La pace nella Bibbia (sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio, 1986)

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La pace nella Bibbia

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 22-23 novembre 1986

La pace, nella visione biblica veterotestamentaria, non significa semplicemente assenza di guerra o rapporti favorevoli, ma benessere materiale. Nel Nuovo Testamento – l’ambito è quello delle piccole comunità – il concetto di pace assume connotazioni più spirituali.
bibbia ebraica: fede e scelte di guerra
L’Antico Testamento è intriso di violenza, di guerre condotte non solo dagli uomini, ma anche da Dio. « Il campo di battaglia non è solo la culla della nazione, ma anche il suo più antico santuario. Lì era Israele e lì era Jahwé » (Wellhausen). Questo aspetto bellico non è secondario, ma nell’AT Jahwé è salvatore in quanto guerriero, salva il suo popolo annientando gli altri popoli. Anche nelle preghiere, nei salmi, si invoca l’annientamento dei nemici, la vendetta sanguinaria. Negli oracoli profetici si garantisce lo sterminio da parte di Dio delle nazioni pagane. Il libro di Giosué è pieno di guerre sante, di guerre di sterminio. L’apocalittica è protesa verso la guerra finale in cui saranno sbaragliati i nemici.
Nell’attuale bibbia sono confluite quattro grandi tradizioni (Jawista, Eloista, deuteronomistica e sacerdotale).
La più antica, quella Jahwista – che va dalla creazione sino alla monarchia – ritiene il tema della guerra come naturale, senza elaborare una riflessione esplicita sul tema guerra-pace.
La tradizione deuteronomista (Deuteronomio, Giosué, Giudici, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re) invece elabora una riflessione sulla guerra, in particolare sulla guerra sacra, soprattutto nel racconto dell’insediamento nella terra promessa. La guerra è combattuta da Jahwé in favore di Israele: è lui che combatte e vince (l’espressione « Dio degli eserciti » compare ben 284 volte); a lui spetta la gloria per la vittoria e anche il bottino di guerra (herém: uomini e animali venivano uccisi e offerti ritualmente a Dio). C’è una liturgia militare. L’insediamento nella terra promessa viene presentato come una conquista militare dalla bibbia. Oggi gli storici ritengono che l’insediamento sia durato molto a lungo con interventi militari e insediamenti pacifici.
I circoli deuteronomistici teologizzano la guerra sacra in questo modo: la terra è di Dio che la assegna lotto per lotto ai diversi popoli. Ad Israele ha assegnato la terra di Canaan. Quindi Israele ha su di essa un diritto divino che viene affermato con la violenza. La fede israelitica si esprime nel coraggio bellico di effettuare, mano armata, la conquista della terra.
Il problema nell’AT non sono le violenze condannate, ma la giustificazione della guerra a servizio di un diritto divino. La fede è bellica.
Questa interpretazione teologica è nata sotto Giosia (648 a.C.), il quale diede inizio ad una grande riforma religiosa per estirpare l’idolatria, centralizzare il culto a Gerusalemme e opporsi alla potenza assira che aveva conquistato le regioni del Nord.
La tradizione sacerdotale invece risale al periodo dell’esilio e del dopo esilio e rilegge la storia di Israele alla luce delle nuove situazioni. Non vuole risuscitare lo stato monarchico, dato l’esito disastroso dell’esilio, ma propone una nuova immagine di Israele. Per il sacerdotale tutta la storia, a partire dalla creazione, è segnata da una violenza-caos che deve essere vinta. Il peccato originale dell’umanità è la violenza che sfocia nel diluvio. Il patto di Dio con Noè è all’insegna della esclusione della violenza. In termini non violenti è presentato il passaggio del Mar Rosso e l’insediamento nella Terra.
Nella visione complessiva del sacerdotale la guerra è bandita dalla faccia della terra. Si prospetta una società pacifica al proprio interno e prefiguratrice di una umanità pacificata. L’aggressività è ammessa solo nei confronti degli animali per motivi cultuali.
Tra la tradizione deuteronomista e quella sacerdotale il Nuovo Testamento ha scelto la linea del sacerdotale, privilegiando la non violenza, l’immagine di Dio che spezza la guerra.
Nell’AT ci sono voci che si mettono sulla linea del sacerdotale, attendendo (attese escatologiche) una svolta epocale nella storia dell’umanità, una terra da cui sia bandita la violenza.
I profeti sono i costruttori di questa attesa escatologica, di una umanità pacificata e pacificatrice.
Dio « spezza la guerra » (Osea); « faranno aratri delle loro spade e trasformeranno le lance in falci » (Isaia); « il lupo abita con l’agnello… » (Isaia). La funzione del re è quella di essere principe di pace (Michea).
il messianismo di Gesù
Il Nuovo Testamento riprende e approfondisce i filoni della non violenza e della pace. Gesù si colloca nella linea profetica e del messianismo dell’AT, che attende un re che farà giustizia al povero e che instaurerà il regno di pace paradisiaca. Il tema della pace è affrontato secondo diverse prospettive
la pace con Dio
La pace è sinonimo di salvezza. È quanto emerge nel canto angelico natalizio: pace agli uomini che sono oggetto dell’amore di Dio (Lc 2,14). La pace è dono di Dio in Cristo agli uomini.
Avere pace è essere messi in un giusto rapporto con Dio: noi, giustificati mediante la grazia, abbiamo pace con lui (Rom 5,1).
Pace è inoltre riconciliazione, nel senso che Dio riconcilia a sé l’uomo, superando una condizione di inimicizia.
Quindi la pace indica i rapporti positivi con Dio: in questo senso devono essere interpretate le parole di saluto di Gesù ai discepoli pace a voi
pace con Dio e tra gli uomini
Nel mondo di allora c’era una frattura insanabile tra pagani e giudei, che erano una minoranza consistente (un 10 per cento) e significativa. I giudei disprezzavano i pagani dal punto di vista morale religioso e culturale e i pagani disprezzavano i giudei odiatori dell’umanità (per la loro separatezza). L’autore della lettera agli Efesini vede la chiesa come una nuova umanità in cui è superata la frattura: In Cristo, nella sua croce, giudei e pagani sono pacificati
pace come non violenza e amore del nemico
Gesù propone un superamento della legge del taglione (rispondere alla violenza con una violenza pari). Vuole spezzare la spirale della violenza.
Positivamente Gesù afferma che al nemico si deve rispondere con l’amore. Non l’amore sentimentale, ma l’amore fattivo, benefico. Il soggetto non si fa nemico al nemico. La motivazione risiede nell’essere figli di Dio, che ama tutti in modo indiscriminato.
Nella beatitudine beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio, si sostiene che diventa figli di Dio diventando operatori di processi di pacificazione.
Il messianismo di Gesù si discosta dalle attese prevalenti al suo tempo (Gesù è molto riservato nell’attribuire a sé il titolo di Messia, proprio per le attese trionfalistiche e bellicistiche). Gesù è un messia pacifico, umile, non violento, disarmato, che non è venuto per essere servito, ma per servire.
Gesù rinuncia alla guerra (potrei chiedere al Padre legioni armate…) e diventa il criterio interpretativo dei diversi e a volte contrastanti filoni presenti nell’AT.

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