Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù il quale spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini di Nicola Bellotti

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Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù il quale spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini   di Nicola Bellotti
12/04/2009

Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome

 Cari amici che leggono Piacenza Night per ritrovare un po’ di sano svago oltre all’informazione quotidiana, per farvi gli auguri di Buona Pasqua ho scelto un brano delle scritture che Mons. Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura agli studenti della sede di Roma dell’Università Cattolica) ha commentato lo scorso 12 marzo durante uno degli incontri culturali promossi dal Consiglio della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo.

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,5-11).

« Egli diventa una grande figura che domina l’abside del cosmo, » ha spiegato Mons. Ravasi. « Il mondo intero lo contempla nella gloria della Resurrezione. Dopo il Venerdì Santo c’è la mattina di Pasqua, il momento in cui il discepolo deve scoprire il volto radioso di Cristo, la speranza della luce, di ciò che è oltre il dolore e la morte. Per poterlo riconoscere è necessario un altro canale di conoscenza, gli occhi carnali, non bastano più, servono gli occhi della fede. Così, la mattina della Domenica, Maria di Magdala, recandosi al cimitero, non riconosce Cristo finché Egli non le parla, chiamandola per nome. Finché cioè non le dà una nuova vocazione, quella dell’essere credente. È la via della fede, la via nuova della conoscenza del Mistero profondo. È all’interno dell’esperienza di fede autentica, che riusciamo a ritrovare il germe della speranza. Perchè il Cristo – e attraverso lo sguardo della fede noi riusciamo a capirlo – attraversando il dolore e la morte lo ha fatto da Dio e come tale li ha irradiati di fecondità, ha deposto cioè un seme di immortalità, di eterno e di infinito dentro il dolore e il morire dell’uomo. Così il Lunedì, i due discepoli, non riconoscono Gesù risorto, che li accompagna nel cammino verso Emmaus, spiegando loro, in chiave cristologica, le Scritture, finché, giunti finalmente nella cittadina, Lui non spezza il pane: in quel momento si consuma il riconoscimento e l’itinerario è compiuto. Nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, i due discepoli di Emmaus fanno esperienza di fede, la stessa che faremo Domenica di Pasqua e che facciamo ogni domenica, quando, nella liturgia, incontriamo Cristo che spiega la nostra sofferenza e la trasfigura in quell’abisso di luce che è il volto della Speranza, della Gioia, della Pasqua ». 

Publié dans : Lettera ai Filippesi |le 7 avril, 2011 |Pas de Commentaires »

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