Archive pour avril, 2011

Omelia (27-04-2011): Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22234.html

Omelia (27-04-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto

Dopo la sua risurrezione Gesù compie la grandissima opera della ricomposizione della fede in Lui dei suoi discepoli che era andata un frantumi il giorno della sua crocifissione. Quanto Gesù fa deve essere per noi monito ed insegnamento. Spetta alla persona che è l’oggetto della fede fondare la fede nei cuori e riedificare quella che è andata smarrita, che è confusa, frantumata, errata, non perfettamente vera.
Se questo compito non viene svolto, la fede o non nasce o si smarrisce o vive in noi in modo falso o ereticale, o addirittura scompare per sempre. Oggi moltissima fede è malata. La responsabile è dei soggetti che sono oggetto della fede. Ognuno deve ricostruire o fondare la fede nella sua persona. È dalla sua persona che la fede si apre a Cristo Gesù e da Cristo Gesù si eleva fino al Padre nostro che è nei cieli.
La fede è così delicata che basta un nulla perché si frantumi o si riduca in polvere. Le tentazioni contro la fede sono molteplici. Se si perde la fede, vi è anche un crollo nella carità e nella speranza. La fede è il motore di tutta la vita spirituale, che a sua volta è il motore di tutta la vita sociale in ogni sua componente. Vi è un solo modo per ridare la fede: leggere la propria storia partendo dalla Parola della Scrittura, che è il fondamento di ogni verità sulla persona e sulla sua storia. La sola Scrittura però non è sufficiente. Occorre che noi manifestiamo che tutta la nostra vita è conforme alla Parola di Dio contenuta nella Scrittura. Scrittura e vita, Parola e storia sono l’unico seno in cui nasce e si sviluppa la vera fede. Gesù spiega la Scrittura. Manifesta la sua verità. Viene riconosciuto. Nasce la fede. Si rinnova la speranza. Si compie la missione. Si testimonia la verità di Cristo. Si confessa la sua nuova vita.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi di Dio, ricostituite in noi la fede.

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La predicazione di Paolo apostolo a Creta. dal muro di Varvara lavoro da Claudio S. Noullani, pittore. 2008

La predicazione di Paolo apostolo a Creta. dal muro di Varvara lavoro da Claudio S. Noullani, pittore. 2008 dans immagini sacre

http://www.imga.gr/apostolos_pavlos.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2011 |Pas de commentaires »

LECTIO DIVINA -DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (sulle Lettere di Paolo, 4 marzo 2011)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2011/march/documents/hf_ben-xvi_spe_20110304_seminario-romano-mag_it.html 

VISITA AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
PER LA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA

LECTIO DIVINA -DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

(sulle Lettere di Paolo) 

Cappella del Seminario
Venerdì, 4 marzo 2011  

Cari fratelli e sorelle,

sono molto felice di essere, almeno una volta all’anno, qui, con i miei seminaristi, con i giovani che sono in cammino verso il sacerdozio e saranno il futuro presbiterio di Roma. Sono felice che questo succeda ogni anno nel giorno della Madonna della Fiducia, della Madre che ci accompagna con il suo amore giorno per giorno e ci dà la fiducia di andare avanti verso Cristo.

“Nell’unità dello Spirito” è il tema che guida le vostre riflessioni durante questo anno formativo. È un’espressione che si trova proprio nel passo della Lettera agli Efesini che ci è stato proposto, là dove san Paolo esorta i membri di quella comunità a “conservare l’unità dello spirito” (4,3). Questo testo apre la seconda parte della Lettera agli Efesini, la cosiddetta parte parenetica, esortativa e comincia con la parola “parakalo”, “vi esorto”. Ma è la stessa parola che sta anche nel termine “Paraklitos”, quindi è un’esortazione nella luce, nella forza dello Spirito Santo. L’esortazione dell’Apostolo si basa sul mistero di salvezza, che aveva presentato nei primi tre capitoli. Infatti, il nostro brano inizia con la parola “dunque”: “Io dunque…vi esorto…” (v. 1). Il comportamento dei cristiani è la conseguenza del dono, la realizzazione di quanto ci è donato ogni giorno. E, tuttavia, se è semplicemente realizzazione del dono datoci, non si tratta di un effetto automatico, perché con Dio siamo sempre nella realtà della libertà e perciò – poiché la risposta, anche la realizzazione del dono è libertà – l’Apostolo deve richiamarlo, non può darlo per scontato. Il Battesimo, lo sappiamo, non produce automaticamente una vita coerente: questa è frutto della volontà e dell’impegno perseverante di collaborare con il dono, con la Grazia ricevuta. E questo impegno costa, c’è un prezzo da pagare di persona. Forse per questo san Paolo fa riferimento proprio qui alla sua attuale condizione: “Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto…” (ibid.). Seguire Cristo significa condividere la sua Passione, la sua Croce, seguirlo fino in fondo, e questa partecipazione alla sorte del Maestro unisce profondamente a Lui e rafforza l’autorevolezza dell’esortazione dell’Apostolo.
Ora entriamo nel vivo della nostra meditazione, incontrando una parola che ci colpisce in modo particolare: la parola “chiamata”, “vocazione”. San Paolo scrive: “comportatevi in maniera degna della chiamata, della klesis che avete ricevuto” (ibid.). E la ripeterà poco dopo, affermando che “…una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione” (v. 4). Qui, in questo caso, si tratta della vocazione comune a tutti i cristiani, cioè della vocazione battesimale: la chiamata ad essere di Cristo e a vivere in Lui, nel suo corpo. Dentro questa parola è inscritta un’esperienza, risuona l’eco dell’esperienza dei primi discepoli, quella che conosciamo dai Vangeli: quando Gesù passò sulla riva del lago di Galilea, e chiamò Simone e Andrea, poi Giacomo e Giovanni (cfr Mc 1,16-20). E prima ancora, presso il fiume Giordano, dopo il battesimo, quando, accorgendosi che Andrea e l’altro discepolo lo seguivano, disse loro: “Venite e vedrete” (Gv 1,39). La vita cristiana comincia con una chiamata e rimane sempre una risposta, fino alla fine. E ciò sia nella dimensione del credere, sia in quella dell’agire: tanto la fede quanto il comportamento del cristiano sono corrispondenza alla grazia della vocazione.
Ho parlato della chiamata dei primi apostoli, ma pensiamo con la parola “chiamata” soprattutto alla Madre di ogni chiamata, a Maria Santissima, l’eletta, la Chiamata per eccellenza. L’icona dell’Annunciazione a Maria rappresenta ben di più di quel particolare episodio evangelico, per quanto fondamentale: contiene tutto il mistero di Maria, tutta la sua storia, il suo essere; e al tempo stesso parla della Chiesa, della sua essenza di sempre; come pure di ogni singolo credente in Cristo, di ogni anima cristiana chiamata.
A questo punto dobbiamo tenere presente che non parliamo di persone del passato. Dio, il Signore, ha chiamato ognuno di noi, ognuno è chiamato con il nome suo. Dio è così grande che ha tempo per ciascuno di noi, conosce me, conosce ognuno di noi per nome, personalmente. È una chiamata personale per ognuno di noi. Penso che dobbiamo meditare diverse volte questo mistero: Dio, il Signore, ha chiamato me, chiama me, mi conosce, aspetta la mia risposta come aspettava la risposta di Maria, aspettava la risposta degli Apostoli. Dio mi chiama: questo fatto dovrebbe farci attenti alla voce di Dio, attenti alla sua Parola, alla sua chiamata per me, per rispondere, per realizzare questa parte della storia della salvezza per la quale ha chiamato me.
In questo testo, poi, San Paolo ci indica qualche elemento concreto di questa risposta con quattro parole: “umiltà”, “dolcezza”, “magnanimità”, “sopportandovi a vicenda nell’amore”. Forse possiamo meditare brevemente queste parole nelle quali si esprime il cammino cristiano. Ritorneremo poi alla fine, ancora una volta, su questo.
“Umiltà”: la parola greca è “tapeinophrosyne”, la stessa parola che san Paolo usa nella Lettera ai Filippesi quando parla del Signore, che era Dio e si è umiliato, si è fatto “tapeinos”, è sceso fino al farsi creatura, fino al farsi uomo, fino all’obbedienza della Croce (cfr Fil 2,7-8). Umiltà, quindi, non è una parola qualunque, una qualche modestia, qualcosa… ma è una parola cristologica. Imitare il Dio che scende fino a me, che è così grande che si fa mio amico, soffre per me, è morto per me. Questa è l’umiltà da imparare, l’umiltà di Dio. Vuol dire che dobbiamo vederci sempre nella luce di Dio; così, nello stesso tempo, possiamo conoscere la grandezza di essere una persona amata da Dio, ma anche la nostra piccolezza, la nostra povertà, e così comportarci giustamente, non come padroni, ma come servi. Come dice san Paolo: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24). Essere sacerdote, ancora più che l’essere cristiano, implica questa umiltà.
“Dolcezza”: nel testo greco qui sta la parola “praytes”, la stessa parola che appare nelle Beatitudini: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5,). E nel Libro dei Numeri, il quarto libro di Mosé, troviamo l’affermazione che Mosé era l’uomo più mite del mondo (cfr 12,3) e, in questo senso, era una prefigurazione di Cristo, di Gesù, che dice di sé: “Io sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Anche questa parola, quindi, “mite”, “dolcezza”, è una parola cristologica e implica di nuovo questo imitare Cristo. Perché nel Battesimo siamo conformati a Cristo, quindi dobbiamo conformarci a Cristo, trovare questo spirito dell’essere miti, senza violenza, di convincere con l’amore e con la bontà.
“Magnanimità”, “makrothymia” vuol dire la generosità del cuore, non essere minimalisti che danno solo ciò che è strettamente necessario: diamo noi stessi con tutto quello che possiamo, e cresciamo anche noi nella magnanimità.
“Sopportandovi nell’amore”: è un compito di ogni giorno sopportarsi l’un l’altro nella propria alterità, e proprio sopportandoci con umiltà, imparare il vero amore.
E adesso facciamo un passo avanti. Dopo questa parola della chiamata, segue la dimensione ecclesiale. Abbiamo parlato adesso della vocazione come di una chiamata molto personale: Dio chiama me, conosce me, aspetta la mia risposta personale. Ma, nello stesso tempo, la chiamata di Dio è una chiamata in comunità, è una chiamata ecclesiale, Dio ci chiama in una comunità. E’ vero che in questo brano che stiamo meditando non c’è la parola “ekklesia”, la parola “Chiesa”, ma appare tanto più la realtà. San Paolo parla di uno Spirito e un corpo. Lo Spirito si crea il corpo e ci unisce come un unico corpo. E poi parla dell’unità, parla della catena dell’essere, del vincolo della pace. E con questa parola accenna alla parola “prigioniero” dell’inizio: è sempre la stessa parola, “io sono in catene”, “catene ti terranno”, ma dietro sta la grande catena invisibile, liberante dell’amore. Noi siamo in questo vincolo della pace che è la Chiesa, è il grande vincolo che ci unisce con Cristo. Forse dobbiamo anche meditare personalmente su questo punto: siamo chiamati personalmente, ma siamo chiamati in un corpo. E questo non è una cosa astratta, ma molto reale.
In questo momento, il Seminario è il corpo nel quale si realizza concretamente l’essere in un cammino comune. Poi sarà la parrocchia: accettare, sopportare, animare tutta la parrocchia, le persone, quelle simpatiche e quelle non simpatiche, inserirsi in questo corpo. Corpo: la Chiesa è corpo, quindi ha strutture, ha anche realmente un diritto e qualche volta non è così semplice inserirsi. Certo, vogliamo la relazione personale con Dio, però il corpo spesso non ci piace. Ma proprio così siamo in comunione con Cristo: accettando questa corporeità della sua Chiesa, dello Spirito, che si incarna nel corpo.
E dall’altra parte, spesso forse sentiamo il problema, la difficoltà di questa comunità, cominciando dalla comunità concreta del Seminario fino alla grande comunità della Chiesa, con le sue istituzioni. Dobbiamo anche tenere presente che è molto bello essere in una compagnia, camminare in una grande compagnia di tutti i secoli, avere amici in Cielo e in terra, e sentire la bellezza di questo corpo, essere felici che il Signore ci ha chiamati in un corpo e ci ha dato amici in tutte le parti del mondo.
Ho detto che la parola “ekklesia” non c’è qui, ma c’è la parola “corpo”, la parola “spirito”, la parola “vincolo” e sette volte, in questo piccolo brano, ritorna la parola “uno”. Così sentiamo come sta a cuore all’Apostolo l’unità della Chiesa. E finisce con una “scala di unità”, fino all’Unità: Uno è Dio, il Dio di tutti. Dio è Uno e l’unicità di Dio si esprime nella nostra comunione, perché Dio è il Padre, il Creatore di tutti noi e perciò tutti siamo fratelli, tutti siamo un corpo e l’unità di Dio è la condizione, è la creazione anche della fraternità umana, della pace. Quindi, meditiamo anche questo mistero dell’unità e l’importanza di cercare sempre l’unità nella comunione dell’unico Cristo, dell’unico Dio.
Ora possiamo fare un ulteriore passo avanti. Se ci domandiamo qual è il senso profondo di questo uso della parola “chiamata”, vediamo che essa è una delle porte che si aprono sul mistero trinitario. Finora abbiamo parlato del mistero della Chiesa, dell’unico Dio, ma appare anche il mistero trinitario. Gesù è il mediatore della chiamata del Padre che avviene nello Spirito Santo. 
La vocazione cristiana non può che avere una forma trinitaria, sia a livello di singola persona, sia a livello di comunità ecclesiale. Il mistero della Chiesa è tutto animato dal dinamismo dello Spirito Santo, che è un dinamismo vocazionale in senso ampio e perenne, a partire da Abramo, che per primo ascoltò la chiamata di Dio e rispose con la fede e con l’azione (cfr Gen 12,1-3); fino all’“eccomi” di Maria, riflesso perfetto di quello del Figlio di Dio, nel momento in cui accoglie dal Padre la chiamata a venire nel mondo (cfr Eb 10,5-7). Così, nel “cuore” della Chiesa – come direbbe santa Teresa di Gesù Bambino – la chiamata di ogni singolo cristiano è un mistero trinitario: il mistero dell’incontro con Gesù, con la Parola fatta carne, mediante la quale Dio Padre ci chiama alla comunione con Sé e per questo ci vuole donare il suo Santo Spirito, ed è proprio grazie allo Spirito che noi possiamo rispondere a Gesù e al Padre in modo autentico, all’interno di una relazione reale, filiale. Senza il soffio dello Spirito Santo la vocazione cristiana semplicemente non si spiega, perde la sua linfa vitale.
E finalmente l’ultimo passaggio. La forma dell’unità secondo lo Spirito richiede, come avevo detto, l’imitazione di Gesù, la conformazione a Lui nella concretezza dei suoi comportamenti. Scrive l’Apostolo, come abbiamo meditato: “Con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore”, e poi aggiunge che l’unità dello spirito va conservata “per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,2-3).
L’unità della Chiesa non è data da uno “stampo” imposto dall’esterno, ma è il frutto di una concordia, di un comune impegno di comportarsi come Gesù, in forza del suo Spirito. C’è un commento di san Giovanni Crisostomo a questo passo che è molto bello. Crisostomo commenta l’immagine del “vincolo”, il “vincolo della pace”, e dice: “E’ bello questo vincolo, con cui ci leghiamo insieme sia gli uni con gli altri sia con Dio. Non è una catena che ferisce. Non dà crampi alle mani, le lascia libere, dà loro ampio spazio e un coraggio più grande” (Omelie sull’Epistola agli Efesini 9, 4, 1-3). Troviamo qui il paradosso evangelico: l’amore cristiano è un vincolo, come abbiamo detto, ma un vincolo che libera! L’immagine del vincolo, come vi ho detto, ci riporta alla situazione di san Paolo, che è “prigioniero”, è “in vincolo”. L’Apostolo è in catene a motivo del Signore, come Gesù stesso, si è fatto schiavo per liberarci. Per conservare l’unità dello spirito occorre improntare il proprio comportamento a quella umiltà, dolcezza e magnanimità che Gesù ha testimoniato nella sua passione; bisogna avere le mani e il cuore legati da quel vincolo d’amore che Lui stesso ha accettato per noi, facendosi nostro servo. Questo è il “vincolo della pace”. E dice ancora san Giovanni Crisostomo, nello stesso commento: “Legatevi ai vostri fratelli, quelli così legati insieme nell’amore sopportano tutto con facilità… Così egli vuole che siamo legati gli uni agli altri, non solo per essere in pace, non solo per essere amici, ma per essere tutti uno, un’anima sola” (ibid.).
Il testo paolino del quale abbiamo meditato alcuni elementi, è molto ricco. Ho potuto portare a voi solo alcuni spunti, che affido alla vostra meditazione. E preghiamo la Vergine Maria, la Madonna della Fiducia, perché ci aiuti a camminare con gioia nell’unità dello Spirito. Grazie! 

Omelia (26-04-2011): Dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22233.html

Omelia (26-04-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo

Pietro e Giovanni, dopo aver constatato che nessuno aveva portato via Gesù dal sepolcro, ma che Lui era risorto, secondo la confessione fatta dallo stesso Giovanni, lasciano il sepolcro e se ne ritornano a Gerusalemme. Loro non cercano più Gesù. Per loro è risorto. È divenuto corpo spirituale, incorruttibile, immortale, glorioso. Ora Gesù è nel mondo del Padre suo. Non è più sulla terra ed è inutile cercarlo.
Maria ancora non è giunta alla fede nella risurrezione. Rimane all’esterno, vicino al sepolcro e piange per l’amato dell’anima sua. Il Signore viene in suo aiuto. Prima le manda due Angeli. Questi si siedono l’uno dalla parte del capo e l’altro dalla parte dei piedi, dove era stato deposto Gesù. Sono in vesti bianche. Sono segno della manifestazione di Dio. Lei non li riconosce come angeli. Pensa che siano due persone come tante altre. Essi le chiedono: « Donna, perché piangi? ». Lei risponde: « Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto ». Per lei Gesù era stato rubato.
Una riflessione si impone: Giovanni era giunto alla fede. La conserva però nel suo cuore. Non la rivela a Maria di Màgdala. Pietro e Giovanni abbandonano il sepolcro perché sanno per fede che lì non c’è più. Mai ci potrà essere. Gesù ha cambiato esistenza. Maria di Màgdala è invece senza questa nuova luce che illumina l’esistenza e le dona pienezza di verità. Ella piange per mancanza di conoscenza. È stata privata della verità di Gesù. Ogni verità di Gesù che noi nascondiamo nel nostro cuore genera tanto pianto nel seno dell’umanità. La verità di Gesù invece fa nascere la speranza nei cuori, perché li illumina e li riscalda, li risana e li rinnova.
Quando viene meno l’uomo, se la nostra ricerca è vera, sincera, sempre il Signore viene in nostro soccorso. Mai Lui ci farà mancare il suo aiuto potente, risolutore del nostro pianto e delle nostre lacrime. Ora è Gesù stesso che si presenta a Maria. Neanche Lui è però riconosciuto. Pensa che sia il custode del giardino e così gli risponde: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo ». È il corpo di Gesù che Maria sta cercando, non Gesù. Il corpo morto di Gesù, non Gesù il Vivente. La fede nella risurrezione non è nel suo cuore.
Ora Gesù le viene in aiuto e la chiama per nome: « Maria! ». Ella riconosce questa voce. È del suo Maestro, del suo Signore, dell’Amato dell’anima sua. Maria vorrebbe trattenerlo. Stare in eterno con Lui. Gioire nel suo spirito di questo momento. Per la gioia c’è sempre tempo. Ora bisogna che lei vada e dica ai suoi discepoli che Lui è risorto. Che Lui sta compiendo le parole proferite nel Cenacolo: « Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ». Gesù mai è venuto meno ad una sola parola.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, aiutateci a cercare Gesù.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 avril, 2011 |Pas de commentaires »

San Marco Evangelista

San Marco Evangelista dans immagini sacre st_marc_joelle

http://www.enluminure.fr/joelle_marc.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 avril, 2011 |Pas de commentaires »

25 APRILE – SAN MARCO EVANGELISTA

dal sito:

http://www.basilicasanmarco.it/WAI/ita/storia_societa/sanmarco/interne/sanmarco_vita.bsm

25 APRILE – SAN MARCO EVANGELISTA

Sezione dedicata alla vita di San Marco
    
Conosciamo qualcosa della vita dell’evangelista Marco grazie ad alcuni testi del Nuovo Testamento e alle testimonianze degli antichi scrittori ecclesiastici. Per colmare quanto manca a questi testi ci sono fonti posteriori, di ambito egiziano ed occidentale, le quali riferiscono dell’apostolato che avrebbe svolto in Egitto e nelle Venezie. Marco si presenta con doppio nome: Giovanni, di tradizione ebraica, e Marco, di antichissima tradizione romana riportabile a Marte, il dio della guerra.
E’ ritenuto l’autore del secondo vangelo, il più breve dei quattro, composto di soli sedici capitoli.

Fasi della vita di San Marco:

La giovinezza | La crisi di Marco | Marco a Roma | Marco ad Aquileia | Ermagora | Marco in Egitto | La morte

La giovinezza

Marco, figlio di Paolo e Maria, sarebbe nato nell’odierna Cirene, capitale della Cirenaica, nella Libia attuale.
La discreta agiatezza economica gli permette lo studio dell’ebraico, greco e latino, approfondendo la conoscenza della Sacra Scrittura ed in particolare i testi dei profeti.
Probabilmente Giovanni Marco nasce all’inizio dell’era volgare, sotto l’impero di Augusto. Prima della morte dell’imperatore, la Cirenaica viene invasa da tribù barbare, che depredano terre e beni della famiglia di Marco.
Costretto alla fuga con i genitori, si rifugia a Gerusalemme dove incontra i primi annunciatori della predicazione di Gesù.
Da Gerusalemme Marco si reca ad Antiochia assieme a Barnaba e Paolo. Antiochia, oggi Antakya nella Turchia sud occidentale, sorge di fronte all’isola di Cipro. Gode il prestigio di un grande centro commerciale ed è una capitale di divertimenti; terza città dell’impero romano dopo Roma e Alessandria e capitale della provincia romana. La comunità cristiana è aperta all’evangelizzazione sia degli ebrei sia dei seguaci di qualsiasi altra religione. In effetti gli Atti precisano che proprio qui per la prima volta i seguaci della severa morale predicata nel nome di Cristo, forse per dileggio, vengono denominati cristiani. Barnaba, Paolo e Marco raggiungono il porto di Antiochia per intraprendere il viaggio che lì porterà a Cipro, Lo sbarco avviene a Salamina, la città più popolosa ed antica capitale.
Qui sorgono numerose sinagoghe e i due missionari si danno da fare per annunciare il vangelo coadiuvati da Marco, forse catechista e battezzatore, forse cronista della spedizione.

La crisi di Marco
Una volta raggiunta la città di Cipro, avviene il distacco di Marco da Paolo e Barnaba. Il testo degli Atti si limita a rilevare ch’egli si separa da loro per ritornare a Gerusalemme. Non si conosce il reale motivo per cui il giovane aiutante dei due non abbia voluto più proseguire, sappiamo però che l’abbandono di Marco viene considerato da Paolo un tradimento.
Marco ritorna a Gerusalemme. Qui nel 49, in occasione del Concilio apostolico, si trova anche Pietro, oltre a Paolo e Barnaba arrivati per giustificare il metodo nuovo del loro apostolato verso i pagani divenuti cristiani senza dover passare attraverso le norme imposte dalla tradizione giudaica.
Approvato il loro sistema missionario, Paolo e Barnaba ritornano ad Antiochia, la loro base operativa. Ad Antiochia casualmente si trova anche Marco, giunto forse con l’apostolo Pietro. Barnaba, fortemente legato al cugino Marco, propone a Paolo di riprenderlo quale aiutante.
A questo punto Paolo è irremovibile nel rifiuto. Anche Barnaba punta i piedi per difendere Marco al punto che arriva a rompere la lunga amicizia con Paolo.
Mentre Paolo si avvia verso le comunità cristiane dell’Asia Minore, Barnaba si imbarca verso Cipro assieme a Marco per una seconda evangelizzazione dell’isola. Notizie specifiche al proposito sono piuttosto tarde e appartengono agli apocrifi Atti di Barnaba che narrano le vicende cipriote di Marco e Barnaba con vivacità di particolari, tocchi romanzeschi una ricchezza di particolari avventurosi, ben diversa dalla sobrietà storica della prima missione descritta dagli Atti degli apostoli.

Marco a Roma
Marco giunge a Roma nel 42 o dopo il 50, quale aiutante di Pietro svolge la sua attività tra gli ebrei, che sono circa quarantacinquemila.
Si rivolge anche ai Romani pagani e per di più alle classi militari.
Marco è una sorta di interprete tra Pietro, che non parla il greco o lo adopera male, e il suo uditorio, per il quale il greco è una lingua internazionale.
Clemente Alessandrino, attorno al 200, precisa che Marco compone il suo vangelo a Roma. Per gli altri antichi scrittori ecclesiastici Marco trascrive la predicazione dell’apostolo Pietro, pur senza indicare in quale luogo questo sia avvenuto. Clemente afferma che Pietro predica il messaggio della salvezza ai cavalieri di Cesare, i quali, al fine di ricordare quanto l’apostolo proclama a viva voce, inducono Marco a redigere il vangelo. Chi siano i cavalieri di Cesare non è però mai stato chiarito.

Marco ad Acquileia
La seconda parte della vita di Marco comprende l’apostolato ad Aquileia e in Egitto, ad Alessandria. La fase aquileiese va collocata prima di quella alessandrina.
Il doge Andrea Dandolo, nell’ampia Chronica, redatta a Venezia attorno al 1350, sostiene che Marco è discepolo di Pietro in Roma, dove compone il suo vangelo su richiesta dei cristiani del luogo affinché la predicazione dell’apostolo non vada perduta. Quando Pietro lo viene a sapere, se ne rallegra e ordina che il testo evangelico venga consegnato alle diverse chiese. Invita Marco a recarsi ad Aquileia per predicare la parola del Signore, cosa che il discepolo compie volentieri portando con sé il testo del suo sacro libro.
I cristiani neoconvertiti chiedono a Marco di ricopiare per loro il testo del vangelo. Egli accetta e lo consegna loro perché lo possano osservare con fedeltà. A questo punto Marco, ritenendo la sua missione compiuta, progetta di ritornare di nascosto a Roma presso San Pietro. Ma gli aquileiesi, che sanno di questa sua intenzione per ispirazione divina, gli chiedono che venga dato loro un suo successore.

Ermagora
Il successore di Marco ad Aquileia è Ermagora, un prestigioso aquileiese, che gode la stima di tutti, grazie ad un’esemplare vita cristiana.
Marco, assieme ad Ermagora, intraprende il viaggio verso Roma lungo i canali lagunari che collegano Aquileia con Ravenna. La navicella con i due santi deve attraversare gli intricati meandri dell’odierna laguna di Venezia, città allora inesistente. Appena giunge al piccolo porto di Rivalto, il territorio di San Marco dei tempi del doge Andrea Dandolo, scoppia una bufera di vento che costringe i naviganti ad un approdo di fortuna presso un isolotto. Qui Marco cade in estasi e gli appare un angelo che gli profetizza le ulteriori fatiche apostoliche sino alla costruzione di una meravigliosa città, dove sarebbe riposato il suo corpo. Finita l’estasi, Marco riparte e giunge a Roma rincuorato dalla profezia. Qui presenta a Pietro sia il resoconto della sua attività missionaria, sia Ermagora perché venga consacrato vescovo di Aquileia. Pietro accetta volentieri la richiesta del discepolo.
Corre allora l’anno 50: Ermagora ritorna ad Aquileia, Marco si reca in Egitto, ad Alessandria, dove per primo annuncia Cristo e organizza la relativa comunità ecclesiastica fino alla morte.
A questo punto se è leggendaria la narrazione del Dandolo e dei predecessori sull’arrivo di Marco e sull’apostolato in Aquileia tra il 48 e il 50, gode invece una discreta certezza storica Ermagora quale primo vescovo della città, ma senza aggancio alcuno con Marco e Pietro.

Marco in Egitto
L’apostolato marciano in Alessandria d’Egitto si fonda sul testo della Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. Gli storici e gli agiografi posteriori hanno ampliato le notizie, ricostruendo una compiuta vita del santo dalla nascita sino al martirio.
Secondo le fonti copte, dopo la morte del cugino Barnaba, e degli apostoli Pietro e Paolo, a Marco appare Gesù che lo invita a partire per l’Egitto, luogo da evangelizzare. Il santo, obbediente all’invito del Signore, ritornato a Gerusalemme, porge l’ultimo saluto alla madre, prossima alla morte per poi intraprendere il nuovo viaggio. Giunto a Cirene, Marco incomincia a predicare e a compiere prodigi e miracoli.
Tutti gli abitanti aderiscono alla nuova predicazione.
Il viaggio di Marco riprende alla volta di Alessandria, città antagonista di Roma che conta un milione di abitanti. Lo storico Simone Logoteta narra le trame dei capi religiosi della città, i quali, appena si accorgono del sorprendente numero di credenti in Cristo, per colpa di Marco, cercano di catturarlo ed ucciderlo. Conosciuti i loro progetti per rivelazione divina, egli ordina ai discepoli di innalzare una grande chiesa in onore dell’Immacolata Vergine Maria e costituisce una vera e propria gerarchia ecclesiastica.
Uscito di nascosto da Alessandria, ritorna a Cirene, dove si ferma alcuni anni per consolidare la fede e costituire una regolare gerarchia . Terminata questa fase l’evangelista decide di ritornare ad Alessandria. Nella grande città che i cristiani sono aumentati di molto e sono attivi nell’azione di proselitismo. Hanno già eretto una chiesa per la loro attività di culto nella località di Boucoli.

La morte
L’occasione per disfarsi dell’evangelista non tarda a presentarsi. Gli avversari di Marco, approfittando delle cerimonie pasquali presiedute dal santo, gli inviano alcuni armati, che lo sorprendono mentre celebra il sacrificio eucaristico e lo arrestano. Marco muore il giorno successivo, è il 25 aprile del 68.
La moltitudine dei persecutori, nel desiderio, di far scomparire ogni traccia del santo, getta il corpo nel fuoco. A questo punto il Signore interviene in modo provvidenziale, facendo scoppiare una bufera violenta, che fa crollare edifici e morire molti abitanti. I carnefici del santo abbandonano in tutta fretta il corpo di Marco dandosi alla fuga. Quando il cielo si rasserena, alcuni uomini raccolgono i resti di Marco e li portano dove egli era solito cantare le sue preghiere e salmi, cioè a Boucoli. Il sepolcro di Marco diviene in breve tempo un santuario di fama internazionale, richiamandovi i fedeli dopo la fine delle grandi persecuzioni. Ad Alessandria i nuovi patriarchi ricevono la consacrazione e l’investitura sulla sua tomba, tenendo fra le mani il capo del santo, avvolto in preziosi drappi.
Questo santuario marciano è stato risparmiato durante l’invasione persiana dell’Egitto del 620, ma in parte incendiato durante l’invasione araba del 644-646. Le reliquie del santo sono ritirate dalle macerie finché al patriarca di Alessandria, viene concesso di ricostruire l’antico edificio dove vengono riposti i resti dell’evangelista.

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 25 avril, 2011 |Pas de commentaires »

La Lectio per la Pasqua di Mons. Ravasi (2008)

dal sito:

http://animamea.splinder.com/post/18142439/ravasi-lectio-per-la-pasqua-ai-medici

La Lectio per la Pasqua di Mons. Ravasi (2008)

Una riflessione sul significato profondo dell’incarnazione di Cristo, della Sua passione e della Sua resurrezione è stata dedicata da Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura agli studenti della sede di Roma dell’Università Cattolica

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,5-11).
 
L’occasione per questa speciale lectio di preparazione alla Pasqua è stata offerta lo scorso 12 marzo dai “Mercoledì della Cattolica”, gli incontri culturali promossi dal Consiglio della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo, prendendo spunto dalle parole rivolte da San Paolo a una delle comunità che in assoluto gli sono più care, quella della città macedone di Filippi.
“La locuzione ‘avere gli stessi sentimenti di’ in greco è resa da un solo verbo: »La Lectio per la Pasqua di Mons. Ravasi

Una riflessione sul significato profondo dell’incarnazione di Cristo, della Sua passione e della Sua resurrezione è stata dedicata da Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura agli studenti della sede di Roma dell’Università Cattolica

[Pubblicato: 20/03/2008]
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,5-11).
 
L’occasione per questa speciale lectio di preparazione alla Pasqua è stata offerta lo scorso 12 marzo dai “Mercoledì della Cattolica”, gli incontri culturali promossi dal Consiglio della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo, prendendo spunto dalle parole rivolte da San Paolo a una delle comunità che in assoluto gli sono più care, quella della città macedone di Filippi.
 

“La locuzione ‘avere gli stessi sentimenti di’ in greco è resa da un solo verbo:  « phronein” ha esordito Mons. Ravasi “Tale verbo ha un’iridescenza semantica che esula dal puro orizzonte del sentimento, andando a significare non solo sentire, ma anche pensare, ragionare, avere una disposizione d’animo aperta.
Questa frase, che poi si innesta su quella che è probabilmente la citazione di un inno in uso nella Chiesa delle origini, è un appello ad avere dentro di noi non soltanto un sentimento, ma uno stato d’animo, implica non solo una componente esperienziale, ma anche una componente razionale.
Per Paolo l’imitazione di Cristo è fondamentale, ed egli presenta come modello, nell’inno che segue, entrambi i volti del Cristo. Prima il volto lacerato e dolente del crocifisso, di colui che precipita dall’orizzonte alto della trascendenza per assumere la forma di uno schiavo; che subisce il supplizio degli schiavi, dei rivoluzionari, dei ribelli, la croce, emblema oscuro e vergognoso”.

Qui Mons. Ravasi ha fatto una breve digressione, riferendosi alla polemica che ogni tanto emerge sull’eliminazione del crocifisso, considerato un simbolo troppo ‘specifico’, ‘di parte’, quasi in contraddizione con una cultura molteplice come quella in cui ci stiamo sempre più immergendo: “Ma il crocifisso ha un valore simbolico universale. Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea di formazione sostanzialmente agnostica, nel 1988 sul quotidiano l’Unità così scriveva a seguito di una delle ricorrenti polemiche contro la presenza del crocifisso in un’aula scolastica o in un’aula di tribunale: E’ il segno del dolore umano, della solitudine, della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino umano. Il crocifisso fa parte della storia dell’umanità. Dell’umanità tutta, non solo del Cristianesimo!” ha sottolineato il biblista.

E ha proseguito: “Questa considerazione preliminare, deve essere declinata soprattutto qui, di fronte a voi, medici, operatori sanitari e studenti di medicina, che sistematicamente fate l’esperienza del dolore umano: questa esperienza così radicale che trova lì, in quell’uomo crocifisso, la sua sintesi. Nel Vangelo, a partire dalla domenica delle Palme, c’è lo sforzo di riassumere in Cristo tutto lo spettro della sofferenza umana.
La paura della morte nell’orto del Getsemani: Padre se è possibile passi da me questo calice.
La solitudine: gli amici fuggono, Giuda lo tradisce, Pietro lo rinnega. Poi ancora, la sofferenza fisica in senso stretto.
La tortura.
La lunga agonia.
Infine, prima della morte, il silenzio di Dio: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.
Proprio qui è il centro della grande proclamazione cristiana: una divinità che non assiste come un imperatore indifferente alle disgrazie dell’uomo. Un Dio che, infinito ed eterno per definizione, sceglie di partecipare della fragilità e caducità legate alla condizione umana. Cristo non si comporta come un benefattore che china la mano verso il miserabile, come qualche volta fanno i medici.

La rappresentazione del medico nei confronti del paziente è quella dell’uomo di potere, non di colui che condivide, anche solo fisicamente, per necessità.

Il medico è in piedi, in posizione eretta, in una posizione di dominio.

Il malato invece ha la posizione del morto, la posizione orizzontale, la posizione dell’impotenza.

Ma, come dice Dietrich Bonhoeffer, teologo morto nei campi di concentramento nazisti: Dio in Cristo non ci salva in virtù della sua onnipotenza, Dio in Cristo ci salva in virtù della sua impotenza. [Nella foto Mons. Ravasi con il Preside della Facoltà di medicina Paolo Magistrelli e il professor Pasquale de Sole promotore dei Mercoledì della Cattolica]. Per voi medici, in particolare, che avete nel mondo della sofferenza la vostra vocazione, l’avere gli stessi sentimenti di Cristo è fondamentale. Egli è il vostro vero patrono”.

“Il Vangelo di Marco – ha proseguito Ravasi – è, praticamente per metà, dedicato a rappresentare Cristo nell’atto di guarire i malati. Tra le guarigioni più simboliche c’è quella del lebbroso, l’immondo per eccellenza, che secondo la legge del Levitico rendeva impuro chi gli si accostava: Gesù lo tocca e lo guarisce, assumendo simbolicamente su di sé la malattia, la sofferenza, la miseria e l’impurità dell’umanità sofferente”.

L’inno che San Paolo fa seguire alla dichiarazione di principio, non finisce però col Cristo crocifisso. Subito dopo segue la rappresentazione del volto glorioso di Gesù, che Mons. Ravasi evoca con accenti lirici: “Egli diventa una grande figura che domina l’abside del cosmo, il mondo intero lo contempla nella gloria della Resurrezione.
Dopo il Venerdì Santo c’è la mattina di Pasqua, il momento in cui il discepolo deve scoprire il volto radioso di Cristo, la speranza della luce, di ciò che è oltre il dolore e la morte.
Per poterlo riconoscere è necessario un altro canale di conoscenza, gli occhi carnali, non bastano più, servono gli occhi della fede. Così, la mattina della Domenica, Maria di Magdala, recandosi al cimitero, non riconosce Cristo finché Egli non le parla, chiamandola per nome. Finché cioè non le dà una nuova vocazione, quella dell’essere credente.
È la via della fede, la via nuova della conoscenza del Mistero profondo. È all’interno dell’esperienza di fede autentica, che riusciamo a ritrovare il germe della speranza. Perchè il Cristo – e attraverso lo sguardo della fede noi riusciamo a capirlo – attraversando il dolore e la morte lo ha fatto da Dio e come tale li ha irradiati di fecondità, ha deposto cioè un seme di immortalità, di eterno e di infinito dentro il dolore e il morire dell’uomo.
Così il Lunedì, i due discepoli, non riconoscono Gesù risorto, che li accompagna nel cammino verso Emmaus, spiegando loro, in chiave cristologica, le Scritture, finché, giunti finalmente nella cittadina, Lui non spezza il pane: in quel momento si consuma il riconoscimento e l’itinerario è compiuto. Nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, i due discepoli di Emmaus fanno esperienza di fede, la stessa che faremo Domenica di Pasqua e che facciamo ogni domenica, quando, nella liturgia, incontriamo Cristo che spiega la nostra sofferenza e la trasfigura in quell’abisso di luce che è il volto della Speranza, della Gioia, della Pasqua”.
Valentina Zecchiaroli
postato da sabatonotte alle ore agosto 22, 2008 15:36 | link | commenti
categorie: ravasi lectio pasqua ai medici
            
Commenti: 
” ha esordito Mons. Ravasi “Tale verbo ha un’iridescenza semantica che esula dal puro orizzonte del sentimento, andando a significare non solo sentire, ma anche pensare, ragionare, avere una disposizione d’animo aperta.
Questa frase, che poi si innesta su quella che è probabilmente la citazione di un inno in uso nella Chiesa delle origini, è un appello ad avere dentro di noi non soltanto un sentimento, ma uno stato d’animo, implica non solo una componente esperienziale, ma anche una componente razionale.
Per Paolo l’imitazione di Cristo è fondamentale, ed egli presenta come modello, nell’inno che segue, entrambi i volti del Cristo. Prima il volto lacerato e dolente del crocifisso, di colui che precipita dall’orizzonte alto della trascendenza per assumere la forma di uno schiavo; che subisce il supplizio degli schiavi, dei rivoluzionari, dei ribelli, la croce, emblema oscuro e vergognoso”.
Qui Mons. Ravasi ha fatto una breve digressione, riferendosi alla polemica che ogni tanto emerge sull’eliminazione del crocifisso, considerato un simbolo troppo ‘specifico’, ‘di parte’, quasi in contraddizione con una cultura molteplice come quella in cui ci stiamo sempre più immergendo: “Ma il crocifisso ha un valore simbolico universale. Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea di formazione sostanzialmente agnostica, nel 1988 sul quotidiano l’Unità così scriveva a seguito di una delle ricorrenti polemiche contro la presenza del crocifisso in un’aula scolastica o in un’aula di tribunale: E’ il segno del dolore umano, della solitudine, della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino umano. Il crocifisso fa parte della storia dell’umanità. Dell’umanità tutta, non solo del Cristianesimo!” ha sottolineato il biblista.

E ha proseguito: “Questa considerazione preliminare, deve essere declinata soprattutto qui, di fronte a voi, medici, operatori sanitari e studenti di medicina, che sistematicamente fate l’esperienza del dolore umano: questa esperienza così radicale che trova lì, in quell’uomo crocifisso, la sua sintesi. Nel Vangelo, a partire dalla domenica delle Palme, c’è lo sforzo di riassumere in Cristo tutto lo spettro della sofferenza umana.
La paura della morte nell’orto del Getsemani: Padre se è possibile passi da me questo calice.
La solitudine: gli amici fuggono, Giuda lo tradisce, Pietro lo rinnega. Poi ancora, la sofferenza fisica in senso stretto.
La tortura.
La lunga agonia.
Infine, prima della morte, il silenzio di Dio: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato.
Proprio qui è il centro della grande proclamazione cristiana: una divinità che non assiste come un imperatore indifferente alle disgrazie dell’uomo. Un Dio che, infinito ed eterno per definizione, sceglie di partecipare della fragilità e caducità legate alla condizione umana. Cristo non si comporta come un benefattore che china la mano verso il miserabile, come qualche volta fanno i medici.

La rappresentazione del medico nei confronti del paziente è quella dell’uomo di potere, non di colui che condivide, anche solo fisicamente, per necessità.
Il medico è in piedi, in posizione eretta, in una posizione di dominio.
Il malato invece ha la posizione del morto, la posizione orizzontale, la posizione dell’impotenza.
Ma, come dice Dietrich Bonhoeffer, teologo morto nei campi di concentramento nazisti: Dio in Cristo non ci salva in virtù della sua onnipotenza, Dio in Cristo ci salva in virtù della sua impotenza. [Nella foto Mons. Ravasi con il Preside della Facoltà di medicina Paolo Magistrelli e il professor Pasquale de Sole promotore dei Mercoledì della Cattolica]. Per voi medici, in particolare, che avete nel mondo della sofferenza la vostra vocazione, l’avere gli stessi sentimenti di Cristo è fondamentale. Egli è il vostro vero patrono”.
“Il Vangelo di Marco – ha proseguito Ravasi – è, praticamente per metà, dedicato a rappresentare Cristo nell’atto di guarire i malati. Tra le guarigioni più simboliche c’è quella del lebbroso, l’immondo per eccellenza, che secondo la legge del Levitico rendeva impuro chi gli si accostava: Gesù lo tocca e lo guarisce, assumendo simbolicamente su di sé la malattia, la sofferenza, la miseria e l’impurità dell’umanità sofferente”.
L’inno che San Paolo fa seguire alla dichiarazione di principio, non finisce però col Cristo crocifisso. Subito dopo segue la rappresentazione del volto glorioso di Gesù, che Mons. Ravasi evoca con accenti lirici: “Egli diventa una grande figura che domina l’abside del cosmo, il mondo intero lo contempla nella gloria della Resurrezione.
Dopo il Venerdì Santo c’è la mattina di Pasqua, il momento in cui il discepolo deve scoprire il volto radioso di Cristo, la speranza della luce, di ciò che è oltre il dolore e la morte.
Per poterlo riconoscere è necessario un altro canale di conoscenza, gli occhi carnali, non bastano più, servono gli occhi della fede. Così, la mattina della Domenica, Maria di Magdala, recandosi al cimitero, non riconosce Cristo finché Egli non le parla, chiamandola per nome. Finché cioè non le dà una nuova vocazione, quella dell’essere credente.
È la via della fede, la via nuova della conoscenza del Mistero profondo. È all’interno dell’esperienza di fede autentica, che riusciamo a ritrovare il germe della speranza. Perchè il Cristo – e attraverso lo sguardo della fede noi riusciamo a capirlo – attraversando il dolore e la morte lo ha fatto da Dio e come tale li ha irradiati di fecondità, ha deposto cioè un seme di immortalità, di eterno e di infinito dentro il dolore e il morire dell’uomo.
Così il Lunedì, i due discepoli, non riconoscono Gesù risorto, che li accompagna nel cammino verso Emmaus, spiegando loro, in chiave cristologica, le Scritture, finché, giunti finalmente nella cittadina, Lui non spezza il pane: in quel momento si consuma il riconoscimento e l’itinerario è compiuto. Nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, i due discepoli di Emmaus fanno esperienza di fede, la stessa che faremo Domenica di Pasqua e che facciamo ogni domenica, quando, nella liturgia, incontriamo Cristo che spiega la nostra sofferenza e la trasfigura in quell’abisso di luce che è il volto della Speranza, della Gioia, della Pasqua”.

Valentina Zecchiaroli

postato da sabatonotte alle ore agosto 22, 2008     

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