Archive pour mai, 2011

Omelia (29-05-2011) : Un servo non è più grande del suo padrone

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22507.html

Omelia (29-05-2011) 

Movimento Apostolico – rito romano
 
Un servo non è più grande del suo padrone

Il mondo è nelle tenebre. Gesù è la luce vera che viene per illuminare ogni uomo. Tra luce e tenebre vi è una opposizione naturale. La luce scaccia le tenebre e le dissolve. Le tenebre si avventano contro la luce per distruggerla. Dove regnano le tenebre non potrà mai regnare la luce. Dove invece regna la luce mai vi potrà essere posto per le tenebre. La separazione sarà eterna e inconciliabile.
La luce è carità, perdono, misericordia, pietà, verità, obbedienza, sottomissione, arrendevolezza, gioia, pace, povertà in spirito, purezza del cuore e della mente, cammino perenne nella Parola di Dio. Le tenebre invece sono odio, rancore, superbia, concupiscienza degli occhi e della carne, invidia, gelosia mortale, arroganza, prepotenza, guerra, desiderio di morte, eliminazione fisica e spirituale, sopruso, ingiustizia infinita, divisioni, dissidi, incapacità di governarsi.
Le tenebre sono il male che vuole imporre la legge del male sulla terra. La luce è il bene che viene per proporre la verità e la carità di Dio come regola di giusta relazione con i fratelli. Le tenebre vogliono imporre l’inferno tra gli uomini. La luce invece vuole far discendere il Paradiso. La luce è libertà. Le tenebre sono schiavitù. La luce è invito. Le tenebre sono costrizione. La luce è desiderio, proposta, dono. La luce si dona con tutta la sua amorevolezza. Le tenebre conquistano, fanno guerra, uccidono la luce perché non brilli più in mezzo agli uomini.
Gesù è venuto. Le tenebre lo hanno rifiutato. Perché non desse più la sua luce agli uomini lo hanno ucciso prima spiritualmente e infine anche fisicamente. Lo hanno trattato con ogni asprezza, empietà, lo hanno massacrato, crocifisso, ucciso, sepolto, sperando di aver vinto per sempre. Lui però è risorto e la sua luce brilla e nessuno la potrà più distruggere, abbattere, cancellare.
Ecco ora cosa dice Gesù ai suoi discepoli: Io sono la luce eterna e sono stato crocifisso dalla tenebre che imperversano nel mondo. Io ho fatto voi, scegliendovi dal mondo, verità nella mia verità, vita dalla mia vita, luce delle mia luce. Voi siete la mia luce visibile fra i vostri fratelli e dovete anche voi splendere nelle tenebre. Se hanno odiato la luce madre, odieranno anche la luce figlia; se hanno crocifisso la luce sorgente, crocifiggeranno anche la luce attinta, derivata. Se siete luce sarete odiati, perseguitati, crocifissi, uccisi, lapidati, strangolati, decapitati.
Se invece camminate dietro di me, ma non siete luce in me, luce della mia luce, il mondo vi accoglierà, vi amerà, vi rispetterà, perché esso ama ciò che è suo e sue sono solo le tenebre. La persecuzione è il segno che noi siamo luce nel Signore. Finché saremo perseguitati, il mondo ci vedrà luce nel Signore. Quando non ci vedrà più luce nel Signore, le persecuzioni cesseranno e noi saremmo accolti da esso. Se il mondo ci accoglie è segno che Cristo Gesù da noi è stato tradito, rinnegato, venduto, scacciato dal nostro cuore. Al suo posto si sono radicate in noi le tenebre del mondo.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Vergine della Luce, aiutaci ad essere luce della luce di Cristo Gesù. Angeli e Santi del Cielo, fateci luce sempre più splendente. 

DOMENICA 29 MAGGIO 2011 – VI DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 29 MAGGIO 2011 – VI DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20110529.shtml

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo     (Cap. 5, 5 – 6; PG 74, 942-943)

Dio ci ha riconciliati per mezzo di Cristo
e ci ha affidato il ministero della riconciliazione
Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, tiene come già presente ciò che aspetta e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d`ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne. Infatti, brillando a noi l’Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica. Quando regnava il peccato eravamo tutti vincolati dalle catene della morte. Ora che è subentrata al peccato la giustizia di Cristo, ci siamo liberati dall’antico stato di decadenza.
Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l’altro, la particolare caducità propria dei corpi. Vi fa cenno san Paolo quando dice: «Infatti anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2 Cor 5, 16). In altre parole: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), e per la vita di noi tutti accettò la morte del corpo. La nostra fede prima ce lo fa conoscere morto, poi però non più morto, ma vivo; vivo con il corpo risuscitato al terzo giorno; vivo presso il Padre ormai in una condizione superiore a quella connaturale ai corpi che vivono sulla terra. Morto infatti una volta sola non muore più, la morte non ha più alcun potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (cfr. Rm 6, 8-9).
Pertanto se si trova in questo stato colui che si fece per noi antesignano di vita, è assolutamente necessario che anche noi, calcando le sue orme, ci riteniamo vivi della sua stessa vita, superiore alla vita naturale della persona umana. Perciò molto giustamente san Paolo scrive: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco ne sono nate di nuove!» (2 Cor 5, 17). Fummo infatti giustificati in Cristo per mezzo della fede, e la forza della maledizione è venuta meno. Poiché egli è risuscitato per noi, dopo essersi messo sotto i piedi la potenza della morte, noi conosciamo il vero Dio nella sua stessa natura, e a lui rendiamo culto in spirito e verità, con la mediazione del Figlio, il quale dona al mondo, da parte del Padre, le benedizioni celesti.
Perciò molto a proposito san Paolo scrive: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2 Cor 5, 18). In realtà il mistero dell’incarnazione e il conseguente rinnovamento non avvengono al di fuori della volontà del Padre. Senza dubbio per mezzo di Cristo abbiamo acquistato l’accesso al Padre, dal momento che nessuno viene al Padre, come egli stesso dice, se non per mezzo di lui. Perciò «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).

Responsorio   Cfr. Rm 5, 11; Col 1, 19-20
R. Ci gloriamo in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo: * da lui abbiamo ottenuto la riconciliazione, alleluia.
V. Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose.
R. Da lui abbiamo ottenuto la riconciliazione, alleluia
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Omelia (27-05-2011): Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22506.html

Omelia (27-05-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri

L’amore di Cristo per i suoi discepoli è stato di: generazione, nuova creazione, elevazione, santificazione, liberazione dal peccato, espiazione vicaria, dono del suo corpo e del suo sangue, della vita eterna e del suo Santo Spirito, del Padre suo celeste e della Madre sua terrena. Gesù per i suoi discepoli si annientò, si annichilì, si svuotò di se stesso per darsi interamente a loro. Questa è la ricchezza del suo amore.
Questo amore raggiunge il suo vertice sulla croce. Non finisce nella morte. Ricomincia tutto intero con la sua gloriosa risurrezione. Il prezzo è altissimo. È la sua vita data in riscatto per l’umanità intera. Lui muore perché noi viviamo. Si offre perché noi risorgiamo. Si immola perché noi fossimo liberati dal potere del diavolo. Il suo è insieme amore divino ed umano, è di Cristo Gesù, ma anche del Padre e dello Spirito Santo. Tutta la santità del Cielo e della terra è in questo amore.
Cosa chiede ora Gesù ai suoi discepoli? Che si amino gli uni gli altri come Lui ha amato loro. Anche il loro amore deve essere di: salvezza, redenzione, rigenerazione, nuova creazione, espiazione, liberazione, elevazione, annientamento di sé e svuotamento perché l’altro si possa ricolmare di Cristo, del Padre e dello Spirito Santo, che discendono nel loro cuore solo attraverso l’amore del discepolo che ama alla maniera di Gesù Signore. Non si tratta allora di fare qualcosa per gli altri. È invece questione di perfetta imitazione di Gesù. Gesù non diede qualcosa. Diede se stesso dalla Croce. Diede la sua vita nella quale è ogni vita.
L’amore che Gesù chiede ai suoi discepoli si può vivere in un solo modo: mettendo interamente la vita a disposizione degli altri, al loro servizio per il dono della carità di Dio e di Cristo Gesù, nello Spirito Santo. Cristo Gesù non è venuto nel mondo per portare il suo amore, bensì quello del Padre suo. Non è venuto per darci la sua Parola, ma quella del Padre suo. Non è venuto per dare cose. È venuto per darci il Padre e lo Spirito Santo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo.
È questo lo specifico, l’unicità dell’amore di Gesù Signore: ha dato tutto se stesso, ma per dare tutto il Padre e lo Spirito Santo. È questo il fallimento dell’amore cristiano: il dono di qualcosa della terra, anziché il dono di tutto il Cielo. Perché questo fallimento? Perché per poter dare tutto il Cielo agli uomini è necessario che il discepolo interamente si consegni al Cielo, in una obbedienza perfettissima, in tutto simile a quella di Gesù Signore. Gesù si è consegnato tutto al Padre. Il Padre si è donato tutto a Lui, nello Spirito Santo. Nello Spirito Santo Gesù dona tutto il Padre che è nel suo cuore ai suoi fratelli e con questo dono li salva, redimendoli e giustificandoli. È grande il mistero cristiano. Noi tutti lo abbiamo banalizzato, vilipeso, calpestato, ridicolizzato. Dobbiamo necessariamente riprendere, riappropriarci del nostro mistero, se vogliamo incidere profondamente nella nostra società, in questo tempo di crisi spirituale.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, sii tu il faro che ci indica la verità del nostro essere discepoli di Gesù. Angeli e Santi di Dio, aiutateci ad essere solo del Padre.

da: Racconti di un pellegrino russo, saggio nel sito:

da: Racconti di un pellegrino russo, saggio nel sito: dans immagini sacre Hermit_Nesterov

http://www.ortodossia-russa.net/testi/Pellegrino/Pellegrino_russo.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 mai, 2011 |Pas de commentaires »

Pregare non significa tanto parlare, ma ascoltare.

dal sito:

http://www.monasterodisanmagno.it/abbazia.html
      
Pregare non significa tanto parlare, ma ascoltare.

Contemplare non significa guardare ma essere guardati da Dio.
Carlo Carretto

Tre vie

La preghiera: nel silenzio e nell’ascolto l’uomo riesce a dialogare con se stesso e con Dio. Una preghiera semplice, fatta di poche parole e di contemplazione della stessa creazione. Più questo mondo ha bisogno di Dio, più urgente diventa il dovere di una regolarità di preghiera quotidiana, di silenzio, e di disponibilità all’ascolto profondo. Noi passiamo vite intere ad aspettare che la verità ci parli, ci educhi; il silenzio e la preghiera non sono un metodo ma un maestro che porta a maturare al momento giusto. La preghiera è un avventura pericolosa. Non possiamo intraprenderla senza rischio. Il rischio è quello di un mutamento radicale di vita.
Nel monastero vogliamo provare a percorrere questa avventura, proponendo soste di preghiere semplici: lode del mattino che accompagnano l’ alba e lode della sera che ci raccoglie al tramonto, ascolto della Parola di Dio, veglie nella notte, per vivere tra le radici dei nostri giorni e le ali del nostro domani. L’eucaristia della domenica sarà un momento in cui tutti possono ritrovarsi per rinfrancarsi e tornare nella propria quotidianità più consapevoli e pronti a testimoniare il vangelo nei propri ambienti di vita.

Il pensiero: sin dalla sua nascita il monastero è sempre stato crocevia di pensiero, cultura e di spirito. Un luogo dove la fede si rinsalda con la vita. Uno spazio di elaborazione e di creatività, dove lo studio e la ricerca diventano linfa per contribuire alla crescita culturale dell’umanità, sia in campo teologico, che scientifico e umanistico.
Nella nostra esperienza vorremmo far rivivere questa intuizione: essere un piccolo “laboratorio di pensiero”, dove ogni uomo e donna, credente e non credente, possa trovare uno spazio di studio e di confronto per arricchirsi culturalmente su temi che interesano l’uomo e Dio.
Crediamo che in questo tempo sia necessario stimolare il nostro pensiero e formare una coscienza critica davanti alle domande di senso, e ai problemi concreti del vivere quotidiano. Una particolare attenzione è data agli studi e agli approfondimenti della Sacra Scrittura. Così la proposta diventa concreta organizzando corsi, settimane di studio e di confronto, incontri con persone esperte e con testimoni di vita e di fede dei nostri giorni

Il lavoro: Oggi la nostra vita è un continuo migrare e migrare è sempre smantellare il centro del mondo per entrare in un mondo perduto e disorientato di frammenti. Dio è sempre molto attento ai dettagli e ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova. In ogni momento di frantumazione e di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità.
L’attenzione ai particolari appartiene a uno stile di vita orientato all’interiorità e al lavoro manuale; Ogni fiore, casa, amore, lavoro è iniziato dal palmo di una mano. “La pelle del palmo ha memoria tenace”. Crediamo che il lavoro manuale degli antichi monasteri, possa essere un sentiero percorribile per chi, nei nostri giorni è travolto dalla frenesia e dall’agitazione della vita, spento dall’eccessiva “tecnologia” e stanco di non riuscire più a fermarsi, per godere delle sfumature dell’esistenza.
Un’etica della terra, coltivare e custodire il giardino (cfr.Genesi 2,15), vivere quell’impegno che Dio alla creazione del mondo ha affidato agli uomini e alle donne di buona volontà; ritornare alle nostre radici tramite piccoli lavori manuali, a contatto con la terra, con materiali che la stessa creazione offre. Recuperare quei ritmi lenti di attesa e di calma del contadino. Ritornare fedeli alla terra, ai suoi tempi, alle sue bellezze. 

Atene… la città piena di idoli (At 17, 15 – 34) [San Paolo ad Atene]

dal sito:

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/documenti_lab/Atene…la%20citt%E0%20piena%20di%20idoli.doc

LABORATORIO DELLA FEDE

Atene… la città piena di idoli (At 17, 15 – 34)
Venerdì 24 aprile 2009

Atene capitale dell’antica Grecia, anche se ai tempi di Paolo, ha perso parte del suo splendore, per il saccheggio da parte di Silla nel I sec a.c., continua ad essere considerata centro delle arti e della filosofia…. La città dove si recava a studiare chi desiderava una vera cultura. Pur decadente, essa conservava ancora molte statue e altari eretti ai numerosi idoli, tanto che Petronio osserva che ad Atene è più facile imbattersi in una divinità che in un essere umano.
Paolo giunge ad Atene per fuggire da Berea, dove un gruppo di giudei aveva sobillato il popolo. In attesa dell’arrivo di Sila e Timoteo, l’apostolo discute il sabato con i giudei nella sinagoga e ogni giorno con la gente comune nelle piazze. Incuriositi della sua predicazione, alcuni cittadini lo condussero davanti all’Areòpago, il noto tribunale ateniese, competente in materia di religione e dottrina.
Nei suoi viaggi missionari, Paolo tiene tre grandi discorsi: il primo ai giudei di Antiochia di Pisidia, il secondo all’Aeròpago di Atene; il terzo ai cristiani di Efeso a Mileto. Qui all’Aeròpago, il suo discorso vale come prezioso esempio di tentativo di dialogo tra cristianesimo e cultura pagana. Ma è anche utile in chiave apologetica, per dimostrare al lettore che neppure in questo prestigioso tribunale pagano il suo annuncio viene condannato.

LETTURA ATTI 17, 15 – 34
Camminando per le strade, Paolo Fatica a soffocare il suo sdegno per la visione delle numerose statue erette agli idoli. Egli discutendo nelle piazze con la gente, annuncia Gesù risorto. (At 17, 16-18).
Gli ateniesi amano parlare e sentir parlare… tuttavia il dialogo è reso difficile dalla mentalità greca, che sottopone ciò che ascolta al vaglio critico della ragione.
Tra gli intellettuali, spiccano due scuole filosofiche: quella stoica e quella epicurea. Gli stoici vedevano nell’universo e nella storia una ragione, una sapienza divina ed eterna, dove però tutto accade in maniera fatalistica o quasi. Qui la persona è vista come una piccola particella del cosmo e la vera saggezza consisteva nell’accettare il proprio destino con impassibilità e rassegnata serenità.
Al contrario, gli epicurei rifiutavano ogni divinità, il concetto stesso i creazione, di provvidenza e vita ultraterrena. Per loro tutto era dovuto al caso e la vita doveva essere vissuta senza progetti e senza particolari disegni, cogliendo e gustando l’attimo fuggente: il famoso carpe diem.
Pur diverse tra loro, entrambe rifiutavano le religioni tradizionali e gli stessi presupposti per credere in un Dio personale, in dialogo salvifico con l’umanità; proprio Colui che annunciava Paolo! Tuttavia Paolo non argomenta da filosofo, ma da predicatore raffinato per gente acculturata. Nel racconto si nota una sottile ironia: mentre gli ateniesi si ritengono sapienti, non riescono a capire quello che Paolo afferma e dunque lo conducono all’Aeròpago (17,19). Paolo non teme di affrontare una visione del mondo e della religione tanto lontana dal suo annuncio… le difficoltà anziché deprimerlo, sembrano moltiplicare le sue energie.
All’Aeròpago paolo per la prima volta accetta di predicare senza la protezione di un ambiente religioso, in un luogo dove la molteplicità degli approcci culturali rende più difficile la ricerca di un punto di interesse e di incontro comune. Infatti all’Aeròpago, al pluralismo religioso, si assomma quello delle idee, quasi a sottolineare la solitudine di Paolo e la grandezza della sua sfida.
La difficoltà è evidenziata nel testo, col modo spregiativo con cui viene qualificato: « ciarlatano »! tuttavia il discorso che lì tiene, in modo intelligente e prudente, gli permette di tener testa e di essere ascoltato con attenzione. Nessuno nell’antichità avrebbe mai pensato che un giudeo venisse chiamato a confronto col vertice della civiltà ellenica! In quella città così dotta e consapevole del suo primato culturale, Paolo raggiunge un primo risultato: suscitare interesse ed ottenere ascolto. Egli si pone di fronte all’assemblea stando ritto in piedi nella tipica postura dell’oratore greco che proclama la propria dottrina. Tutto ciò indica che la tappa di Atene diventa emblematica di un cristianesimo che intende confrontarsi con la religiosità e la cultura greca, appropriandosi anche del metodo comunicativo  tipico di quella realtà. Paolo a modo suo dirà: « mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno » (1Cor 9,22).
L’esordio di Paolo appare illuminante. All’Aeròpago, anziché esprimersi in chiave polemica per i tanti idoli incontrati… parte proprio da li quasi tessendo da quel punto, un elogio all’indole religiosa degli ateniesi. Ancor più intelligente si rivela facendo riferimento ad un altare dedicato al « Dio ignoto ». Egli, evitando di dare l’impressione di voler introdurre nuove divinità (cosa assai pericolosa per quell’ambiente), trova un aggancio con la sua predicazione: « colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio » (17,23). Introduce così il discorso sul monoteismo. In seguito egli afferma che: « Dio… non abita in templi costruiti da mani d’uomo » (17,24) perché essendo lui il creatore di tutto, non ha bisogno di nulla (17,25). In tal modo, egli annuncia il Dio della tradizione biblica e cristiana, avvicinandosi molto, nel linguaggio e nel pensiero, a prospettive che suonano familiari ad un orecchio greco… cerca dunque, ogni sorta di aggancio, per favorire lì, l’annuncio cristiano.
La prima conversione da operare riguarda, dunque, il passaggio dal politeismo al monoteismo. Il secondo passo, non meno importante, è quello di liberare la concezione divina da forme troppo umane, frutto di immaginazione e fantasia.
Paolo presenta dio assai diversamente da come lo immaginava la mentalità pagana. Egli non ha bisogno di nulla, anzi è un Dio provvidente verso tutta l’umanità.
Paolo poi, sembra conoscere e anticipare le obiezioni dell’uditorio: come può l’uomo conoscere Dio?
L’ordine cosmico e storico sono le possibilità concrete per riconoscere le tracce dell’esistenza di Dio (17,26)… ma sottolinea che ciò che ci permette di conoscerlo risiede nel fatto che noi siamo sue creature… opera delle sue mani… ancora… l’affinità dell’uomo con il creatore… siamo a « sua immagine e somiglianza ».
La conversione cristiana, per Paolo, è un ritorno alla verità, e richiede un uso corretto dell’intelletto, poiché la fede cristiana non mette tra parentesi la ragione, ma la valorizza al massimo!
Anche questa lezione Paolina, se volete, travalica i secoli, e giunge fino ai giorni nostri con tutto il suo valore.
Anche noi possiamo cercare Dio nella misura in cui ci liberiamo delle false immagini che di Lui ci siamo fatte… frutto di pregiudizi, immaginazioni, interessi personali inconfessabili.
Cercare Dio non è facile, ci sono stati tempi di vera ignoranza, ma ora Lui chiama tutti al cambiamento.
Paolo propone finalmente lo schema della predicazione cristiana, che faceva appello alla conversione. È giunto il tempo in cui anche i greci sono chiamati a passare dagli idoli morti al Dio vivo e vero, perché Dio giudicherà tutti (17,31). All’Aeròpago, risuona finalmente il Kerygma cristiano « Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza ».
Paolo si oppone ad ogni tentativo di attenuare la novità evangelica. Colpisce tuttavia nel discorso che tiene, il silenzio sul nome di Gesù e sulla crocifissione, unica concessione alla momentanea prudenza per non urtare ulteriormente l’uditorio.
Tuttavia, se l’uomo con la ragione può trovare Dio, per giungere a Cristo e alla salvezza ha bisogno della predicazione degli apostoli e della Chiesa.
A questo punto, mi sembra che il discorso di Paolo giunge al suo vertice: egli con grande coraggio, annuncia a questo popolo dai gloriosi passati, che ha bisogno di un Salvatore, per lo più di origine giudaica!!!
Qui Paolo non ha comunicato una filosofia da affiancare alle altre, bensì l’unica verità e la sola sapienza… ad una civiltà, culla dell’arte e della bellezza, presenta come Dio e Signore, un uomo morto con infamia sulla croce!
A questo popolo che guarda alla fine della vita come al momento della liberazione dell’anima dal corpo, egli propone una resurrezione che appare senza senso… Paolo ci insegna che non dobbiamo mai svendere il vngelo di Cristo unico Salvatore, per nessuna ragione al mondo… neanche per un malinteso rispetto dell’opinione altrui!!!
A quelle parole l’atteggiamento degli ateniesi appare arrogante ma non molto dissimile a quello riservato dai giudei a Gesù. Essi restano estranei alla proposta, tranne « alcuni », due dei quali conosciuti per nome: Dionigi e Damaris. Anche Paolo si sarà chiesto perché un discorso così attento ed acculturato, non si rivela più fecondo di conversioni?
Ma deve aver trovato presto anche la risposta: gli ateniesi amano discutere, ma non mettersi in discussione, cosa che invece il vangelo insegna!
Inoltre Paolo comprende che la difficoltà della conversione viene dal rifiuto della resurrezione… il divario culturale a riguardo, richiede tempo e pazienza.
Per tale motivo aveva taciuto il nome di Gesù e la sua atroce morte, nella segreta speranza di avere tempo per maturare il dialogo e l’eventuale conversione.
Anche oggi la situazione non appare molto diversa…

RIFLETTIAMO INSIEME
«  paolo ad Atene accetta la sfida difficile della predicazione, in un contesto culturale difficile. Accettare questa sfida è un compito imprescindibile per la Chiesa e per tutti coloro che hanno compiti educativi… portarsi cioè dove la gente vive quotidianamente! Come fare concretamente? Sono disposto come Paolo a « farmi tutto a tutti »?
«  paolo ci insegna con la sua esperienza di Atene, a superare la paura del confronto… a non paralizzare il nostro annuncio e la nostra testimonianza, moltiplicando impegno e creatività.
«  Per portare un efficace annuncio agli uomini d’oggi, non basta la buona volontà, occorre anche una adeguata preparazione; soprattutto occorre conoscere e amare il Signore per annunciare il Vangelo in modo efficace e innamorato.
«  Nel dialogo col mondo, non siamo chiamati a svendere i valori evangelici, ma a proclamarli  con carità e verità perché senza l’annuncio della pasqua di Cristo, non si fa vera evangelizzazione. Come parliamo di dio agli amici, parenti, figli?
«  La colta Atene è chiamata ad andare oltre la semplice curiosità ed il vuoto chiacchiericcio filosofico. Sappiamo evitare le chiacchiere per annunciare con la nostra testimonianza un modo diverso di vivere, di credere, di pensare la vita? Sappiamo smascherare i troppi idoli di fronte ai quali l’uomo di oggi facilmente si inchina? In un mondo in cui impera il relativismo, sappiamo affermare un solo Dio, una sola verità di salvezza, un solo Signore Gesù Cristo?
«  Paolo non raccolse grandi frutti ad Atene, ma comprese in quella esperienza che anche le strategie più accurate non sono garanzia di successo. Siamo consapevoli che l’annuncio va sempre proposto con pazienza, amore e confidando nell’aiuto di Dio?

PREGHIERA
Signore… ti chiediamo di venire in nostro aiuto.
Ti chiediamo di donarci l’infinita ricchezza della tua parola,
parola esigente… che chiede il cambiamento della nostra vita,
che chiede di farsi tutto a tutti come Paolo.
Anche noi spesso ci mettiamo alla ricerca di te, nostro Dio,
tastando qua e la come ciechi,
perché anteponiamo a Te i nostri idoli:
la ricchezza, il benessere, la bellezza…
spesso siamo tentati di ridurre l nostra fede ad un fatto intimistico e personale, senza lanciarci nell’annuncio coraggioso della testimonianza.
Aiutaci o Padre,
a rendere testimonianza a Gesù, tuo Figlio,
con l’umile certezza di chi è consapevole di appartenere a Lui.
Aiutaci a testimoniarlo
Come Paolo ha saputo fare,
la dove il tuo amore ci pone ogni giorno.
Aiutaci a non vergognarci mai di essere cristiani…
Perché allora… e solo allora, potremmo essere missionari come Paolo,
nella famiglia, nella scuola, nel lavoro,
nella sanità, nell’educazione, nella politica,
nella vita considerata tuo dono da difendere e donare.
Aiutaci come Paolo, a farci tutto a tutti.
Amen.

Atti 15,1-2.22-29: L’ASSEMBLEA DI GERUSALEMME

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Atti%2015,1-2.22-29

Atti 15,1-2.22-29

L’ASSEMBLEA DI GERUSALEMME

In quei giorni, 1 alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: « Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi ».
2 Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.
22 Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. 23 E consegnarono loro la seguente lettera: « Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! 24 Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. 25 Abbiamo perciò deciso tutti d’accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, 26 uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo.
27 Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi queste stesse cose a voce. 28 Abbiamo deciso, lo Spirito santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo ai di fuori di queste cose necessarie: 29 astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete quindi cosa buona a guardarvi da queste cose. State bene ».
 
COMMENTO
Atti 15,1-2.22-29

L’assemblea di Gerusalemme
Il racconto dell’assemblea di Gerusalemme (At 15) costituisce terza parte degli Atti degli apostoli e ne occupa la posizione centrale: l’incontro di Paolo e Barnaba con gli apostoli e la comunità di Gerusalemme rappresenta infatti il punto d’arrivo del precedente lavoro missionario e apre la strada a nuovi sviluppi nel mondo greco. Nell’assemblea infatti viene affrontata la questione delle condizioni richieste ai gentili per entrare a far parte della chiesa.
Anzitutto il narratore espone le premesse: siccome ad Antiochia non tutti sono d’accordo sul fatto che i gentili siano ammessi nella chiesa senza ricevere come condizione previa la circoncisione, Paolo e Barnaba sono inviati a Gerusalemme per consultare gli apostoli. Anche lì esplode però la polemica; allora tutta la comunità, con gli apostoli e gli anziani (presbyteroi), si raduna per discutere il problema (vv. 1-6). Si apre così il dibattito, nel quale intervengono due personalità di spicco, Pietro e Giacomo (vv. 7-21). Viene poi redatta una lettera che è inviata alle comunità interessate per mezzo di Paolo, Barnaba, Giuda e Sila (vv. 22-29).

La liturgia si limita a riportare l’introduzione della sezione (vv. 1-2) e la lettera inviata dalla chiesa di Gerusalemme (vv. 22-35).

Introduzione (vv. 1-2)
Al loro ritorno ad Antiochia Paolo e Barnaba devono confrontarsi con un diverso modo di concepire l’evangelizzazione dei gentili: «Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi» (v. 1). Coloro che si oppongono a Paolo e Barnaba sono cristiani che provengono dalla Giudea, sono cioè giudeo-cristiani strettamente collegati con la Chiesa di Gerusalemme. Secondo loro, per aderire al movimento cristiano, i gentili e i «timorati di Dio» devono ricevere, oltre al battesimo, anche la circoncisione. La loro posizione era tanto più inquietante in quanto essi ritenevano che la circoncisione, e con essa la pratica delle norme rituali giudaiche, fosse necessaria per la salvezza. Si tratta quindi dello stesso gruppo di «giudaizzanti» davanti al quale Pietro aveva dovuto giustificarsi per aver ammesso Cornelio nella Chiesa: essi sono molto vicini come idee a quelli che Paolo combatte nella lettera ai Galati (cfr. Gal 5,1-6). Paolo e Barnaba però non cedono a questa posizione nonostante l’autorevolezza dei suoi sostenitori: «Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione» (v. 2). La comunità di Gerusalemme viene riconosciuta unanimemente come l’unica in possesso dei titoli per dirimere la «questione» (zêtêma, litigio). Si decide perciò di inviare ad essa una delegazione per ottenere dagli apostoli e dagli anziani una indicazione risolutiva.
Paolo e Barnaba guidano la delegazione che si reca a Gerusalemme, dove si fa strada nuovamente la contestazione dei giudaizzanti (vv. 3-6). Si apre così il dibattito, nel quale interviene anzitutto Pietro, il quale, contrariamente a quanto detto prima (cfr. 12,17), sembra che si trovi ancora in Gerusalemme. Egli, fondandosi sul fatto che tutti sono salvati solo per la grazia del Signore Gesù, si dichiara favorevole a un’accoglienza incondizionata dei gentili nella chiesa (vv. 7-11). Prende poi la parola Giacomo, fratello di Gesù, diventato nel frattempo capo della comunità (cfr. At 12,17; Gal 1,19; cfr. 2,9; 1Cor 15,7), il quale è d’accordo con Pietro, ma propone che sia richiesta dai gentili l’osservanza di quattro clausole che dovrebbero facilitare la loro piena partecipazione alla vita della comunità cristiana, composta ancora in massima parte di giudei (vv. 13-21). 

La lettera (vv. 22-27)
La posizione di Giacomo viene accettata dall’assemblea, che decide di comunicare per lettera alla chiesa di Antiochia le disposizioni da essa emanate. Per sottolinearne l’importanza, decide anche di inviare una delegazione che le commenti a viva voce. Essa è composta, oltre che da Paolo e Barnaba, da due delegati: il primo è Giuda Barsabba, un personaggio che compare soltanto a questo punto degli Atti; l’altro, Sila, è il futuro compagno di Paolo (v. 22). Con lo stesso procedimento che aveva usato per Barnaba, Saulo e Giovanni Marco, Luca introduce in anteprima nella trama del racconto la figura di Sila, affinché il lettore sia già preparato quando lo vedrà assumere un ruolo di rilievo accanto a Paolo.
Nell’indirizzo della lettera sono indicati come mittenti «gli apostoli e gli anziani (presbyteroi)», mentre i destinatari sono «i fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai gentili» (v. 23). Da questa frase si deduce che in Siria esistevano altre comunità cristiane oltre a quella di Antiochia. La loro origine, come quella delle comunità della Cilicia (dove si trova Tarso, la patria di Paolo), non è stata narrata da Luca. Da questo indirizzo si può supporre che il decreto degli apostoli riguardi non tutta la chiesa, ma un’area ben determinata, quella cioè nella quale si è posto con maggiore urgenza il problema.
Gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme si preoccupano anzitutto di sconfessare coloro che hanno messo in subbuglio le comunità di origine etnica, sottolineando che essi non avevano ricevuto alcun incarico in questo senso. Poi informano i destinatari che intendono mandare loro una delegazione capeggiata da Barnaba e Paolo, di cui fanno un elogio lusinghiero: essi sono uomini che hanno messo a repentaglio la loro vita per il vangelo. Anche questo dettaglio serve a sottolineare la piena armonia tra Paolo e la chiesa di Gerusalemme. Gli altri due delegati sono Giuda e Sila. Tutti costoro dovranno riferire a voce le cose contenute nella lettera (vv. 24-27).
I mittenti comunicano poi la decisione presa, facendola risalire a un intervento dello Spirito santo: si tratta quindi di una decisione ufficiale e indiscutibile, perché coinvolge direttamente colui che ha dato origine alla chiesa e la guida per le strade del mondo. Essi sottolineano che si sono limitati a imporre loro solo quanto era strettamente necessario (v. 28).
Infine vengono elencate le clausole evidenziate da Giacomo alle quali devono attenersi i gentili diventati cristiani (v. 29a). Essi dovranno astenersi anzitutto dagli «idolotiti», cioè dalle carni sacrificate agli idoli, indicate precedentemente con l’espressione «contaminazione con gli idoli» (cfr. At 15,20): Paolo tratta di questo argomento in 1Cor 8-10. Inoltre i gentili dovranno astenersi dall’impurità (porneia), termine che probabilmente in questo contesto indica le unioni sessuali proibite dalla legge mosaica (cfr. Lv 18,6-30). Infine non dovranno mangiare carne di animali soffocati e tanto meno consumare il loro sangue (Lv 17,10-11). La lettera termina con una breve esortazione a seguire queste direttive e con il saluto finale (errôsthe, state bene) (v. 29b).
Questa lettera è un tipico esempio di letteratura ecclesiastica, nella quale si intrecciano accenti religiosi, diplomazia e soprattutto il desiderio di preservare l’unità della chiesa messa a repentaglio dalle diversità ideologiche e culturali esistenti tra giudei e gentili. L’affermazione di un intervento speciale dello Spirito serve a sottolineare l’importanza della decisione presa e non comporta una pretesa di infallibilità: in realtà il decreto non contiene una definizione dogmatica, ma una direttiva prudenziale valida solo nella situazione concreta in cui è emanata.

Linee interpretative
Una valutazione storica del «concilio di Gerusalemme» non è facile, in quanto molti dettagli del racconto non si armonizzano con quanto riferisce una fonte più vicina agli avvenimenti, la lettera ai Galati. In essa Paolo ricorda di essere salito a Gerusalemme con Barnaba e di avere incontrato Giacomo, Pietro e Giovanni, che egli chiama «le colonne», i quali hanno accettato il suo metodo di evangelizzazione, senza imporgli assolutamente nulla (Gal 2,1-10). Nelle sue lettere egli non fa alcun accenno alle clausole di Giacomo, e soprattutto non appare mai che egli cerchi in esse la soluzione dei problemi che si ponevano nelle sue comunità. Tuttavia le due fonti sono concordi sul fatto che ai gentili desiderosi di diventare cristiani non è stata imposta la circoncisione e la pratica della legge mosaica, ma è stata richiesta solo la fede in Cristo. Le quattro clausole hanno solo lo scopo di risolvere un problema contingente, quello cioè dei rapporti tra giudei e gentili in seno a una stessa comunità.
Il grave contrasto scoppiato subito dopo ad Antiochia tra Paolo e Pietro (cfr. Gal 2,11-14), riguardante appunto la comunione di mensa tra giudei e gentili, è difficile da concepirsi se fossero state già emanate le clausole di Giacomo. Si prospetta quindi l’ipotesi di un diverso susseguirsi dei fatti: effettivamente le «colonne» di Gerusalemme non avrebbero imposto nulla a Paolo (cfr. Gal 2,6); l’incidente di Antiochia però avrebbe messo in luce i problemi determinati dalla presenza nella stessa comunità di due modelli di vita, quello dei giudei e quello dei gentili; il decreto apostolico sarebbe stato promulgato successivamente, a Gerusalemme o altrove, proprio per risolvere questi problemi. È possibile che allora Paolo avesse già lasciato Antiochia per intraprendere il suo secondo viaggio missionario e quindi fosse effettivamente all’oscuro del decreto: ciò sembra confermato da Luca, il quale afferma che Paolo ne è stato messo al corrente da Giacomo al momento del suo ritorno a Gerusalemme dopo la conclusione dei suoi viaggi missionari (cfr. At 21,25).
La descrizione che Luca fa dell’assemblea di Gerusalemme non rende certamente ragione del duro conflitto che ha contrapposto due ali della chiesa primitiva, separate proprio dal modo di annunziare il messaggio di Gesù in un ambiente diverso da quello giudaico. Il suo racconto è comprensibile solo tenendo conto che, quando egli scrive, questo conflitto si è ormai risolto. Volendo spiegare al lettore quella che è stata una grande svolta nella storia della chiesa, egli non si ferma alla cronaca minuta degli avvenimenti, ma rilegge le informazioni che gli sono pervenute alla luce della sua visione delle origini cristiane. La sua prospettiva è quella propria delle chiese sorte nel mondo greco, le quali, pur non osservando le prescrizioni della legge mosaica, si ritengono tuttavia le legittime continuatrici della chiesa madre di Gerusalemme, prima testimone della morte e risurrezione di Cristo.
Luca vuole dunque dimostrare che, se è vero che il centro di irradiazione di una chiesa potenzialmente ormai universale è stata la comunità di Antiochia, tuttavia è stata la chiesa madre che, vincendo le proprie resistenze, ha dato il via all’evangelizzazione dei gentili, autorizzandone l’ammissione nella comunità senza l’obbligo previo della circoncisione. In questa prospettiva la missione paolina, mediante la quale il cristianesimo si è esteso fino alla capitale dell’impero, appare non come l’iniziativa personale di un grande missionario, ma come il frutto più maturo di un movimento che ha le sue radici in Gerusalemme (cfr. At 1,8).
 

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