Archive pour mars, 2011

Mosé et le buisson ardent

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Publié dans:immagini sacre |on 3 mars, 2011 |Pas de commentaires »

SALMO 116

dal sito:

http://www.padrelinopedron.it/data/edicola/Padre%20Lino%20Pedron%20-%20Salmi/SALMO%20116.doc

SALMO 116

116 (114-115) Ringraziamento

 1 Alleluia.

Amo il Signore perché ascolta
 il grido della mia preghiera.
 2 Verso di me ha teso l’orecchio
 nel giorno in cui lo invocavo.

 3 Mi stringevano funi di morte,
 ero preso nei lacci degli inferi.
 Mi opprimevano tristezza e angoscia
 4 e ho invocato il nome del Signore:
  »Ti prego, Signore, salvami ».
 5 Buono e giusto è il Signore,
 il nostro Dio è misericordioso.
 6 Il Signore protegge gli umili:
 ero misero ed egli mi ha salvato.

 7 Ritorna, anima mia, alla tua pace,
 poiché il Signore ti ha beneficato;
 8 egli mi ha sottratto dalla morte,
 ha liberato i miei occhi dalle lacrime,
 ha preservato i miei piedi dalla caduta.
 9 Camminerò alla presenza del Signore
 sulla terra dei viventi.

 10 Alleluia.

 Ho creduto anche quando dicevo:
  »Sono troppo infelice ».
 11 Ho detto con sgomento:
  »Ogni uomo è inganno ».

 12 Che cosa renderò al Signore
 per quanto mi ha dato?
 13 Alzerò il calice della salvezza
 e invocherò il nome del Signore.

 14 Adempirò i miei voti al Signore,
 davanti a tutto il suo popolo.
 15 Preziosa agli occhi del Signore
 è la morte dei suoi fedeli.

 16 Sì, io sono il tuo servo, Signore,
 io sono tuo servo, figlio della tua ancella;
 hai spezzato le mie catene.
 17 A te offrirò sacrifici di lode
 e invocherò il nome del Signore.

 18 Adempirò i miei voti al Signore
 e davanti a tutto il suo popolo,
 19 negli atri della casa del Signore,
 in mezzo a te, Gerusalemme.

Commento dei Padri della Chiesa

v. 1. Noi non sappiamo ascoltare Dio, ma egli ci ascolta (Origene).
Questo salmo narra le prove del popolo e l’aiuto di Dio (Teodoreto).
Canto dell’anima peregrinante lontano dal Signore, della pecora smarrita e ritrovata, del figlio prodigo che era morto ed è tornato in vita [cf Lc 15,33]. La speranza suscita l’amore (Agostino).
v. 2. Poiché l’ho invocato, ho superato tutto. Sapevo che il misericordioso mi avrebbe ascoltato (Atanasio).
v. 3. Il Cristo ha sopportato l’assalto dell’inferno, ma l’inferno non ha potuto nulla contro di lui (Origene).
v. 5. Il Misericordioso (Cristo) invoca il Misericordioso; il Giusto (Cristo) invoca il Giusto. E’ un’eco della santità primordiale che giunge a noi (Origene).
Il nostro Dio è misericordioso, sa che vorrei essere liberato dal male che è in me (Atanasio).
vv. 7-8. L’anima gemente piange nel vedere prolungarsi il suo pellegrinaggio. Nel corso di questo pellegrinaggio la sua intelligenza si affina; comprenderà meglio quando sarà ritornata nel suo riposo, cioè nella sua patria, il paradiso. Nel mistero il profeta contemplava questo ritorno e diceva: Ritorna, anima mia, al tuo riposo (Origene).
Avevamo dunque il riposo, poiché ci viene detto di ritornarvi. L’abbiamo perduto in Adamo. Dio ci ha creati buoni: con Adamo ci ha posti tutti, per così dire, in paradiso. Ma ne siamo decaduti, siamo venuti in questa valle di lacrime. Ritorna in paradiso! Non ne sei degno, ma la misericordia di Dio ti riconduce (Girolamo).
vv. 10-11. Io so che la nostra condizione umana non permette di raggiungere la verità. Tutto ciò che l’uomo può conoscere è nulla (Girolamo).
Che cosa possiede in proprio l’uomo? La menzogna. Ma non ha potuto scoprirla che con la contemplazione purificatrice, sollevato al di sopra di se stesso e vedendo la verità delle cose. L’uomo illuminato si vede mentitore (Cassiodoro).
vv. 12-13. Che renderò? Egli cerca. Né sacrificio, né olocausto, ma la sua vita intera: il calice, la fedeltà promessa. E ciò sarà un sacrificio di lode (Origene).
Io non ho nulla da offrirgli. Non posso altro che versare il mio sangue per lui. Liberati dal Salvatore, offriamo liberamente il nostro sangue per lui: Il mio calice lo berrete  [Mt 20,23] (Girolamo).
Il calice è la passione e il martirio. E’ vero che la passione del servo è ben al di sotto di quella del Maestro, ma è come un ricco che invita un povero: se gli avviene in seguito di passare davanti alla casa del povero e il povero non ha null’altro da offrirgli che la sua buona volontà, il ricco l’accetta come l’obolo della vedova (Girolamo).
v. 15. Preziosa, perché l’ha acquistata con il suo sangue affinché i suoi servi non esitino ad offrire il loro sangue (Agostino).
vv. 16-17. Confessa il suo stato di servo, riscattato a così grande prezzo: era figlio della creazione sottomesso al creatore; ma schiavo fuggito e riafferrato nella sua fuga e ora liberato dal peccato, è divenuto figlio della Gerusalemme celeste, la quale è libera dal peccato [cf. Gal 4,26] e ancella della giustizia (Agostino).
Essere servo del Signore è una grande dignità; la Scrittura la attribuisce ai più grandi:  Mosé, Abramo, Giacobbe, Paolo (Girolamo).
I martiri lodano il Signore nella terra dei viventi. Anche i monaci che lo cantano giorno e notte sono martiri (testimoni). Quello che gli angeli fanno in cielo, i monaci lo fanno sulla terra (Girolamo).
Il sacrificio della lode è raccomandato tanto nell’Antico Testamento che nel Nuovo. Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all’infuori di questi straniero? [Lc 17,18] (Cassiodoro).
vv. 18-19.  E’ l’uomo interiore che ha in sé qualcosa da offrire a Dio. C’è voto quando noi offriamo a Dio qualcosa di nostro. Cosa, dunque, Dio vuol ricevere da noi? Ascolta ciò che dice la Scrittura: Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima? [Dt 10,12]. Ecco ciò che Dio chiede da noi (Origene).
Che cosa gli deve? Faccia voto di sé, offra se stesso… renda a Dio la sua immagine (Agostino).
Gli offrirò la mia povertà, e anche il mio sangue. E se il persecutore manca, farò incessantemente all’altare memoria della passione di Cristo e sarò pronto a morire per lui (Ruperto).
Il sangue di Cristo esige da noi l’obbedienza fino alla morte, perché il Cristo ha sofferto per noi, dandoci l’esempio affinché noi seguiamo le sue tracce, cioè affinché noi moriamo e moriamo con lui… Nel calice del nuovo patto [Lc 22,20] si trovano la causa, il motivo e l’energia per compiere ciò che il Nuovo Testamento comanda e per ottenere ciò che esso promette… Con il sangue versato sulla croce Cristo ha versato il suo amore; con il sangue che ci fa bere, ci fa bere anche il suo amore, lavandoci dai nostri peccati nel suo sangue… L’obbedienza fino alla morte è la carità perfetta; essa era racchiusa nella legge, nel primo e più grande comandamento: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze [Dt 6,5]. Essa era inclusa anche nei sacrifici e implicitamente suggerita nella morte delle vittime. Ma ora l’esempio della morte di Cristo la proclama, l’impone a tutti quelli che vogliono amare e imitare Cristo. Questa obbedienza è il calice della salvezza, il calice della passione di Cristo… L’obbedienza fino alla morte deve intendersi ancora di ogni perfetta penitenza  del corpo e soprattutto di ogni perfetta rinuncia alla propria volontà. Colui che, per una scelta consapevole, preferisce alla propria volontà quella del fratello, pone la sua anima per il fratello. L’obbedienza fino alla morte si trova in ogni forma di martirio, sia che veniamo uccisi dalla spada del persecutore o dalla spada dello Spirito. Chiunque trova la sua gioia in questa obbedienza, beve con Gesù il vino aromatico del suo calice, il vino dolce delle sue melagrane [cf. Ct 8,2] (Baldovino di Ford). 

Day 4 Sun moon & stars

Day 4 Sun moon & stars  dans immagini sacre
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Filemone 9b-10.12-17

ancora su Filemone…mi piace molto:

 http://www.nicodemo.net/NN/commenti_v.asp?titolo_commento=Filemone&Submit=Invia

Filemone 9b-10.12-17

Carissimo, 9 io Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù, 10 ti prego per il mio figlio, che ho generato in catene. 12 Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. 13 Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo.
14 Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo.
15 Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più però come schiavo, ma molto di più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.
17 Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso.
 
COMMENTO

Filemone 9b-10.12-17

La liberazione degli schiavi
La lettera a Filemone, malgrado la sua brevità, è un documento molto significativo, in quanto rivela tutta la profondità dell’animo di Paolo. Essa è forse la sua lettera meglio riuscita dal punto di vista letterario, in quanto è composta in una prosa ritmica, ricca di parallelismi e di antitesi. Anche dal punto di vista del contenuto la sua importanza è notevole, perché mostra come il cristianesimo primitivo ha affrontato il difficile e complesso problema della schiavitù.

La schiavitù nel mondo antico
La schiavitù era largamente diffusa nel mondo greco-romano; le conquiste di Alessandro Magno in particolare le avevano dato un notevole impulso, facendo di essa un elemento portante di tutta la vita sociale.
Lo schiavo che desiderava ottenere la libertà doveva versare al padrone una somma di denaro precedentemente pattuita. Non tutti però erano in grado di raccogliere la cifra richiesta. Di conseguenza era frequente il caso di schiavi che tentavano di riacquistare la libertà fuggendo dai loro padroni. Davanti ad essi le vie aperte non erano molte. La soluzione migliore era l’espatrio, ma per questo si richiedevano mezzi non facilmente reperibili. Un’altra possibilità era quella di restare in una grande città, vivendo di espedienti e di furti: ma c’era sempre il pericolo di essere scoperti e denunziati. A volte uno schiavo poteva trovare difesa da parte di qualche persona influente.

Il caso di Onesimo
La lettera che porta il nome di Filemone è un biglietto che Paolo ha inviato a questo personaggio per raccomandargli un suo schiavo, Onesimo. Nel NT il nome di Onesimo, che significa in greco “colui che è utile”, riappare soltanto nella lettera ai Colossesi, dove designa un cristiano nativo di Colossi, una piccola città della Frigia non molto distante da Efeso, inviato alla comunità della sua città come accompagnatore di un certo Tichico (Col 4,9). Sebbene per molti studiosi questa lettera non sia paolina, la notizia è ritenuta generalmente come degna di fede.
Filemone, padrone di Onesimo, non è noto se non in base ai dati forniti dalla lettera stessa. Egli era un cristiano di condizione benestante: infatti poteva permettersi di avere uno o più schiavi, e soprattutto era in possesso di una casa sufficientemente grande da accogliere la comunità locale (v. 2). Il biglietto non dice quale fosse il suo luogo di residenza. Ma se Colossi era la patria non solo di Onesimo, ma anche di Archippo, membro in vista della comunità domestica di Filemone (v. 2; cfr. Col 4,17), si può senz’altro concludere che anche Filemone abitava in questa città e la comunità che si radunava nella sua casa era appunto quella di Colossi.
Con tutta probabilità Filemone era diventato cristiano per opera di Paolo (v. 19). Siccome non risulta che questi abbia fondato personalmente la comunità di Colossi (cfr. Col 1,7-8: 4,12-13), il loro incontro deve aver avuto luogo ad Efeso, dove Paolo soggiornò a lungo durante il suo terzo viaggio. Filemone era molto legato all’apostolo, che lo chiama suo «collaboratore» (v. 1) e lo loda per la sua fede e la sua carità verso gli altri cristiani (vv. 4-7). La lettera di Paolo è indirizzata, oltre che a lui, anche ad Appia, che probabilmente era sua moglie, ad Archippo, «compagno d’armi», cioè collaboratore di Paolo, e a tutta la comunità che si raduna appunto nella casa di Filemone.
Onesimo aveva incontrato Paolo quando questi, ormai vecchio (presbytês) (v. 9), era detenuto in carcere (vv. 1.9.13). L’incontro con l’apostolo fu per lui l’occasione di ascoltare la parola di Dio e di convertirsi al cristianesimo (v. 10). Dopo averlo battezzato Paolo, lo rimanda al suo padrone (v. 12) con una lettera di raccomandazione. Non si sa perché Onesimo si sia allontanato da Filemone. In nessuna parte della lettera infatti si dice che egli sia fuggito; non essendo ancora cristiano, è impensabile che sia stata la comunità di Colossi a inviarlo da Paolo per assisterlo in carcere; d’altronde è impossibile che vi sia giunto casualmente, in quanto Paolo accenna a una grave colpa da lui commessa nei confronti del suo padrone (vv. 11.18). L’ipotesi della fuga resta quindi la più probabile. Ugualmente probabile è che abbia chiesto aiuto a Paolo, forse sapendo che questi era un influente amico di Filemone.
Quando incontra Onesimo e scrive la lettera a Filemone, Paolo si trova in carcere. Probabilmente si tratta di una prigionia che ha avuto luogo quando egli si trovava a Efeso, durante quello che, secondo gli Atti, è il suo terzo viaggio missionario. Di essa non si sa nulla, ma dallo studio della lettera ai Filippesi risulta che con ogni probabilità egli ha sperimentato il carcere anche in questa città. Si può quindi supporre che i fatti a cui allude la lettera siano avvenuti in questa circostanza, e che quindi essa sia stata composta a Efeso verso la metà degli anni cinquanta.
L’intervento di Paolo è un gesto pastorale, con il quale l’apostolo vuole educare la comunità a una prassi autenticamente cristiana, animata dalla fede e dall’amore (vv. 6.9). Il suo messaggio va quindi al di là della situazione concreta in cui è stato formulato, mettendo la chiesa di tutti i tempi davanti alle esigenze più autentiche del vangelo.

Linee interpretative
Paolo è ritornato a diverse riprese sul problema della schiavitù. A proposito dei carismi della comunità, egli afferma: «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Cor 12,13). Facendo leva sul ritorno imminente del Signore, egli esorta gli schiavi a rimanere nella situazione in cui si trovavano al momento della loro chiamata (1Cor 7,21-23). Nella lettera ai Galati Paolo afferma: «Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Nella lettera a Filemone Paolo sviluppa la stessa intuizione. Rimandando Onesimo dal suo padrone Filemone, egli riconosce il fatto della schiavitù, e nega che l’adesione a Cristo comporti per se stessa un cambiamento sociale. Al tempo stesso però fa comprendere che la schiavitù è ormai superata nel quadro dei nuovi rapporti di fraternità introdotti da Cristo.
Questa posizione, per quanto chiara da un punto di vista dottrinale, non è esente da contraddizioni: è difficile infatti, passando dalla teoria alla pratica, spiegare come possano due individui essere veramente fratelli, pur rimanendo intatto tra loro il rapporto padrone-schiavo. La difficoltà oggettiva del problema affrontato da Paolo deve essere tenuta presente per comprendere l’ambiguità che traspare dal suo discorso. Egli infatti, pur facendo uso di tutte le armi della convinzione e dell’autorità per influire su Filemone, non dice chiaramente che cosa si aspetta da lui: da una parte lascia intuire il suo desiderio di poter avere con sé Onesimo nella sua prigionia (vv. 13-14); dall’altra afferma che Onesimo è stato separato da Filemone per un momento, affinché egli lo riavesse per sempre «non più come schiavo… ma come un fratello carissimo» (vv. 15-16). In realtà è impossibile dire se Paolo, esprimendo la fiducia che Filemone avrebbe fatto più di quanto gli chiedeva (v. 21), pensava veramente alla manumissione di Onesimo o se questa era completamente al di fuori dei suoi pensieri.
Per Paolo dunque la salvezza si attua esclusivamente mediante una vera e profonda conversione a Cristo. Questa però non può restare un puro sentimento interiore, ma deve dare origine ad atteggiamenti concreti di fraternità e di amore, che trovano il loro ambito naturale nella comunità: qui tutte le barriere sono praticamente superate e si attua in Cristo una vera uguaglianza tra tutti. Paolo non ha saputo, o non ha potuto, ricavare da queste premesse conclusioni più ampie, capaci di incidere in profondità nella vita sociale. E neppure si può dire che ci siano riusciti i cristiani dopo di lui. A Paolo resta tuttavia il merito di aver colto la contraddizione tra schiavitù e fraternità, aprendo la strada a coloro che, in un’epoca ormai molto lontana dalla sua, sapranno cogliere le vere implicazioni sociali del suo messaggio.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 2 mars, 2011 |Pas de commentaires »

La vita: Dio si é « immischiato » con noi (Abramo alla quercia di Mamre)

dal sito:

http://www.tracce.it/?id=338&id_n=5028&pagina=4

PAROLA TRA NOI

La vita: Dio si é « immischiato » con noi

(Abramo alla quercia di Mamre)

Luigi Giussani

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani nella casa di Noviziato delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, divenute nel 1993 Suore di carità dell’Assunzione
Roma, 10 marzo 1970

1. « Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: « Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo ». Quelli dissero: « Fa’ pure come hai detto ». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: « Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce ». All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: « Dov’è Sara, tua moglie? ». Rispose: « È là nella tenda ». Il Signore riprese: « Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio ». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: « Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! ». Ma il Signore disse ad Abramo: « Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio ». Allora Sara negò: « Non ho riso! », perché aveva paura; ma quegli disse: « Sì, hai proprio riso »" (Gen 18, 1-15).

Questa prima rivelazione piena di ombre – ma già così piena di luce per noi cui la spiegazione, la parola definitiva è stata detta – del mistero della SS. Trinità è forse la pagina dell’Antico Testamento che ci commuove di più, se noi la guardiamo in faccia, se noi ci mettiamo a meditarla: è la pagina dell’Antico Testamento che ci commuove di più nel vedere quello che Dio è diventato per l’uomo.
Dio si introduce nella vita dell’uomo, e vi si inserisce con la familiarità di un dialogo, di una cena: l’essere servito dall’uomo. Guardiamo, contempliamo – queste pagine non si possono capire, se non guardandole con gli occhi, a lungo, cioè contemplandole – la figura di Abramo: « Prese del burro e del latte… e stava ritto presso di loro ». Preghiamo Dio che faccia rivivere in noi tutta questa commozione ed emozione, tutta questa vigilanza piena di umiltà e di premura. Immaginiamo Abramo, lì, teso verso quei tre personaggi che erano Uno (notate questo continuo passaggio, dal singolare al plurale e viceversa, pieno di mistero); proviamo a pensare alla faccia con cui Abramo era là, teso a servirli, teso in disponibilità verso di loro, pensiamo a come l’animo, la coscienza, il cuore di Abramo doveva essere tutto come una luce; una luce non definita, perché era come un grande albore che si faceva, nella storia dell’umanità, dentro l’anima, attraverso l’anima di Abramo, giacché questo è il luogo dove il senso di tutta la storia del mondo, il senso della esistenza di ogni uomo, trova la sua comunicazione: incomincia a comunicarsi l’avvenimento con cui Dio diventa fattore dentro la nostra vita, dentro la vita dell’uomo, con cui Dio diventa come uno di noi, uno di noi, come noi.
Qui è ancora l’ombra della profezia, il primo albore, è il primo accenno; ma il valore della vita e del singolo, il valore della storia, sta in questo avvenimento. È un avvenimento ciò da cui possiamo trarre il motivo della nostra sicurezza, del nostro agire, il movente delle nostre azioni, la contentezza di noi stessi, la certezza per cui camminare: non è tanto una riflessione sul mondo, una analisi delle situazioni, ciò da cui trarre le nostre direttive, ma è lo stupore di questo avvenimento – che Dio si è « immischiato » con noi -, è lo stupore di questo avvenimento, la contemplazione di questo avvenimento. Lo stupore di questo avvenimento è l’inizio della nostra rinascita, della nostra vita. È la contemplazione di questo avvenimento il luogo dove si delineano le direttive del nostro agire.
Questo avvenimento ha dentro una definitività inesorabile, ha dentro un che di duro e inesorabile: quando Sara ha riso, Jahve l’ha osservata, l’ha rimproverata, ma non per questo ha modificato il significato della sua presenza, del suo piano. Per il fatto che Sara ha riso, egli non modifica il suo piano: « C’è forse qualcosa di troppo grande per Jahve? Al tempo fissato tornerò e Sara avrà un figlio ». Tutto quanto l’Antico Testamento, la meravigliosa storia del popolo ebraico, è questo miracolo nella storia di tutta l’umanità. Tutta la storia del popolo ebraico è lo svolgersi dello stupore di questa Alleanza; di questa « Alleanza » – questo è il termine esatto – di Dio con l’uomo. Alleanza vuol dire che Dio si unisce all’uomo, che gli si unisce proprio come avvenimento della sua vita.
Tutta la storia del popolo ebraico è lo svolgersi della consapevolezza di questa Alleanza, « fila » tutta sul filo di questa Alleanza, e reca dentro di sé, continuamente, il cedimento alla tentazione dell’incertezza, alla tentazione di far scivolare la sua certezza, o meglio, i criteri dei suoi giudizi sulle sue misure. Sara che ride: « Ma devo diventare madre adesso che sono vecchia? È impossibile, è ridicolo ». Di fronte a Dio, che si è introdotto attraverso l’Alleanza con esso, il popolo di Israele è come, per così dire, sempre diviso fra la figura di Abramo e di Sara, fra lo stupore attento, devoto, obbediente di Abramo e il riso di Sara, il riso incredulo di Sara. Ma Dio è fedele.
Dio rimprovera il popolo di Israele per quel suo continuo scivolare a riporre le sue speranze nelle sue misure, nei suoi idoli, nelle sue costruzioni, nelle « alture », come dice continuamente la Bibbia, « sui templi fatti per gli dei creati da lui », cioè nelle sue azioni. Dio rimprovera continuamente il popolo di Israele del suo scivolare a riporre la sua speranza, la sua stima, nelle azioni che esso compie, in quello che esso crea, nei suoi programmi, fatti sempre sulla misura della sua fantasia e della sua immaginazione, mentre Dio è incommensurabile con quelle immaginazioni, Jahve è infinitamente più grande.
« La tua speranza sono Io », Io che ti parlo; non in senso astratto – il Dio che non si è rivelato -, ma Io che mi rivelo a te. La tua speranza è poggiata sull’avvenimento in cui Io mi rivelo a te, in cui Io sto con te, la tua speranza è su questo avvenimento. Tutta la tua storia tu la devi concepire in funzione di questo avvenimento e i criteri, dunque, delle tue azioni sono da pescare in questo avvenimento, non in altro. Non devi essere adultero (come diranno sempre i profeti), introdurre i tuoi idoli, le tue misure, di qualunque natura siano.
Rimprovera Israele, Dio, ma non viene meno all’avvenimento; il suo avvenimento non viene meno: « Ripasserò da te fra un anno e Sara avrà un figlio ». Bisogna leggere Deuteronomio 32, 1-52, che è una delle più belle espressioni sintetiche di tutta questa dialettica fra il popolo e Dio. Ingrassato dai favori di Dio, Israele recalcitra, cercando i propri sentieri, stimando (perché questo è il problema primo, radicale: la stima che nasce dal giudizio ultimo che si porta sulle cose) altro che non l’avvenimento di Dio; la stima di Israele si porta su altro. Dio lo rimprovera, però sempre dice: « Ma io non ritiro la mia parola ». Dio è fedele, perché è giusto. La giustizia è la coerenza di Dio con il suo disegno. Così, per chi è stato chiamato da Dio, la giustizia è la coerenza al suo disegno o, meglio, è la coerenza del disegno di Dio a noi stessi, e quindi è la coerenza della nostra adesione ad esso. La giustizia è solo questo. Altrimenti il 22° capitolo del Genesi (il sacrificio di Isacco) non avrebbe nessun senso.

2. Ma dopo il capitolo 18 del Genesi dovremmo leggere gli ultimi capitoli del Vangelo di Giovanni, dal 14 al 17, specialmente il 15. Che differenza grandiosa e nello stesso tempo che continuità, che continuità profonda, fra l’Abramo e la Trinità sotto la quercia di Mamre e Gesù che non chiama più gli uomini « servi », ma « amici », perché tutto quello che egli è lo ha dato a loro, lo ha comunicato a loro! Che continuità profonda, ma nello stesso tempo che differenza abissale: come è maturata la cosa, come è compiuta! Qui è proprio compiuta, più di così si muore. Nessuno ama tanto gli amici più di chi dà la vita per i propri amici: più di così non è possibile.
Forse, il concetto che tirerà fuori san Paolo ci farà capire che più di così è impossibile: « Voi siete me e io sono voi », il corpo mistico di Cristo, carne della sua carne e ossa delle sue ossa (cfr. Ef 5, 29-32). Ma lo dice anche il Vangelo di Giovanni: « Io sono la vite e voi siete i tralci, chi rimane in me ed io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla » (Gv 15,5): senza questo avvenimento non siete più nulla. Gli altri uomini possono illudersi ancora ponendo le loro speranze nelle loro azioni, nei loro programmi. Ma voi non potete più neanche fare questo, perché chi è segnato, nel suo essere, dal coinvolgimento di Dio con lui, chi è segnato dal segno di Cristo risorto, chi è segnato dal segno definitivo, chi ha dentro di sé il seme della resurrezione finale, l’inizio della fine del mondo, come è il cristiano (che ha già dentro di sé il seme della salvezza finale, perché ha dentro di sé, nella sua carne, nelle sue ossa, Cristo risorto), non può più neanche illudersi: il dimenticare quello è un tradimento tale che subito si trova vuoto e la sua irrequietezza è molto più patologica della irrequietezza che ha dentro l’uomo del mondo. Tutta la sua azione si riduce a questa irrequietezza e a questa verità: « Senza di me non potete fare nulla ». Questo è il nostro valore, questo è il valore della nostra faccia, il contenuto della nostra persona.

3. Ora, tutte le azioni esprimono quello che siamo. Perciò, questo è il motivo, il movente, il criterio, e questo è l’annuncio, il messaggio di ogni nostra azione: ciò che lui è per noi, non perché siamo capaci di fare qualche cosa da soli, come diceva san Paolo, non per le opere di giustizia che noi facciamo, ma per la misericordia con cui ci ha trattati. Per questo noi valiamo e questo è il nostro compito nel mondo: siamo stati scelti a portare questa misericordia; non innanzitutto come parola, se non come espressione della coscienza che abbiamo di noi stessi. Testimoniamo questa misericordia nella misura in cui portiamo coscienza che la nostra sostanza è lui (« omnia in ipso constant », dice san Paolo). Pensiamo al primo capitolo del Vangelo di Giovanni. La sostanza di tutte le cose è Lui; ma noi siamo coloro, tra gli uomini, che sono stati scelti a capire queste cose definitive già da ora, nel tempo; siamo stati fatti parte del suo mistero, perciò questa realtà definitiva delle cose a noi è già nota. Ed è questo il compito: che portiamo questa notizia agli altri: « Andate per tutto il mondo e predicate questo evangelo, questo annuncio a tutte le creature ».
Allora, tutti gli spunti attraverso cui Dio ci sollecita, tutti i rapporti in cui Dio ci impegna, altro non sono che i sentieri di Dio per questo nostro annuncio. È esattamente questo il concetto di « povertà », che costituisce il sentimento proprio e fondamentale del cristiano.
Là dove la persona è cristiana, cioè vive con la coscienza che la sua consistenza è un Altro (un Altro in essa: « Il mio vivere è Cristo »), con la coscienza che la sua consistenza, la consistenza dell’avvenimento del suo esistere, è l’esistere in essa di un altro, è l’avvenimento di Cristo che le si comunica attraverso il lungo mistero suo nel mondo, attraverso il mistero della Chiesa, corpo mistico di Cristo, il sentimento che domina la vita è la povertà. Là dove una persona vive questa coscienza, vive se stessa con questa autocoscienza – il contenuto della nostra autocoscienza è il suo mistero in noi: « Per me vivere è Cristo »; tanto è vero che il nostro nome più profondo non è il nostro nome e cognome, ma il suo: « cristiano » -, allora il sentimento della vita, il sentimento che determina l’atteggiamento della vita, la moralità (perché « moralità » vuol dire: atteggiamento da cui si genera l’azione, da cui nasce l’azione, che determina l’azione), l’atteggiamento fondamentale è la povertà.
Questa povertà è definita in un modo mirabile ed esistenziale da san Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinti, capitoli 5 e 6. « Tutto questo viene da Dio… Vi esortiamo altresì a non ricevere invano la grazia di Dio ». Cos’è questa grazia? È l’avvenimento di Cristo, « egli infatti dice: al momento favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso; ecco ora è il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza ». Ma c’è un altro pezzo di san Paolo, della Prima Lettera ai Corinti, al capitolo 7, in cui questa povertà è definita in modo ancora più chiaro: « Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero… ». Questo « come se » è veramente la formula della povertà cristiana. Il brano della Seconda Lettera ai Corinti è come il riflesso psicologico del brano della Prima, che descrive invece l’atteggiamento morale. Anzi, esso indica il livello ontologico di cui quello che abbiamo letto prima è il riverbero psicologico. Il primo brano indica la libertà, la sicurezza libera, la gioia, la pace (la vera parola è « pace », la parola che ha usato Cristo) con cui vive il cristiano. Questo secondo, invece, indica il distacco, la povertà, nella sua origine. Tendendo l’occhio al termine della nostra fede, a Cristo, a Cristo che ritorna, è come se scivolasse via tutto quello che uno fa, perché tutto quello che uno fa è un passo solo verso Cristo che ritorna. Siamo – questa è la povertà dell’uomo cristiano – come tesi fra una grazia che ci origina, nel senso letterale della parola, che ci fa nascere (vedi Nicodemo), che ci dà un essere nuovo, e la manifestazione di questo essere nuovo che già siamo. Questo è la nostra esistenza. Il nostro essere è l’alleanza di Dio con noi, non più nell’ombra che meravigliava in modo così affascinante Abramo, ma nella realtà definitiva di Cristo risorto: « Tutto quello che io sono ve l’ho dato »; nella realtà definitiva di Cristo risorto siamo già figli di Dio: anche se non appare ancora quello che siamo (Gv 1, 12).
« Fratelli, già siamo stati fatti salvi, siamo già salvi nella speranza ». E la speranza è per l’emergere, il manifestarsi di quello che già abbiamo. Per san Giovanni l’attesa del cristiano non è rivolta a beni che verranno, ma al manifestarsi di un bene di cui è già possidente, perché, avendoci dato Cristo suo figlio, che cosa, con Lui, il Padre non ci ha già dato? Per questo il cristiano non è più giudicato da nessuno, non teme il giudizio: « Nessuno più ci può condannare, nessuno più può giudicarci » (Cfr. Rm 8, 31-33).
Dunque, la nostra vita è tesa fra questa grazia che ci dà di essere nuovi, che ci dà un’ontologia nuova (partecipazione a Cristo, a Cristo risorto: siamo con-risorti con lui, come dice san Paolo); fra questa alleanza definitiva, la nuova ed eterna alleanza, e la realtà di questo nuovo essere che ci viene dato dall’alleanza di Cristo, di Dio con noi, attraverso Cristo. Da questo nuovo essere che ci dà l’alleanza, si sprigiona allora un atteggiamento solo, che è quell’attesa che si manifesti quello che siamo. Tutta la nostra esistenza, come tutta la storia, è l’attesa del manifestarsi di quello che già siamo. La storia è l’attesa che si manifesti Cristo risorto, che già è; la definitività già è presente nella terra della storia, e la nostra esistenza è tutta protesa a che si manifesti quello che già siamo.
Allora, tesi fra questi due poli, la nostra vita è veramente povera, perché la sua speranza non è in nulla di quello che fa e il giudizio di valore non è poggiato su nulla di quello che fa: il nostro giudizio di valore, la nostra speranza è poggiata solo su quello che Dio ha fatto in noi, sull’alleanza che ci ha data; la speranza è sul manifestarsi di questa alleanza.

4. Ora, l’esistenza di che cosa è fatta? L’esistenza, che è la storia della persona, è fatta di azioni, che sono l’espressione, di istante in istante, della persona. Le nostre azioni debbono perciò generarsi tutte nella coscienza dell’alleanza ed essere tutte protese a manifestare questa alleanza. Nella misura in cui manifesteremo questa alleanza, in quella misura testimonieremo quello che siamo, e in quella misura anticipiamo la fine del mondo, la anticipiamo per i poveri uomini, che sono fatti per essa. Nella misura in cui le nostre azioni manifestano quello che siamo, l’alleanza di Dio in noi, portano nel mondo un anticipo della felicità finale. E questo l’uomo aspetta. Insomma, realmente l’uomo non cerca di avere due gambe o due braccia diritte, non cerca di essere guarito; l’uomo cerca la felicità, cerca il senso della perfezione della sua vita. In questo cammino l’uomo è molto più se stesso, è molto di più uomo, sente di più la vita, nella misura in cui gli è fatto scoprire il fondo della questione: e Cristo è venuto per questo, tanto è vero che non ha guarito tutti, non ha messo a posto tutti. Il compito che Cristo ci ha dato è quello di annunciarlo, non di aggiustare tutte le teste, tutte le braccia, di rendere tutti colti. Non è questo, anzi, molto realisticamente, Gesù ha detto: « I poveri li avrete sempre con voi ». Nella misura di questa consapevolezza, tenuta desta dalla vigilanza (a questo punto io capisco veramente l’importanza decisiva, la grandiosità del richiamo di Cristo alla vigilanza: perché, nella misura in cui si flette la vigilanza, in quella misura torniamo ad essere mondani, perciò manchiamo a quello che siamo e facciamo come il popolo di Israele, tale e quale; e allora di fronte alla presenza di Dio, che è promessa di manifestazione, di fronte all’annuncio di ciò che è accaduto in noi, ci troviamo come Sara, ci viene da ridere, non in modo cattivo, magari; ma, dopo Cristo, è più facile il modo cattivo), nella misura in cui siamo vigilanti su quello che siamo, ci sono i due grandi corolla ri che dalla redenzione di Cristo derivano.
Da una vita diversa nasce una morale. San Paolo, quando invita i Corinti a dare del denaro per quelli di Gerusalemme in carestia, non dice: « Guardate che siete costretti a dare questo, guardate che è giustizia… », ma: « Non conoscete la liberalità di nostro Signore che essendo ricco si è fatto povero per voi onde arricchirvi nella vostra povertà…? Non è un comando che vi do, ma è un consiglio », e dopo parla dell’uguaglianza: « Quello che è necessario non è che voi vi mettiate a diventare miserabili per sollevare gli altri, quello che occorre è una certa uguaglianza » (Cfr. 2Cor 8, 8-13). Tutto, dunque, deriva dalla coscienza di quello che è Cristo. Così anche per la purità. Quando san Paolo parla della purità non dice: « È giusto che facciate questo o quello », ma: « Ricordatevi che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo ».
Dalla coscienza di questa realtà nuova in noi, nella misura in cui siamo fedeli alla vigilanza, che si comunica come un albore, un crepuscolo della fine dei nostri occhi (come dice san Paolo: andiamo di chiarezza in chiarezza, rispecchiando sui nostri volti la gloria di Dio), nasce una morale nuova. Se il nostro comportamento non lo deriviamo da qui, allora la nostra situazione, il nostro modo di concepirci diventa moralistico, e il moralismo è terribile perché ci butta nella disperazione. Proprio perché Dio ci ha fatti sensibili alla vita dello Spirito, il moralismo ci butta per forza, quando ci guardiamo in faccia, nella disperazione, salvo alcuni momenti, magari i momenti di attività, in cui diventiamo, come i farisei e gli scribi, contenti di noi stessi, di quello che facciamo. Invece, derivando il nostro atteggiamento da quello che Cristo è dentro di noi, da questa ontologia nuova, da questo essere nuovo che è in noi, che il catechismo chiama « grazia santificante » (ma si tratta di capire, di vivere queste cose); se traiamo il nostro atteggiamento da quello che è Cristo, da quello che abbiamo, che siamo, dalla nascita nuova, allora siamo pieni di sicurezza, non nelle opere che facciamo noi, ma nel fatto che Dio compirà la sua storia, perché Dio è fedele. Dio è fedele, e avendo cominciato in me l’opera, la condurrà a termine.
Perciò l’unica vera preoccupazione morale in noi è quella della preghiera, cioè essere lì tesi « come occhi del servo alle mani della sua padrona », pronti (« siate pronti »). La prontezza, la vigilanza che è la preghiera, solo questa è la nostra preoccupazione: la vigilanza, che si esprime in domanda a Dio che affretti l’opera sua, che affretti la venuta del suo Cristo, dicevano gli israeliti buoni, che affretti la manifestazione di lui che è in noi.
Così, se andiamo agli altri non traendo motivo e criterio, contenuto e forma dell’azione, tutto il valore e il volto dell’azione, dalla coscienza che Cristo ci ha dato dell’alleanza di Dio, nel migliore dei casi trarremo gloria per noi stessi, e non saremo testimonianza a lui, perché ammireranno la nostra bravura e daranno gloria a noi, ma non a qualcosa d’altro da noi: non daremo gloria al mistero di Dio.
Perciò, la nostra sicurezza nella strada della vita – il Signore è venuto per renderci sicuri: tutti andavano a tastoni nel buio, cercando, finché è venuto il sole e tutto è sicuro -, la nostra sicurezza nel cammino della vita (non si può costruire se non su una sicurezza, è solo sulla sicurezza che uno edifica se stesso ed edifica il mondo), la validità, cioè la verità, la permanenza della efficacia della nostra azione per gli uomini, la verità del nostro amore agli uomini, del nostro contributo agli uomini, dipende da questa autocoscienza, che Paolo esprimeva così potentemente: « Per me vivere è Cristo ». Il mio vivere sei tu, o Cristo, la mia vita sei tu, tutto quello che penso di me e tutto quello che cerco di fare viene da qui, compresa l’edificazione della Chiesa (la Chiesa è edificata da noi, dipende in proporzione matematica dalla quantità di questa nostra autocoscienza, altrimenti possiamo tutti essere cristiani e non costruire la Chiesa, nonostante tutte le buone intenzioni). La Chiesa è costruita solo dal Mistero che opera in noi, cioè da questo essere nuovo, non creato dalle nostre opere, ma da cui le nostre opere derivano, con una velocità o una lentezza secondo i tempi di Dio (in santa Teresina e santa Caterina abbastanza rapidi, in noi magari impercettibilmente lenti). Da questa realtà siamo innanzitutto cambiati noi e per questo speriamo che le nostre opere siano cambiate: non per la nostra volontà, dunque, perché se la nostra volontà facesse, potesse fare, sarebbe inutile che fosse venuto Dio. E invece tutto è grazia, cioè lo svolgersi di un avvenimento che Dio ha creato nel mondo – l’alleanza -, senza domandarci il parere prima (non ha domandato parere ad Abramo).
Il problema è che la fede non deve essere qualcosa di presupposto e lasciato lì, dato per scontato, pensando: « Adesso dobbiamo agire! ». La fede deve essere l’orizzonte di tutte le azioni. Se no anche il senso della giustizia sociale è moralista, perché nasce da una posizione razionalista. Anche i pagani possono averlo e agire per esso, anzi i pagani lo fanno meglio di noi, i marxisti lo fanno meglio di noi: l’origine del loro atteggiamento è l’impeto umano di fronte al bisogno che occorre risolvere. Questo tutti gli uomini onesti lo possono fare. Allora l’impeto di fronte al bisogno idealizza il bisogno, cerca la sua teoria, cioè le sue strade, e cerca di fare il suo programma; per cui, se il bisogno è insistente, anche la violenza diventa giusta. Invece, per il cristiano non è affatto così. Il cristiano è come svegliato dal sentirsi « preso dentro » da un avvenimento che dapprima non c’entra col problema della giustizia sociale: è l’avvenimento di Cristo. La gente del Vangelo non era percossa dal problema della giustizia sociale; era lo stesso l’annuncio ai pastori e a Nicodemo (« Maestro, nessuno fa quello che fai tu »), cioè ai pastori ignoranti e ai professori di università, allo stesso modo. Così, l’uomo cristiano è preso dentro da un avvenimento. L’avvenimento che Dio ha provocato nel mondo è il primum, la prima cosa nella vita: è venuto Dio, l’alleanza di Dio. Questa è la situazione nuova: è lo stupore, la meraviglia, l’ammirazione, la fedeltà a questo avvenimento. Io sono preso dentro da questo avvenimento, e questo avvenimento mi cambia e mi porta su me e sugli altri, sul mondo, con occhi carichi di un’attenzione e di una fraternità da cui deriva poi tutta l’esigenza di giustizia, di aiuto. Sembra che sia una questione magari teorica, ma ne nascono due metodi radicalmente diversi. Il secondo atteggiamento, quello che qualifica il cristiano, non lascia tregua all’inadeguatezza o all’ingiustizia che c’è, ma il suo non lasciar tregua è diverso, ha un senso più completo della questione, per cui non può portare avanti un discorso di valori schiacciando altri valori, è costretto a portare avanti tutto e perciò esige la pazienza, che è la grande parola cristiana. La pazienza è il contrario della quietitudine, dello stare passivi, è una tenacia senza fondo, che non si altera, cioè non diventa impazienza, violenza, perché è sicura, non della propria energia, ma di Cristo, di Dio che porta avanti tutto, e dei suoi tempi, soprattutto del suo disegno, della sua storia. « Colla vostra pazienza possederete l’esistenza vostra ». Così non si distrugge il valore della persona per portare avanti una struttura sociale. Questa profonda differenza di metodo, che possiamo constatare in noi stessi, è forse il paragone più impressionante. Perché quando scivoliamo nel metodo moralistico, razionalistico, tutta la nostra serietà morale ci porta allo scoraggiamento, salvo i momenti in cui siamo distratti o illusi, pieni di amor proprio, di sicurezza delle nostre azioni. Ma quando ci vediamo con chiarezza, la sproporzione fra quello che siamo e quello che vorremmo essere non può non farci disperare, e così, pieni di impazienza, si fa violenza a se stessi e si dice: « Mi faccio questo proposito, in questa settimana » ed è veramente terribile. Nel secondo metodo, uno invece non cede un istante nel desiderio del bene, è tutto teso, pieno della consapevolezza del condizionamento che ha addosso e che solo il tempo di Dio purificherà e decanterà, e perciò è tutto proteso alla domanda. Tutto proteso, non al suo programma, ma alla domanda. Una domanda, infatti, non può essere sincera, se non tenendoti tutto proteso, cioè tutto pronto. Ed è questa la liberazione di cui parla san Paolo: « Liberati dalla legge ». È la libertà dei figli di Dio, che non vuol dire che noi siamo perfetti: noi, peccatori, eppure così peccatori e così salvi.
È questa la contraddizione, o meglio, la tensione tra l’Alleanza, che è fondamento e origine, e la nostra storia, che rivelerà questo a suo tempo, che lo rivela secondo il tempo di Dio. È veramente quel che diceva Isaia: « A chi segue Dio spunteranno le ali come all’aquila, camminerà senza mai stancarsi » (Cfr. Is 40, 31). Mentre non c’è niente che stanchi di più dell’appoggiarci su noi stessi e sui nostri programmi. « Chi si perde si trova »: la nostra vita è la vita di un Altro.
Io non riuscirei a restare cristiano, se non fossero vere queste cose; uno non potrebbe più sopportarsi né quindi sopportare gli altri, poiché non sopportiamo gli altri se non abbiamo motivo di sopportare noi stessi. Il nostro rapporto con gli altri è sempre proiezione del modo in cui percepiamo noi stessi, coscientemente o incoscientemente; in fondo, se nel subcosciente non ci accettiamo e non ci riconosciamo, non riusciamo ad accettare e riconoscere gli altri. Ma come facciamo a riconoscerci e ad accettarci con questa nullità che siamo? Ci accettiamo perché la faccia di un Altro è in noi, un’altra realtà è in noi. Non per nulla tutta la mentalità mondana accetta e tollera il cristianesimo nella misura in cui viene ricondotto a moralismo o attivismo. È la tendenza che c’è sempre stata e che la desacralizzazione o la secolarizzazione ha teorizzato fino alle sue conseguenze, per cui il cristiano è accettabile nella misura in cui identifica il suo cristianesimo con l’azione sociale e politica. Perché là dove il cristianesimo tira fuori il suo contenuto, ciò per cui è, la sua fisionomia, la sua personalità, non è più tollerabile, nel migliore dei casi è assurdo: per i « filosofi », i quali sono per la razionalità pura, per la gente colta è un assurdo (la gente colta non si sporca le mani) e lo mettono da parte; per i « farisei », vale a dire per i moralisti, per chi è impegnato con i « valori », è scandalo, non è tollerabile, deve essere strappato via. Così il liberalismo colto ha sopportato il cristianesimo, la Chiesa; il marxismo, che è molto più impegnato nella realtà, non lo tollera. Dunque, « scandalo per i giudei », cioè per i moralisti, per chi stima molto il rapporto e l’azione, e « assurdo per i gentili », cioè per la filosofia pagana.
È un altro mondo. Del resto, se Dio si rivela all’uomo, se Dio viene nella nostra storia, deve portare qualcosa che sconvolge tutte le nostre misure a priori, altrimenti non è lui. E la ricerca piena di ascolto di questo, il desiderio, la preghiera che si avveri, che la nostra realtà, la nostra carne sia modulata secondo questo avvenimento, è tutto lo sforzo cristiano, l’ascesi, si dice. Questo è il nostro compito. Io non conosco nient’altro. I giudei chiedevano i miracoli, i moralisti che si cambi il mondo, che la situazione si cambi; i greci, la sapienza, la filosofia, una concezione organica. Ma noi non conosciamo altro che Cristo e Cristo crocifisso.
Tutta la nostra preoccupazione in questi anni è che, nel mondo cristiano, si svuotino di contenuto queste frasi ultimissime, che però nessun esegeta può ridurre.

San Paolo (dal sito: Don Bosco)

San Paolo (dal sito: Don Bosco) dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) Conversione_di_san_Paolo

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2002-2003/Il_dominio_di_se’.html

L’ASCOLTO APRE LE PORTE AL RE

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25760?l=italian

L’ASCOLTO APRE LE PORTE AL RE

di Aurelio Porfiri*

ROMA, martedì, 1° marzo 2011 (ZENIT.org).- Non molti giorni fa, mi sono trovato in un meeting per discutere sull’organizzazione di una certa celebrazione liturgica per un’importante ricorrenza di un’istituzione religiosa. I partecipanti, tutti ben intenzionati me incluso, cercavano di trovare un accordo sul come rendere questa celebrazione più “partecipata”. Ad un certo punto, ascoltate alcune opinioni, è cominciata a risuonare in me come una sirena d’allarme e mi sono improvvisamente irrigidito, come credo gli altri avranno notato.
Qual era il problema che aveva provocato questo stato? La solita vulgata sulla “partecipazione attiva”. Intendiamoci bene: la partecipazione attiva è principio sacrosanto, ma la versione della vulgata più o meno corrente, no. Per molti, inebriati dallo spirito del Concilio, partecipazione attiva significa che tutti devono fare tutto. Se tu non parli, canti o ti muovi più o meno dall’inizio alla fine, questo significa che tu non stai partecipando. Io credo sia così evidente che questa visione è veramente ristretta ma, si creda o no, essa domina tutti gli ultimi decenni dell’era (in) volgare. Naturalmente, non proprio tutti la pensano così ma sembra che questo atteggiamento sia così diffuso che è veramente difficile poterlo buttare giù. E’ ovvio che l’atteggiamento in questione è quello che ha decimato il canto del coro, laddove ancora esiste (il coro, intendo). Già, se il coro canta la “gente” non partecipa, il popolo non si sente parte della liturgia, l’assemblea mugugna…sarà vero? Innanzitutto vorrei rivelare qualcosa che malgrado la sua ovvietà si tende a non considerare propriamente: il coro non è solitamente composto da marziani o da esseri unicellulari ma è anch’esso composto di “gente, popolo, assemblea”. Diremmo che è una parte più qualificata dell’assemblea che svolge una funzione a nome di tutti. Questa funzione è articolata in varie responsabilità, dal guidare il canto dell’assemblea al proporre antifone e melodie varie fino all’arricchire la nostra comprensione dei testi sacri con composizioni piu’ elaborate. In tutte queste funzioni l’assemblea partecipa, in quanto anche ascoltare è partecipare.
Se io leggo un libro, mi sento coinvolto nel contenuto anche se non l’ho scritto io (se il contenuto è interessante, ovviamente). Perché quando ascolto un’omelia implicitamente sto partecipando mentre se ascolto un coro eseguire un brano pertinente alla celebrazione questo mi esclude? Sappiamo come i codici emozionali (quelli che la musica sa sollecitare così bene) abbiano una potenza più profonda di quelli puramente verbali. Ma non bisogna dimenticare che qualche tentativo di “partecipazionismo”, è stato fatto anche per l’omelia. Chi non ricorda l’omelia partecipata? Ora, già questo nome la dice lunga, in quanto significa che tutte le altre in cui la gente non parla, non sono partecipate. Nell’omelia partecipata il sacerdote solitamente comincia a fare domande all’assemblea o a sollecitare “risonanze”. Io capisco le buone intenzioni implicite in questo tentativo, ma non si può evitare che l’omelia in questo modo scada nell’interrogazione scolastica.
Io credo che dovremmo un poco rivedere i fondamenti dell’idea di partecipazione, di cui l’ascolto è parte integrante. Il padre Achille Triacca, in un saggio contenuto nel volume “Actuosa Participatio” edito dalla Libreria Editrice Vaticana, dice che per comprendere meglio l’aggettivo “Actuosa Partecipatio” dovremmo oggettivare la realtà “Liturgia”. Penso che questo sia profondamente vero. Finché continueremo a pensare che siamo noi a fare la Liturgia, non ne comprenderemo l’alterità. Dovremmo riscoprire l’importanza dell’ascolto. Già, se ne parla tanto, lo si tira fuori spesso (soprattutto quando significa che ad ascoltare debbano essere gli altri) ma non lo si prende seriamente, veramente sul serio. Eppure, ascoltare è una funzione primaria anche per la fede; ma tutt’oggi si riduce l’ascolto semplicemente al codice verbale, come già abbiamo detto, senza considerare l’importanza ed il peso dei codici emozionali. Eppure ascoltare, è aprire il cuore all’invasione dell’altro, una invasione che ci cambia, sconvolge anche violentemente, una invasione che uccide alcune delle cose che abitano in noi da tempo immemorabile per fare posto a nuove fioriture, a primavere che si fanno strada in campi inariditi, a parti memori di sofferenze ma preludio di nuove gioie. L’ascolto, quando interpella l’uomo intero, non l’uomo solo logico, l’uomo vero, l’uomo integrale, è spalancamento di nuovi mondi.
Nel Salmo 44, al versetto 11, c’è una frase significativa: “Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza”. In questo verso la figlia, la Chiesa, è invitata ad ascoltare come funzione primaria. Molto interessante è che il verbo guardare è posto tra due parti che sono pertinenti alla funzione dell’ascoltare, come se il salmista ci volesse far intendere che uno sguardo puro deriva da un ascolto attento. Se sappiamo ascoltare, vediamo meglio. Per metterci in ascolto dobbiamo fare vuoto in noi, dobbiamo fare posto a ciò di cui tanto necessitiamo. Ecco perché dobbiamo dimenticare il nostro popolo e la casa di nostro padre; questo è un invito che va compreso nel suo contesto: per accedere alla presenza regale dobbiamo purificare noi stessi, anche da tutto ciò che ci trattiene nel mondo. Tutto questo succede quando si ascolta. Se questo ascolto è puro, il re sarà conquistato dalla bellezza della figlia. Il re si diletta di sguardi puri, il re cerca nella Chiesa la bellezza, lo splendore nella forma. Non dice che il re si innamorerà della sua efficienza, del suo attivismo, del suo partecipazionismo; dice che si innamorerà della sua bellezza. L’ascolto apre le porte al re; non abbiamo paura della bellezza. Fa molto più paura chi crede che la bellezza e lo splendore della gloria siano qualcosa da relegare in un angolo come cosa di cui vergognarsi.
————
*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 1 mars, 2011 |Pas de commentaires »
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