Ridere nel nome di Isacco (In occasione di Purim)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2011/044q04a1.html

OSSERVATORE ROMANO

(23 febbraio 2011)

In occasione di Purim « Pagine ebraiche » dedica un dossier alla comicità e alla parodia

Ridere nel nome di Isacco

Accanto a una serie di cloni parodistici di giornali italiani c’è anche un esilarante « Osservatore Nostrano »

di SILVIA GUIDI
Benvenuti nell’isola di Pesach, un’isola di Pasqua in cui anche le misteriose figure scolpite nella pietra portano la kippah. La visita guidata al mondo alla rovescia di « Pagine Ebbraiche » – con due b: non è un errore di stampa, è la versione tutta da ridere contenuta nel prossimo numero del mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto da Guido Vitale – continua a Torino, all’interno in una Mole Antonelliana riportata alla sua destinazione originaria di sinagoga, come testimonia la prima pagina del locale « Corriere della Sara » (sic).
A fondo pagina i lettori più attenti alle nuove risorse della tecnologia possono trovare un articolo dedicato alla Buber app: « iPhone-you-Phone. Una nuova application ebraica consente ormai a tutti i devoti del grande pensatore Martin Buber di portare sempre nel taschino la sua filosofia dell’interrelazione fra l’Io e il Tu ». Semel in anno – in questo caso per Purim, la festa ebraica delle sorti che quest’anno cade domenica 20 marzo – licet insanire, e può accadere di scoprire, nell’editoriale del « Corriere » riveduto e corretto dai redattori di « Pagine Ebraiche », il contenuto del prezioso rotolo delle Micra-è Immaot (« Minime delle Madri ») – un rarissimo testo speculare alle Massime dei Padri rinvenuto nel deserto di Giuditta durante una campagna di scavi archeologici – composto da detti sapienziali in cui una mesta saggezza si fonde a uno spiccato senso pratico (« Lei diceva anche: se non sono io per me, chi è per me? E se a casa questa faccenda non la sbrigo io, chi lo farà? E se non ora, quando? »).
Un testo affascinante, chiosano i redattori del « Corriere » al femminile, ma dall’autenticità controversa: per l’ebraismo ultraortodosso « è certamente un falso frutto di una cultura edonistica, perché le madri dell’epoca non avrebbero potuto avere il tempo libero per scriverlo ».
In un altro intervento, semiserio ma non per questo meno acuto, si sottolinea il nesso tra l’umorismo e l’immensa misericordia di Dio, come dimostrano le Scritture. « Quanto tutto questo sia antico – si legge nell’editoriale, firmato rav Raggy Ics, rabbino capo e scienziato – lo dimostra il nome del secondo dei tre nostri patriarchi, Izchaq, che deriva dalla radice di ridere. La risata è quella della madre a cui viene annunciata una gravidanza a novant’anni. Avrebbe riso chiunque, anche se quella risata è un segno di poca fede davanti all’annuncio solenne di un miracolo. Ma l’incredulità anziché essere condannata si trasforma in un nome ».
La scommessa del prossimo numero di « Pagine Ebraiche » è scherzare « a templio perso » su se stessi e sul mondo per strappare un sorriso ai lettori, affiancando al vastissimo repertorio del cabaret yiddish la difficile arte della parodia: accanto ai cloni parodistici « Corriere della Sara » e « Ragazzetta Ufficiale », c’è pure « L’Osservatore Nostrano » che commenta il festival di Sanremo in un latino maccheronico esilarante, e « la Ripubblica » in versione enogastronomica in cui si citano le più importanti regole alimentari dell’ebraismo per ricordare che « non tutto il maiale viene per cuocere ».
« Non si può vivere di solo umorismo yiddish; di barzellette sugli ebrei – afferma Alberto Cavaglion nell’editoriale che introduce « Pagine Ebbraiche » – s’è scritto (forse) troppo ». Ci siamo dimenticati di un genere di scrittura, la parodia, dove la cultura ebraica ha lasciato maestri insigni. La parodia impone un discorso sul concetto di imitazione. Gli ebrei posseggono il genio dell’imitazione, scriveva Ahad Ha-Am: è nota la definizione di uomo come « animale mimetico » data da Disraeli.
In Italia basti fare il nome di Franca Valeri. La verità non si può imitare, dice Mendel di Kotzk nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber, tutto il resto sì. I romanzi di Philip Roth e tanto cinema americano sono pieni di ragazzi costretti da genitori assillanti a imitare la voce della zia Rachele o di nonno Moshe. I Promessi sposi di Guido Da Verona, l’Antologia apocrifa di Paolo VIta Finzi hanno avuto vita lunghissima e migliaia di lettori. Guido Almansi e Guido Fink raccolsero il testimone e sempre da Bompiani pubblicarono Quasi come, esempio di parodistica comparata. La profondità della parodia è data dalla contiguità con due problemi interpretativi centrali nell’ebraismo: da un lato la questione dell’imitazione di Dio (Levitico, 11, 44), dall’altro il problema del divieto di farsi immagine. Non ci si fa immagine di nessuno, ma con la parola si può fare quello che con il pennello è proibito fare ».
Nel Novecento, spesso il pennello è stato sostituito dalla cinepresa, o dallo story board di una sceneggiatura; la presenza della tradizione ebraica nel cinema americano è nota, ma molto più radicata di quanto non si sia abituati a pensare, basti citare tra i produttori i Mayer, i Goldwyn, tra i registi Ernest Lubitsch, Billy Wilder, Joseph Mankiewicz, Otto Preminger, Steven Spielberg, tra i divi i fratelli Marx, Mel Brooks, Danny Kaye, Jerry Lewis, Joan Crawford, Lauren Bacall.
« Delle varie forme della cultura yiddish, quella che meglio si è trasmessa, meglio ha prolificato è stata proprio la comicità – scriveva Dario Calimani commentando un festival della comicità ebraica che si è svolto qualche anno fa – dagli anonimi creatori di storielle fino ai grandi comici americani di origine ebraica, c’è un filo ininterrotto. Dallo Shlemiel dei villaggi mitteleuropei, lo sciocco protagonista di infinite storielle fino ad arrivare a Woody Allen ». E oltre.
La vis comica di Vogliamo vivere (1942) di Lubitsch ha trovato una nuova giovinezza in Train de vie (1998) del regista rumeno di origine ebraica Radu Mihâileanu (suo padre Mordechai Buchman prese il nome Ion Mihâileanu dopo essere fuggito da un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale), ma resta di Jerry Lewis (alias Joseph Levitch) secondo Manuel Disegni, la battuta che meglio simboleggia la comicità ebraica americana, coniugando psicanalisi e nevrosi, incertezza identitaria e irrisione della normalità: « Allo psicanalista che gli ha appena diagnosticato uno sdoppiamento della personalità e presentato la parcella di cento dollari, il paziente risponde: « Gliene do solo cinquanta, gli altri cinquanta li chieda al mio doppio »". La vita è tutta un witz, scriveva anni fa Ranieri Polese parodiando la sigla della trasmissione Indietro tutta per descrivere il motto di spirito ebraico (witz), la battuta imprevista che se da un lato prende di mira le ingiustizie del mondo, dall’altro offre con la risata che provoca una sorta di compensazione a chi di quella ingiustizia è vittima: « Grazie a Dio, per quest’anno abbiamo già avuto il nostro pogrom » dice il padre del protagonista di Fievel sbarca in America (1986) un raro esempio di witz a cartoni animati.

Publié dans : EBRAISMO, EBRAISMO: LE FESTIVITÀ |le 10 mai, 2011 |Pas de Commentaires »

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