono capi supremi, o comandanti di mille, di cento, o di cinquanta soldati e così via. Ciascuno però nel suo rango compie quanto è ordinato dal re e dai capi superiori. I grandi non possono stare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Gli uni si trovano frammisti agli altri, di qui l’utilità reciproca.
Ci serva di esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non è niente, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto l’organismo. Anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine che è la salvezza di tutto il corpo.
Tutto ciò che noi siamo nella totalità del nostro corpo, rimaniamo in Gesù Cristo. Ciascuno sia sottomesso al suo prossimo, secondo il dono di grazia a lui concesso.
Il forte si prenda cura del debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha concesso che vi sia chi viene in aiuto alla sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole, ma con le opere buone. L’umile non dia testimonianza a se stesso, ma lasci che altri testimonino per lui. Chi è casto di corpo non se ne vanti, ma riconosca il merito a colui che gli concede il dono della continenza. Consideriamo dunque, o fratelli, di quale materia siamo fatti, chi siamo e con quale natura siamo entrati nel mondo. Colui che ci ha creati e plasmati fu lui a introdurci nel suo mondo, facendoci uscire da una notte funerea. Fu lui a dotarci di grandi beni ancor prima che nascessimo.
Pertanto, avendo ricevuto ogni cosa da lui, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Responsorio   Col 1, 18; 2, 12b.-9-10. 12a
R. Cristo è il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risorgono dai morti.* Con lui siete stati risuscitati per la fede nella potenza di Dio, alleluia.
V. In Cristo abita la pienezza di Dio, corporalmente, e voi avete parte alla sua pienezza, e con lui siete stati sepolti insieme nel battesimo.
R. Con lui siete stati risuscitati per la fede nella potenza di Dio, alleluia.

Orazione
O Dio, nostro Salvatore, principio della vera libertà, ascolta la voce del tuo popolo e fa’ che i redenti dal sangue del Cristo vivano sempre di te e godano in te la felicità senza fine. Per il nostro Signore.

R. Amen.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio. 

GIOVEDÌ 19 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

GIOVEDÌ 19 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 13, 13-25
Dalla discendenza di Davide Dio inviò come salvatore Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
Salpàti da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagòga nel giorno di sabato, sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagòga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».
Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra per circa quattrocentocinquanta anni.
Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuèle. Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Sàul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”.
Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”».

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 65, 1-3; CCL 36, 490-492)

Il comandamento nuovo
Il Signore Gesù afferma che dà un nuovo comandamento ai suoi discepoli, cioè che si amino reciprocamente: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34).
Ma questo comandamento non esisteva già nell’antica legge del Signore, che prescrive: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»? (Lv 19, 18). Perché allora il Signore dice nuovo un comandamento che sembra essere tanto antico? E’ forse un comandamento nuovo perché ci spoglia dell’uomo vecchio per rivestirci del nuovo? Certo. Rende nuovo chi gli dà ascolto o meglio chi gli si mostra obbediente. Ma l’amore che rigenera non è quello puramente umano. E’ quello che il Signore contraddistingue e qualifica con le parole: «Come io vi ho amati» (Gv 13, 34).
Questo è l’amore che ci rinnova, perché diventiamo uomini nuovi, eredi della nuova alleanza, cantori di un nuovo cantico. Quest’amore, fratelli carissimi, ha rinnovato gli antichi giusti, i patriarchi e i profeti, come in seguito ha rinnovato gli apostoli. Quest’amore ora rinnova anche tutti i popoli, e di tutto il genere umano, sparso sulla terra, forma un popolo nuovo, corpo della nuova Sposa dell’unigenito Figlio di Dio, della quale si parla nel Cantico dei cantici: Chi è colei che si alza splendente di candore? (cfr. Ct 8, 5). Certo splendente di candore perché è rinnovata. Da chi se non dal nuovo comandamento?
Per questo i membri sono solleciti a vicenda; e se un membro soffre, con lui tutti soffrono, e se uno è onorato, tutti gioiscono con lui (cfr. 1 Cor 12, 25-26). Ascoltano e mettono in pratica quanto insegna il Signore: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34), ma non come si amano coloro che seducono, né come si amano gli uomini per il solo fatto che sono uomini. Ma come si amano coloro che sono dèi e figli dell’Altissimo, per essere fratelli dell’unico Figlio suo. Amandosi a vicenda di quell’amore con il quale egli stesso ha amato gli uomini, suoi fratelli, per poterli guidare là dove il desiderio sarà saziato di beni (cfr. Sal 102, 5).
Il desiderio sarà pienamente appagato, quando Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 28).
Questo è l’amore che ci dona colui che ha raccomandato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). A questo fine quindi ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Ci amava e perciò ha voluto ci trovassimo legati di reciproco amore, perché fossimo il Corpo del supremo Capo e membra strette da un così dolce vincolo.

MERCOLEDÌ 18 MARZO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MERCOLEDÌ 18 MARZO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 12,24-13,5
Riservate per me Bàrnaba e Sàulo.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, la parola di Dio cresceva e si diffondeva. Bàrnaba e Sàulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco.
C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetràrca, e Sàulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Sàulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.
Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Sulla Trinità» di sant’Ilario, vescovo
(Lib. 8, 13-16; PL 10, 246-249)

La naturale unità dei fedeli in Dio mediante l’incarnazione del Verbo e il sacramento dell’Eucaristia
E’ indubitabile che il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14) e che noi con il cibo eucaristico riceviamo il Verbo fatto carne. Perciò come non si dovrebbe pensare che dimori in noi con la sua natura colui che, fatto uomo, assunse la natura della nostra carne ormai inseparabile da lui, e unì la natura della propria carne con la natura divina nel sacramento che ci comunica la sua carne? In questo modo tutti siamo una cosa sola, perché il Padre è in Cristo, e Cristo è in noi.
Dunque egli stesso è in noi per la sua carne e noi siamo in lui, dal momento che ciò che noi siamo si trova in Dio.
In che misura poi noi siamo in lui per il sacramento della comunione del corpo e del sangue, lo afferma egli stesso dicendo: E questo mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete; poiché io sono nel Padre e voi in me e io in voi (cfr. Gv 14, 17-20).
Se voleva che si intendesse solo l’unione morale o di volontà, per quale ragione avrebbe parlato di una graduatoria e di un ordine nell’attuazione di questa unità? Egli è nel Padre per natura divina. Noi siamo in lui per la sua nascita nel corpo. Egli poi è ancora in noi per l’azione misteriosa dei sacramenti.
Questa è la fede che ci chiede di professare. Secondo questa fede si realizza l’unità perfetta per mezzo del Mediatore. Noi siamo uniti a Cristo, che è inseparabile dal Padre. Ma pur rimanendo nel Padre resta unito a noi. In tal modo arriviamo all’unità con il Padre. Infatti Cristo è nel Padre connaturalmente perché da lui generato. Ma, sotto un certo punto di vista, anche noi, attraverso Cristo, siamo connaturalmente nel Padre, perché Cristo condivide la nostra natura umana. Come si debba intendere poi questa unità connaturale nostra lo spiega lui stesso: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6, 56).
Nessuno sarà in lui, se non colui nel quale egli stesso verrà, poiché il Signore assume in sé solo la carne di colui che riceverà la sua.
Il sacramento di questa perfetta unità l’aveva già insegnato più sopra dicendo: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 7). Egli vive in virtù del Padre. E noi viviamo in virtù della sua umanità così come egli vive in virtù del Padre.
Dobbiamo rifarci alle analogie per comprendere questo mistero. La nostra vita divina si spiega dal fatto che in noi uomini si rende presente Cristo mediante la sua umanità. E, mediante questa, viviamo di quella vita che egli ha dal Padre.

MARTEDÌ 17 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MARTEDÌ 17 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 11, 19-26
Cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore.
Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore.
Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Sàulo: lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo
(Disc. 108; PL 52, 499-500)

Sii sacrificio e sacerdote di Dio
«Vi prego per la misericordia di Dio» (Rm 12, 1). E’ Paolo che chiede, anzi è Dio per mezzo di Paolo che chiede, perché vuole essere più amato che temuto. Dio chiede perché vuol essere non tanto Signore, quanto Padre. Il Signore chiede per misericordia, per non punire nel rigore.
Ascolta il Signore che chiede: vedete, vedete in me il vostro corpo, le vostre membra, il vostro cuore, le vostre ossa, il vostro sangue. E se temete ciò che è di Dio, perché non amate almeno ciò che è vostro? Se rifuggite dal padrone, perché non ricorrete al congiunto?
Ma forse vi copre di confusione la gravità della passione che mi avete inflitto. Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l’amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno. Il mio corpo disteso anziché accrescere la pena, allarga gli spazi del cuore per accogliervi. Il mio sangue non è perduto per me, ma è donato in riscatto per voi.
Venite, dunque, ritornate. Sperimentate almeno la mia tenerezza paterna, che ricambia il male col bene, le ingiurie con l’amore, ferite tanto grandi con una carità così immensa.
Ma ascoltiamo adesso l’Apostolo: «Vi esorto», dice, «ad offrire i vostri corpi» (Rm 12, 1). L’Apostolo così vede tutti gli uomini innalzati alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente.
O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L’uomo non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé. La vittima permane, senza mutarsi, e rimane uguale a se stesso il sacerdote, poiché la vittima viene immolata ma vive, e il sacerdote non può dare la morte a chi compie il sacrificio.
Mirabile sacrificio, quello dove si offre il corpo senza ferimento del corpo e il sangue senza versamento di sangue. «Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente».
Fratelli, questo sacrificio è modellato su quello di Cristo e risponde al disegno che egli si prefisse, perché, per dare vita al mondo, egli immolò e rese vivo il suo corpo; e davvero egli fece il suo corpo ostia viva perché, ucciso, esso vive. In questa vittima, dunque, è corrisposto alla morte il suo prezzo. Ma la vittima rimane, la vittima vive e la morte è punita. Da qui viene che i martiri nascono quando muoiono, cominciano a vivere con la fine, vivono quando sono uccisi, brillano nel cielo essi che sulla terra erano creduti estinti.
«Vi esorto, dice, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo». Questo è quanto il profeta ha predetto: Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo (cfr. Sal 39, 7 volg.) . Sii, o uomo, sii sacrificio e sacerdote di Dio; non perdere ciò che la divina volontà ti ha dato e concesso. Rivesti la stola della santità. Cingi la fascia della castità. Cristo sia la protezione del tuo capo. La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fa’ salire sempre l’incenso della preghiera, come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fà del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio.
Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.

LUNEDÌ 16 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

LUNEDÌ 16 MAGGIO 2011 – IV SETTIMANA DI PASQUA

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo

(Cap. 15, 35-36; PG 32, 130-131)

Lo Spirito dà la vita
Il Signore, che governa la nostra vita, ha istituito per noi il patto del battesimo, espressione sia della morte che della vita. L’acqua dà l’immagine della morte, lo Spirito invece ci dà la garanzia della vita. Da ciò risulta evidente ciò che cercavano, cioè per quale motivo l’acqua sia unita allo Spirito. Infatti nel battesimo sono due i fini che ci si propone di raggiungere, l’uno che venga eliminato il corpo del peccato, perché non abbia più a produrre frutti di morte, l’altro che si viva dello Spirito e si ottenga così il frutto nella santificazione.
L’acqua ci offre l’immagine della morte accogliendo il corpo come in un sepolcro. Lo Spirito, invece, immette una forza che vivifica, facendo passare le nostre anime dalla morte alla vita piena. Questo è il rinascere dall’acqua e dallo Spirito.
Mediante la tre immersioni e le altrettante invocazioni si compie il grande mistero del battesimo: da una parte, viene espressa l’immagine della morte e dall’altra l’anima di coloro che sono battezzati resta illuminata per mezzo dell’insegnamento della scienza divina. Però se nell’acqua vi è una grazia, questa non deriva di certo dalla natura dell’acqua in quanto tale, ma dalla presenza e dall’azione dello Spirito. Infatti il battesimo non è un’abluzione materiale, ma un titolo di salvezza presentato a Dio da una buona coscienza.
Perciò il Signore, nel prepararci a quella vita che viene dalla risurrezione, ci propone tutto un modo di vivere secondo il Vangelo. Vuole che non ci adiriamo, che siamo pazienti nelle avversità e puri dall’attaccamento ai piaceri, che i nostri costumi siano liberi dall’amore del denaro. In tal modo ciò che nella vita futura si possiede per condizione connaturale alla nuova esistenza, lo anticipiamo già qui con le disposizioni della nostra anima.
Già qui per mezzo dello Spirito Santo veniamo riammessi in paradiso, possiamo salire nel regno dei cieli, ritorniamo allo stato di adozione di figli, ci viene dato il coraggio di chiamare Dio nostro Padre, di compartecipare alle grazie di Cristo, di venire chiamati figli della luce, di essere partecipi della gloria eterna e, in breve, di vivere nella pienezza della benedizione. Tutto questo già ora come poi nel tempo futuro. Contemplando come in uno specchio la grazia di quelle ricchezze messe da parte per noi nelle promesse della fede, viviamo nell’attesa di poterle godere.
Infatti se tale è il pegno, quale sarà il tesoro da possedere? E se le primizie sono già così abbondanti, quale sarà la misura completa quando tutto avrà raggiunto il traguardo finale?

Responsorio  
R. Come la colomba, foriera di pace, uscì dall’arca e volò sulle acque del diluvio, così dal cielo, sede della Chiesa raffigurata nell’arca, il Donatore della pace divina, * lo Spirito Santo scende sulle acque per liberare dall’antico peccato coloro che vengono battezzati, alleluia.
V. Meraviglioso sacramento dell’acqua! Qui gli uomini rinascono liberi per la vita eterna:
R. lo Spirito Santo scende sulle acque per liberare dall’antico peccato coloro che vengono battezzati, alleluia.

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