Archive pour mai, 2011

“SI ABBIA IN GRANDE ONORE L’ORGANO A CANNE”

 dal sito:

http://www.zenit.org/article-26543?l=italian
 
“SI ABBIA IN GRANDE ONORE L’ORGANO A CANNE”

di Aurelio Porfiri*

MACAO, martedì, 3 maggio 2011 (ZENIT.org).- Cominciamo con una citazione dalla Sacrosanctum Concilium: “Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22 § 2, 37 e 40, purchè siano adatti all’uso sacro, o vi si possono adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli” (n. 120).
Qui tocchiamo un altro dei punti dibattuti nel postconcilio tormentato dei musicisti di chiesa: il problema dell’organo. Come si vede l’indicazione data dalla Sacrosanctum Concilium non sembra lasciare spazio ad interpretazioni contrastanti: si abbia in grande onore l’organo a canne! Certo, dobbiamo stare attenti nel pensare che un’affermazione in favore di qualcosa si deve trasformare automaticamente in una affermazione contro qualche altra cosa. Insomma, sì all’organo ma attenzione anche ad altre opzioni. Qui varrebbe la pena di riflettere se, da un punto di vista meramente pratico, l’organo è ancora uno strumento utile e pratico per le attuali liturgie, o se le stesse possono essere meglio sostenute da altri tipi di strumenti. Allora, per riflettere su questo, farò un piccolo percorso attraverso questo paragrafo (soffermandomi specialmente sulla prima parte e includendo riflessioni sulla seconda), per vagliarne l’aderenza a quanto è poi effettivamente accaduto negli ultimi 40 anni.
“ORGANUM TUBULATUM IN ECCLESIA LATINA MAGNO IN HONORE HABEATUR”
Tenere in grande onore un qualcosa significa dargli un posto importante tra altre cose. Quindi, l’organo sia tenuto in grande onore tra altri possibili strumenti. Ricordiamo che per alcuni secoli la Chiesa latina è andata avanti anche senza l’organo. Nondimeno, lo stesso strumento ha portato dei notevoli vantaggi alle celebrazioni liturgiche (e li vedremo dopo). E’ interessante confrontare questo passo con quanto diceva molti anni fa la Divini Cultus di Pio XI, la quale affermava che:
“c’è uno strumento musicale che è proprio della Chiesa e che viene dagli antenati, l’organo, il quale, per la sua meravigliosa grandiosità e maestà, fu ritenuto degno di associarsi ai riti liturgici, sia accompagnando il canto, sia durante i silenzi del coro, secondo le prescrizioni della Chiesa, diffondendo armonie soavissime…Risuonino nei templi solo quelle armonie di organo che si rapportano alla maestà del luogo e profumano della santità dei riti; soltanto a questa condizione l’arte dei costruttori di organi e dei musicisti che useranno tali strumenti rivivrà quale efficace mezzo della sacra liturgia”.
In quel tempo, l’uso di altri strumenti diversi dall’organo (per il quale non c’è allora neanche l’esigenza di dover aggiungere “a canne”) non era visto favorevolmente, probabilmente per reazione all’uso che si era fatto di questi strumenti nell’esecrata musica chiesastica dell’Ottocento. Pio XI, infatti, condanna in un altro paragrafo “lo smodato uso degli strumenti”. Ora, questa condanna trova ragione nel rapporto vivo che si sentiva allora tra alcuni strumenti e la musica di derivazione operistica. Quindi, è una condanna di tipo temporale e storico ma non ha valore assoluto. Mi sembra di vedere un’apertura diversa nella SC, quando si chiede giustamente per l’organo a canne un posto d’onore tra altri strumenti, ma senza escluderli. Certo, molti potranno fare qui un’opportuna considerazione sul rapporto che c’è tra alcuni strumenti e la contemporaneità culturale e sociale che viviamo. Per esempio la chitarra.
Nessuno può negare che sia uno strumento fortemente condizionato dall’uso che se ne fa in certa cultura giovanile. Ciò non toglie che non la si può condannare in sé, come strumento. Anzi, essa è uno strumento di grande tradizione e in sé nobilissimo e che si presterebbe ad un uso interessante nella liturgia, soprattutto qualora non fosse “grattato” malamente, come spesso accade. E’ interessante quanto dice un noto esperto in materia, oltretutto già organista della Basilica di San Pietro fino ad alcuni anni fa:
“La porta della Chiesa è aperta a tutti gli strumenti musicali: qualunque strumento per sé è idoneo al culto. Esistono attualmente strumenti che per il loro particolare uso extraliturgico possono provocare associazioni psicologiche conturbanti (strumenti contaminati dall’uso profano e libertino). Ma è sempre possibile una redenzione degli stessi strumenti, attraverso il graduale mutamento del gusto e del costume. Lo stesso organo a canne, oggi tanto lodato come strumento liturgico, è un illustre ‘convertito’. Il giudizio, circa la possibilità di ammettere o meno in Chiesa nuovi strumenti musicali, non spetta ai singoli Vescovi, ma alla Conferenza Episcopale Nazionale” (Emidio Papinutti, “La musica sacra dal Concilio Vaticano II° al nuovo ‘Ordo Missae’”, Edizioni Francescane Roma 1971, pag. 199).
Io credo che dovremmo spostare le nostre considerazioni, più che sul “cosa”, sul “come” si affrontano certi strumenti nella liturgia. Suonarli tanto per dire di aver suonato una chitarra, un pianoforte o qualsiasi altro strumento, non significa nulla. Quando sento anche parroci difendere un torturatore di chitarra dicendo che tanto Dio è contento uguale (sono molto fortunato, ho conosciuto molti parroci che sanno sempre quando Dio è contento e quando no…) mi verrebbe da reagire male, ma poi mi domando: ma questo parroco ha avuto la formazione liturgica adeguata, che gli permette di discernere il bianco dal nero? E, mutatis mutandis, le nostre considerazioni sopra esposte possono benissimo adattarsi proprio al nostro organo.
Un’organista che magari mi suona splendidamente un preludio e fuga ma che agisce nella liturgia come un pesce fuor d’acqua ai miei occhi non è molto di più (liturgicamente) di un “grattatore” di chitarra (anche se ammetto che alle mie orecchie è molto più gradito l’organista, ma questa è una considerazione di tipo “estetico”, non liturgico). Non siamo ipocriti: un organista nella liturgia non è lì per fare un concerto ma per esercitare un ministero musicale importante, per cui deve essere preparato. Per esperienza personale so che sono molto pochi coloro che escono diplomati dal conservatorio e hanno poi le carte in regola per dirsi organisti liturgici. Pensiamo bene che c’è una fondamentale differenza tra un organista concertista e un organista liturgico, differenza anche di capacità diverse che vengono richieste (anche se alcune, ovviamente, possono coincidere). Si può non avere una tecnica sopraffina ma essere perfettamente in grado di “essere” nella celebrazione; si può non saper suonare brani di alto livello ma essere in grado di sostenere il canto dell’assemblea. Io se voglio un concerto vado a sentire il concertista, se voglio pregare desidero un organista liturgico. Se le due cose coincidono, meglio così. Ma non è indispensabile. E questo naturalmente non toglie che chi non ha potuto studiare la tecnica organistica in modo approfondito, dovrebbe almeno avere il desiderio di potersi migliorare per quello che è possibile. Ho domandato un opinione tempo fa sull’argomento degli organisti tecnicamente non agguerriti a padre Theo Flury, OSB, organista del monastero svizzero di Einsiedeln e docente al Pontificio Istituto di Musica Sacra:
“Innanzitutto dobbiamo essere molto grati per il loro servizio! Spesso c’è da notare tanta buona volontà, un impegno lodevole. Questo peró non dispensa dalla necessità di uno stimolo costante a imparare e a voler andare oltre i limiti di un saper fare che si è acquisito. Vedo qui una seria responsabilità da parte delle diocesi nel trovare e offrire luoghi e momenti di continua formazione per organisti liturgici di questo tipo. Come succede spesso in altri campi, anche qui un ostacolo puó essere il denaro. Peró anche in questo settore se non si vuole investire c’è poco da sperare. Per ottenere buoni risultati ci vuole sempre un adeguato sacrificio” (In “La Vita in Cristo e nella Chiesa”, Gennaio 2004).
Si torna sempre lì, senza un impegno concreto della Chiesa, anche economico, non c’è molto margine di azione.

[Il secondo articolo su questo tema verrà pubblicato il 17 maggio prossimo]
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*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

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MAY 3rd.—SAINTS PHILIP AND JAMES, APOSTLES.

 MAY 3rd.—SAINTS PHILIP AND JAMES, APOSTLES. dans immagini sacre Philip_James

http://www.jesus-passion.com/Philip_James.htm

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SS. FILIPPO E GIACOMO IL MINORE (I secolo)

dal sito:

http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1566

SS. FILIPPO E GIACOMO IL MINORE (I secolo)
 
L’apostolo Filippo è probabile che pure fosse discepolo di Giovanni Battista. Fu comunque uno dei primi ad avvicinare Gesù. Filippo predicò il Vangelo prima nell’odierna Ucraina meridionale e poi nella Frigia. Sarebbe stato crocifisso col capo all’ingiù come S. Andrea a Gerapoli, capitale della regione. Pare che le sue reliquie siano state trasportate a Roma e composte con quelle di San Giacomo il Minore nella basilica dei Dodici Apostoli.
S. Giacomo era figlio di Alfeo e di Maria, cugina della S. Vergine. E’ detto il Minore per distinguerlo da Giacomo « il Maggiore », chiamato almeno 6 mesi prima di lui alla sequela di Gesù.  Dopo l’Ascensione fu designato vescovo di Gerusalemme. Secondo lo storico Flavio Giuseppe, Giacomo il Minore fu martirizzato nella Pasqua del 62 dal sommo sacerdote Anano il Giovane.

L’apostolo Filippo, come i due fratelli Pietro e Andrea, era originario di Betsaida, villaggio di pescatori situato sulla riva del lago di Genezareth in Galilea. E probabile che egli pure fosse discepolo di Giovanni Battista.
Fu comunque uno dei primi ad avvicinare Gesù, che aveva di certo già conosciuto tramite il suo conterraneo Andrea. Dopo che il Signore gli aveva detto semplicemente: « Seguimi! » fece subito un proselite. Avendo incontrato Natanaele, ovvero Bartolomeo, probabilmente alle porte di Cana, gli disse: « Abbiamo trovato colui del quale scrissero Mosè nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, nativo di Nazareth ». Gli rispose sfiduciato Natanaele: « Da Nazareth può venire qualcosa di buono? », Filippo, forse di indole fredda e pratica, si limitò a esortarlo: « Vieni e vedi » (Giov. 1, 43-46).
I Sinottici ci danno di Filippo esclusivamente il nome, che figura al quinto posto nell’elenco degli Apostoli. Dal Vangelo di S. Giovanni invece sembra che godesse di una speciale fiducia da parte del Maestro divino. Al momento della prima moltiplicazione dei pani gli disse il Signore: « Dove compreremo il pane per far mangiare questa gente? ». Questo lo diceva per provarlo, perché lui sapeva cosa stava per fare. Filippo gli rispose: « Duecento denari di pane non bastano neppure perché ne abbiano una briciola ciascuno ». I 5.000 presenti furono sfamati con molto meno e cioè mediante cinque pani di orzo e due pesci che un ragazzetto aveva portato con sé (Giov. 6, 5-9).
Dopo il solenne ingresso di Gesù a Gerusalemme, alcuni greci, ovvero pagani passati al monoteismo, ma non ancora a tutti gli usi del giudaismo, si avvicinarono a Filippo e lo pregarono: « Signore, vorremmo vedere Gesù! ». Filippo andò a dirlo ad Andrea, ed entrambi si presentarono a Gesù che rispose loro: « E venuta l’ora della glorificazione del Figlio dell’Uomo. In verità, in verità vi dico: « Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, resta esso solo; ma se muore porta molto frutto. Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la custodirà per la vita eterna ». (Ivi 12, 20-25).
Nel discorso che Gesù rivolse agli apostoli dopo l’ultima cena, Egli asserì di conoscere il Padre e di averlo visto. Non comprendendo quel linguaggio, Filippo osò chiedergli « Signore, mostraci il Padre e ci basta ».
Gli rispose il Signore: « E tanto tempo che sto con voi e non mi hai conosciuto? Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre! E come dici tu: – Mostraci il Padre – ? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi dico, non le dico da me, ma il Padre fa le sue opere dimorando in me » (Giov 14,8-10). Il santo, come gli altri apostoli, avrebbe penetrato meglio il mistero trinitario soltanto alla discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.
Dopo l’Ascensione di Gesù al ciclo anche Filippo scelse una porzione del mondo greco-romano da guadagnare alla fede. L’interesse che il IV Vangelo dimostra per lui ha fatto supporre che egli fosse in modo particolare conosciuto dalle Chiese dell’Asia Minore per le quali soprattutto scriveva S. Giovanni. Secondo la tradizione Filippo predicò il Vangelo prima nella Scizia, l’odierna Ucraina meridionale e poi nella Frigia. Sarebbe stato crocifisso col capo all’ingiù come S. Andrea a Gerapoli, capitale della regione. Pare che le sue reliquie siano state trasportate a Roma e composte con quelle di San Giacomo il Minore nella basilica dei Dodici Apostoli, fatta erigere a tre navate con mosaici da Pelagio I (+561), in memoria della cacciata dei Goti.

S. Giacomo era figlio di Alfeo e di Maria, cugina della S. Vergine (Mc 15, 40) e, quindi, parente del Signore. E’ detto il Minore per distinguerlo da Giacomo « il Maggiore » più anziano di lui, chiamato almeno 6 mesi prima di lui alla sequela di Gesù. Era suo fratello l’apostolo Giuda Taddeo (Gd. 1,1) e, forse, anche l’apostolo Simone detto « lo Zelante » o « il Cananeo » e un certo Giuseppe (Mc 6, 3).
Soltanto negli Atti degli Apostoli Giacomo occupa una posizione di primo piano. Secondo S. Paolo fu favorito da Gesù risorto di una speciale apparizione (I Cor 15,17). Dopo l’Ascensione i suoi colleghi lo designarono vescovo di Gerusalemme dove, per trent’anni, godé sempre di una considerevole autorità. Quando S. Pietro fu liberato miracolosamente dal carcere, si recò nella casa di Maria, la madre di S. Marco, e dopo aver narrato in qual modo il Signore lo aveva condotto fuori della prigione, ordinò ai presenti prima di fuggire in un altro luogo; « Comunicate ciò a Giacomo e ai fratelli » (Atti 12, 17). S. Paolo, tre anni dopo la sua conversione e la missione ricevuta dal Signore, salì a Gerusalemme per far visita a Cefa. « Non vidi nessun altro apostolo, confessa egli, tranne Giacomo, fratello del Signore » (Gal 1,19).
Dopo quattordici anni Paolo vi salì un’altra volta per esporre ai notabili il Vangelo che predicava ai gentili. « Avendo riconosciuto la grazia che mi era stata elargita, confessa egli, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono considerati le colonne, porsero la destra a me e a Barnaba in segno di comunione » (Ivi 2,9). Zelante nella sua austerità per le osservanze della legge mosaica, S. Giacomo poteva essere dipinto dai giudaizzanti come avversario di Paolo (Ivi 2, 12), ma in realtà, prendendo nel concilio di Gerusalemme del 49-50 la parola in favore dell’apostolo delle genti, egli si mostrò assai condiscendente e largo di vedute riguardo ai pagani. « Io giudico, disse, che non bisogna inquietare quelli che si convertono a Dio dal gentilesimo, ma che si astengano dalle immondezze degli idoli, dalla fornicazione, dagli animali soffocati e dal sangue » (Atti 15, 19 s.). Nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, S. Paolo si recò da Giacomo presso il quale si erano radunati tutti i presbiteri. « Egli raccontò una dopo l’altra le cose che Dio aveva compiuto tra i pagani mediante il suo ministero ». Non poteva di certo il vescovo di Gerusalemme godere di tanta considerazione se non fosse stato uno dei Dodici, cioè un immediato discepolo del Signore.
Gli stessi giudei ebbero una grande venerazione per lui. Secondo Egesippo, uno dei più antichi scrittori cristiani, egli si conservò vergine. Nazireo, cioè consacrato a Dio fin dalla nascita, non si tagliò mai i capelli, non si rasò mai la barba, non fece mai uso di vino, di bagni, di olio per ungere le sue membra, non calzò sandali e usò soltanto vesti di lino. Le sue prostrazioni a terra nella preghiera erano così frequenti che la pelle delle sue ginocchia si era indurita come quella del cammello. La sua eminente santità gli valse il soprannome di « giusto » per eccellenza. Secondo lo storico Flavio Giuseppe, Giacomo il Minore fu martirizzato nella Pasqua del 62 dal sommo sacerdote Anano il Giovane nell’intervallo trascorso tra la morte del procuratore Festo e l’arrivo del successore Albino. Durante una sollevazione popolare istigata dagli scribi e farisei allarmati dal progresso che lo zelo di lui faceva compiere alla Chiesa di Gerusalemme, Giacomo fu precipitato dall’alto del Tempio. Il santo non morì in conseguenza di quella caduta. Anzi, in uno sforzo supremo, riuscì a mettere un ginocchio per terra e a invocare perdono per i suoi nemici. Dopo essere stato lapidato, un gualchieraio gli diede il colpo di grazia.
S. Giacomo ci ha lasciato in elegante stile una delle cosiddette epistole cattoliche perché inviata non ad una persona in particolare, ma alla comunità cristiana in generale. Essa fa parte degli scritti deuterocanonici della Bibbia. La lettera fu scritta dall’apostolo a Gerusalemme probabilmente prima del concilio e la diresse ai giudei convertiti, dispersi fra le nazioni pagane per confortarli nella fede e invitarli a camminare sempre sulla retta strada. Essa ha per lo più un tono di esortazione simile a quello dei libri sapienziali, specialmente i Proverbi e l’Ecclesiastico. Nella lettera è inutile cercare un ordine logico perché le riflessioni si susseguono a piccoli quadri come sgorgavano dal cuore dell’apostolo. Sostanzialmente egli dimostra che la vera gioia consiste nel sopportare tribolazioni, tentazioni e povertà; la vera religione nel fuggire l’ambizione, nel fare il bene e nel frenare la lingua; la vera sapienza nel tenere a bada le passioni, nel disprezzare le ricchezze e nell’esercizio della pazienza.
I protestanti l’avversano perché S. Giacomo insegna chiaramente che la fede senza le opere è morta (Giac 2, 14-26). E stato detto che questa dottrina è in contrasto con l’insegnamento paolino sulla gratuità della giustificazione. Ma non si è avvertito che Paolo parla del compimento delle opere della legge mosaica che non sono assolutamente richieste per ottenere la giustificazione nel battesimo, bastando a ciò la sola fede nell’opera redentrice di Cristo, mentre Giacomo tratta delle opere successive alla giustificazione, da compiersi per rendere certa e definitiva la propria elezione.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 41-44.
http://www.edizionisegno.it/

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Papa Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo II dans immagini sacre Giovanni_Paolo_II-3

http://roma.blogosfere.it/2011/05/commovente-veglia-di-preghiera-al-circo-massimo-per-il-papa-dei-giovani.html

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Giovanni Paolo II – Commento al Salmo 147

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/2002-2003/SALMO_147.html

Giovanni Paolo II – Commento al Salmo 147

L’Osservatore Romano, 6 giugno 2002

Inno all’Onnipotente

1 Alleluia.
Lodate il Signore:
è bello cantare al nostro Dio,
dolce è lodarlo come a lui conviene. 
2 Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.  
3 Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite; 
4 egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome. 
5 Grande è il Signore, onnipotente,
la sua sapienza non ha confini.  
6 Il Signore sostiene gli umili
ma abbassa fino a terra gli empi.  
7 Cantate al Signore un canto di grazie,
intonate sulla cetra inni al nostro Dio.  
8 Egli copre il cielo di nubi,
prepara la pioggia per la terra,
fa germogliare l’erba sui monti. 
9 Provvede il cibo al bestiame,
ai piccoli del corvo che gridano a lui. 
10 Non fa conto del vigore del cavallo,
non apprezza l’agile corsa dell’uomo.
11 Il Signore si compiace di chi lo teme,
di chi spera nella sua grazia.  
12 Alleluia.
Glorifica il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion.  
13 Perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. 
14 Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento.  
15 Manda sulla terra la sua parola,
il suo messaggio corre veloce. 
16 Fa scendere la neve come lana,
come polvere sparge la brina.  
17 Getta come briciole la grandine,
di fronte al suo gelo chi resiste? 
18 Manda una sua parola ed ecco si scioglie,
fa soffiare il vento e scorrono le acque.  
19 Annunzia a Giacobbe la sua parola,
le sue leggi e i suoi decreti a Israele. 
20 Così non ha fatto con nessun altro popolo,
non ha manifestato ad altri i suoi precetti.
Alleluia.

Commento

GERUSALEMME RIEDIFICATA
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Il Lauda Jerusalem, proclamato alle Lodi del venerdì della seconda settimana, è caro alla liturgia cristiana. Questa ha sovente intonato il Salmo 147 riferendolo alla Parola di Dio, che “corre veloce” sulla faccia della terra, ma anche all’Eucaristia, vero “fior di frumento” elargito da Dio per «saziare» la fame dell’uomo (cfr vv. 14-15).
Origene, in una delle sue omelie, tradotte e diffuse in Occidente da San Girolamo, commentando il nostro Salmo, intrecciava appunto la Parola di Dio e l’Eucaristia: “Noi leggiamo le Sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo e che le Sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue… (Gv 6, 53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero eucaristico, tuttavia, la parola della Scrittura è veramente il corpo di Cristo e il suo sangue è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo all’Eucaristia, se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Scrittura, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio, che è la carne di Cristo ed il suo sangue, se noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?” (74 Omelie sul Libro dei Salmi, Milano 1993, pp. 543-544).
Gli studiosi fanno notare che questo Salmo è da collegare al precedente così da costituire un’unica composizione, come appunto accade nell’originale ebraico. Si ha, infatti, un solo e coerente cantico in onore della creazione e della redenzione operate dal Signore. Esso si apre con un gioioso appello alla lode: “Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene” (Sal 146,1).
Se fissiamo la nostra attenzione sul brano che ora abbiamo ascoltato, possiamo individuare tre momenti di lode, introdotti da un invito rivolto alla città santa, Gerusalemme, perché glorifichi e lodi il suo Signore (cfr Sal 147,12).

La pace fonte di sicurezza
Nel primo momento (cfr vv. 13-14) entra in scena l’azione storica di Dio. Essa è descritta attraverso una serie di simboli che rappresentano l’opera di protezione e di sostegno compiuta dal Signore nei confronti della città di Sion e dei suoi figli. Innanzitutto si fa riferimento alle «sbarre» che rinforzano e rendono inviolabili le porte di Gerusalemme. Forse il Salmista fa riferimento a Neemia che fortificò la città santa, ricostruita dopo l’esperienza amara dell’esilio babilonese (cfr Ne 3,3.6.13-15; 4,1-9; 6,15-16; 12,27-43). La porta, tra l’altro, è un segno per indicare l’intera città nella sua compattezza e tranquillità. Al suo interno, raffigurato come un grembo sicuro, i figli di Sion, cioè i cittadini, godono pace e serenità, avvolti nel manto protettivo della benedizione divina.
L’immagine della città gioiosa e tranquilla è esaltata dal dono altissimo e prezioso della pace che rende sicuri i confini. Ma proprio perché per la Bibbia la pace-shalôm non è un concetto negativo, evocatore dell’assenza di guerra, ma un dato positivo di benessere e prosperità, ecco che il Salmista introduce la sazietà col “fior di frumento”, cioè col grano eccellente, con le spighe colme di chicchi. Il Signore, dunque, ha rafforzato le difese di Gerusalemme (cfr Sal 87,2), vi ha fatto scendere la sua benedizione (cfr Sal 128,5; 134,3), ed estendendola a tutto il paese, ha donato la pace (cfr Sal 122,6-8) e ha saziato i suoi figli (cfr Sal 132,15).

La Parola di Dio: origine della vita
Nella seconda parte del Salmo (cfr Sal 147,15-18), Dio si presenta soprattutto come creatore. Per due volte, infatti, si collega l’opera creatrice alla parola che aveva schiuso l’apparire dell’essere: “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu… Manda sulla terra la sua parola… Manda una sua parola” (cfr Gn 1,3; Sal 147,15. 18).
All’insegna della Parola divina, ecco irrompere e stabilirsi le due stagioni fondamentali. Da un lato, l’ordine del Signore fa scendere sulla terra l’inverno, pittorescamente rappresentato dalla neve candida come la lana, dalla brina simile alla polvere, dalla grandine paragonata a briciole di pane e dal gelo che tutto blocca (cfr vv. 16-17). Dall’altro lato, è ancora un ordine divino che fa soffiare il vento caldo che porta l’estate e fa sciogliere il ghiaccio: le acque delle piogge e dei torrenti possono così scorrere libere a irrorare la terra e fecondarla.
La Parola di Dio è, quindi, alla radice del freddo e del caldo, del ciclo delle stagioni e del fluire della vita nella natura. L’umanità è invitata a riconoscere e a ringraziare il Creatore per il dono fondamentale dell’universo, che la circonda, la fa respirare, l’alimenta e sostiene.

La Parola di Dio si rivela all’uomo
Si passa, allora, al terzo e ultimo momento del nostro inno di lode (cfr vv. 19-20). Si ritorna al Signore della storia da cui si era partiti. La Parola divina porta a Israele un dono ancora più alto e prezioso, quello della Legge, della Rivelazione. Un dono specifico: “Così non ha fatto con nessun altro popolo, non ha manifestato ad altri i suoi precetti” (v. 20).
La Bibbia è, dunque, il tesoro del popolo eletto a cui si deve attingere con amore e adesione fedele. È quanto, nel Deuteronomio, Mosè dice agli Ebrei: “E qual grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi espongo?” (Dt 4,8).
Come si trovano due azioni gloriose di Dio nel creato e nella storia, così esistono due rivelazioni: l’una iscritta nella natura stessa e aperta a tutti, l’altra donata al popolo eletto, che la dovrà testimoniare e comunicare all’intera umanità e che è racchiusa nella Sacra Scrittura. Due rivelazioni distinte, ma unico è Dio e unica è la sua Parola. Tutto è stato fatto per mezzo della Parola – dirà il Prologo del Vangelo di Giovanni – e senza di essa niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. La Parola, però, si è fatta anche «carne», cioè è entrata nella storia, e ha posto la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,3.14).

Giovanni Paolo II, acclamato “Rabbino capo”dagli ebrei di Israele

dal sito:

http://www.asianews.it/notizie-it/Giovanni-Paolo-II,-acclamato-%E2%80%9CRabbino-capo%E2%80%9Ddagli-ebrei-di-Israele-21410.html

28/04/2011 10:57

ISRAELE – VATICANO

Giovanni Paolo II, acclamato “Rabbino capo”dagli ebrei di Israele

di David-Maria A. Jaeger

È stato il primo pontefice a dare una svolta ai rapporti tra Chiesa e Stato di Israele, instaurando un dialogo vero fra cattolici ed ebrei. Il suo ricordo ci invita, ci sfida ad andare oltre, progredire, costruire ed osare ancora, sempre di nuovo, sempre di più.

Gerusalemme (AsiaNews) – Papa Giovanni Paolo II, che il Pontefice regnante, Benedetto XVI ha felicemente deciso di annoverare tra i Beati, ha gettato le fondamenta, ha aperto la strada per una profonda trasformazione dei rapporti Chiesa-Stato in Israele, lasciando anche qui alla Chiesa una preziosa eredità da far fruttificare.
L’11 dicembre 1992, in un discorso programmatico (seppur all’epoca poco notato), ad un convegno di giuristi riuniti presso la Pontificio Università Lateranense, Giovanni Paolo II svelò la sua visione per una Chiesa, anche nel Medio Oriente, non più “protetta” ma libera e attiva, con membri che godono, non dello statuto di una “minoranza” tollerata, ma dei pieni diritti umani e civili, in base di eguaglianza con tutti i loro concittadini. In quel momento era già pronto per la firma il primo esempio di questo nuovo ordine, l’Accordo fondamentale con Israele, che sarà solennemente firmato, per mandato del Sovrano Pontefice, il 30 dello stesso mese (il 15 febbraio 2000 sarà firmato l’analogo Accordo di base con i palestinesi). Così si voleva dire il definitivo “addio” a tredici secoli di emarginazione della Chiesa e dei cristiani, nella regione. Come suggerito dalla denominazione stessa di “fondamentale”, l’Accordo non è in sé compiuto, e richiede una serie di accordi integrativi, perché la grande promessa che esso rappresenta diventi pienamente realtà. Giovanni Paolo II poté ancora dare il mandato per la firma di un secondo Accordo, nel 1997, che garantisce il pieno riconoscimento civile alla personalità giuridica degli enti ecclesiastici, e poi benedire l’avviamento, nel 1999, dei negoziati (tuttora in corso) per un Accordo a tutela dei beni della Chiesa, specie i Luoghi Santi, e del suo statuto fiscale. In programma sarebbero accordi sugli altri temi adombrati da quello fondamentale, notevolmente sulla residenza del clero e dei religiosi provenienti da tutte le parti della Cattolicità; sull’assistenza religiosa ai carcerati, ai militari e ai degenti nei nosocomi; sulla corretta presentazione nelle scuole, di Cristo, del cristianesimo e della Chiesa.
Ma i trattati giuridici devono essere vivificati da un dialogo vero, non solo con lo Stato, ma con la società, onde il significato dell’enorme impatto sul pubblico israeliano della testimonianza di Giovanni Paolo II nel corso del Pellegrinaggio dell’Anno 2000. Così profondamente colpiti erano gli ebrei israeliani dalla sua Persona e dalle sue parole che, seppur non più che freddamente corretti alla vigilia, al momento della partenza del Papa, una grande maggioranza disse ai sondaggisti di volerlo Rabbino Capo della Nazione!
Onde far perseverare nel tempo quel benefico influsso, radicarlo nella coscienza del popolo, renderlo duraturo, nel 2003 il Papa volle nominare il primo Vescovo per i cattolici di espressione ebraica in Israele. Tale Vescovo (ora morto – si sarebbe in attesa di successore) avrebbe reso l’incontro della Chiesa con gli israeliani di espressione ebraica “interno”, avrebbe permesso alla Chiesa di rapportarsi ai componenti della società israeliana di espressione ebraica, non più come “estranea”, ma “dall’interno” della loro cultura, della loro esperienza, e nella propria lingua, come del resto è normale in ogni popolo e nazione.
Troppo poche e povere sono queste parole per descrivere l’eredità lasciata da  Giovanni Paolo II alla Chiesa in Israele. Soprattutto il suo ricordo ci invita, ci sfida ad andare oltre, progredire, costruire ed osare ancora, sempre di nuovo, sempre di più. E per intercessione del Beato Giovanni Paolo II, tutto di Maria perché tutto di Cristo, possiamo sempre trovarci idealmente accanto alla Beata Vergine Maria di Nazaret mentre ascolta e crede all’assicurazione dell’angelo “Nulla è impossibile a Dio”.
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Padre David-Maria A. Jaeger, religioso francescano della Custodia di Terra Santa, è cittadino israeliano di nazionalità ebraica; ora cinquantaseienne è il primo ebreo nato in Israele ad essere ordinato sacerdote cattolico (nel 1986).

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 1 mai, 2011 |Pas de commentaires »
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