Archive pour avril, 2011

Mat-28,01_Women_Resurrection

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Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2011 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO, SUL SALMO 149: AL CRISTIANO SI ADDICE UN CANTO NUOVO

dal sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/esposizioni_salmi/index2.htm

SANT’AGOSTINO

SUL SALMO 149

AL CRISTIANO SI ADDICE UN CANTO NUOVO

1. Lodiamo il Signore con la voce, con la mente, con le opere buone; a lui cantiamo un cantico nuovo, come ci esorta il presente salmo che così comincia: Cantate al Signore un cantico nuovo. Uomo vecchio, cantico vecchio; uomo nuovo, cantico nuovo. Testamento vecchio, cantico vecchio; Testamento nuovo, cantico nuovo. Nel vecchio Testamento c’erano delle promesse temporali e terrene: e chiunque ama le cose terrene canta il cantico vecchio. Chi vuol cantare il cantico nuovo deve amare i beni eterni. E lo stesso amore è nuovo ed eterno, e in tanto è sempre nuovo in quanto non invecchia mai. In realtà, a considerar bene le cose, tutto questo è roba antica: come quindi può esser nuova? Miei fratelli, forse che la vita eterna è nata adesso? La vita eterna è Cristo: il quale, secondo la divinità, non è certo nato adesso. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto 1. Se sono antiche le cose fatte per mezzo di lui, come sarà lui l’artefice di tutto? non sarà egli eterno, coeterno al Padre? Ben diversa è la nostra sorte. Caduti in peccato, approdammo nella regione del vecchiume. Nostra infatti è la voce che in quel salmo dice gemendo: Mi sono invecchiato in mezzo a tutti i miei nemici 2. Invecchiato per il peccato, l’uomo viene rinnovato dalla grazia. Pertanto tutti coloro che in Cristo vengono rinnovati e cominciano ad essere partecipi della vita eterna, cantano il cantico nuovo.

Chi è in discordia con la Chiesa canta il canto vecchio.
2. E questo è un cantico di pace, un cantico d’amore. Chiunque si separa dalla comunione dei santi non canta il cantico nuovo: segue infatti la via dell’animosità che è roba vecchia, non quella della carità, che è nuova. E cosa c’è nella carità, virtù nuova? La pace, il vincolo di una società santa, la compattezza spirituale, l’edificio fatto di pietre vive. E questo, dove? Non in un paese soltanto ma in tutto l’universo. Ascoltalo da un altro salmo. Dice: Cantate al Signore un cantico nuovo, cantate al Signore da tutta la terra 3. Dal quale testo si ricava che chi non canta nell’unità con tutta la terra canta il cantico vecchio, qualunque siano le parole che pronunzi la sua bocca. Che senso ha infatti registrare quel che dice, quando vedo i suoi pensieri? Mi replicherai: Dunque tu vedi i suoi pensieri? Me li rivelano i fatti, poiché, naturalmente, il mio occhio non può penetrare nella coscienza. Osservando però le sue azioni, da ciò che fa scopro i suoi pensieri. Eccovi degli esempi. Quando uno sorprende un altro nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio ne scopre certo i pensieri: non perché li veda nel cuore ma nelle opere. Ci sono, è vero, pensieri che restano chiusi nel nostro intimo, ma ce ne sono altri, e molti, che si concretizzano in azioni e quindi son palesi anche agli uomini. Questo vale anche per coloro che si son separati dall’unità, frutto della carità di Cristo, e dalla comunione con la santa Chiesa. Finché erano cattivi in se stessi, nel loro interno, non li conosceva se non Dio; ma venne la prova e si separarono, e ciò che era noto [solo] a Dio fu conosciuto anche dagli uomini. In effetti il frutto [di ognuno] non appare se non quando ci son di mezzo i fatti; e per questo fu detto: Dai loro frutti li riconoscerete 4. Il Signore diceva queste parole a proposito di certuni che si coprono con vesti di pecora mentre interiormente sono lupi rapaci 5. Per fornire alla fragilità umana un indizio da cui riconoscere il lupo, anche se coperto di pelle di pecora, disse: Dai loro frutti li riconoscerete. Cerchiamo in loro frutti di carità e vi troviamo spine di discordia. Dai loro frutti li riconoscerete. Il loro cantico è, dunque, un cantico vecchio. Vediamo noi di cantare il cantico nuovo. Ve l’abbiamo già detto, fratelli. Tutta la terra canta il cantico nuovo. Chi non canta questo cantico nuovo in unione con tutta la terra, dica pure quel che vuole, faccia risuonare con la lingua gli Alleluia e li ripeta di giorno e li ripeta di notte. I miei orecchi non sono attratti un gran ché dagli accenti di chi canta; vado piuttosto a indagare la sua condotta e le opere che compie. Lo interrogo e gli dico: Ma cos’è quel che canti? Mi risponde: L’Alleluia. E Alleluia che significa? Lodate il Signore. Vieni dunque, lodiamo insieme il Signore. Se tu lodi il Signore e io lodo il Signore, perché dovremmo essere in discordia? La carità loda il Signore, la discordia lo bestemmia.

La Chiesa figurata nel buon grano.
3. E volete ora sapere dove occorra cantare il cantico nuovo? Le cose che il salmo dice, vedete in che modo e dove si attuino: se cioè si attuano in tutte le nazioni del mondo ovvero soltanto in una qualche sua parte. Da ciò comprenderete più perfettamente a chi spetti cantare il cantico nuovo. È una cosa a voi nota, in quanto ve l’ho ricordato trattando quell’altro salmo: Cantate al Signore un cantico nuovo 6. Per mostrarvi che per  » cantico nuovo  » è da intendere il frutto della carità e dell’unità, aggiungeva: Cantate al Signore da tutta la terra 7. Nessuno si separi, nessuno isi stanchi. Se sei frumento, tollera la paglia finché non venga l’ora della vagliatura. Vuoi essere cacciato dall’aia? Fuori dell’aia anche se fossi frumento, ti troverebbero gli uccelli e ti beccherebbero 8. Ma in più c’è da notare che, per il fatto stesso che ti allontani dall’aia volando, ti qualifichi per paglia. Essendo infatti cosa leggera, si levò il vento e ti sottraesti ai piedi dei buoi. Viceversa coloro che son frumento soffrono la macerazione della trebbiatura: godono per essere buon grano e, finché gemono frammisti alla paglia, lo fanno aspettando colui che li vaglierà, colui che già sanno essere loro redentore. Cantate al Signore un cantico nuovo, la sua lode nella Chiesa dei santi. Questa è la Chiesa dei santi: la Chiesa del buon frumento sparso in tutto l’universo. È seminata nel campo del Signore, cioè nel mondo, come ebbe a spiegare lo stesso Signore allorché, parlando del seminatore, diceva: Un uomo seminò del buon seme nel suo campo, e venne il nemico e seminò sopra la zizzania. Allora i servi dissero al padrone: Non hai seminato del buon seme sul tuo campo? Perché vi è nata la zizzania? Quegli rispose: L’uomo nemico ha fatto questo 9. Volevano raccogliere la zizzania ma egli li trattenne dicendo: Lasciate che ambedue crescano fino alla mietitura. Al tempo della mietitura dirò ai mietitori: « Raccogliete per prima la zizzania, legatela in fascetti per bruciarla; ma il mio frumento riponetelo nel granaio » 10. In un secondo momento i discepoli lo interrogarono: Spiegaci la parabola della zizzania 11. Ed egli espose tutti i particolari, per cui il significato di questa parabola nessuno può attribuirlo alla propria volontà ma al Maestro celeste che l’ha esposto. Nessuno dica: Ma lui l’ha spiegata a suo talento! Se il Signore avesse spiegato la parabola di un profeta, essendo vero che qualunque cosa dicevano i profeti era lui a dirlo per loro mezzo, chi avrebbe osato obiettargli che non era quella la giusta interpretazione? A maggior ragione, quando espone un racconto composto da lui stesso. Chi oserebbe contraddire alla verità manifesta? Esponendo dunque la citata parabola, diceva il Signore: Chi semina il buon seme è il Figlio dell’uomo 12, indicando evidentemente se stesso. I figli del regno sono il buon seme 13, cioè la Chiesa dei santi. I figli del maligno sono la zizzania. Il campo è questo mondo 14. Notate pertanto, o fratelli, come il buon seme è seminato nel mondo e vi è seminata anche la zizzania. Forse che da una parte è seminato il buon grano e da un’altra parte la zizzania? No, dovunque il grano e dovunque la zizzania. Campo del Signore è il mondo, non l’Africa. Né le cose vanno come in queste nostre regioni: la Getulia produce il sessanta o il cento per uno, mentre la Numidia il dieci per uno. Non così vanno le cose nel campo di Dio. Ogni regione gli rende il frutto: ora del cento, ora del sessanta, ora del trenta per uno. Quanto a te, vedi cosa ti piaccia essere, se pensi di rientrare tra i proventi del Signore. Concludo dicendo che la Chiesa dei santi è la Chiesa cattolica; non è Chiesa dei santi la chiesa degli eretici. È Chiesa dei santi quella che Dio prefigurò con simboli prima che fosse visibile in se stessa, e poi mostrò a tutti perché tutti la vedessero. La Chiesa dei santi fu prima racchiusa in codici scritti, ora è diffusa fra le genti. La Chiesa dei santi fu un tempo solo oggetto di lettura; ora la si legge e la si vede. Quando era solo un oggetto di lettura, la si credeva; oggi la si vede e le si muovono contraddizioni! La sua lode nella Chiesa dei santi.

Chi merita di vedere Dio e come lo si vede.
4. [v 2.] Israele si allieti in colui che l’ha creato. Che significa Israele?  » Colui che vede Dio « . Tale il significato del nome Israele. Colui che vede Dio si allieti in colui dal quale è stato creato. Ma cosa diremo, fratelli? Per il fatto che apparteniamo alla Chiesa dei santi, forse che già vediamo Dio? E se non lo vediamo, in che senso siamo Israele? C’è una visione che si attua nel tempo presente, e ce n’è un’altra che si attuerà nel futuro. La visione del tempo presente si attua mediante la fede, la visione futura sarà visione faciale. Se crediamo vediamo, se amiamo vediamo. Cosa vediamo? Dio. Dove è Dio? Interroga Giovanni. Dio è carità 15. Benediciamo il suo santo nome, e godiamo in Dio, se godiamo nella carità. Quando uno ha la carità, perché inviarlo lontano per fargli vedere Dio? Penetri nella sua coscienza e lì vedrà Dio. Se lì non alberga la carità, non vi abita nemmeno Dio; se invece vi alberga la carità, Dio certamente vi abita. Ma l’uomo forse vorrebbe vederlo come quando siede nel cielo. Abbia la carità e abiterà in lui come nel cielo. Siamo dunque Israele e allietiamoci in colui che ci ha creati. Israele si allieti in colui che l’ha creato. Si rallegri in colui che l’ha creato, non in Ario, non in Donato, non in Ceciliano e nemmeno in Proculiano o in Agostino. Si allieti in colui che l’ha creato. A voi, fratelli, non raccomandiamo noi stessi, ma Dio, in quanto affidiamo voi a Dio. In che senso vi raccomandiamo Dio? Insegnandovi ad amarlo; e ciò nel vostro interesse, non perché a lui ne derivi qualche vantaggio. Se infatti non lo amerete, sarà a vostro danno, non suo. Non diminuirà infatti a Dio la divinità, se l’uomo non avrà carità per lui. Tu cresci possedendo Dio, non Dio cresce per un qualche tuo apporto. Eppure lui per primo, prima che noi lo amassimo, ci ha amati 16 a tal segno da mandare il suo unico Figlio e da farlo morire per noi 17. Colui che ci aveva creati è venuto in mezzo a noi. In che senso egli ci aveva creati? Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto 18. In che senso è venuto fra noi? E il Verbo si è fatto carne e ha dimorato in mezzo a noi 19. È dunque lui l’essere nel quale dobbiamo allietarci. Nessun uomo pretenda di attribuirsi le parti che spettano a Dio. Da lui ci viene la letizia che ci rende felici. Israele si allieti in colui che l’ha creato.

Le lettere divine pervenuteci dalla patria.
5. E i figli di Sion esultino nel loro re. Israele sono i figli della Chiesa. Quanto a Sion, fu una città [storica], ma questa fu abbattuta, anche se sopra le sue rovine seguitarono ad abitarci materialmente i santi. La Sion vera e la Gerusalemme vera (Sion infatti è lo stesso che Gerusalemme) è, al contrario, eterna e si trova nei cieli: è la nostra madre, in quanto ci ha generati 20; è la comunità dei santi, che ci ha allevati, e di lei una parte è pellegrina ma la parte maggiore ha già stanza nel cielo. Per quella porzione che risiede nel cielo è la beatitudine degli angeli; per quella porzione che peregrina in questo mondo è la speranza dei giusti. Della prima fu detto: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, dell’altra: E pace in terra agli uomini di buona volontà 21. Coloro pertanto che gemono in questa vita e desiderano quella patria corrano per forza di amore, non muovendo i piedi del corpo: non vadano in cerca di navi ma di penne, si muniscano cioè delle due ali della carità. Quali sono le due ali della carità? L’amore di Dio e l’amore del prossimo. Siamo infatti pellegrini, e sospiriamo e gemiamo. Dalla nostra patria ci sono pervenute delle lettere, e queste noi vi leggiamo.

Cristo re e sacerdote.
6. Israele si allieti in colui che l’ha fatto, e i figli di Sion esultino nel suo re. Ciò che aveva detto con Colui che lo ha fatto, questo ripete con Nel suo re. La parola Israele, che voi ascoltate, dice lo stesso che I figli di Sion; e le altre: In colui che lo ha fatto dicono lo stesso che Nel suo re. Il Figlio di Dio, che ci ha creati, è venuto in mezzo a noi, e in qualità di nostro re ci governa, dopo che, come creatore, ci aveva fatti esistere. Lo stesso nostro Creatore è, comunque, colui che ci governa; e noi in tanto siamo cristiani in quanto il nostro Creatore e Re è Cristo. Ora, il nome Cristo deriva da crisma, cioè unzione. E, se venivano unti i re e i sacerdoti 22, Cristo è stato unto proprio perché re e sacerdote 23. Come re, combatté per noi; come sacerdote offrì se stesso per noi. Quando combatté per noi sembrò quasi che fosse vinto, in realtà però fu vincitore. Fu sì crocifisso, però dalla croce in cui era confitto uccise il diavolo, e per questo è nostro re. Perché poi è sacerdote? Per aver offerto se stesso per noi. Date a lui sacerdote la vittima da offrire. Cosa troverà l’uomo da presentargli come vittima senza macchia? Quale vittima troverà? Che cosa di puro potrà elevare [a Dio] il peccatore? O iniquo, o empio! Qualunque cosa offrirai, sarà immonda, mentre per te dev’essere offerta una vittima monda. Cerca intorno a te qualcosa di puro, da offrire [a Dio]: non lo troverai. Cerca fra le cose tue qualche vittima da offrirgli, [ricordando però che] egli non sì compiace di arieti, né di capri, né di tori. Anche se non gliele offri son roba sua tutte le cose. Offrigli dunque un sacrificio mondo! Tu però sei un peccatore, un empio, hai la coscienza insozzata. Una volta purificato, forse potrai offrirgli un sacrificio puro; ma per diventare puro bisogna che qualcosa sia immolato per te. Ma cosa offrirai per te, per diventare puro? Se sarai stato purificato, potrai offrire ciò che ormai è mondo. Offra dunque se stesso quel sacerdote che è puro e purifichi [gli altri]. È ciò che fece Cristo. Negli uomini non trovò nulla di mondo da poter offrire in pro’ degli stessi uomini; allora offrì se stesso come vittima pura. Vittima felice, vittima vera, sacrificio immacolato! Non offrì cose che noi gli avevamo date; o meglio, offrì cose prese da noi ma che lui stesso aveva purificate [per l'offerta]. Offrì infatti la carne che aveva preso da noi. E da chi la prese? Dal seno della vergine Maria. Essendo pura, la offrì per chi era impuro. Egli dunque è re e sacerdote. Rallegriamoci in lui.

Il coro, il timpano e il salterio: applicazioni.
7. [v 3.] Lodino il suo nome in coro. Che cosa rappresenta il coro? Molti sanno cosa sia un coro, anzi, dal momento che parliamo in [questa] città, lo sanno quasi tutti. Il coro è un complesso di cantori che cantano insieme. Se cantiamo in coro dobbiamo cantare d’accordo. Quando si canta in coro, anche una sola voce stonata ferisce l’uditore e mette confusione nel coro stesso. Se la voce di uno che canta in maniera inopportuna disturba l’accordo dei cantanti, non disturberà l’eresia con le sue stonature l’accordo delle voci che lodano Dio? Ormai tutto il mondo è un coro di Cristo: e questo coro di Cristo canta in perfetta armonia dall’oriente all’occidente. Vediamo se tale sia l’estensione del coro di Cristo. Lo dice un altro salmo: Dal sorgere del sole fino al tramonto lodate il nome del Signore 24. Lodino il suo nome in coro.

8. Salmeggino a lui sul timpano e sul salterio. Perché prende in mano il timpano e il salterio? Affinché non soltanto la voce [lo] lodi, ma anche le opere. Quando si prendono il timpano e il salterio, le mani s’accordano alla voce. Così per te. Quando canti l’Alleluia, devi porgere il pane all’affamato, vestire il nudo, ospitare il pellegrino. Se fai questo, non è solo la voce che canta ma alla voce si armonizzano le mani, in quanto alle parole concordano le opere. Hai preso in mano lo strumento e le tue dita sono in armonia con la lingua. In effetti, non bisogna passar sotto silenzio il senso misterioso del timpano e del salterio. Nel timpano si stira il cuoio, nel salterio si stirano le corde: nell’uno e nell’altro strumento si crocifigge la carne. Quanto salmeggiava bene sul timpano e sul salterio colui che diceva: Il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo! 25 Questo salterio, e analogamente il timpano, vuole che tu prenda colui che ama il cantico nuovo, colui che per ammaestrarti ti rivolge le parole: Chi vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua 26. Non abbandoni il suo salterio, non abbandoni il timpano! Si stenda sul legno e lasci seccare le concupiscenze della carne. Più i nervi sono tirati più acuti sono i suoni che emettono. Suonando dunque delle note assai acute il salterio dell’apostolo Paolo, cosa diceva? Dimentico delle cose passate, proteso verso quelle che [mi] sono davanti, corro verso la palma della superna vocazione 27. Egli stirava se stesso, Cristo lo toccò e la dolcezza della verità emise dei suoni. Salmeggino a lui sul timpano e sul salterio.

9. [v 4.] Poiché il Signore ha beneficato il suo popolo. Qual beneficio più grande che morire per gli empi? Qual beneficio più grande che distruggere col sangue giusto il rescritto [di condanna] del peccatore? Qual beneficio più grande che dire: Non m’interessa ciò che siete stati finora; siate ciò che finora non siete stati? Il Signore ha beneficato il suo popolo, rimettendo i peccati, promettendo la vita eterna. È benefico convertendo chi gli ha voltato le spalle, aiutando chi combatte, incoronando chi vince. Il Signore ha beneficato il suo popolo, ed ha elevato i mansueti a salvezza. Anche i superbi, in effetti, vengono elevati ma non a salvezza. I mansueti a loro salvezza, i superbi a loro perdizione. Cioè: i superbi si innalzano e il Signore li umilia, i mansueti si umiliano e Dio li esalta. Ed ha elevato i mansueti a salvezza.

Popolarità e vera gloria.
10. [v 5.] Esulteranno i santi nella gloria. Voglio dire qualcosa sulla gloria dei santi. Ascoltatemi con molta attenzione. Non c’è nessuno che non ami la gloria. Gli stolti però amano una gloria (la cosidetta gloria popolare), la quale contiene un’attrattiva ingannevole. L’uomo, invogliato delle lodi di uomini vuoti [di senno], vorrebbe vivere in modo da andare sulla bocca di tutti, non importa come. Per questo diventano anche dissennati, e, tronfi d’orgoglio, vacui dentro e gonfi fuori, concepiscono propositi come quello di disfarsi del proprio patrimonio, donandolo ai commedianti agli istrioni, ai gladiatori e agli aurighi. Che somme regalano! che somme spendono! Sperperano le risorse non solo del loro patrimonio ma anche del loro animo. Gente di tal fatta ha in uggia il povero, perché il popolo non acclama quando si dà qualcosa al povero, mentre grida quando lo si dà al gladiatore. Loro pertanto, se non li si applaude, non dànno; mentre, se li si applaude da gente dissennata, perdono la testa, di modo che diventano tutti una congrega di matti: e chi dà spettacolo e chi vi assiste e chi lo paga. Questa gloria insensata viene biasimata dal Signore, merita disapprovazione agli occhi dell’Onnipotente. Eppure, miei fratelli, Cristo rimprovera i suoi dicendo: Io da voi non ho ricevuto quanto ricevono i gladiatori. Per far loro dei donativi avete preso del mio; quanto a me, invece, ero nudo e non mi avete vestito. E quelli: Ma quando ti abbiamo visto nudo, e non ti abbiamo vestito? E lui: Quando non l’avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me 28. Ma tu vuoi vestire il tuo favorito. Se è così, Cristo per che cosa si è giocato il tuo favore? Vuoi vestire il gladiatore, del quale, nell’ipotesi che sia sconfitto, devi arrossire; Cristo invece non è mai sconfitto. Vinse anzi il diavolo, e lo vinse a posto tuo e a tuo favore e dentro di te. Ma tu non te la senti di vestire un tal vincitore. Perché? Perché attorno a lui si fa poco chiasso, c’è poco modo di perdere la testa. Non per nulla quanti si deliziano di una gloria di questo tipo hanno la coscienza vuota. Come svuotano le casseforti per acquistare vestiti, così svuotano la coscienza non lasciandovi dentro alcunché di prezioso.

La lode di Dio presuppone la buona coscienza.
11. [v 6.] Come viceversa esultino i santi (che esultano nella gloria), non c’è bisogno che lo descriviamo noi. Ascoltate il seguente verso del nostro salmo: Esulteranno i santi nella gloria, si rallegreranno nei propri letti. Non nei teatri, non negli anfiteatri, non nei circhi, non nelle bazzecole, non nelle piazze ma nei propri letti. Che significa: Nei propri letti? Nei loro cuori. Ascolta come esultasse nel suo letto l’apostolo Paolo. La nostra gloria è questa: la testimonianza della nostra coscienza 29. C’è però anche qui il pericolo che l’uomo ripieghi su se stesso in cerca di umana compiacenza e insuperbito si glori [delle testimonianze] della coscienza. Si deve infatti gioire nel tremore 30, perché il motivo della nostra gioia è dono di Dio, non merito nostro. Molta infatti è la gente che si compiace di se stessa, ritenendosi giusta; ma contro di loro interviene un’altra pagina [scritturale] ove è detto: Chi potrà gloriarsi d’avere il cuore casto, e chi potrà gloriarsi d’esser mondo da peccato? 31 C’è, è vero, un modo di gloriarsi in base alla coscienza: quando cioè tu sai che la tua fede è sincera, la tua speranza è incrollabile, la tua carità senza finzione. Ma siccome ci sono ancora molte altre cose che possono offendere lo sguardo di Dio, loda piuttosto Dio perché ti ha donato tutte queste cose. Se così farai egli perfezionerà quel che ti ha donato. In riferimento a ciò, dopo le parole: Si rallegreranno nei propri letti, subito aggiunge: Le glorificazioni di Dio sulla loro bocca. Questo per evitare ogni impressione di vana compiacenza. Se infatti si rallegrano nei loro letti, lo fanno non attribuendo a sé il merito di essere buoni, ma lodando colui dal quale han ricevuto ciò che sono. Dal medesimo, inoltre, essi son chiamati a giungere là dove ancora non son pervenuti, e da lui ancora si attendono la perfezione. In quanto lo ringraziano per aver iniziato [l'opera], le glorificazioni di Dio sulla loro bocca. Osservate i santi, osservate la loro gloria; volgete lo sguardo a tutto il mondo e vedete come le glorificazioni di Dio sono sulla loro bocca.

Spada a due tagli è la parola di Dio.
12. E brandi due volte affilati nelle loro mani. Viene chiamata brando quell’arma che comunemente si chiama sciabola. Ci sono infatti spade affilate solo da una parte, e queste sono gli stocchi. Ma i brandi li si chiama anche o daghe o sciabole. Grande mistero racchiude questo tipo di arma per essere affilato da tutt’e due le parti. Sono infatti due volte affilati i brandi che si trovano nelle loro mani. Per brando affilato dalle due parti intendiamo la parola di Dio: la quale è una e in tanto son molte in quanto molte sono le bocche e le lingue dei santi. Orbene, spada due volte affilata è la parola di Dio 32. In che senso due volte affilata? Perché si pronuncia sulle realtà temporali e su quelle eterne. Nell’uno e nell’altro caso dimostra quel che dice e, quando ferisce qualcuno, lo separa dal mondo. Non è forse così la spada di cui diceva il Signore: Non son venuto a portare la pace in terra ma la spada 33? Nota come sia venuto a dividere, a separare. Divide i santi, divide gli empi, allontana da te ciò che ti ostacola. Il figlio vuol servire Dio, il padre no. Viene la spada, viene la parola di Dio e divide il figlio dal padre. La figlia vuole, la madre no. È la spada che le separa. La nuora vuole, la suocera no. Venga la spada a due tagli, rechi la speranza della vita presente e di quella avvenire, rechi la consolazione delle cose temporali e il godimento dei beni eterni. Ecco la spada affilata dalle due parti: ha in sé la promessa dei beni temporali e di quelli eterni. C’è stato forse qualcosa in cui ci ha ingannati? Non è forse vero che tempo addietro la Chiesa non era in tutto il mondo? Oggi invece lo è. Prima lo si leggeva ma non lo si vedeva; oggi come si legge così si constata. Quanto di temporale è a noi stato promesso costituisce un filo della spada; l’altro filo è dato dalle promesse concernenti l’eternità. Hai la speranza dei beni futuri, intanto ti consolano i beni presenti. Non lasciarti distogliere da chiunque volesse distoglierti [dalla retta via]. Si tratti di tuo padre, di tua madre, di tua sorella, o di tua moglie, o del tuo amico. Non ti distolga, e ti sarà stata utile la spada due volte affilata. Questa ti separa a tutto tuo vantaggio, mentre tu vorresti immischiarti in dannosi miscugli. Venendo pertanto il nostro Signore ha portato la spada a due tagli: ha promesso i beni eterni, ha adempiuto le promesse temporali. Anzi, proprio per questo motivo si dice che due sono i Testamenti. Quali erano dunque i brandi due volte affilati nelle loro mani? Rientrano in questo contesto i due Testamenti: il Vecchio Testamento che prometteva beni terreni, e il Nuovo testamento con le sue promesse eterne. Nell’uno e nell’altro la parola di Dio è risultata verace, come spada a due tagli. Ma perché porla non sulle lingue ma nelle mani? Dice: E brandi due volte affilati nelle loro mani. Dicendo: Nelle mani, significa: In potere. Ricevettero, nei riguardi della parola di Dio, il potere di dirla dove volessero e a chi volessero. Non avrebbero dovuto temere le autorità né disprezzare [chi fosse stato] nella povertà. Avevano questa spada nelle mani e così la vibravano dove credevano, si volgevano dove credevano e colpivano chi credevano. Tutto questo era in potere dei predicatori. Né venga alcuno a dirmi: Ma come può essere, la parola [di Dio], una spada due volte affilata?, e ancora: Come può essere nelle mani? Se la parola non è nelle mani, come può dire la Scrittura: La parola del Signore fu fatta nelle mani del profeta Aggeo 34? Forse che, fratelli, Dio ha suscitato la sua parola nelle dita del profeta? Cosa vuol dire allora: Fu fatta nelle mani di lui? Gli fu conferito il potere di predicare il messaggio del Signore. In fine poi potremo intendere anche in un’altra maniera queste  » mani « . Cioè: come i profeti che parlarono ebbero la parola di Dio nella lingua, così quelli che scrissero la ebbero nelle mani. E brandi due volte affilati nelle loro mani.

Siamo coraggiosi nel polemizzare con gli idolatri.
13. [v 7] Ormai, fratelli, v’è dato vedere i santi nella loro armatura, Osservatene le stragi, osservate le gloriose battaglie. Dove infatti c’è il comando supremo [d'un esercito] là ci sono anche i soldati; dove sono i soldati, ci sono anche i nemici; e se c’è la guerra, c’è anche la vittoria. Cosa fecero questi tali che avevano in mano brandi affilati da tutt’e due le parti? A compiere la vendetta fra le genti. Osservate se fra le genti non sia stata compiuta effettivamente questa vendetta. La si compie ogni giorno: è quello che facciamo anche noi col nostro parlare. Osservate come siano state abbattute le popolazioni di Babilonia. La si ripaga con doppia misura. Così infatti era stato scritto nei suoi riguardi: Rendetele il doppio di quel che ha fatto 35. In che senso la si ripaga rendendole il doppio? I santi muovono guerra, sguainano le spade a due tagli, e avvengono stragi, uccisioni, separazioni. Ma come la si ripaga con doppia misura? Quando essa poteva perseguitare i cristiani, uccideva il corpo, non annientava Dio; adesso al contrario la si paga con duplice vendetta: vengono sterminati i pagani e infranti gli idoli. In che senso, chiederai, vengono uccisi i pagani? Nel senso che passano ad essere cristiani. Cerco un pagano e non lo trovo: è diventato cristiano. Quindi il pagano [come pagano] è morto. Se infatti non si trattasse di una certa quale uccisione, come si poté dire a Pietro: Uccidi e mangia 36. Lo stesso nel caso di Paolo: fu ucciso Saulo persecutore e balzò fuori Paolo annunziatore del Vangelo. Cerco il persecutore Saulo: non lo trovo, è stato ucciso. Con che cosa? Con la spada affilata d’ambo le parti. Ucciso però in se stesso e riacquistata in Cristo la vita, può dire con fiducia ardimentosa: Io vivo, ma non io, vive in me Cristo 37. Ciò che accadde in lui avviene anche ad opera di lui. Diventato predicatore, ricevette a sua volta in mano la spada a due tagli per compiere la vendetta fra le genti. Ma non devi credere trattarsi per davvero di uomini colpiti, di sangue versato, di ferite fatte nel corpo. Per impedirti una tale supposizione, continuando espone [le parole precedenti]: Le ripassate sui popoli. Cos’è una ripassata? Un rimprovero severo. Esca dalla vostra bocca la spada due volte affilata; non vi stancate d’usarla. Dio infatti ve l’ha data, a ciascuno in proporzione delle sue capacità. Che uomo sei tu che ancora veneri gli idoli? Di’ questo al tuo amico, se c’è rimasto qualcuno che meriti queste parole. Digli: Che razza d’uomo sei, se trascuri colui che ti ha fatto e adori l’idolo fatto da te? È meglio l’artigiano che non qualsiasi opera fatta dall’artigiano. Se ti vergogni di adorare l’artefice, come non vergognarti di adorare ciò che l’artefice ha fatto? Se comincerà a vergognarsi e a pentirsi, hai fatto una ferita con la tua spada. La lama è giunta al cuore: egli morrà per vivere veramente. E brandi due volte affilati nelle loro mani, a compiere la vendetta fra le genti, le ripassate sui popoli.

Spogliamoci dei beni terreni.
14. [v 8.] Per legare i loro re in ceppi e i loro nobili in vincoli di ferro. Per compiere su di essi il giudizio stabilito. Ci è stato facile esporre come, colpiti dalla spada, cadano per risorgere, vengano separati per essere risanati, uccisi per rivivere. Ma ora cosa faremo? come spiegheremo le parole: Per legare i loro re in ceppi? I re delle genti han d’essere legati e posti in ceppi, e – aggiunge – i loro nobili in vincoli di ferro. Siate vigili, in modo da riconoscere ciò che già conoscete. I versi che abbiamo cominciato ad esporre sono oscuri, ma ciò che io vi dirò ricavandolo da loro non è nuovo: è già noto a voi, sicché non avete bisogno d’imparare ma di richiamare alla mente. Dio ha voluto celare nell’oscurità certi suoi versi, non perché ne ricavassimo qualcosa di nuovo ma perché, attraverso l’esposizione di parole oscure, apparisse nuovo ciò che invece era familiare. Sappiamo di re divenuti cristiani e di nobili del paganesimo divenuti anch’essi cristiani. Ce ne sono oggi, ce ne sono stati in passato e ce ne saranno in avvenire: non hanno interrotto la loro opera le spade a due tagli maneggiate dai santi. Come intenderemo, in questo caso, il fatto che sono legati a ceppi e catene di ferro? La vostra Carità conosce, per esserne stata istruita, il passo seguente dell’Apostolo; voi siete infatti nutriti nella Chiesa e siete soliti ascoltare la sacra lettura. Egli dice: Dio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le cose forti; e le cose stolte del mondo Dio ha scelto per confondere i sapienti; e le cose che non sono, come se fossero, per ridurre al nulla quelle che sono. E così anche lo stesso Apostolo: Considerate, fratelli, la vostra vocazione: tra voi non ci sono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili, ma Dio ha scelto le cose stolte e deboli del mondo per confondere le cose forti; Dio ha scelto le cose umili e disprezzate, e le cose che non sono, come se fossero, per ridurre al nulla quelle che sono 38. Cristo Dio venne a salvezza di tutti, ma preferì che la salvezza derivasse all’imperatore dal pescatore e non al pescatore dall’imperatore. Per questo scelse cose che nel mondo non rappresentavano nulla. A questa gente, riempita di Spirito Santo, diede in mano la spada a doppio taglio; comandò loro di predicare il Vangelo percorrendo l’intero universo 39. Il mondo ne gemette e il leone si drizzò contro l’agnello; ne risultò che quest’agnello era più forte del leone. Il leone è vinto mentre infierisce e uccide, l’agnello riporta vittoria a forza di pazientare. I cuori degli uomini si convertirono al timore di Cristo; e tanto i re quanto i nobili cominciarono a impressionarsi di fronte ai miracoli [di Cristo], si sentirono scossi per l’avveramento delle profezie e vedendo l’umanità intera muoversi verso l’unico nome. E cosa avrebbero dovuto fare? Molti scelsero di spogliarsi della loro nobiltà: abbandonarono le loro case, distribuirono ai poveri le proprie sostanze e corsero verso la perfezione. Era infatti ancora imperfetto quel tale a cui Cristo disse: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e vieni e seguimi, e avrai un tesoro nei cieli 40. Molti nobili fecero questo, ma, ciò facendo, essi cessarono di essere nobili nel paganesimo: scelsero la povertà del mondo, la nobiltà in Cristo. Ci son tuttavia degli altri che conservano la loro nobiltà, conservano il potere regale, pur essendo cristiani. Costoro si trovano come in ceppi, come legati con catene di ferro. Perché questo? Affinché non succeda loro di avanzare verso comportamenti illeciti, han ricevuto dei ceppi: i ceppi della sapienza, i ceppi della parola di Dio 41.

Vincoli di ferro sono i comandamenti di Dio.
15. Ma perché chiamarli catene di ferro e non catene d’oro? Finché temono, son catene di ferro; amino, e diventeranno d’oro. Presti attenzione la vostra Carità a quel che voglio dire. Avete ascoltato or ora l’apostolo Giovanni. Dice: Nell’amore non c’è il timore, anzi la carità perfetta scaccia via il timore, perché il timore suppone il castigo 42. Ecco la catena di ferro. Eppure, se l’uomo intenzionato di servire Dio non comincia col timore, non raggiungerà l’amore. Inizio della sapienza [è infatti] il timore del Signore 43. Si comincia quindi con le catene di ferro, si termina con la collana di oro. Della Sapienza infatti è stato detto: E una collana d’oro attorno al tuo collo 44. Non t’imporrebbe la collana d’oro se prima non ti avesse legato con catene di ferro. Cominci col timore, raggiungi la perfezione nella sapienza. Quanta gente c’è che, se non si comporta male, lo fa per timore della geenna, per timore delle pene! Non amano ancora la giustizia. Se si garantisse loro l’impunità, se qualcuno loro dicesse: Fate tranquillamente quel che vi pare tanto resterete impuniti, essi darebbero libero corso alle loro passioni e combinerebbero anche le cose più infami. Questo, miei fratelli, farebbero particolarmente i re e i nobili, ai quali non è facile dire: Ma cos’è quel che hai combinato? Il povero, al contrario, anche se non teme Dio, essendo privo di sostegni e di risorse, vuol evitare che venga portato in giudizio quando scivola in qualche errore; quindi se non si astiene [dal male] per timore di Dio, se ne astiene per timore dell’uomo. Diametralmente opposta è la situazione dei potenti del mondo, dei re, dei nobili: i quali, se non temono Dio, chi temeranno? Ma ecco giunge a loro la predicazione e vengono colpiti dalla spada a doppio taglio. Si annunzia loro che c’è un tale che porrà gli uni alla destra e gli altri alla sinistra e a quelli che sono alla sinistra dirà: Andate al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli 45. Non amano ancora la giustizia ma temono la pena: temendo la pena, hanno ricevuto dei ceppi e vengono sottoposti a disciplina in catene di ferro. Viene da noi un potente del secolo: s’è urtato con sua moglie, o, mettiamo, s’è invaghito della moglie dell’altro perché più bella o più ricca. Vorrebbe divorziare dalla moglie legittima, ma s’astiene dal farlo; ascolta [la parola] da un servo di Dio, da un profeta, da un apostolo e non attua il suo proposito. Da colui nelle cui mani c’è la spada a due tagli si sente dire: Non devi farlo, non ti è lecito, Dio non ti permette di ripudiare la tua sposa eccetto il caso di fornicazione 46. Ascolta queste parole, ne concepisce timore e non fa [il male che voleva]. I piedi già avanzavano veloci verso la caduta, ma i ceppi li trattengono: egli è legato da catene di ferro in quanto teme Dio. Gli si dice: Dio ti condannerà se farai [il male]; egli è giudice supremo e ascolterà il gemito della tua sposa; e tu porterai il peso della tua colpevolezza dinanzi a lui. Da un lato la passione lo lusinga, dall’altro la pena lo trattiene. Avrebbe consentito alla passione disordinata se non ci fossero state quelle catene di ferro a trattenerlo. Ma c’è di più. Uno dice: D’ora innanzi voglio vivere in continenza, non voglio sapere nulla di mia moglie. Non puoi! Che dire infatti se tu lo volessi e lei si rifiutasse? O forse, che a causa della tua continenza, deve la donna darsi alla disonestà? Se infatti, mentre tu vivi, lei prendesse un altro uomo sarebbe adultera. Dio non vuole che un tal danno sia compensato da un guadagno come il tuo. Rendi il debito coniugale; se non lo esigi, almeno rendilo. Dio ti computerà per santità perfetta se non esigi quanto la tua sposa ti deve ma rendi a lei ciò che le è dovuto. Sei nel timore e non lo fai. Le tue catene si squassano. Ascolta come siano di ferro le catene da cui sei stretto: Sei tu legato ad una moglie? Non cercare di rompere questo legame 47. È duro, è ferreo. E anche il Signore, quando parlò di queste cose, mostrò che si trattava d’una catena di ferro. Disse: Ciò che Dio congiunse l’uomo non separi 48. Ascoltatemi, o giovani! Sono catene di ferro, non ci cacciate dentro il piede, poiché quando ve l’avrete cacciato sarete stretti in maniera assai rigida da queste catene. A rafforzare poi tali catene contribuiscono anche le mani del vescovo. Non c’è infatti della gente incatenata che corre alla Chiesa? e noi forse che la sciogliamo? Corrono da noi uomini intenzionati di divorziare dalle loro mogli, ma noi stringiamo ancor più i legami. Tali catene non le scioglie nessuno. Ma allora, son catene pesanti! Chi non lo sa? Di tale pesantezza si rammaricarono anche gli Apostoli quando dissero: Se questa è la condizione di chi si sposa, è meglio non sposarsi 49. Se sono catene di ferro, nessuno ti costringe a cacciarvi [dentro] i piedi. Così il Signore: Non tutti capiscono questo discorso, ma chi può capirlo capisca. Sei tu legato ad una moglie? Non cercare di rompere questo legame 50, perché sei legato con catene di ferro. Sei libero da donna? Non cercare moglie 51. Cioè: non legarti con catene di ferro.
16. [v 9.] Per eseguire su di essi il giudizio già scritto. Questo è il giudizio che i santi esercitano su tutte le genti. Perché: Già scritto? Perché tutte queste cose sono state descritte antecedentemente e ora si adempiono. Ecco avvengono adesso, mentre prima le si leggeva ma non erano fatti accaduti. E conclude: E questa è la gloria per tutti i suoi santi. Questo fanno i santi in tutto il mondo, fra tutte le genti, e così vengono glorificati. Così esaltano Dio con la loro voce, così godono nei loro giacigli, così esultano nella loro

SANTA MESSA DEL CRISMA, PAPA BENEDETTO OMELIA, GIOVEDÌ SANTO 2011

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110421_messa-crismale_it.html

SANTA MESSA DEL CRISMA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì Santo, 21 aprile 2011

Cari fratelli e sorelle!

Al centro della liturgia di questa mattina sta la benedizione degli oli sacri – dell’olio per l’unzione dei catecumeni, di quello per l’unzione degli infermi e del crisma per i grandi Sacramenti che conferiscono lo Spirito Santo: Confermazione, Ordinazione sacerdotale e Ordinazione episcopale. Nei Sacramenti il Signore ci tocca per mezzo degli elementi della creazione. L’unità tra creazione e redenzione si rende visibile. I Sacramenti sono espressione della corporeità della nostra fede che abbraccia corpo e anima, l’uomo intero. Pane e vino sono frutti della terra e del lavoro dell’uomo. Il Signore li ha scelti come portatori della sua presenza. L’olio è simbolo dello Spirito Santo e, al tempo stesso, ci rimanda a Cristo: la parola “Cristo” (Messia) significa “l’Unto”. L’umanità di Gesù, mediante l’unità del Figlio col Padre, è inserita nella comunione con lo Spirito Santo e così è “unta” in maniera unica, è penetrata dallo Spirito Santo. Ciò che nei re e nei sacerdoti dell’Antica Alleanza era avvenuto in modo simbolico nell’unzione con olio, con la quale venivano istituiti nel loro ministero, avviene in Gesù in tutta la sua realtà: la sua umanità è penetrata dalla forza dello Spirito Santo. Egli apre la nostra umanità per il dono dello Spirito Santo. Quanto più siamo uniti a Cristo, tanto più veniamo colmati dal suo Spirito, dallo Spirito Santo. Noi ci chiamiamo “cristiani”: “unti” – persone che appartengono a Cristo e per questo partecipano alla sua unzione, sono toccate dal suo Spirito. Non voglio soltanto chiamarmi cristiano, ma voglio anche esserlo, ha detto sant’Ignazio d’Antiochia. Lasciamo che proprio questi oli sacri, che vengono consacrati in quest’ora, ci ricordino tale compito intrinseco della parola “cristiano” e preghiamo il Signore, affinché sempre più non solo ci chiamiamo cristiani, ma anche lo siamo.
Nella liturgia di questo giorno si benedicono, come già detto, tre oli. In tale triade si esprimono tre dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana, sulle quali ora vogliamo riflettere. C’è innanzitutto l’olio dei catecumeni. Quest’olio indica come un primo modo di essere toccati da Cristo e dal suo Spirito – un tocco interiore col quale il Signore attira le persone vicino a sé. Mediante questa prima unzione, che avviene ancora prima del Battesimo, il nostro sguardo si rivolge quindi alle persone che si mettono in cammino verso Cristo – alle persone che sono alla ricerca della fede, alla ricerca di Dio. L’olio dei catecumeni ci dice: non solo gli uomini cercano Dio. Dio stesso si è messo alla ricerca di noi. Il fatto che Egli stesso si sia fatto uomo e sia disceso negli abissi dell’esistenza umana, fin nella notte della morte, ci mostra quanto Dio ami l’uomo, sua creatura. Spinto dall’amore, Dio si è incamminato verso di noi. “Cercandomi Ti sedesti stanco … che tanto sforzo non sia vano!”, preghiamo nel Dies Irae. Dio è alla ricerca di me. Voglio riconoscerLo? Voglio essere da Lui conosciuto, da Lui essere trovato? Dio ama gli uomini. Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare, con l’inquietudine del suo stesso cuore, che lo induce a compiere l’atto estremo per noi. L’inquietudine nei confronti di Dio, l’essere in cammino verso di Lui, per conoscerLo meglio, per amarLo meglio, non deve spegnersi in noi. In questo senso dovremmo sempre rimanere catecumeni. “Ricercate sempre il suo volto”, dice un Salmo (105,4). Agostino, al riguardo, ha commentato: Dio è tanto grande da superare sempre infinitamente tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro essere. Il conoscere Dio non si esaurisce mai. Per tutta l’eternità possiamo, con una gioia crescente, sempre continuare a cercarLo, per conoscerLo sempre di più ed amarLo sempre di più. “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te”, ha detto Agostino all’inizio delle sue Confessioni. Sì, l’uomo è inquieto, perché tutto ciò che è temporale è troppo poco. Ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza e cerchiamo di bastare a noi stessi? Non permettiamo simili riduzioni del nostro essere umano! Rimaniamo continuamente in cammino verso di Lui, nella nostalgia di Lui, nell’accoglienza sempre nuova di conoscenza e di amore!
C’è poi l’olio per l’Unzione degli infermi. Abbiamo davanti a noi la schiera delle persone sofferenti: gli affamati e gli assetati, le vittime della violenza in tutti i Continenti, i malati con tutti i loro dolori, le loro speranze e disperazioni, i perseguitati e i calpestati, le persone col cuore affranto. Circa il primo invio dei discepoli da parte di Gesù, san Luca ci narra: “Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,2). Il guarire è un incarico primordiale affidato da Gesù alla Chiesa, secondo l’esempio dato da Lui stesso che risanando ha percorso le vie del Paese. Certo, il compito principale della Chiesa è l’annuncio del regno di Dio. Ma proprio questo stesso annuncio deve essere un processo di guarigione: “…fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, viene detto oggi nella prima lettura dal profeta Isaia (61,1). L’annuncio del regno di Dio, della bontà illimitata di Dio, deve suscitare innanzitutto questo: guarire il cuore ferito degli uomini. L’uomo per la sua stessa essenza è un essere in relazione. Se, però, è perturbata la relazione fondamentale, la relazione con Dio, allora anche tutto il resto è perturbato. Se il nostro rapporto con Dio è perturbato, se l’orientamento fondamentale del nostro essere è sbagliato, non possiamo neppure veramente guarire nel corpo e nell’anima. Per questo, la prima e fondamentale guarigione avviene nell’incontro con Cristo che ci riconcilia con Dio e risana il nostro cuore affranto. Ma oltre questo compito centrale fa parte della missione essenziale della Chiesa anche la guarigione concreta della malattia e della sofferenza. L’olio per l’Unzione degli infermi è espressione sacramentale visibile di questa missione. Fin dagli inizi è maturata nella Chiesa la chiamata a guarire, è maturato l’amore premuroso verso persone angustiate nel corpo e nell’anima. È questa anche l’occasione per ringraziare una volta tanto le sorelle e i fratelli che in tutto il mondo portano un amore risanatore agli uomini, senza badare alla loro posizione o confessione religiosa. Da Elisabetta di Turingia, Vincenzo de’ Paoli, Louise de Marillac, Camillo de Lellis fino a Madre Teresa – per ricordare soltanto alcuni nomi – attraversa il mondo una scia luminosa di persone, che ha origine nell’amore di Gesù per i sofferenti e i malati. Per questo ringraziamo in quest’ora il Signore. Per questo ringraziamo tutti coloro che, in virtù della fede e dell’amore, si mettono a fianco dei sofferenti, dando con ciò, in definitiva, testimonianza della bontà propria di Dio. L’olio per l’Unzione degli infermi è segno di quest’olio della bontà del cuore, che queste persone – insieme con la loro competenza professionale – portano ai sofferenti. Senza parlare di Cristo, Lo manifestano.
Al terzo posto c’è infine il più nobile degli oli ecclesiali, il crisma, una mistura di olio di oliva e profumi vegetali. È l’olio dell’unzione sacerdotale e di quella regale, unzioni che si riallacciano alle grandi tradizioni d’unzione dell’Antica Alleanza. Nella Chiesa quest’olio serve soprattutto per l’unzione nella Confermazione e nelle Ordinazioni sacre. La liturgia di oggi collega con quest’olio le parole di promessa del profeta Isaia: “Voi sarete chiamati ‘sacerdoti del Signore’, ‘ministri del nostro Dio’ sarete detti” (61,6). Con ciò il profeta riprende la grande parola di incarico e di promessa, che Dio aveva rivolto a Israele presso il Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6). Nel vasto mondo e per il vasto mondo, che in gran parte non conosceva Dio, Israele doveva essere come un santuario di Dio per la totalità, doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo. Doveva portare il mondo verso Dio, aprirlo a  Lui. San Pietro, nella sua grande catechesi battesimale, ha applicato tale privilegio e tale incarico di Israele all’intera comunità dei battezzati, proclamando: “Voi (invece) siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio” (1Pt 2,9s). Battesimo e Confermazione costituiscono l’ingresso in questo popolo di Dio, che abbraccia tutto il mondo; l’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità. I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: “Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!
Nonostante tutta la vergogna per i nostri errori, non dobbiamo, però, dimenticare che anche oggi esistono esempi luminosi di fede; che anche oggi vi sono persone che, mediante la loro fede e il loro amore, danno speranza al mondo. Quando il prossimo 1o maggio verrà beatificato Papa Giovanni Paolo II, penseremo pieni di gratitudine a lui quale grande testimone di Dio e di Gesù Cristo nel nostro tempo, quale uomo colmato di Spirito Santo. Insieme con lui pensiamo al grande numero di coloro che egli ha beatificato e canonizzato e che ci danno la certezza che la promessa di Dio e il suo incarico anche oggi non cadono nel vuoto.
Mi rivolgo infine a voi, cari confratelli nel ministero sacerdotale. Il Giovedì Santo è in modo particolare il nostro giorno. Nell’ora dell’Ultima Cena il Signore ha istituito il sacerdozio neotestamentario. “Consacrali nella verità” (Gv 17,17), ha pregato il Padre – per gli Apostoli e per i sacerdoti di tutti i tempi. Con grande gratitudine per la vocazione e con umiltà per tutte le nostre insufficienze rinnoviamo in quest’ora il nostro “sì” alla chiamata del Signore: Sì, voglio unirmi intimamente al Signore Gesù – rinunciando a me stesso … spinto dall’amore di Cristo. Amen.

CRISTO È RISORTO

CRISTO È RISORTO dans immagini sacre resurc

http://anchorite.org/blog/2007/04/08/christ-is-risen-indeed-he-is-risen/

Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Melitone di Sardi († prima del 195), Maria l’agnella pura

dal sito:

http://www.mariedenazareth.com/8229.0.html?&L=4

Melitone di Sardi († prima del 195), Maria l’agnella pura

Questo vescovo di Sardi in Asia Minore, fu molto stimato dai suoi contemporanei come grande carismatico.
Tra le sue numerose opere, quasi tutte perdute, ci è rimasta un’omelia sulla Pasqua, elegantissima nella forma, sostanziosa nei contenuti.
Nell’ambito della celebrazione della Pasqua, l’unica «festa annuale» nell’epoca prenicena, si colloca l’omelia « Perì Pascha » pronunciata, tra il 160-170, da Melitone nella veglia pasquale che, secondo la tradizione asiatica, aveva luogo il 14 Nisan ; in tale veglia si leggeva Es 12, il racconto cioè de l’istituzione della Pasqua.
Nel corso dell’omelia Melitone menziona quattro volte (nn. 66.70.71.104) la Madre di Gesù, mettendo in risalto la sua condizione di vergine (nn. 66. 70. 104) e chiamandola «la bella (buona) agnella» (n. 71). 

Maria l’Agnella pura 

È lui, che in una Vergine s’incarnò,
che sul legno fu sospeso,
che in terra fu sepolto,
che dai morti fu risuscitato,
che alle altezze del cielo fu elevato.
E’ lui l’agnello muto,
è lui l’agnello sgozzato,
è lui che nacque da Maria, l’Agnella pura,
è lui che fu preso dal gregge
e all’immolazione fu trascinato [...]
(Melitone di Sarde, Omelia sulla Pasqua n. 70-71)
 

Una sfumatura cultuale

L’affermazione che Cristo «si incarnò in una vergine» (n. 70) è dovuta a motivi di ordine dottrinale (…) ma il termine «vergine» e soprattutto l’espressione «la Vergine» designano, in contesti specifici, semplicemente e direttamente la madre del Signore e hanno acquistato una sfumatura cultuale, appaiono cioè usati con un senso di venerazione e di stupore, per il prodigio della maternità divina e verginale di Maria.
L’attenzione degli storici della pietà mariana è attratta soprattutto dalla frase «Questi è colui che fu partorito da Maria la bella agnella» (n. 71). Nell’ambito del commento a Es 12, il vescovo di Sardi la proietta sulla Vergine le caratteristiche di «agnello pasquale» proprie del Figlio, «agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1,19 ; cfr. Es 12,5). Maria è vista come l’agnella pura, «bella e buona».

I. Calabuig 

Un valore dottrinale

Associando l’incarnazione, la croce e la risurrezione, Melitone suggerisca che Maria sia quella per cui il Cristo ha potuto soffrire e risuscitare perché prima è nato da lei, veramente uomo.
Melitone ha intuito la Vergine dell’Annunciazione già protesa all’oblazione sacrificale del Figlio.
Fa il legame colla Pasqua ebraica dove gli ebrei immolavano l’agnello pasquale e mostra il Cristo, vero agnello. Maria è chiamata la buona agnella: la carne dell’agnello viene dall’agnella. Maria è associata alla croce perché ha consentito al sacrificio. 

LA PASQUA NELLA GIOIA DEL CRISTO RISORTO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26425?l=italian

LA PASQUA NELLA GIOIA DEL CRISTO RISORTO

di padre Piero Gheddo*

ROMA, giovedì, 21 aprile 2011 (ZENIT.org).- Cari amici, buona Pasqua! La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Io ho coscienza di essere debole, mi ammalo, invecchio, sono pieno di malanni e di sofferenze. Nella vita, in un modo o nell’altro, abbiamo tutti le nostre croci. Ma so che prima o poi il mio Angelo custode mi dirà: “Piero, adesso saluta tutti, perché è venuta la tua ora. Oggi stesso ti porto in Paradiso!”. E immagino quando il mio “Big Peter” (il grande Pietro perché io sono quello piccolo) mi porterà in volo verso il Cielo e mi ritroverò improvvisamente nell’altra vita, la vera vita che non tramonta più: rivedo i miei genitori, i fratelli, i parenti, gli amici, tantissime persone care che mi stavano aspettando e conosco di persona la cara Mamma del Cielo, la Vergine Maria!
Che feste, ragazzi! E poi vedo faccia a faccia il “Padre nostro che sta nei cieli”: una visione che non riesco nemmeno ad immaginare; ma so che Dio mi vuole bene, mi ha dato tanti doni, mi aiuta, mi coccola, mi protegge, mi perdona. L’ho pregato tante volte, certamente mi darà il passaporto per la vita eterna! Ecco, la Pasqua è tutto questo. Gesù è risorto per darmi la certezza che anch’io risorgerò e avrò un posto nel suo Regno di pace, di gioia, di fraternità e di amore…. Che grande cosa la fede, care sorelle e cari fratelli! “Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Venite, esultiamo, siamo felici perché Gesù è risorto!”. Nella Pasqua siamo tutti chiamati a ritrovare l’entusiasmo della fede. Prima di celebrare la S. Messa dico sempre: “Signore Gesù, riaccendi in me l’entusiasmo della mia Prima Messa, quando piangevo di gioia perché avevo raggiunto l’ideale della mia giovinezza”. Oggi chiediamo la gioia e l’entusiasmo della fede. Tutti abbiamo la fede, che però può essere una fiammella di candela che si spegne ad ogni soffiar di vento e lascia al buio o come il sole che splende a mezzogiorno, che illumina, riscalda, dà senso alla vita e gioia di vivere.
La Pasqua è la fonte della nostra gioia. Anche se abbiamo mille problemi e sofferenze, la fede ci dà serenità e gioia, quella autentica che viene da Dio. Nel 1976, sono andato in Ciad a visitare le missioni nel sud del paese e un giovane Cappuccino canadese (diocesi di Moundou) in due giorni mi ha fatto visitare la sua missione fra un popolo poverissimo, analfabeta, in villaggi di fango e di paglia, senza alcun segno di progresso moderno. Alla fine l’ho ringraziato e gli ho detto: “Caro padre Giovanni, sei proprio capitato male. Non ho mai visto un popolo a così basso livello di vita come il tuo”. Lui mi guarda e mi dice: “Ma cosa dici? Questo popolo ti sembra miserabile, invece, a viverci assieme, scopri che ha grandi valori umani, forse più di noi che siamo ricchi e istruiti. Gli voglio bene davvero e non sogno altro che rimanere qui fin che campo”. Ho pensato: “Questo ci crede davvero! La sua fede lo rende felice in una situazione umana delle più misere e quasi disumane”.
Ecco, quando ho lo tentazione di scoraggiarmi, penso a padre Giovanni e prego il Signore di dare anche me, che vivo in situazioni umane molto migliori, la sua fede e la sua gioia. Questo è il mio augurio: amici, siate felici della gioia che solo Dio può dare.

———-
*Padre Piero Gheddo (
www.gheddopiero.it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l’Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.
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Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Mat-28,01_Women_Resurrection» 2nd_16th_Siecle

Mat-28,01_Women_Resurrection» 2nd_16th_Siecle dans immagini sacre 13%20APPARITION%20A%20MARIE%20MADELEINE%20ND%20P

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-28,01_Women_Resurrection_Femmes/2nd_16th_Siecle/index2.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 avril, 2011 |Pas de commentaires »
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