Archive pour mai, 2011

Omelia (26-05-2011): Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22505.html

Omelia (26-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi

Chiediamoci: come il Padre ha amato Cristo Gesù? Lo ha amato generandolo nell’eternità, donandogli la sua stessa vita divina. Eternità e generazione non sono due verità contrapposte, dal momento che in Dio non c’è il tempo, il divenire, il susseguirsi della vita, il primo e il dopo. Dio è atto puro e da atto puro ha generato il suo Figlio Unigenito ed atto puro è per tuta l’eternità. La vita de Figlio è dalla vita del Padre. Dio ha dato al suo Figlio Unigenito ogni potere, ogni forza, ogni onore, ogni gloria. Tutto il Padre ha dato al Figlio. Anche la vita eterna è in Cristo Gesù, data a Lui perché sia Lui a donarla ad ogni credente in Lui per la Parola della predicazione.
Come il Padre ha amato ancora il Figlio? Lo ha amato costituendolo Salvatore, Redentore, Capo della nuova creazione, Giudice dei vivi e dei morti, Signore dei signori e Principe dei re della terra. Non c’è salvezza se non in Cristo. Tutta l’opera della redenzione si compie e si realizza in Lui, con Lui, per Lui. Cristo Gesù, sulla nostra terra, è teofania di luce, carità, potenza, benedizione, grazie, compassione, pietà del Padre. Niente che è in Cristo è di Cristo. Tutto invece è del Padre e il Padre lo opera e lo dice per mezzo di Lui, sempre. Senza Cristo il Padre non parla e non opera.
Come Cristo Gesù rimane in questo amore eterno del Padre? Facendo sempre la volontà del Padre, osservando la sua Parola, compiendo il suo Comandamento. Prima della creazione del mondo, prima che Dio facesse gli Angeli, prima che le anime dei beati e dei giusti giungessero in Paradiso, nel Cielo si faceva la volontà del Padre, si santificava il nome del Padre, si viveva nel regno del Padre e chi faceva tutto questo era il Figlio: « Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra » (Mt 6,9-110). Chi dall’eternità ha fatto e fa questo è il Figlio Unigenito, sempre obbediente alla Volontà del Padre suo.
Come Gesù ha amato i suoi discepoli? Li ha amato ricreandoli, rigenerandoli, soffiando su di loro lo Spirito Santo, nutrendoli con il suo corpo e dissetandoli con il suo sangue, offrendo per la loro redenzione la sua vita sull’albero della Croce. Risuscitando per loro e vivendo di immensa, sconfinata, illimitata carità. Cristo Gesù è morto perché i suoi discepoli rinascessero a vita nuova, fossero nuovamente ricreati in una maniera più nobile e più mirabile della prima creazione. La vita nuova dei discepoli è dalla vita divina di Gesù Signore. È anche dalla carità del suo cuore umano dal quale è sgorgata l’acqua dello Spirito Santo e il sangue della grazia e dei sacramenti della salvezza.
Non basta essere stati fatti da Cristo Gesù, perché noi siamo in eterno. Se vogliamo essere in eterno, dobbiamo vivere in Lui, nella sua eternità, vivendo nel suo corpo, dimorando in esso. Come si rimane nel corpo di Cristo Gesù? Osservando i suoi comandamenti, allo stesso modo che Lui osserva i Comandamenti del Padre suo. Il Comandamento di Cristo non è solo il Vangelo, la Parola proferita da Lui ieri. È anche il Comandamento o la Parola che Lui proferisce oggi, nel suo Santo Spirito. Anche in questa Parola si deve rimanere per rimanere nell’amore di Gesù. L’attualità dell’ascolto fa il vero amore. Dove non vi è ascolto attuale l’amore mai potrà dirsi perfetto, vero, autentico, manca del compimento della volontà che Gesù oggi ci manifesta per il bene più grande non solo nostro, ma dell’intera umanità.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, fateci vivere di amore attuale.

San Patrizio

San Patrizio dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 25 mai, 2011 |Pas de commentaires »

PREGHIERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II NELLA CATTEDRALE DI S. PATRIZIO (USA, 1979)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1979/october/documents/hf_jp-ii_spe_19791003_prayer-st-patrick_it.html

VISITA PASTORALE NEGLI STATI UNITI D’AMERICA

PREGHIERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

NELLA CATTEDRALE DI S. PATRIZIO

New York, 3 ottobre 1979

Cari fratelli e sorelle.

San Paolo domanda: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. Finché rimaniamo quello che siamo questa mattina – una comunità di preghiera unita in Cristo, una comunità ecclesiale di lode e di adorazione del Padre – comprenderemo e sperimenteremo la risposta: che nessuno – assolutamente nulla – ci potrà mai separare dall’amore di Cristo. Per noi oggi la preghiera del mattino della Chiesa è una gioiosa, comunitaria celebrazione dell’amore di Dio in Cristo.
Il valore della Liturgia delle Ore è enorme. Per suo mezzo tutti i fedeli, ma specialmente il clero e i religiosi, adempiono una funzione di capitale importanza; la preghiera di Cristo continua nel mondo. Lo Spirito Santo stesso intercede per il Popolo di Dio (cf. Rm 8,27). La comunità cristiana glorifica con lode e ringraziamento la sapienza, il potere, la provvidenza e la salvezza del nostro Dio.
In questa preghiera di lode noi eleviamo i nostri cuori al Padre di nostro Signore Gesù Cristo portando con noi l’angoscia e le speranze, le gioie e i dolori di tutti i nostri fratelli e sorelle del mondo.
La nostra preghiera diviene anche una scuola di sensibilità, perché ci fa consci di quanto i nostri destini nella famiglia umana sono legati insieme. La nostra preghiera diviene una scuola di amore: un genere speciale di amore cristiano consacrato, per cui amiamo il mondo, ma con il cuore di Cristo.
Per mezzo di questa preghiera di Cristo a cui diamo la voce, la nostra giornata è santificata, le nostre attività sono trasformate, le nostre azioni sono consacrate. Noi preghiamo gli stessi salmi che Gesù pregò ed entriamo in contatto personale con lui: la Persona a cui tutta la Scrittura tende, il fine a cui è diretta tutta la storia.
Nella nostra celebrazione della parola di Dio, il mistero di Cristo si apre davanti a noi e ci involve. E attraverso l’unione col nostro Capo, Gesù Cristo, diventiamo sempre più una sola cosa con tutti i membri del suo Corpo. Ci diventa possibile, come mai prima, lo stenderci ad abbracciare il mondo, ma ad abbracciarlo con Cristo: con generosità autentica, con amore puro ed efficace, nel servizio, nella guarigione e nella riconciliazione.
L’efficacia della nostra preghiera dà un onore speciale al Padre perché è sempre fatta per mezzo di Cristo e per la gloria del suo nome: “Domandiamo questo attraverso nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, un solo Dio, per tutti i secoli dei secoli”.
Come comunità di preghiera e di lode, con la liturgia delle ore messa fra le priorità più alte della giornata – ogni giornata – possiamo essere sicuri che nulla ci separerà dall’amore di Dio che è in Gesù Cristo nostro Signore.

Libro di Rut

non so se ho già messo qualcosa sul libro di Ruth, forse si, ma…mi piace tanto, dal sito:

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/Rut.htm

Libro di Rut

Generalità
Quello di Rut è uno dei libri più brevi dell’Antico Testamento (appena 4 capitoli), eppure brilla per la sua prosa agile ed efficace, e soprattutto per il messaggio di tolleranza e speranza che consegna all’antico Israele. Non a caso Rut è stato inserito dagli Ebrei tra le « Meghillot », i cinque « rotoli » particolarmente cari alla liturgia della Sinagoga, perchè vengono letti per intero in occasione di particolari feste: oltre a Rut sono il Cantico dei Cantici, le Lamentazioni, Ester e il Qoelet. Rut è letto nella festa di Pentecoste, forse per lo sfondo naturale che evoca, quello della mietitura, il tempo in cui si celebrava questa solennità.
Nulla esso ha di storico, trattandosi di un tipico « racconto esemplare » costruito intessendo una vicenda d’amore sullo sfondo della grande genealogia che da Giuda, figlio di Giacobbe/Israele, conduce sino al re Davide. Ma la Bibbia cattolica lo pone tra il libro dei Giudici e il Primo Libro di Samuele, perchè esso può colmare u vuoto tra di essi, spiegando da quale umile radice è uscito il più glorioso tra i sovrani d’Israele, fatto oggetto da Dio della promessa addirittura di un regno eterno.

I nomi del libro
I nomi dei personaggi del libro hanno un significato in stretta relazione con le vicende narrate nel libro.
Elimelec, il giudeo che va ad abitare fra i Moabiti in tempo di carestia, ha un nome che significa « il mio Dio è re », quasi volesse distinguersi politicamente tra gli stranieri in mezzo ai quali vive;
Noemi significa « piacevolezza », ma in Rut 1, 20, dopo essere rimasta vedova, dice « chiamatemi Mara », perchè Mara significa « amarezza »;
Maclon e Chilion, i nomi dei due figli di Noemi, significano « malattia » e « consunzione ». Poco augurante dare nomi simili a dei figli, ma evidentemente essi sono in relazione al loro triste destino;
Orpa, la nuora che abbandona Noemi, significa « voltare le spalle »;
Rut può derivare da una radice che significa « amica »;
Booz, il nuovo marito di Rut, significa « forza »;
Obed, il figlio nato da Booz e Rut che sarà nonno del re Davide, significa « servo » (sottinteso « del Signore »), e quindi richiama misteriosamente la profezia del « servo di JHWH » composta dal Secondo Isaia e riguardante la stirpe del re Davide.

Contenuto
Fin dall’inizio l’autore sottolinea che la storia si svolge « al tempo dei Giudici », giustificando così la saldatura del romanzo di Rut con il libro precedente. Nel capitolo 1 si narra come, durante una carestia, Elimelec di Efrata (cioè della nostra Betlemme, patria del re Davide) sia emigrato nel vicino paese transgiordanico di Moab insieme alla moglie Noemi ed ai due figli. I due figli sposano altrettante donne mabite. Tuttavia la disgrazia si abbatte sulla loro casa: sia Elimelec che i due figli muoiono nel giro di pochi anni. Noemi decide di fare rientro in Giudea e si congeda dalle nuore; ma, mentre Orpa rimane nel paese di Moab, Rut decide di seguirla e rientra con lei a Betlemme, proprio all’inizio della mietitura dell’orzo.
Nel capitolo 2 Rut va a spigolare nei campi di Booz, parente di suo marito, che non solo la lascia fare, ma anzi le offre da mangiare ed ordina ai suoi servi di lasciar cadere apposta delle spighe dai manipoli, perchè ella possa raccoglierli; Booz infatti è stato colpito dalla fedeltà che Rut ha dimostrato nei confronti di Noemi, accendando di venire ad abitare in una terra per lei straniera. Quando Rut riferisce la cosa a Noemi, questa esulta perchè sa che Booz è parente di Elimelec, e dunque può essere loro « riscattatore ».
Nel capitolo 3, l’astuta Noemi prepara l’incontro decisivo tra Rut e Booz, consigliando alla nuora un comportamento simile a quello di una sposa: una volta che Booz si è coricato sull’aia, ella si sdraia accanto ai suoi piedi. Quando il padrone del campo si desta, Rut si rivolge a lui come al suo riscattatore. L’uomo accetterebbe, ma afferma che c’è un parente di Elimelec più prossimo di lui che potrebbe ambire a quel ruolo a buon diritto.
Allora, nel capitolo 4 Booz va dal pretendente e utilizza un abile stratagemma per dissuaderlo. Alla presenza di ben dieci testimoni, trattandosi di un atto giuridico ufficiale, propone all’altro il riscatto delle proprietà di Elimelec, il defunto marito di Noemi. Il suo rivale sarebbe disposto al riscatto ma, quando viene a sapere da Booz che ciò comporta anche il matrimonio con la sua nuora vedova, non se la sente di assumersi quest’onere (forse perchè sa che Rut non è ebrea), e rifiuta in favore di Booz. Booz prende allora Rut come moglie, e tutti vissero felici e contenti. Proprio come in una favola.

Alcune tradizioni

Il riscattatore

Il termine « riscattatore », in ebraico « goel », indica il fratello del marito defunto, o un altro parente stretto, che si impegna a sposarne la vedova per assicurare al morto una discendenza, e quindi il perdurare del suo nome. È questa la celebre « legge del levirato » (dal latino levir, « cognato »), presentata in Deuteronomio 25, 5-6 ma già applicata fin dall’epoca dei patriarchi, come dimostra la celebre vicenda di Er, Onan e Tamar in Gen 38 (probabilmente l’autore biblico riporta all’epoca patriarcale un’usanza assai più tardiva). Tutto il libro di Rut gioca su questa norma per presentare l’idilliaca e quasi bucolica storia d’amore tra Booz e Rut.

Il sandalo
Il libro di Rut si presenta quasi come un « legal thriller dell’antichità », poiché per applicare la legge del levirato occorre che Booz scavalchi un parente più prossimo di lui ad Elimelec. Per farlo occorre giocare con le sottigliezze delle usanze giudaiche; ed il trapasso tra l’anonimo pretendente e Booz avviene attraverso una cerimonia assai arcaica, che affonda certamente le sue radici in un’epoca preesistente alla fondazione della monarchia unitaria. Il rituale prevede la consegna di un sandalo, probabilmente da spiegare con il fatto che il sandalo calpesta la terra, e quindi è simbolo di possesso: chi mette il suo sandalo su un terreno ne deve essere considerato il padrone.
Quest’usanza è attestata altrove nella Bibbia. Ad esempio, nel salmo 60, 10 il Signore afferma:

« Moab è il bacino per lavarmi, sull’Idumea getterò i miei sandali, sulla Filistea canterò vittoria! »

Anche in questo caso il gesto di « gettare i sandali » indica la rivendicazione di un dominio. Invece in Deuteronomio 25, 9-10 il gesto di togliersi il sandalo aveva un significato infamante; ciò ci porta a pensare che il libro di Rut non è nato in ambiente deuteronomistico, ma in uno assai più tardo.

Lia e Rachele
Lia e Rachele sono le due mogli di Giacobbe/Israele, considerate le madri della nazione ebraica, poichè generarono la maggior parte delle tribù (le altre furono generate dalle loro schiave, e quindi, secondo il diritto ebraico, erano da considerarsi anch’esse loro discendenti). In particolare Lia generò Ruben, Simeone, Levi e Giuda (quindi il regno meridionale), mentre Rachele generò Giuseppe e Beniamino (e quindi il regno settentrionale). L’augurio rivolto dal popolo a Booz (4, 11-12):

« Il Signore renda la donna che entra in casa tua come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa d’Israele. Procurati ricchezze in Efrata, fatti un nome in Betlemme! La tua casa sia come la casa di Perez, che Tamar partorì a Giuda, grazie alla posterità che il Signore ti darà da questa giovane! »
è quindi un presagio di fecondità. Rachele viene qui citata per prima perchè, secondo la tradizione riferita in Gen 35, 19, la sua tomba si trova presso Betlemme, patria di Booz e di Noemi.
La genealogia
Ecco come si conclude il libro di Rut (4, 18-22):
« Questa è la discendenza di Perez: Perez generò Esron; Esron generò Aram; Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon; Salmon generò Booz; Booz generò Obed; Obed generò Iesse e Iesse generò Davide. »
Si tratta dunque di un’arida genealogia. Come diremo parlando dei Libri delle Cronache, le genealogie erano un genere letterario molto in voga in Israele, poiché i membri di ogni singola tribù ci tenevano ad accertare la loro origine e quindi la loro appartenenza a questo o a quel potente clan. Questo valeva in particolare per il re Davide, che iniziò la sua brillante carriera come re della sola tribù di Giuda. E siccome Perez era il figlio primogenito che Giuda ebbe dalla nuora Tamar (Gen 38, 6-30), esibendo questa genealogia Davide poteva ben vantare il diritto alla corona. Naturalmente sono riportati solo alcuni anelli della genealogia, perchè fra Giuda e Davide intercorrono oltre 500 anni, e dunque i rappresentanti della dinastia non possono certo essere solo dieci.

Significato
Certamente Rut è un libro « bucolico », essendo pervaso da un’atmosfera da festa paesana e da uno scenario da « Albero degli zoccoli », tanto che il narratore stesso sembra rivivere quest’ambientazione con nostalgia, come si fa oggi con i racconti dei bei tempi antichi, i quali hanno per oggetto una civiltà contadina ormai tramontata per sempre. La raccolta dell’orzo è vissuta come una festa corale, sembra di risentire i mezzadri cantare le loro allegre canzoni mentre mietono il cereale, e in questo scenario da cartolina c’è posto anche per la bella e giovane spigolatrice, della quale, novella Cenerentola, si innamora il padrone del campo, tanto da fare carte false per sposarla. Ma chi si fermasse a quest’atmosfera da fiaba di Perrault non avrebbe compreso fino in fondo il significato dello stupendo libro di Rut.
Esso infatti si chiude con la nonna Noemi che stringe felice tra le braccia il nipotino Obed. In realtà è proprio a questi che l’autore vuole arrivare, più che narrare la casta storia d’amore tra Booz e la sua sposa straniera, vista la sua illustre discendenza, che coincide con la stirpe dei re davidici, e in seguito addirittura con Giuseppe il falegname e con il Messia atteso. Si comprende così come il nostro libro va al di là del semplice quadretto d’amore paesano, per diventare un testo profondamente religioso, pervaso dall’orgoglio della dinastia davidica e dalla speranza dell’avvento messianico.
Ciò giustifica la sua inclusione sia nella Bibbia che nelle Meghillot, ed anche la frequenza con cui questo libro viene letto durante la celebrazione religiosa del matrimonio cristiano.
Del resto, come tutti sappiamo, nella sua genealogia di Gesù Cristo l’evangelista Matteo cita solo quattro donne (l’evangelista Luca non ne cita nessuna), due delle quali sono straniere (Raab e Rut), e tutte venivano biasimate dai bempensanti farisei della sua epoca:
Tamar, che si traveste da prostituta e giace con il suocero Giuda per assicurargli una discendenza;
Raab, che a sua volta è presentata come la prostituta di Gerico che consegna la città nelle mani di Giosuè (secondo Matteo è anche la madre di Booz, anche se ka distanza cronologica tra i due è in realtà di quasi due secoli);
Betsabea, la moglie di Uria che pecca assieme a Davide e per questo perde il primo figlio;
ed infine proprio Rut, una straniera pagana disprezzata da tutti.
Qui siamo davvero di fronte alla realizzazione delle parole del Salmo 116: « La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo »!

GERUSALEMME CASA DI PREGHIERA PER TUTTI I POPOLI

dal sito:

http://www.christusrex.org/www1/ofm/sbf/dialogue/GerusalemmeCasa.html

GERUSALEMME CASA DI PREGHIERA PER TUTTI I POPOLI

Alviero Niccacci

1. Purificazione del Tempio e Isaia 56

L’espressione “Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli” ci è familiare a motivo dei Vangeli. Infatti i Vangeli sinottici la mettono in bocca a Gesù quando fece l’ingresso in Gerusalemme in mezzo a una folla che l’accompagnava in processione davanti e dietro e proclamava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». L’esaltazione messianica della folla si vede bene in Marco, che aggiunge: «Benedetto il regno che viene, del nostro padre David!» (Mc 11,10).
Queste acclamazioni rivelano la convinzione della gente che Gesù sia il Re Messia. In questo ambiente euforico si inseriscono alcuni gesti simbolici di Gesù. Diremmo che Gesù sfrutta l’occasione per compiere gesti forti, che esprimano la novità che egli porta. Secondo il racconto di Marco, egli entra nel Tempio, guarda ogni cosa attorno, ma poi data l’ora tarda torna a Betania per la notte. I fatti che seguono intrecciano simbolicamente una pianta di fico e il Tempio. Gesù pronuncia una parola di condanna su un fico che non ha frutti, poi entra nel Tempio e scaccia venditori e trafficanti. Al mattino seguente constatano che il fico è seccato dalle radici, di nuovo Gesù entra nel Tempio e le autorità religiose – sommi sacerdoti, scribi e anziani – gli domandano con quale autorità faccia queste cose ed egli smaschera la loro mancanza di fede (Mc 11,27-33). È chiaro che per l’evangelista quello che Gesù sta per fare a Gerusalemme simboleggia la sterilità del Tempio, cioè del giudaismo che per colpa delle sue autorità religiose non ha riconosciuto il momento della visita annunciata dai profeti.
La frase che costituisce il tema della nostra riflessione è legata all’episodio noto come la purificazione del Tempio. Gesù giustifica la cacciata dei venditori e trafficanti citando la Scrittura: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri» (Mc 11,17). La citazione mette insieme passi diversi della Scrittura, come spesso avviene. In questo caso la prima parte «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti» è presa dal profeta Isaia (56,7), mentre la seconda parte richiama un passo del profeta Geremia in cui Dio dice agli Israeliti che venivano da tutte le parti a prostrarsi davanti al Signore nel Tempio di Gerusalemme: «È forse una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me?» (Ger 7,11). Commettete ogni genere di peccato, accusa il profeta, eppure confidate nella protezione di Dio, dicendo: «Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo!” (7,4), convinti di poter stare tranquilli! Come Dio nell’AT, così Gesù ora smaschera la separazione della vita dal culto, della condotta dalle pratiche religiose. Sia Dio che Gesù riaffermano con forza la santità e le esigenze pratiche della fede autentica. E, aggiunge Gesù, la fede autentica esige ora un rinnovamento profondo: è volontà di Dio accogliere il suo Cristo che è venuto a rinnovare il Regno e il culto. Se questo non avviene, il Tempio diventerà sterile, Dio stesso lo farà distruggere.
Notiamo però che la frase che a noi interessa in questo momento, «casa di preghiera per tutti i popoli», si trova solo in Marco, mentre Matteo e Luca hanno soltanto: «casa di preghiera». È chiaro che in quel preciso momento era importante la funzione autentica del Tempio come «casa di preghiera», il Tempio che era diventato «spelonca di ladri» e avrebbe perduto la sua funzione, anzi sarebbe stato distrutto per il fatto che i capi religiosi rifiutavano il Cristo. Ricordiamo che nel vangelo di Giovanni Gesù afferma in modo diretto: «Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere… Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19.21). Questa frase non significa di per sé soppressione né sostituzione ma piuttosto rinnovamento, trasformazione dopo la distruzione. Ma lasciamo da parte, per ora, questo aspetto importante che riguarda il rapporto tra le realtà “prime” dell’AT e le realtà “nuove” del NT.
Il testo citato da Gesù, Is 56,7, se lo guardiamo nel suo contesto si rivela straordinariamente illuminante. Lo troviamo inserito in una serie di oracoli di salvezza che precedono e accompagnano il cosiddetto quarto carme del Servo del Signore (Is 52-13-53,12). Il profeta annuncia che due tipi di persone, due gruppi marginali, esclusi dalla comunità degli Israeliti in base alla Legge mosaica, verranno ammessi nella futura comunità che il Signore promette di restaurare. I due gruppi sono gli stranieri e gli eunuchi, nell’ordine: stranieri – eunuchi, eunuchi – stranieri. E qui le parole di Dio per bocca del profeta sono di un’apertura straordinaria, soprattutto per la mentalità di allora:
«Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!”.
Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore:
“Agli eunuchi che osserveranno i miei sabati [cioè le mie feste durante l’anno], preferiscono le cose di mio gradimento e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome meglio di figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio santo monte e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare perché il mio tempio (‘la mia casa’) si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,3-7).
L’apertura di questo testo si capisce meglio se si considerano anche i due versetti iniziali del c. 56 e quello finale. All’inizio Dio invita a osservare la rettitudine e a fare la giustizia poiché la sua salvezza è prossima a manifestarsi. Poi pronuncia una beatitudine: «Beato l’uomo che così agisce, e il figlio dell’uomo che a questo si attiene, che osserva il sabato senza profanarlo, che preserva la sua mano da ogni male» (Is 56,2). Dopo questo vengono interpellati i due gruppi marginali, gli stranieri e gli eunuchi, come abbiamo visto. Cosa c’è di straordinario in questo? Anzitutto che si dica “uomo / figlio dell’uomo”, e non giudeo, o figlio di Israele, o simile; e poi che ai due gruppi marginali vengano richieste le stesse cose, né più né meno che a un israelita e ad ogni uomo, e cioè compiere i doveri verso Dio, osservando le sue feste, e compiere i doveri verso il prossimo, guardandosi da ogni ingiustizia. Nient’altro.
Il professore dell’università ebraica di Gerusalemme che partecipò al nostro simposio (February 17-18, 1997), Mosheh Greenberg, molto conosciuto, commentando questo passo di Isaia, ne fece notare la sorprendente apertura. In particolare il fatto che agli stranieri non viene chiesto di aderire al popolo ebraico, come invece si legge ad es. in Ester 9,27, ma basta che essi «hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi». Possiamo aggiungere che questa apertura della salvezza ad ogni uomo si riflette anche nella promessa di Dio alla fine dell’oracolo: «Io ancora radunerò i suoi prigionieri, oltre quelli già radunati» (Is 56,8). Forse l’ultima frase andrebbe tradotta meglio: «Ancora radunerò (altri) ad esso [cioè ad Israele] oltre quelli già radunati», il che lascia intendere che oltre a Israele saranno radunati altri che non appartengono al popolo eletto. E questo non può non ricordarci il detto di Gesù in Gv 10,16: «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile [cioè di Israele]; anche queste devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
Di fronte all’apertura universale del passo di Isaia notata dal Prof. Greenberg, richiama l’attenzione, per contrasto, l’interpretazione totalmente restrittiva che il passo riceve nella letteratura rabbinica. Nel nostro simposio questo aspetto fu illustrato da un altro Professore dell’università ebraica di Gerusalemme, Avigdor Shinan, il quale mostrò che Is 56,7 viene citato una ventina di volte nel Talmud, sia in quello Babilonese che in quello Palestinese, e nei vari Midrashim (o interpretazioni omiletiche della Scrittura), e in ogni caso l’espressione “Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli” viene riferita esclusivamente al popolo ebraico. Il Prof. Shinan spiegò questa interpretazione restrittiva nel quadro della polemica tra giudei e cristiani che nei primi secoli della nostra era condizionò le posizioni teologiche dei Rabbini e anche dei Padri della Chiesa. Semplicemente i Rabbini non volevano condividere la santità di Gerusalemme con la nuova religione.
È interessante notare come lungo i secoli la polemica orientò l’interpretazione. Da un contributo del prof. Bruno Chiesa dell’università di Torino, anch’esso pubblicato negli atti del nostro simposio, risulta che, a differenza dei rabbini più antichi, alcuni esegeti giudaici del X sec., sia rabbaniti (ortodossi) che caraiti (una specie di protestanti di area cristiana), propugnarono una lettura assolutamente universalistica di Is 56,7. Ad es. il rabbanita Saadia Gaon, un famoso esegeta, scrive:
«Con le parole La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli Egli intende che essa fu costruita per questo scopo: perché chiunque venga ad essa dal mezzo di tutte le nazioni, Dio ascolti la sua voce, come disse Salomone [e cita parte della bella preghiera di Salomone in occasione dell’inaugurazione del Tempio, 1 Re 8,41-43]: Ugualmente uno straniero, che non è del tuo popolo Israele, qualora venga da un paese lontano per amore del tuo nome… tu ascoltalo dal cielo, dal luogo della tua dimora, e soddisfa tutte le richieste dello straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come Israele tuo popolo…».
Il Prof. Chiesa spiegò questo cambiamento con la polemica religiosa con l’islam. In campo ebraico si avvertì il bisogno di sviluppare un’apologetica del giudaismo che fosse capace di contrastare l’islam che si presentava come una rivelazione universale, mentre il giudaismo, religione di minoranza, rischiava di apparire come rivelazione parziale.
Accenno soltanto che i sec. X-XIII furono un’epoca d’oro del dialogo interreligioso tra musulmani, giudei e cristiani. Soprattutto a Bagdad e Damasco, i califfi promossero dialoghi tra rappresentanti delle fedi monoteistiche. Ne è derivata una straordinaria letteratura in lingua araba a cui contribuirono giudei, cristiani e musulmani, una letteratura che potrebbe costituire un modello e una fonte di ispirazione importante per la difficile situazione attuale. Non possiamo dimenticare inoltre che gli studiosi arabi costituirono un ponte tra la cultura classica e l’occidente. Gli esperti dicono che anche la disputa scolastica fu modellata su quella dei filosofi arabi. Al nostro simposio una conferenza del Prof. Wadi Abullif del Centro Francescano di Studi Orientali Cristiani del Muski (Cairo) e poi una comunicazione orale del Vescovo di Nazaret, Mons. Giacinto Bulos Marcuzzo, presente al simposio, richiamarono l’attenzione in particolare sulla letteratura arabo-cristiana, originata a Gerusalemme e nei monasteri dei dintorni, letteratura che costituisce un patrimonio ricchissimo, tuttora in corso di studio, importante per la coscienza e per l’identità dei cristiani attuali del Medio Oriente.

2. Lo spazio sacro a Gerusalemme: la Montagna e il Golgota
In un testo musulmano dell’VIII sec. leggiamo:
«Il posto più santo (al-quds) sulla terra è la Siria; il posto più santo nella Siria è la Palestina; il posto più santo nella Palestina è Gerusalemme (Bayt al-maqdis); il posto più santo in Gerusalemme è la Montagna; il posto più santo in Gerusalemme è il luogo di culto (al-masjid), e il luogo più santo nel luogo di culto è la Cupola».
È curioso notare che questa filastrocca, chiamiamola così, riproduce, adattandolo all’islam, un modello giudaico che si legge nel Midrash Tanhuma (Qedoshim, c. 10):
«La terra di Israele è situata nel centro del mondo, Gerusalemme nel centro della terra di Israele, il Santuario (bet ha-miqdash) nel centro di Gerusalemme, il Santo dei Santi (ha-hekal) nel centro del Santuario, e la pietra di fondazione su cui il mondo fu fondato è situato di fronte al Santo dei Santi».
Analogamente per i cristiani il Golgota è il centro della terra perché, secondo il Sal 73/74,12, “Dio… ha operato la salvezza nel centro della terra”. E una tradizione riportata da Pietro Diacono nel Liber de locis sanctis presenta una filastrocca analoga a quella giudaica e islamica adattandola alla Basilica del S. Sepolcro:
«Il Sepolcro del Signore… è fabbricato nel centro del Tempio; il Tempio poi nel centro della Città verso settentrione, non lontano dalla Porta di David. Dietro la Risurrezione (= la rotonda dell’Anastasi) c’è l’orto in cui Santa Maria parlò con il Signore. Fuori della Chiesa, nella parte posteriore, è segnato il centro del mondo, del quale David dice: “Hai operato la salvezza nel centro della terra”. Un altro profeta dice: “Questa è Gerusalemme, l’ho posta nel centro delle genti”.
Queste espressioni evidenziano una tendenza delle tre religioni monoteistiche a adottare l’una dall’altra concezioni simili riguardo ai propri luoghi santi: il Monte del Tempio per i giudei, la Cupola della Roccia, o Moschea di Omar, per i musulmani, e il Monte Calvario e il S. Sepolcro per i cristiani. Tutti questi luoghi santi sono situati in Gerusalemme, la Città dell’unico Dio, creatore e sovrano della terra, la Città Santa delle tre religioni.
Sappiamo dagli Atti degli Apostoli che la primitiva comunità giudeo-cristiana pregò nel tempio insieme agli altri giudei (At 2,46). Anche dopo la distruzione del Tempio e della parte della Città dentro le mura, questa comunità continuò a vivere intorno al luogo dell’Ultima Cena e della discesa dello Spirito Santo. Il Cenacolo diventò la sede della Chiesa Madre sotto la guida di vescovi di origine giudaica fino al regno di Costantino. Un altro luogo di preghiera dei giudeo-cristiani dopo la distruzione del Tempio fu il Getsemani, che fu considerato anch’esso nuova «Casa di preghiera per tutti i popoli». Venne poi l’imperatore Adriano che nel 117 distrusse ciò che rimaneva della città e la ricostruì in stile ellenistico (col nome di Aelia Capitolina), cacciò i giudei e dissacrò i luoghi santi cristiani (pose il culto di Venere sul Calvario e una statua di Giove sul S. Sepolcro). Fallito un tentativo di ricostruire il Tempio giudaico al tempo di Giuliano l’Apostata (ca. 363), il Monte del Tempio restò una discarica fino all’avvento dei musulmani. Costantino stabilì un cristianesimo di tipo gentile, cioè non giudaico, si impossessò dei luoghi santi e nel 335 costruì il magnifico complesso del Sepolcro di Gesù con la rotonda dell’Anastasi, un cortile ad aria aperta che terminava con la Basilica del Martyrion che dava sul cardo, la strada principale della Città, mentre il Calvario fu lasciato all’aria aperta.
Come scrive Eusebio nella Vita di Costantino (III, 33), il magnifico complesso costantiniano intendeva ricostruire «la nuova Gerusalemme in antagonismo all’antica e famosa Città che, dopo la sanguinosa uccisione del nostro Signore, fu spazzata via fino al punto di distruzione totale… la nuova Gerusalemme preannunciata dai profeti». In altre parole la Basilica doveva rimpiazzare il Tempio giudaico, ne ereditò le prerogative e fu considerata perciò il centro del mondo. Gerusalemme così continuò ad essere la Città Santa, meta di pellegrinaggi.
D’altra parte l’area dell’antico Tempio, salvo forse un tentativo dell’imperatore Eraclio intorno al 628/630, fu lasciata in stato di abbandono in ricordo delle parole di condanna del Signore, fino a quando, nel 638, il Patriarca Sofronio la indicò a Omar Ibn al-Khattab come luogo adatto per il culto e vi fu costruita la famosa Moschea della Roccia. Nel periodo omayyade (661-750, califfi residenti in Siria, Damasco) Gerusalemme diventò Città Santa dell’islam per vari motivi, sia politici che religiosi, in particolare per la tradizione del viaggio notturno del Profeta (isra‘) e della sua Ascensione al cielo (mi‘raj) da quel luogo. Si stabilì la credenza che sulla Roccia Sacra (sakhra) avvenne la creazione dell’umanità, là fu costruito il Tempio di Salomone e quello sarà il luogo del giudizio finale.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato una somiglianza strutturale tra il complesso delle Moschee e quello costantiniano del S. Sepolcro, in particolare l’allineamento assiale della Moschea della Roccia con quella di al-Aqsa, che riproduce l’allineamento dell’Anastasi con la basilica del Martyrion (parliamo del complesso costantiniano, prima della ristrutturazione dei Crociati). È significativo il fatto che le iscrizioni della Moschea della Roccia, o di Omar, parlino di Gesù mentre non nominano l’Ascensione di Maometto (il che dovrebbe significare che il legame con Maometto fu introdotto posteriormente). L’iscrizione su Gesù, parafrasando una Sura del Corano (19,33), dice: «O Dio! Benedetto il tuo messaggero e tuo servo Gesù, figlio di Maria! Benedetto sia nel giorno della sua nascita, nel giorno della sua morte e nel giorno in cui sarà risuscitato dai morti!». L’iscrizione riflette la credenza musulmana che Gesù non morì sulla croce e perciò non risuscitò dai morti; questo avverrà alla fine dei tempi. È probabile comunque che la Cupola della Roccia si opponga intenzionalmente alla Cupola della Anastasi, al punto che ne riproduce la struttura rotonda. Per alcuni studiosi la Cupola della Roccia doveva anche prendere il posto dell’antico Tempio giudaico. Ancora una volta si nota la tendenza di contrapposizione e di sostituzione degli edifici sacri delle tre religioni, sempre nello stesso luogo della Città Santa.
Infine i Crociati, dopo un violento periodo di conquista, cristianizzarono completamente la spianata del Tempio e delle Moschee: trasformarono la Moschea di Omar nel Templum Domini, il vero tempio del Signore accanto al S. Sepolcro, e la Moschea al-Aqsa nel Templum Salomonis, sede del Re latino e più tardi dei Templari. Si creò anche una ideologia teologico-politica che collegava i Crociati nientemeno che ai Maccabei e agli eroi dell’antico Israele.

3. Linee di dialogo interreligioso
Premesse incoraggianti da cui potrebbe svilupparsi il dialogo interreligioso esistono nella tradizione delle tre religioni. Ad es. una voce autorevole del giudaismo come Maimonide (1135-1204) in un passo della sua opera Mishneh Torah riconosce una funzione positiva sia al cristianesimo che all’islam:
«Oltrepassa la mente umana il poter indagare i disegni del Creatore, poiché le nostre vie non sono le sue vie, né i suoi pensieri i nostri pensieri. Tutte queste cose riguardanti Gesù di Nazaret e l’Ismaelita (= Maometto) che venne dopo di lui servirono solo ad aprire la strada al Re Messia, a preparare tutto il mondo al culto di Dio all’unisono, come sta scritto: “Poiché allora io darò ai popoli una lingua pura, perché essi possano invocare il Nome del Signore per servirlo di comune accordo” (Sof 3,9). Così la speranza messianica, la Torah e i comandamenti sono diventati argomenti noti, argomenti di conversazione (tra gli abitanti) delle isole lontane e di molti popoli incirconcisi di cuore e di carne».
D’altra parte si legge nel Corano che le Scritture sia degli ebrei che dei cristiani sono forme differenti dello stesso Libro Celeste, chiamato “la Madre del Libro”. Ad es. nella Sura 5 Dio dice a Maometto:
«In verità Noi abbiamo rivelato la Torah, che contiene retta guida e luce, con la quale giudicavano i Profeti, tutti sottomessi a Dio, fra i giudei… E facemmo venire dopo di loro Gesù, figlio di Maria, a conferma della Torah rivelata prima di lui, e gli demmo il Vangelo pieno di retta guida e di luce, che conferma la Torah rivelata prima di esso, retta guida e ammonimento ai timorati di Dio… E a te abbiamo rivelato il Libro secondo Verità, a conferma delle Scritture rivelate prima, e a loro protezione. — A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, poiché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia» (5,44.46.48).
Queste sono parole di grande saggezza e apertura, anche se il seguito della Sura 5 è molto dura verso giudei e cristiani che si oppongono ai musulmani; in verità, più verso i giudei che verso i cristiani, perché – dice Dio – «fra di loro (= i cristiani) vi sono preti e monaci ed essi non sono superbi, ma anzi, quando ascoltano quello che è stato rivelato al Messaggero di Dio (= Maometto), li vedi versare lacrime copiose dagli occhi…» (5,82-83).
Nel qualificare la successione delle rivelazioni – la Torah, cioè l’AT, il Vangelo e il Corano – troviamo un linguaggio di compimento che non è lontano da quello che Gesù stesso usò, ad es., in Mt 5,17: «Non sono venuto per abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire ma per portare a compimento». Già nell’AT si leggono dei termini che indicano questo rapporto ‘realtà antica – realtà nuova’, con l’idea che la seconda non annulla né sostituisce la prima, poiché entrambe sono opera di Dio, ma la porta a compimento. Compimento nel senso che la ‘realtà nuova’ realizza pienamente il disegno di Dio, un disegno che si manifesta e anche si attua a tappe fino, appunto, al compimento.
Gli aggettivi che troviamo nell’AT per qualificare le opere di Dio nella storia sacra sono “primo – nuovo” («nuove cose / nuovo cielo e terra / nuova alleanza / nuovo spirito e cuore») o anche “antico – nuovo”. Notiamo che “antico”, come “primo”, non è un termine dispregiativo; per cui non sarei disposto ad adottare la terminologia che talvolta si legge o si sente “Primo Testamento” invece di “Antico Testamento”, come se quest’ultima designazione fosse denigratoria! Inoltre, per evitare controversie spiacevoli e per non farsi condizionare in un senso o nell’altro, dovremmo sempre tener presente che stiamo parlando delle opere di Dio, che Dio stesso attraverso gli scrittori sacri ha designato in quel modo; non parliamo di opere di uomini, e perciò la cosa non dovrebbe originare alcuna rivalità tra le comunità di fede in quanto tali, ebrei o cristiani.
Dobbiamo fare lo sforzo di comprendere il piano di Dio nella nostra storia in base ai segni che egli ci manda. Ci rendiamo conto, ad esempio, che il piano di Dio si realizza per gradi, dato che le realtà “prime” sopravvivono accanto alle realtà “nuove”. Concretamente, Israele sussiste accanto alla Chiesa; ha la sua rivelazione, i suoi ordinamenti religiosi, le sue guide, i suoi fedeli, a cui promette la salvezza. Ora le promesse di Dio sono irrevocabili, e il fatto che esse siano giunte allo stadio finale non comporta che lo stadio precedente sia annullato; anzi, lo stadio finale non si capirebbe senza quello precedente. In questa visione del piano di Dio nella storia e del suo sviluppo secondo il volere dello stesso Dio, trova posto il giudaismo con i suoi valori e il suo sistema religioso. Fatte le debite proporzioni, qualcosa di analogo possiamo dire dell’islam, dei suoi valori e del suo sistema religioso.
Ciò non significa però che il sistema religioso giudaico possa essere considerato una via parallela alla salvezza: salvezza attraverso Mosè per i giudei, attraverso Gesù per i cristiani. No. Analogamente per il sistema religioso islamico. Mi sembra preferibile una via media. Certo a nessuna religione si può chiedere di rinunciare alle proprie convinzioni, ma ogni religione dovrebbe tener conto delle convinzioni delle altre. E soprattutto, le tre religioni monoteistiche dovrebbero tener conto del piano di Dio, un piano che sorpassa la comprensione di tutti noi e si sviluppa a suo modo, in diverse tappe e in modi diversi. Alla fine, le tre religioni dovrebbero rimanere aperte alle vie del Signore e al suo volere sovrano. È assolutamente necessario evitare di fare del confronto delle religioni un confronto di popoli, gruppi, culture, meno ancora di sistemi politici. I tempi che stiamo vivendo pongono questa necessità in modo drammatico.

4. Qualche idea conclusiva
La presenza di fedeli musulmani ed ebrei intorno alla stessa area sacra della Montagna e di fedeli cristiani nella vicina area sacra del Golgota, come pure l’afflusso dei pellegrini delle tre religioni a Gerusalemme possono già apparire agli occhi della fede come una realizzazione, sia pure parziale, della profezia del raduno di molti popoli sul Monte Sion per apprendere le vie del Signore e camminare sui suoi sentieri proclamata dal profeta Isaia e dal profeta Michea (Is 2,2-4; Mic 4,2-4). Questo movimento di popoli si constata fisicamente, ad es., il venerdì, quando i francescani guidano i fedeli locali e i pellegrini lungo la Via Dolorosa per la preghiera della Via Crucis. Lungo la strada pianeggiante che dalla Porta di Damasco va verso l’ingresso alle Moschee e giunge al Muro del Pianto, si incrociano gruppi di ebrei che vanno verso il Muro del Pianto e musulmani che escono dalla preghiera nelle Moschee.
Il problema è come intendere il rapporto tra unità e diversità, tra fede nell’unico Dio e le tre religioni. Il Corano delinea questo problema più di una volta collocandolo nel quadro del piano di Dio, dato che è Dio stesso che ne parla a Maometto (cf. ad es. Sura 2,213; 3,19-20; 5,48; 98,5). Dio afferma che all’inizio l’umanità era una e una la religione; le differenze sono venute per volontà di Dio stesso che ha variato le sue prescrizioni in modo da adattarsi alle diverse nazioni e alle diverse epoche. Dio ha voluto le differenze per mettere i popoli alla prova, per saggiare la loro capacità di accettare il suo volere ogni volta che si rivelava a loro.
Un punto importante di convergenza delle tre religioni è la figura di Abramo: per il giudaismo, naturalmente, Abramo è il padre del popolo e della fede; il Corano invita i credenti a seguire la “religione di Abramo” (Sura 2,130.135; 3,95; 16,123); ad Abramo, padre di tutte le genti nella fede, si rifà anche il cristianesimo come alla figura che apre ai non ebrei la possibilità di diventare parte del popolo di Dio e eredi delle promesse (cf. specialmente Rom 4 e Gal 3).
Nel concludere il nostro simposio a Gerusalemme sottolineai l’importanza di tre parole nel dialogo delle tre religioni: fedeltà, dialogo, condivisione, tre parole che credo sono importanti a Gerusalemme oggi in modo speciale. Fedeltà verso Dio e la sua guida nella storia. Dialogo intorno alle Scritture e alle rispettive tradizioni sacre con mente aperta e senza diffidenze. Come abbiamo ricordato, i secoli passati ci hanno trasmesso notevoli esempi di discussione pacifica tra ebrei, cristiani e musulmani su aspetti della rivelazione comune e su temi teologici della tradizione. Questi esempi possono essere una fonte di ispirazione anche oggi. Dobbiamo imparare di più l’uno dall’altro e soprattutto dobbiamo imparare da Dio lasciando che la Scrittura sia nostro giudice. In questo contesto la condivisione è l’unica soluzione. Se le tre religioni hanno tanto in comune e hanno un posto e una funzione nel piano di Dio per l’umanità, allora la condivisione è obbligatoria. Di nuovo, guardando ai secoli passati troviamo esempi di condivisione dei luoghi di culto, come nella Basilica della Natività a Betlemme nei sec. X-XIV e in altri santuari cristiani. Con l’aiuto di Dio, questo atteggiamento può avvicinare le tre religioni a mutua comprensione che sola può rendere possibile una soluzione.
Questa proposta può apparire irenica e semplicistica. Ma è molto esigente. Richiede ai credenti di andare oltre la propria visione della realtà, verso il Regno di Dio che in fondo non è legato a nessuna religione. Richiede di guardare alla conclusione della storia umana e di valutare le divergenze presenti in quella luce.
Condivisione e comunicazione aperta potrebbe realizzare un Medio Oriente ideale e prospero secondo il sogno di Isaia 19:
“[23] In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. [24] In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. [25] Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”.

Omelia per il 25 maggio 2011, prima lettura: Nessun altro peso (Paolo e Barnaba inviati a Gerusalemme)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9874.html

Omelia (13-05-2007) – prima lettura

don Marco Pratesi

Nessun altro peso

(Paolo e Barnaba inviati a Gerusalemme)

La prima lettura ci presenta un momento cruciale nella vita della Chiesa primitiva. La primissima comunità era interamente formata da ebrei. Man mano che la sua forza di irradiazione si era estesa, vi avevano fatto ingresso anche dei pagani. Per un po’ i due gruppi avevano convissuto senza questioni, ma ad un certo punto era nato un problema. Alcuni cristiani provenienti dal gruppo dei farisei (cf. At 15,5) ritenevano necessaria per la salvezza l’assunzione di un doppio giogo, quello di Cristo e quello della Torah (At 15,10): « se non vi fate circoncidere non potete esser salvi ». Il problema era di non poco conto, sia dal punto di vista teorico che pratico. Per salvare, Cristo ha bisogno di qualcos’altro? Da solo è insufficiente, bisognoso del complemento della Torah? Il Risorto può essere sacramento universale di salvezza soltanto attraverso Mosè? Dal punto di vista pratico, l’imposizione a tutti della legge ebraica avrebbe comportato un drastico ridimensionamento della forza di attrazione del cristianesimo: per arrivare a Cristo qualsiasi pagano avrebbe dovuto superare una non piccola difficoltà culturale.
Fu necessaria capacità di discernimento, libertà interiore e ampiezza di prospettive per trovare la strada. Questi nostri padri, tutti ebrei, giustamente attaccati alla loro tradizione (anche Paolo), seppero vedere con lucidità – era lo Spirito Santo ad illuminarli – che cosa era veramente indispensabile per « essere di Cristo » (cf. 1Cor 1,12). Abituati alle loro categorie ebraiche, che nessuno di essi ripudiò, seppero tuttavia non lasciarsi rinchiudere in esse.
Notiamo che la spinta all’apertura venne dalla prassi, dalle situazioni. Già Pietro aveva dovuto costatare, come ricorda egli stesso nell’assemblea (15,7-9, non letto) che nei fatti Dio aveva dato lo Spirito ai pagani. Poi Barnaba e Paolo avevano fatto la stessa esperienza in modo ancora più vasto (At 15,4.12). Non c’è qui un procedimento deduttivo, quanto piuttosto un lasciarsi interrogare, e quasi condurre per mano, dall’azione di Dio nella storia. Certo, non senza aver operato un discernimento.
Il risultato dell’assemblea di Gerusalemme fu chiaro: a chi vuole entrare nella Chiesa non si deve imporre alcun peso che non sia strettamente necessario. Le osservanze che gli Apostoli imposero ai pagani convertiti, quale che sia la loro precisa interpretazione, avevano poi la funzione di consentire relazioni fraterne tra cristiani delle due provenienze.
Al di là del rapporto tra Legge di Mosé e Vangelo, problema che sarà al cuore della riflessione paolina, è importante oggi tenere presente questo esempio. In un’epoca disorientata e senza tradizioni, non dobbiamo chiedere a chi si accosta alla fede niente che non sia ad essa strettamente essenziale e necessario, per non chiudere quelle porte che Dio apre. Non dobbiamo lasciarci imprigionare nei nostri schemi e abitudini, come se quello che per noi è stato mezzo di salvezza dovesse esserlo per tutti.
Qui si richiede capacità di discernimento: discernere la fede dalle sue forme, il Vangelo dai modi nei quali esso può essere tradotto. Attenzione, si naviga tra Scilla e Cariddi: da un lato, ritenere irrinunciabili alcune modalità pone indebiti ostacoli sulla via della salvezza; dall’altro, non richiedere quello che è essenziale, rinunziarvi per « attirare », come si dice, più persone, significa dissolvere la proposta cristiana. Da un certo punto di vista si deve richiedere il minimo. Da un altro il massimo.
Lo Spirito Santo guida la Chiesa: ci conceda di mostrarci all’altezza dei nostri padri nella fede per essere anche oggi luce dei popoli.

Omelia (25-05-2011) : Senza di me non potete far nulla

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22504.html

Omelia (25-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Senza di me non potete far nulla

Nell’antico Testamento immagine o figura del popolo di Dio era la vigna: « Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nella terra » (Is 5,1-8). Nella vigna l’unità è data dal campo e dall’unico padrone o signore. Le viti possiedono ognuna una loro specifica, particolare individualità, singolarità, unicità. L’unità è data poi dall’unico vino che viene fatto mettendo insieme tutti i grappoli di tutte le viti.
Tutto cambia con Gesù. Non vi sono più viti, ma una sola. Questa unica e sola vite è Cristo Gesù. Gesù però non è una vita come le altre, pari alle altre, ognuna con una sua particolare consistenza o natura. Cristo Gesù è la vite vera e il Padre suo è l’Agricoltore. Non ci sono nel mondo altre viti vere. Dio non è Agricoltore di nessun’altra vite. È Agricoltore solo della vite vera che è Gesù. Le altre viti non sono coltivate dal Padre e quindi crescono male, senza alcuna cura, si sviluppano disordinatamente. La vite vera invece cresce bene, viene potata dal Padre perché porti più frutto. Mai la vite
I discepoli non sono viti. Sono i tralci di quest’unica vite. Il tralcio tagliato dalla vite non porta frutto. Secca e viene gettato nel fuoco. Se invece rimane attaccato alla vite, fa molto frutto, perché potato dal Padre e da Lui aiutato a crescere bene. È questo il segreto della buona fruttificazione di ogni discepolo di Gesù: rimanere sempre nella vite vera che è Cristo Gesù. Come si rimane in queste vite? Rimanendo nella sua Parola, nella sua obbedienza, nel suo ascolto, nel suo amore, nella sua verità. Rimanendo in Cristo, il discepolo di Gesù porta molto frutto e il Padre viene glorificato, perché il mondo intero vede le sue opere, opere di Cristo e del Padre, che vengono compiute dal tralcio che è ogni discepolo del Signore.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, fateci una cosa sola con Gesù.

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