Archive pour mai, 2011

Saint Beda the Venerable

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25 maggio – San Beda Venerabile (mf)

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/195.html

25 maggio – San Beda Venerabile (mf)

Sacerdote e Dottore della Chiesa

BIOGRAFIA
Il nome Beda in lingua sàssone vuol dire uomo che prega. Nacque nel 672 da una modesta famiglia operaia di Newcastle, fu affidato giovinetto a S. Benedetto Biscop, abate del monastero benedettino di Wearmouth. Ordinato sacerdote, fu nello stesso tempo uno dei più sapienti uomini della Chiesa del suo secolo. Le più grandi soddisfazioni della sua vita vennero da lui stesso compendiate in tre verbi: imparare, insegnare, scrivere. Compose opere teologiche e storiche, mantenendosi fedele alla tradizione dei Padri e della Sacra Scrittura. Mentre colla faccia rivolta alla chiesa recitava con fervore e ad alta voce il Gloria Patri, il divino programma della sua vita, gli Angeli si presero la sua bell’anima e la portarono in Paradiso. Era l’anno 735, nell’Abbazia di Jarrow, in Inghilterra. Leone XIII l’ha annoverato tra i dottori della Chiesa.

DAGLI SCRITTI…
Dalla “Lettera sulla morte di san Beda il Venerabile” di Cuthberto.
Quando giunse il martedì prima dell’Ascensione del Signore, Beda cominciò a respirare più affannosamente e gli comparve un po’ di gonfiore nei piedi. Però per tutto quel giorno insegnò e dettò di buon umore. Tra l’altro disse: “Imparate con prontezza, non so fino a quando tirerò avanti e se il Creatore mi prenderà tra poco”. A noi pareva che egli conoscesse bene la sue fine; e così trascorse sveglio la notte nel ringraziamento. Sul far del giorno, cioè il mercoledì, ci ordinò di scrivere con diligenza quanto avevamo cominciato, e così facemmo fino alle nove. Dalle nove poi movemmo in processione con le reliquie dei santi, come richiedeva la consuetudine di quel giorno. Uno di noi però rimase accanto a lui e gli disse: “Maestro amatissimo, manca ancora un capitolo al libro che hai dettato. Ti riesce faticoso essere interrogato?”. Ed egli: “Ma no, facile, disse, prendi la tua penna, temperala e scrivi”. E quello così fece. Alle tre pomeridiane mi disse: “Nel mio piccolo baule ci sono alcune cose preziose, cioè pepe, fazzoletti e incenso. Corri presto e conduci da me i sacerdoti del nostro monastero, perché voglio distribuire loro questi piccoli regali che Dio mi ha dato”. E in loro presenza parlò a tutti ammonendo ciascuno e scongiurando di celebrare per lui delle Messe e di pregare con insistenza, cosa che quelli volentieri promisero. Piangevano tutti e versavano lacrime, soprattutto perché aveva detto di credere che non avrebbero visto più ancor a lungo la sue faccia in questo mondo. Provavano gioia però perché disse: “È tempo ormai (se così piace al mio Creatore) di ritornare a colui che mi ha creato e mi ha fatto dal nulla, quando ancora non esistevo. Ho vissuto molto e il pio Giudice bene ha disposto per me la mia vita; ormai è giunto il momento di sciogliere le vele (2 Tm 4, 6), perché desidero morire ed essere con Cristo (Fil 1, 23); infatti 1’anima mia desidera vedere Cristo, mio re, nel suo splendore”. E avendo detto molte altre cose per la nostra edificazione, passò in letizia quel giorno fino a sera. II giovane Wiberth disse ancora: “Caro maestro, ancora una sentenza non è state trascritta”. Ed egli: “Scrivi, subito”. E dopo un po’ il giovane disse: “Ecco, ore la sentenza è stata scritta”. E lui allora: “Bene, disse, hai detto la verità; tutto è finito. Prendi la mia testa tra le tue mani perché mi piace assai stare seduto di fronte al santo posto, in cui ero solito pregare, perché anch’io, stando seduto, posse invocare il mio Padre “. E così sul pavimento della sue cella cantando: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo” dopo d’aver nominato lo Spirito Santo, esalò l’ultimo respiro, e per essere stato sempre devotissimo nelle loci di Dio sulfa terra, migrò alle gioie dei desideri celesti. 

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La Chiesa che chiama il Papa “Nonno”: Intervista all’Arcivescovo di Addis Abeba

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26815?l=italian

La Chiesa che chiama il Papa “Nonno”

Intervista all’Arcivescovo di Addis Abeba

ROMA, lunedì, 23 maggio 2011 (ZENIT.org).- La Chiesa in Etiopia risale, nella storia, all’apostolo Filippo che aveva battezzato un etiope, secondo quanto è scritto negli Atti degli Apostoli.

Oggi il Paese mantiene una maggioranza cristiana, anche se solo l’1% della popolazione è cattolico. La Chiesa ha comunque un importante valore da trasmettere alla Chiesa universale, secondo l’Arcivescovo di Addis Abeba e presidente della Conferenza episcopale di Etiopia ed Eritrea.
L’Arcivescovo Berhaneyesus Souraphiel ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
L’Etiopia è menzionata 78 volte nella Bibbia ed è il secondo Paese ad aver ufficialmente riconosciuto il Cristianesimo. La Chiesa in Etiopia è una delle Chiese più antiche al mondo. Ci può dire qualcosa sulla Chiesa e sulla vita dei fedeli di oggi?
Monsignor Souraphiel: Dunque, la Chiesa in Etiopia risale all’era degli apostoli, quando Filippo ha battezzato un eunuco etiope. È citato nel capitolo 8 degli Atti degli Apostoli. Il Cristianesimo è diventato ufficialmente la religione di Stato nel IV secolo. Il primo vescovo, San Frumenzio, è stato ordinato da Sant’Anastasio di Alessandria. Quindi il primo vescovo era un siriano e da allora l’Etiopia è diventata ufficialmente un Paese cristiano e il secondo Paese, dopo l’Armenia, ad aver dichiarato il Cristianesimo come religione di Stato.

Com’è la vita dei fedeli oggi?
Monsignor Souraphiel: È veramente sorprendente come il Cristianesimo si sia inculturato a tal punto da non poter separare la cultura dalla religione. La gente vive la religione. È nel suo sangue; nella sua storia. È nella terra dell’Etiopia, perché i monaci che sono arrivati nel IX secolo hanno costruito molti monasteri ed effettuato molte traduzioni di scritti spirituali e delle Scritture nella lingua degli etiopi. Così la gente ha potuto comprendere il Cristianesimo sin dai primi tempi.
I cristiani rappresentano il 60% della popolazione, i cattolici solo l’1%. Quali sono le diverse tradizioni presenti in Etiopia?
Monsignor Souraphiel: I cristiani continuano a costituire la maggioranza in Etiopia. La Chiesa ortodossa rappresenta il 44% della popolazione, i protestanti circa il 18%, i cattolici l’1% e pertanto il 62% della popolazione è cristiana. L’Etiopia è sempre rimasto un Paese cristiano e questo è dovuto anche – come diciamo noi nella lingua Ge’ez – alla “Divina Provvidenza”. Se guardiamo agli altri Paesi storicamente cristiani, dall’Egitto al Marocco – tutto il Nord Africa, dove ci sono stati grandi santi come Sant’Agostino, San Tertulliano e San Cipriano – non ci sono più delle maggioranze cristiane. L’Etiopia rimane un Paese a maggioranza cristiana grazie alla protezione di Dio e della Madonna, come diciamo in Etiopia.
È interessante, anche perché l’Islam, ai suoi albori, aveva cercato rifugio in Etiopia dalle persecuzioni e l’Etiopia è stato l’unico Paese che ha accolto i seguaci di Maometto?
Monsignor Souraphiel: Sì. Quando il profeta Maometto era perseguitato alla Mecca e non sapeva dove mandare i suoi seguaci perché trovassero rifugio, il primo Paese a cui ha pensato è stato l’Etiopia. Ha detto: “Andate in Etiopia, lì c’è un imperatore cristiano che vi riceverà e vi farà restare finché le cose non miglioreranno”. Loro sono andati in Etiopia e sono stati accolti bene. Per via di questa accoglienza è scritto negli Hadith: “Non toccate gli etiopi. Non toccate il Paese degli elefanti. Loro sono stati buoni con noi”. Quindi vi è stata, tradizionalmente e storicamente, una pacifica convivenza tra musulmani e cristiani in Etiopia.
Ogni cristiano in Etiopia, nel battesimo, riceve ciò che è chiamato matab. Cos’è il matab e che cosa rappresenta?
Monsignor Souraphiel: Il matab è un cordoncino che si porta al collo a partire dal battesimo. La persona lo porta sempre. È il segno che si tratta di un cristiano. A prescindere da cosa stia facendo, anche se non sta praticando o non è neanche vicino alla chiesa, lui rimane un cristiano. E chiunque lo vede sa che è un cristiano, che segue le regole cristiane, che obbedisce ai Comandamenti e che obbedisce anche ai precetti della Chiesa come il digiuno, eccetera. È un segno esteriore che indica che si tratta di un cristiano.
Spesso tra gli etiopi si vede chi ha una croce tatuata nella parte interna del polso. Si tratta di un’usanza solo degli ortodossi o anche i cattolici hanno questa tradizione?
Monsignor Souraphiel: Soprattutto gli ortodossi. Vede, la croce è segno di vittoria per i cristiani. Con la croce Cristo ha distrutto il peccato e la morte. In Etiopia la croce si trova ovunque: sulle chiese, sulle case, nei tatuaggi sulla fronte o sulla mano, sui vestiti della gente, sugli scritti e sui manoscritti. Vi sono più di 200 diversi disegni della croce etiope. I sacerdoti tengono in mano la croce perché la gente la possa baciare e salutare.
Noi celebriamo la Festa del ritrovamento della vera croce, in cui ricordiamo come la regina Elena, la madre di Costantino, trovò tre croci sepolte durante uno scavo a Gerusalemme e come individuò la vera croce su cui è stato crocifisso Gesù portandoci i malati e vedendo come venivano guariti. La croce ha un grande ruolo in Etiopia e una parte della [vera] croce si trova in uno dei monasteri in Etiopia che è il monastero di Gishen Mariam.
Eccellenza, l’Etiopia non è esente dalle sue croci, cioè dalle sue difficoltà. È uno dei Paesi più poveri al mondo. Quali sfide particolari deve affrontare oggi l’Etiopia?
Monsignor Souraphiel: La sfida più grande è quella della povertà materiale. La popolazione è aumentata. L’Etiopia conta oggi quasi 80 milioni di persone ed è terreno di ricorrenti siccità e carestie, oltre che di conflitti e guerre civili. Queste sono diventate le grandi croci dell’Etiopia. L’Etiopia ha vissuto grandi carestie per lungo tempo. Ma la questione principale in Etiopia è la povertà e le difficoltà per superarla. Questo è ciò che sta cercando di fare il Governo e anche la gente ed è ciò che la Chiesa vuole superare.
Questa povertà genera alte situazioni di sofferenza. Per esempio, molti dei nostri giovani vanno a lavorare nel mondo arabo come lavoratori domestici, come guardiani o autisti. E per andare lì, per facilitare la situazione, cambiano il loro nome cristiano e si vestono da musulmani – sia gli uomini che le donne. Per la prima volta nella storia dell’Etiopia la povertà sta costringendo la gente, non a negare, ma ad abbandonare la propria eredità cristiana. Questa è la gravità della povertà in Etiopia.
La Chiesa cattolica fornisce circa il 90% dell’assistenza sociale in Etiopia. Come fa la Chiesa ad essere così attiva, sebbene costituisca una minoranza così esigua della popolazione?
Monsignor Souraphiel: Ha ragione. La Chiesa cattolica è una minoranza, circa l’1%, ma fornisce la maggior parte dell’assistenza sociale: centri sanitari, scuole, centro sociali che si prendono cura dei senzatetto, dei bisognosi, degli ammalati di HIV, eccetera. Un lavoro come quello delle suore di Madre Teresa.
La Chiesa ha iniziato a guardare e a chiedere quali fossero le necessità cui far fronte in Etiopia. Le necessità sono evidentemente connesse con la povertà, come la sanità. Per esempio, se un bambino sotto i cinque anni non ha accesso all’acqua potabile, morirà. Disporre di acqua pulita è molto importante. Chi supera l’età di cinque anni è sicuro di poter vivere normalmente fino ai 48 o 50 anni. Questa è l’aspettativa di vita in Etiopia.
Distribuire sapone e medicine, soprattutto ai bambini e alle madri, insegna loro a vivere. La Chiesa difende la vita. I bambini hanno bisogno anche di andare a scuola. Noi abbiamo più di 200 scuole in Etiopia, soprattutto nelle zone rurali, ma anche nelle città dove possono accedervi le persone bisognose.
È una fiducia straordinaria da parte del Governo, aver affidato così tante attività nelle vostre mani.
Monsignor Souraphiel: Sì, perché noi non facciamo discriminazioni. I servizi forniti dalla Chiesa cattolica sono aperti a tutte le persone che ne hanno bisogno. La Chiesa ha lavorato costruttivamente su questo e anche ora, su richiesta della gente e del Governo, la Chiesa cattolica sta avviando un’università cattolica ad Addis Abeba, in collaborazione con le autorità regionali, perché sia un’università nazionale.
Alla Chiesa cattolica viene lasciato più spazio proprio perché fornisce così tanti servizi in Etiopia?
Monsignor Souraphiel: È un aiuto alla fede, ma è anche una sfida per i cattolici: essere testimoni della dottrina sociale della Chiesa, essere buoni vicini, rispettare gli altri e fare di più perché le aspettative sulla Chiesa sono alte. E qui vorrei anche ringraziare il contributo della Chiesa universale. Lavoriamo insieme alla Chiesa universale e a tutti coloro che vi cooperano, come per esempio Aiuto alla Chiesa che soffre. Riceviamo il loro sostegno nei molto progetti che abbiamo in tutte le diocesi e possiamo portarli avanti grazie ai nostri benefattori dell’Europa e degli Stati Uniti.
Qual è il contributo che la Chiesa africana può dare alla Chiesa universale?
Monsignor Souraphiel: Direi, i suoi valori. La Chiesa in Africa ha il valore della famiglia. La famiglia è così importante. Ricordo la visita del Santo Padre in Camerun. Noi lo abbiamo accolto e lui era contento di vedere molti africani che ballavano e che lo accoglievano in un grande stadio. E l’Arcivescovo di Yaounde gli diceva: “Sa, Santo Padre, in Africa, i vescovi li chiamiamo nonni, e lei è il nostro grande, grande nonno”, e lui era contento.
Abbiamo rispetto per i genitori, per i nostri anziani, per i nostri antenati e anche per chi ci sta attorno. Ogni essere umano ha un valore che non può essere misurato o quantificato in termini materiali. L’Africa può contribuire questo valore al mondo.

* * *

Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per « Where God Weeps », un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Where God Weeps: www.WhereGodWeeps.org

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

Publié dans:CHIESA DI ETIOPIA |on 24 mai, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia prima lettura su Atti 14,27ss

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9835.html

Omelia (06-05-2007)

don Marco Pratesi

Dalla fede al Regno

La lettura di Atti ci presenta la conclusione del primo viaggio missionario, che ha condotto Paolo e Barnaba a Cipro e nell’Asia Minore, e il cui evento saliente è stato il deciso volgersi della missione cristiana ai pagani. Appunto questo elemento è menzionato nella concisa relazione che Luca ne dà: « riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto insieme a loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede » (v. 27).
I due Apostoli percorrono a ritroso il viaggio fatto, per visitare le comunità appena fondate, animarle ed esortarle. Si tratta della seconda fase dell’evangelizzazione. Dopo aver accolto il primo annunzio, la Buona Notizia del Cristo crocifisso e risorto, occorre che il discepolo mantenga viva e approfondisca la relazione personale che ha cominciato a stabilire col Risorto. Perché si mantenga e si accresca la gioia iniziale dell’incontro col Risorto (cf. At 13,48.52), gli viene richiesto di « rimanere (saldo) nella fede » (v. 22); egli deve sapere da subito che la sua fede sarà sottoposta a prove, dovrà affrontare delle sfide: è cosa certa. Luca usa qui il caratteristico « è necessario » (v. 22) che impiega anche per la sofferenza del Cristo (Lc 9,22; 17,25; 22,37; 24,7.26.44.46). Il piano di Dio è questo, non c’è adesione a Cristo che possa esimersi dall’essere messa alla prova da contrarietà. Forse questi primi discepoli avevano già cominciato a farne esperienza subito dopo la conversione.
Per questo si rende necessaria l’esortazione da parte degli Apostoli, che è anche incoraggiamento e consolazione. La parola apostolica seguente al primo annunzio è insieme stimolo e sostegno, vuole suscitare fiducia e impegno, evitando da un lato l’illusione di una strada senza ostacoli, dall’altro la prospettiva di difficoltà insuperabili: entrambi le cose impedirebbero di giungere alla meta ultima della fede, il Regno di Dio (v. 22). Occorre mettersi in cammino senza illusione, ma senza disperazione; non esaltati, non demoralizzati.
Per conservare la gioia e arrivare al traguardo, il cammino di fede richiede di essere sostenuto, oltre che dalla ferma determinazione personale, anche da una struttura comunitaria. Per questo gli Apostoli scelgono alcuni presbiteri, ovvero anziani. Nasce così, sia pure in forma ancora non ben definita, il ministero presbiterale, a servizio della comunità e del suo consolidamento nella fede. Ministero preceduto e seguito, dunque avvolto, dalla preghiera degli Apostoli, che prima pregano e digiunano per operare la scelta dei presbiteri, e poi li affidano al Signore e alla sua cura (ma questo atto potrebbe riferirsi anche a tutta la comunità).
Del resto essi stessi, Paolo e Barnaba, erano prima stati affidati dalla comunità di Antiochia alla grazia del Signore (v. 26). È veramente lui, il Signore, il protagonista della vita della comunità e della missione. Protagonista che tuttavia sceglie di non agire da solo, che vuole avere dei compagni. Così i due Apostoli possono raccontare con gioia a tutta la comunità quello che Dio ha compiuto insieme a loro (non « per mezzo loro », come recita la versione CEI, che è idea differente).

Omelia (24-05-2011): Come il Padre mi ha comandato, così io agisco

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22503.html

Omelia (24-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Come il Padre mi ha comandato, così io agisco

Qual è la vera sorgente della pace che deve ricolmare il cuore dei discepoli in questo istante di separazione? Questa fonte è la conoscenza della verità di Cristo Gesù e del Padre. Chi è Cristo Gesù? È Colui che va dal Padre, ma subito dopo ritorna dai suoi Apostoli. Parte e ritorna. Non parte per sempre. Per sempre non li abbandona. La morte è un solo istante. Poi risplendere nuovamente la vita. Perché Gesù deve partire? Perché il Padre è più grande di Lui. Perché è il Padre che gli comanda questa partenza e Lui deve obbedire. Gesù non lascia i suoi per un moto della sua volontà. Niente fa Cristo Gesù che non sia per comando esplicito del Padre suo.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: « Vado e tornerò da voi ». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco.
Le potenze del male, infernali o della terra, non hanno su Gesù alcun potere. Se Gesù volesse, potrebbe evitare la morte. Saprebbe anche come farlo. Sarebbe sufficiente non recarsi nell’Orto degli Ulivi, nascondersi e nessuno gli potrebbe arrecare un qualche danno. Ma non è questo il comando che ha ricevuto dal Padre. E poiché Gesù ama, l’obbedienza in Lui sarà perfetta. Andrà incontro alla morte di croce per amore del Padre, per compiere la sua volontà, per obbedire al suo amore eterno.
Il mondo intero dovrà sapere in ogni momento della sua storia che in Gesù ha sempre trionfato l’amore per il Padre suo. La sua croce non è il frutto di circostanze storiche, di odio e di gelosia dei suoi fratelli, di diplomatica stoltezza di Pilato, di ferocia e di crudeltà dei soldati Romani. Lui visse l’obbedienza in questo mondo di tenebre. Le tenebre però non l’hanno vinto, perché Lui è rimasto nello splendore del suo amore e della sua verità. Così facendo, Gesù ci ha insegnato che è possibile amare in un mondo di tenebre infernali. È stato possibile per Lui, sarà possibile anche per noi, ad una condizione: che noi amiamo Lui come Lui ama il Padre.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci ad amare Gesù allo stesso amore che Lui ama il Padre suo. Angeli e Santi di Dio, aiutateci a realizzare questo amore.

four evangelist symbol

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http://constellationcontemplation.blogspot.com/2010/10/bird-is-word.html

Publié dans:immagini sacre |on 23 mai, 2011 |Pas de commentaires »

IL CEDRO (DEL LIBANO) [simboli biblici]

dal sito:

http://astercenter.splinder.com/post/10763927/il-cedro-del-libano

IL CEDRO (DEL LIBANO)

 La varietà di cedro che prendiamo in considerazione in questa sede è il cosiddetto “citrus libanoica”, comunemente chiamato “cedro del Libano”.

E’ una conifera originaria delle regioni asiatiche e mediorientali che fu importata in modo massiccio in Europa in un periodo poco posteriore alle Crociate (secolo XIV). Dell’albero, usato preminentemente a scopo ornamentale in parchi alberati e in giardini, ne viene utilizzato il legno di colore scuro per la costruzione di mobili e di strutture edilizie, grazie alle sue manifeste proprietà di duttilità e di particolare resistenza. Il cedro è lo stemma ufficiale del popolo libanese, e figura nella bandiera nazionale di quel paese insieme ai colori rosso e bianco. La varietà commestibile della pianta (“citrus medica”) è un arbusto sempreverde che produce grossi frutti aciduli e dolciastri dalla buccia gialla, spessa e rugosa, simili ai limoni, che costituiscono una delle più consistenti voci merceologiche d’esportazione di paesi come Spagna, Libano e Israele. Il cedro del Libano è l’emblema della nobiltà, della grandezza, della forza e della continuità di tutte le specie. Presso le antiche popolazioni mediterranee fu simbolo della incorruttibilità. Nel commento del filosofo Origene al biblico “Cantico dei Cantici” fu scritto: “…il cedro non marcisce mai, costruire con il cedro le travi delle nostre case significa preservare l’anima dalla corruzione… “ Con il legno di cedro gli Egizi costruirono imbarcazioni e catafalchi funebri, e vi intagliarono le statue delle divinità (Iside) alle quali era attribuito il colore scuro della carnagione. Nell’antico Egitto il cedro simboleggiò soprattutto la fertilità della terra e, in genere, le potenzialità benefiche emanate dal terreno. Non a caso i primi simulacri delle dee di pelle scura, prodromi delle cosiddette “madonne nere” cristiane, furono intagliati in legno di cedro. In questo modo la religiosità egizia volle evidenziare la connessione simbolica esistente tra l’albero e il ritualismo della terra. Gli Ebrei fabbricarono con il cedro le strutture portanti del Tempio di Salomone, e con i suoi rami intrecciavano torce ricche di sostanze resinose e profumate usate in ricevimenti e in banchetti. In un passo evangelico apocrifo è detto che il corpo di Gesù Cristo, dopo essere stato deposto dalla croce, fosse stato lavato e quindi cosparso con la resina del cedro. In questo senso l’albero assumerebbe anche il significato della purificazione e della immortalità. Il cedro compare anche nell’iconografia proto cristiana e negli antichi testi iniziatici. Gesù crocifisso fu spesso raffigurato appeso su un albero di cedro, oppure presentato nel suo splendore divino all’interno di un’incavatura del tronco. In un passo del “Libro dei Giudici”, da molti commentatori biblici considerato di forte valenza iniziatica, fu scritto: “…allora gli alberi dissero al rovo di regnare su di essi. Il rovo rispose loro che se fossero stati in buona fede si sarebbero dovuti rifugiare sotto la sua ombra. Ma se gli alberi fossero stati in mala fede, il fuoco sarebbe uscito dal rovo e avrebbe divorato per primi i cedri del Libano…“ Difatti, secondo le interpretazioni più attente, la frase conterrebbe dei riferimenti alla nozione della sintesi triadica, secoli dopo ripresa e rinvigorita nei suoi elementi costitutivi dalla teologia di San Bernardo da Chiaravalle, del simbolismo del rovo (divinità), della quercia (forza) e del cedro (immortalità).

Publié dans:simboli biblici |on 23 mai, 2011 |Pas de commentaires »
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