Tertulliano: « Sia santificato il tuo nome »

dal sito:

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SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI

Tertulliano, uno dei primi padri della chiesa, ha scritto: « La preghiera insegnataci dal Signore, il ‘Padre nostro’, è la sintesi di tutto il vangelo ». Questa preghiera ci mette nel cuore e sulle labbra gli interessi di Dio e le suppliche dell’uomo peccatore. Essa può essere recitata a una condizione: che colui che la recita osi parlare a Dio come un figlio parla al suo papà. La prima libertà di un figlio di Dio è quella di poter chiamare Dio, Padre.
Molti arrivano a credere che c’è qualcuno sopra di noi. A costoro e a tutti noi annunciamo la verità che spiega l’esistenza dell’universo e dell’uomo: Dio è nostro padre, padre di tutti e noi tutti siamo fratelli.
Questa verità apre orizzonti nuovi e prospettive infinite al singolo e alla grande famiglia umana.
Ma qual è la natura di tale paternità divina?
È proprio il caso di chiedercelo perché anche nella maggioranza delle religioni pagane gli dèi erano designati col nome di padri: ricordiamo soprattutto Zeus « padre degli dèi e degli uomini ».
Anche nell’AT Iahvè è innanzitutto il padre del popolo d’Israele (Es 4,22), che di conseguenza è detto figlio di Dio. L’idea che Dio è anche il padre del singolo israelita si trova già nel libro del Siracide (23,1.4; 51,10). Nel libro della Sapienza solo il giusto ha Dio come padre e perciò è chiamato figlio di Dio (Sap 2,13.18) e dà a Dio il titolo di « Padre » (Sap 14,3).
Dal primo secolo dopo Cristo la designazione di Dio come « Padre del cielo » diventa usuale anche tra i rabbini: con tale espressione non pretendevano spiegare la trascendenza di Dio, ma solo evitare ogni confusione con un padre terreno, umano.
Chiediamoci: è in questo senso che Gesù ci ha comandato di chiamare Dio come Padre nostro? O ci ha insegnato e dato qualcosa di nuovo e di unico rispetto agli dèi dell’Iliade di Omero o rispetto alla paternità riconosciuta a Iahvè nell’AT? Gesù presentandoci Dio come Padre suo e Padre nostro ci rivela una realtà infinitamente superiore a quanto si poteva supporre o conoscere fino ad allora.
Per comprendere meglio leggiamo il vangelo secondo Giovanni: « Il Verbo (il Figlio di Dio) venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali… da Dio sono stati generati » (Gv 1,11-13). Diventare figli di Dio… Ma non lo eravamo già anche prima? Certamente Dio è padre di tutti perché è il creatore, il principio della vita di tutti. Leggiamo nella prima Lettera ai Corinti: « C’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui » (1Cor 8,6). E nella Lettera agli Efesini sta scritto: « Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti » (Ef 4,6).
Che cosa significa dunque: « A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali… da Dio sono stati generati »?
Certamente qui il vangelo vuole esprimere una realtà nuova rispetto alla paternità universale di Dio in quanto creatore. Qui non si parla di una paternità antecedente ad ogni nostra scelta, come il fatto di essere creati da Dio e generati dal padre e dalla madre: una paternità che non possiamo né accettare né rifiutare perché decidono gli altri per noi. Qui si dice che Dio ha dato all’uomo un potere paradossale: quello di accettare o di rifiutare di essere generato di nuovo da acqua e da Spirito (Gv 3,5) per entrare nel regno di Dio, per vivere la vita nuova, la vita di Dio. Il vangelo secondo Giovanni ci ha insegnato che diventano figli di Dio quelli che accolgono Cristo, credono in lui e rinascono per mezzo del battesimo. San Paolo ci insegna la stessa cosa nella Lettera ai Galati: « Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (Gal 3,26-27). E nella stessa Lettera scrive: « Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli » (Gal 4,5). Siamo conseguenti: prima che Dio mandasse suo Figlio non c’era la possibilità di essere figli di Dio nel senso pieno di cui si parla qui.
Quindi questa nuova nascita avviene per volere di Dio e per libera accettazione da parte nostra. Questa nostra libera adesione si attua attraverso la fede, che è l’accoglienza del Figlio di Dio, e il battesimo.
Quindi l’ingresso, come veri figli, nella famiglia di Dio dipende da questa adesione che si attua per mezzo della fede e del battesimo di acqua per coloro che conoscono Gesù; e per gli altri dalla risposta della loro coscienza illuminata dalla grazia dello Spirito: dal battesimo di desiderio. San Giovanni esclama: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1Gv 3,1).
A rigor di termini, solo i battezzati possono rivolgersi a Dio chiamandolo Padre nel senso pieno del termine, solo coloro che attraverso la nuova nascita dallo Spirito, da semplici figli dell’uomo sono diventati figli di Dio. San Gregorio Nisseno del IV secolo scriveva: « Se tu ti attacchi al denaro, se ti lasci sedurre dal fascino del mondo, se vai dietro ai desideri della carne… immagino che Dio ti risponda in questi termini: ‘La tua vita è sudicia e tu chiami Padre colui che è il Padre incorruttibile e santo?… Io non vedo in te l’immagine della mia natura: tu sei agli antipodi; quale unione può esistere tra la luce e le tenebre, quale parentela tra la vita e la morte?… È pericoloso, prima di aver emendato la propria vita, chiamare Dio: Padre’ ».
Dicendo questo non intendiamo impedire a nessuno di chiamare Dio « Padre » nell’ora della sofferenza, del rimorso o della speranza. È proprio e solo del Padre onnipotente amarci teneramente tutti, qualunque sia l’abisso in cui siamo caduti. È scritto infatti: « Dio nostro Padre ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza » (2Ts 2,16). Ma non dimentichiamo che Cristo ha insegnato il « Padre nostro » a dei discepoli che volevano entrare sinceramente in comunione con il Dio vivente e ai quali aveva proposto di essere perfetti come il Padre che è nei cieli. Abbiamo detto, poco fa, che dipende anche da noi diventare figli di Dio. Ora aggiungiamo che, dopo esserlo diventati, tocca ancora a noi rimanere figli veri e coerenti.
Come? Imitando il Padre con la vita. Nel vangelo Gesù invita a perdonare come perdona il Padre, ad aver misericordia e ad amare i nemici come fa il Padre. Ma per arrivare a questi comportamenti pratici bisogna che viviamo da figli convinti, obbedienti e rispettosi: dobbiamo diventare come bambini, dobbiamo diventare piccoli. Nel vangelo è scritto che il Padre ha rivelato i misteri del regno di Dio ai piccoli (Lc 10,21) e che chi vuole entrare nel regno di Dio deve diventare come un bambino (Lc 18,17).
Ma chi sono coloro che diventano come bambini? Che cosa bisogna fare per diventare piccoli?
Leggiamo il vangelo secondo Matteo: « In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?’. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli’ » (Mt 18,1-4).
Gesù non canonizza il bambino; non si fa illusione sui suoi difetti. Egli parla di una certa maniera di esistere che ha alla base due atteggiamenti tutt’altro che puerili: la vera umiltà e la semplicità della fede.
Diventare bambini, diventare veramente umili, diventare poveri in spirito (Mt 5,3) significa dipendere totalmente da Dio. L’uomo che vive nell’umiltà e nella verità sa che dipende da Dio in tutto ciò che è e in tutto ciò che fa. L’uomo non sarà mai « vero » fino a quando non si metterà all’ultimo posto, come servo di tutti e padrone di nessuno. Nel vangelo Gesù condanna la nostra presunzione e abbatte senza pietà la nostra falsa grandezza. Leggiamo: « Sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: ‘Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande’ » (Lc 9,46-48).
Se accettiamo la condizione di figli, di bambini piccoli quali realmente siamo, Dio rivelerà alla nostra umiltà la grandezza del suo amore di Padre.
Diciamo qualcosa anche sulla semplicità della fede. Gesù nel vangelo esalta i piccoli che credono in lui (Mt 18,6). Vi è una qualità della fede che è propria dell’infanzia; quella fede che, pur passando attraverso le vicissitudini della vita, ha saputo mantenere la semplicità originale. La fede va all’essenziale: scopre come prima realtà la paternità di Dio-Amore. Essa ha l’istinto di questa realtà primaria come il bimbo che si abbandona fiducioso sul seno materno, fonte di vita, di protezione sicura e di riposo beatificante. La fede semplice è l’istinto divino di un figlio verso il suo papà, Dio. A noi adulti capita di smarrirci nelle nostre complicazioni e di perdere ogni curiosità nei confronti di Dio, mentre il bambino assedia continuamente il padre di domande e dimostra una grande avidità di conoscere. Quando Dio non suscita in noi interesse alcuno, quando orientiamo stancamente verso di lui la nostra preghiera e la nostra vita, è segno evidente che siamo vecchi. Quando invece abbiamo fame e sete di Dio, interesse vivo e avidità di conoscerlo, allora siamo veramente come i bambini di cui parla Gesù nel vangelo.
Noi uomini dell’era moderna sentiamo maggiormente le esigenze della fraternità umana a tutti i livelli. Ma come facciamo a considerare gli altri come nostri fratelli se prima non crediamo seriamente che abbiamo un padre comune, colui che giustamente invochiamo Padre nostro?
Dopo le parole « Padre nostro » diciamo « che sei nei cieli ». Queste ultime parole sono di un’importanza capitale. Senza di esse è impossibile comprendere in quale maniera e con quale orientamento di pensiero e di azione noi possiamo santificare il nome del nostro Padre, promuovere il suo regno e fare che nel mondo si compia la sua volontà. In un primo momento, questa espressione « che sei nei cieli » può dare un senso di delusione. Sembra che Cristo, dopo aver avvicinato Dio agli uomini, lo allontani di nuovo e immediatamente, e lo collochi fuori dal nostro mondo. Evidentemente dobbiamo comprendere nel modo giusto questa espressione.
La Bibbia usa i termini cielo e cieli in due accezioni diverse. La prima per indicare la realtà fisica del cielo; e insegna che il cielo, come la terra, appartiene a Dio che l’ha creato. Tuttavia, in questa realtà del cielo, la Bibbia riconosce pure un simbolo e da qui ne deriva la seconda accezione. Quello che noi vediamo alzando gli occhi, quello che scopriamo nell’immensità dei cieli creati, può evocare qualcosa dell’insondabile mistero e dell’infinito di un altro cielo: quello che noi chiamiamo dimora di Dio.
Quando noi diciamo « Padre nostro che sei nei cieli » designamo questa dimora. Per raggiungerla, Gesù, quando giunse la sua ora, dovette lasciarci, andandosene realmente (Gv 16,19-20), ma non ad abitare le profondità del nostro cielo fisico, al di là delle nebulose. La sua scomparsa dalla nostra vista significa che egli è passato da questo mondo al Padre (Gv 13,1), vale a dire che ha trasportato la sua umanità nell’amore, nella potenza e nella gloria di Dio; perché quest’altro mondo invisibile è appunto la pienezza di Dio, il possesso pieno e definitivo di Dio.
Se il Padre nostro ci ha fatto realmente suoi figli, noi apparteniamo a lui e al suo mondo fin d’ora, ed è sulla base dei valori di quel mondo che dobbiamo valutare i beni del mondo presente. Questa presenza del cielo di Dio avvolge tutta la nostra terra, la compenetra e la anima con la sua energia spirituale. Noi non la vediamo perché i nostri occhi non hanno ancora l’acutezza necessaria. Ma essa c’è, e alcuni la scoprono e ne restano illuminati. Per capirci potremmo fare un paragone con l’atmosfera che ci avvolge. In tutte le ore del giorno e della notte siamo immersi in un mondo di suoni. Miliardi di persone prima di noi hanno ignorato l’esistenza di queste onde. Cosi, fatte le dovute precisazioni, sono i non credenti nei confronti del mondo della fede. Per usare un altro paragone terra terra: i credenti hanno il transistor della fede sintonizzato sulle onde della trasmittente di Dio; gli altri non ce l’hanno e si meravigliano che i credenti possano captare realtà così misteriose: sono simili ai primitivi quando vengono introdotti nel mondo dell’elettronica o ai ciechi che non possono vedere la luce.
Questo mondo dell’amore e della gloria di Dio esiste; i credenti ne fanno esperienza e, a poco a poco, entrano più profondamente in esso e diventa loro familiare: diventa un valore grande, una realtà che convince, diventa l’unica realtà che conta e dà senso alla vita. Il credente fin d’ora fa una grande scoperta che gli altri faranno forse al termine della loro vita o al momento stesso della morte. E la scoperta è questa: la terra e il cielo nei quali abitiamo, con tutto quanto contengono, non hanno alcun senso e alcun valore se non come preludio al cielo di Dio, al cielo dell’amore e della vita eterna. Le realtà presenti hanno significato vero e definitivo se sono percepite e vissute nella fede, immerse nel mondo di Dio, nella realtà divina del Padre nostro che è nei cieli.
In altre parole dobbiamo vivere fin d’ora come veri figli di Dio e cittadini del cielo. L’apostolo Paolo ci esorta: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra » (Col 3,1-2).
Il giusto che vive di fede (Rm 1,17) valuta gli avvenimenti e le cose della vita presente secondo i criteri di Dio espressi nel vangelo di Cristo. I santi, prima di prendere delle decisioni, prima di fare qualcosa si chiedevano: « Quid hoc ad aeternitatem? », « A che cosa serve per l’eternità? Questa cosa serve per l’eternità? ». E, in base alla risposta ponderata della loro coscienza, agivano nell’unico modo intelligente: secondo la fede, secondo le valutazioni di Dio. In parole semplici: i santi facevano solo cose eterne, arricchivano davanti a Dio, come ha insegnato Gesù nel vangelo: « Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore » (Mt 6,19-21).
E per fare questo non occorre sfuggire al proprio stato di vita e alle proprie responsabilità di sposi, di genitori, ai propri impegni terreni, qualunque sia il campo di attività in cui si svolge la nostra vita, perché non si può diventare santi senza compromettersi con gli altri e per gli altri, come ha fatto Cristo e come farebbe Cristo al nostro posto.
Ma è proprio perché vogliamo impegnarci nell’unico modo giusto per il bene di questo mondo che la conversione al Padre che è nei cieli si impone con maggior forza e urgenza. Gesù Cristo non sarà amato, servito e annunciato sulla terra se non quando la terra sarà evangelizzata da veri cristiani, da cristiani che si riconoscono, nel più profondo della coscienza, autentici cittadini del cielo. Nella Lettera agli Ebrei leggiamo che i nostri antenati (Abele, Enoch, Noè, Abramo e Sara) vissero da stranieri e da pellegrini sopra la terra, aspirando ad una patria migliore, alla patria del cielo, alla città che Dio aveva preparato per loro (Eb 11,13-16).
Per essere testimoni credibili del mondo misterioso di Dio, del regno dei cieli, occorre che coloro che ci incontrano e vedono il nostro modo di vivere percepiscano con chiarezza che noi abbiamo trovato il tesoro nascosto e la perla di grande valore (Mt 13,44-46): il mondo dell’amore e della vita di Dio. Bisogna che essi vedano che noi usiamo del mondo presente come se in realtà non ne usassimo (1Cor 7,29-31). Che ci comportiamo da amministratori e non da proprietari dei beni di Dio: da amministratori distaccati da tutti i beni, compresa la vita che Dio ci ha dato, pronti a lasciare tutto e a considerare tutto come perdita e spazzatura a motivo di Cristo. Lo scrive l’apostolo Paolo: « Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo » (Fil 3,7-8).
Ma come è possibile questo? Come si può vivere da veri figli e da vere figlie di Dio nel mondo d’oggi?
Il vangelo ci risponde: « Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile a Dio » (Mc 10,27). Dobbiamo mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuta da principio (Eb 3,14): dobbiamo aver fiducia in Dio. All’origine di ogni amore si trova sempre questa scelta, senza calcoli e senza timore, con cui l’essere che ama si mette nelle mani dell’altro, si consegna all’altro per sempre. In ogni vero amore c’è sempre una grande speranza: quella di vedere realizzarsi, per mezzo di questo amore, le promesse della vita, i desideri e le attese.
Dobbiamo riscoprire, tra le tante, la grande devozione al Padre che è nei cieli: devozione fatta di atteggiamento interiore di fiducia e di speranza, come leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così saremo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore » (1Gv 4,16-18).
A chi mi chiede: « Che cosa hai fatto finora nella vita e che cosa pensi di fare in futuro? » vorrei poter rispondere con tutta sincerità: « Io ho creduto in Dio mio Padre, mi sono fidato completamente di lui e non ho avuto paura di lui; per il futuro desidero che questa fiducia nell’amore che il Padre ha per me diventi sempre più vera e definitiva ».
Prendiamoci la libertà e l’ardimento di chiamare Dio « Padre » ed egli realizzerà in noi questa familiarità con il suo mondo. Il Padre è in me e mi dà il gusto delle cose di Dio e la capacità di credere che io sono amato da lui e che il mio avvenire sarà un’eternità d’amore beato in lui.
Perché questo non resti un bel sogno, ma diventi la realtà più reale, dobbiamo accogliere l’invito di Gesù a ridiventare come bambini nell’umiltà e nella semplicità della fede. Perché solo l’umiltà e la fede semplice ci consentono di chiamare, in tutta verità, Dio « Padre nostro che sei nei cieli ». 

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